Part 12
Il custode ubbidì, e de Boville entrò nella segreta dello _scienziato pazzo_: per tal modo veniva generalmente chiamato il prigioniere. In mezzo della camera in un circolo tracciato sul pavimento con un poco d’intonaco, staccato dal muro, era sdraiato un uomo quasi nudo, tanto le sue vesti erano andate in pezzi. Egli disegnava in questo cerchio delle linee geometriche molto dritte e parallele, e pareva in tal modo occupato a risolvere il suo problema a guisa di Archimede nel momento che fu ucciso da un soldato di Marcello. Egualmente egli non si mosse al rumore che fece la porta della prigione nell’aprirsi, e non sembrò risvegliarsi che allorquando la luce delle torce illuminò con chiarore straordinario l’umido suolo su cui lavorava. Allora si volse e vide con sorpresa la numerosa compagnia che era discesa nel suo carcere. Si alzò prestamente, prese una coperta gettata sul miserabile suo letto, e si coperse precipitosamente per comparire in uno stato più decente agli occhi degli stranieri.
— Domandate voi nulla? disse l’ispettore senza variare la sua formola. — Io, signore, disse Faria con sorpresa, nulla domando. — Voi non capite, disse l’ispettore, io sono un messo del governo, ed ho la commissione di scendere in tutte le prigioni, per ascoltare i reclami de’ prigionieri.
— Oh! allora, signore, è tutt’altro, gridò vivacemente Faria, e spero che ce la intenderemo. — Vedete, disse a bassa voce il governatore, non comincia egli come vi avevo detto?
— Signore, continuò il prigioniero, io sono Faria nato in Roma nel 1768; sono stato venti anni segretario del conte Spada, l’ultimo dei Principi di questo nome, sono stato arrestato, e non so perchè, verso il principio dell’anno 1808; dopo questo tempo ho sempre reclamato la mia libertà dalle Autorità Italiane, e Francesi. — Perchè dalle Autorità Francesi? domandò il governatore. — Perchè io sono stato arrestato a Piombino e presumo che, come Firenze, Piombino sia divenuto capo luogo di un qualche dipartimento Francese.
L’ispettore ed il governatore si guardarono ridendo.
— Diavolo, mio caro, disse l’ispettore, le vostre notizie sull’Italia non sono di fresca data.
— Esse portano la data del giorno in cui sono stato trasportato da Fenestrelle qui, signore, disse Faria; era nel 1811, e S. M. l’Imperatore avendo dato il nome di re di Roma al figlio che il cielo gli aveva concesso, io presumeva che continuando il corso delle sue conquiste egli vagheggiasse il sogno di Macchiavello e di Cesare Borgia. — Signore, disse l’ispettore, la Provvidenza ha fortunatamente arrecato tali cambiamenti nella Penisola, che quel sogno rimarrà tale.
— Sarà; ma quante cose non sono possibili sulla terra? rispose Faria. — Sì, ma non già i sogni, riprese l’ispettore; nè sono venuto qui per intavolare con voi un corso di politica oltramontana, ma soltanto per domandarvi, come ho già fatto, se avete qualche reclamo da indirizzarmi sul modo col quale siete nutrito ed alloggiato. — Il nutrimento è quello di tutte le prigioni, rispose Faria, vale a dire cattivissimo. Quanto all’alloggio, come vedete è umido e malsano, ma ciò nonostante è conveniente abbastanza per una segreta. Ora non è di ciò che si tratta, ma bensì di una rivelazione della più alta importanza che ho a fare al governo.
— Eccoci, disse a bassa voce il Governatore a de Boville.
— Ecco perchè io sono fortunato di vedervi, continuò Faria, quantunque voi mi abbiate distratto da un calcolo molto importante, che se riesce, cangerà forse del tutto il sistema planetario di Newton. Potete voi accordarmi il favore di un colloquio particolare?
— Eh! che diceva io? fece il governatore all’ispettore.
— Voi conoscete bene la persona, rispose questi sorridendo. Poi rivolgendosi a Faria: Signore, diss’egli: — Ciò che chiedete è impossibile. — Ciò nonostante, riprese Faria, si tratterebbe di fare guadagnare al governo una somma enorme, una somma, per esempio, di cinque milioni! — In fede mia, disse l’ispettore, volgendosi al governatore, voi avete predetto perfino la cifra. — Vediamo, riprese Faria, accorgendosi che l’ispettore faceva un movimento per ritirarsi, non è poi assolutamente necessario che noi siamo soli: il sig. governatore potrà assistere al nostro colloquio.
— Disgraziatamente mio caro signore, disse il governatore, noi sappiamo già a memoria quello che voi volete dirci. Si tratta dei vostri tesori, n’è vero?
Faria guardò quest’uomo pungente, con certi occhi su cui un osservatore disinteressato avrebbe certamente veduto splendere il lampo della ragione e della verità.
— Senza dubbio, diss’egli, di che volete che io vi parli, se non di ciò?
— Sig. ispettore, continuò il governatore, vi posso raccontare questa storia tanto bene quanto Faria, essendo già quattro o cinque anni che me la sento risuonare alle orecchie. — Ciò prova, sig. governatore, disse Faria che voi siete di quella gente di cui parla la Scrittura, i quali hanno gli occhi e non vedono, hanno le orecchie e non sentono. — Mio caro signore, disse l’ispettore, il governo è ricco, e grazie a Dio, non ha bisogno dei vostri milioni; conservateli adunque pel giorno in cui uscirete di prigione.
L’occhio di Faria si dilatò; egli afferrò la mano dell’ispettore e soggiunse: — Ma se io non esco di prigione, se contro ogni giustizia mi si ritiene in questa segreta, se vi debbo morire senza aver lasciato il mio segreto ad alcuno, questo tesoro andrà dunque perduto? Non è meglio che il Governo ne profitti con me? Io andrò fino a sei milioni, signore! Sì, io lascerò sei milioni, e mi contenterò del resto, se mi si vorrà rendere la libertà.
— Sulla mia parola, disse l’ispettore a mezza voce, se non si sapesse che quest’uomo è pazzo, egli parla con un accento di tanta convinzione, da credere che dicesse la verità.
— Io non sono un pazzo, signore, e dico precisamente la verità, riprese Faria, che, con quella finezza di udito che è particolare ai prigionieri, non aveva perduto una sola delle parole dell’ispettore. Il tesoro di cui vi parlo esiste veramente, ed io sono pronto a firmare un trattato, in virtù del quale voi mi condurrete al luogo che verrà da me deputato: si scaverà la terra sotto i nostri occhi, e se io mentisco, se nulla vien ritrovato, se io son pazzo come voi dite, ebbene! voi mi condurrete in questa medesima carcere ove io resterò eternamente, e dove morrò senza più nulla domandar nè a voi, nè ad alcuno.
Il governatore si mise a ridere. — È lontano questo vostro tesoro? domandò egli. — A cento leghe di qui circa. — La cosa non è male immaginata, disse il governatore; se tutti i prigionieri volessero divertirsi a fare una passeggiata coi loro gendarmi per cento leghe, o se i guardiani acconsentissero a fare una simile passeggiata questo sarebbe un eccellente pretesto, che i prigionieri si procurerebbero per prendere la via dei campi alla prima occasione opportuna, e durante un simile viaggio l’occasione si presenterebbe certamente. Disgraziatamente però questo è un pretesto troppo conosciuto, ed il sig. Faria non ha neppure il merito dell’invenzione. — Poi volgendosi allo scienziato: — Vi ho domandato se siete bene nutrito? — Signore rispose Faria, giuratemi sul vostro onore di liberarmi se io dico la verità, e v’indicherò il luogo preciso ove è nascosto il tesoro.
— Siete contento del nutrimento?, ripetè l’ispettore.
— Signore, voi così non correte alcun rischio, e vedete bene che non è per procurarmi un’eventualità di fuga, mentre io resterò prigione fino a che abbiate fatto il viaggio.
— Voi non rispondete alla mia interrogazione, disse con impazienza l’ispettore.
— Nè voi alla mia, gridò Faria. Siate adunque maledetto come tutti gli altri insensati che non han voluto credermi. Voi non volete il mio oro, io lo custodirò; voi mi ricusate la libertà, Dio me la manderà. Andate, non ho più nulla a dirvi. — E Faria gettando la coperta, raccolse l’intonaco, ed andò ad assidersi di nuovo in mezzo al circolo ove continuò le sue linee ed i suoi numeri.
— Che fa egli là? disse l’ispettore ritirandosi.
— Conta i suoi tesori, rispose il governatore.
Faria rispose a questo sarcasmo con un’occhiata su cui era impresso il più gran disprezzo. Essi uscirono. Il carceriere chiuse la porta dietro loro. — Egli avrà forse davvero posseduto qualche tesoro, disse l’ispettore risalendo la scala. — O avrà sognato di possederlo, rispose il governatore, e il giorno dopo si sarà risvegliato pazzo. — Così terminò l’avventura per lo scienziato Faria. Egli rimase prigioniere, e dopo questa visita la sua riputazione di pazzo glorioso aumentò sempre più. In quanto a Dantès, l’ispettore gli mantenne la parola. Risalendo nell’ufficio del governatore si fe’ mostrare il registro di consegna. Una nota era scritta dirimpetto al suo nome.
| Bonapartista arrabbiato; | ha preso parte attiva | al ritorno dall’Isola Edmondo Dantès | d’Elba; da tenersi | nella più gran segreta, | e sotto la più stretta | sorveglianza.
Questa nota era di un altro carattere, e di un inchiostro diverso dal rimanente del registro, ciò che provava essere stata aggiunta dopo l’incarcerazione di Dantès. L’accusa era troppo positiva per tentare di combatterla. L’ispettore adunque scrisse al margine: «vista la nota di fronte, nulla si può fare.»
Questa visita aveva per così dire ravvivato Dantès; dacchè era entrato in prigione, aveva obbliato di contare i giorni; ma l’ispettore lo aveva fornito di una nuova data, ed egli non l’aveva dimenticata. Dietro a lui, scrisse sul muro con un po’ di gesso staccato dalla volta: 30 luglio 1816; e da quel momento faceva ogni giorno un segno affinchè la misura del tempo non gli sfuggisse più.
I giorni passarono, poi le settimane, quindi i mesi. Dantès aspettava sempre. Egli aveva cominciato dal fissare la sua liberazione a quindici giorni. Impiegando soltanto la metà della premura che aveva sembrato provare l’ispettore dovevano essere sufficienti 15 giorni. Passati questi 15 giorni, egli disse che era un’assurdità il credere che l’ispettore sarebbesi occupato di lui prima del suo ritorno a Parigi; or questo ritorno a Parigi non poteva aver luogo che allor quando avrebbe finito il giro, il quale poteva durare un mese o due. Egli fissò adunque tre mesi invece di 15 giorni; compiti i tre mesi un altro ragionamento venne in suo aiuto, ed egli si concesse sei mesi: finiti ancora questi sei mesi, mettendo i giorni uno in capo all’altro ritrovò di avere aspettato dieci mesi e mezzo. Durante questi dieci mesi e mezzo, niente fu cambiato nel regime della sua prigione; non vi era giunta alcuna notizia consolante, interrogato il carceriere, questi era muto secondo il solito. Dantès cominciò a dubitare dei suoi sensi, a credere che ciò che prendeva per un ricordo della sua memoria, non fosse altro che una allucinazione del suo cervello, e che questo angelo consolatore, apparso nella sua prigione, non vi fosse disceso se non che sulle ali di un sogno. In capo d’un anno il governatore fu cambiato. Egli aveva ottenuto la direzione del forte di Ham; condusse seco molti de’ suoi subordinati e fra gli altri il carceriere di Dantès. Un nuovo governatore giunse; sarebbe stato troppo lungo per lui l’imparare a memoria il nome di tutti i prigionieri, si fe’ perciò rappresentare soltanto i loro numeri. Questa orribile casa ammobiliata si componeva di cinquanta camere. I loro abitanti erano distinti col numero della camera che abitavano, ed il disgraziato giovinotto cessò di essere chiamato ancora col suo nome Edmondo o col suo cognome Dantès: e si chiamò il numero 34.
XV. — IL NUMERO XXXIV ED IL NUMERO XXVII.
Dantès passò per tutti i gradi d’infelicità che soffrono i prigionieri dimenticati in una prigione. Cominciò dall’orgoglio che è una conseguenza della speranza ed una conoscenza dell’innocenza; poi passò al dubbio della sua innocenza, ciò che non giustificava male le idee del governatore sulla sua alienazione mentale; finalmente cadde dall’alto del suo orgoglio, pregò non Dio ancora, ma gli uomini. Dio è l’ultima risorsa: il disgraziato che dovrebbe cominciare dal Signore talvolta non giunge a sperare in lui che dopo avere esaurite tutte le altre speranze. Dantès dunque pregò perchè il togliessero dal suo carcere, per metterlo in un altro, fosse anche stato più nero e più profondo; un cambiamento, quantunque peggiore, era sempre un cambiamento, e gli procurerebbe una distrazione di qualche giorno. Egli pregò che gli venisse accordata la passeggiata, dell’aria, dei libri, degl’istrumenti. Niente di tutto ciò gli venne accordato, ma non importa; domandava sempre.
Si era assuefatto a parlare col nuovo carceriere, quantunque questi fosse, se si può dire, più muto del primo; ma parlare ad un uomo, per quanto muto, era ancora un piacere. Dantès parlava per sentire la sua propria voce: si era provato di parlare quando era solo, ma allora aveva paura. Spesso prima di esser fatto prigioniere, Dantès si era fatto uno spauracchio di queste camere di prigionieri, composte di vagabondi, di banditi, e di assassini, fra i quali un’ignobile gioia mette in comune delle orgie inintelligibili e delle amicizie spaventose. Egli giunse a desiderare di esser messo in uno di questi bagni, per poter vedere qualche altro viso oltre quello del carceriere impassibile che non voleva parlare. Egli desiderava il bagno, col suo costume infamante, colla catena al piede, col marchio sulla spalla. I forzati almeno godevano la società dei loro simili, respiravano l’aria, vedevano il cielo: i forzati per Dantès erano esseri fortunati. Egli supplicò un giorno il carceriere di domandare per lui un compagno qualunque, fosse pur anche stato lo scienziato pazzo di cui avea inteso parlare. Sotto la scorza di carceriere, per quanto sia rozza, resta sempre qualche cosa di uomo. Questi, quantunque il suo viso nol dimostrasse, aveva spesso nel fondo del cuore compianto questo disgraziato giovine, il cui carcere era sì duro; passò dunque la domanda del numero 34 al governatore; ma questi, prudente come se fosse stato un uomo politico, s’immaginò che Dantès volesse ammutinare i prigionieri, tramare qualche complotto, aiutarsi con qualche amico, per tentare una evasione, e si ricusò. Dantès aveva esaurito il cerchio delle risorse umane. Come dicemmo che ciò doveva accadere, egli si rivolse allora a Dio. Tutte le idee pietose sparse nel mondo, e che vengono raccolte dagl’infelici che sono curvati sotto il peso della sventura, vennero allora a presentarsi al suo spirito; si rammentò delle preghiere insegnategli da sua madre, e ritrovò in quelle dei sensi fino allora ignoti; perchè all’uomo che s’appaga di terrene felicità, la preghiera rimane spesso un assieme monotono e vuoto di senso fino a che il giorno del dolore viene a spiegare all’infelice questo linguaggio sublime per mezzo del quale egli parla a Dio. Pregò dunque con fervore; e pregando ad alta voce non si spaventava più delle sue parole. Allora cadeva in una specie di estasi; vedeva Dio risplendente a ciascuna parola che pronunziava; tutte le azioni della sua vita umile e perduta le rapportava alla volontà di questo Dio onnipossente facendosene delle lezioni, e proponendosi degli obblighi ad adempiere.
Ad onta di queste preghiere ferventi, Dantès rimase prigioniero. Allora lo spirito si fece tetro, una nube s’addensò innanzi ai suoi occhi. Dantès era uomo semplice e senza educazione; il passato era rimasto per lui coperto da quel denso velo, che la sola scienza solleva. Egli non poteva nella solitudine della sua secreta o nel deserto del suo pensiero rianimare i popoli estinti, rifabbricare le antiche città che l’immaginazione e la poesia ingrandiscono, e che passano davanti agli occhi giganteschi ed illuminati dal fuoco del Cielo, come i quadri babilonesi di Martin; egli non aveva che il suo passato così breve, il suo presente così tristo, il suo avvenire così incerto: 19 anni di luce da meditarsi forse in una eterna notte! Nessuna distrazione poteva venirgli in aiuto: il suo spirito energico che forse non avrebbe amato meglio che prendere il suo volo a traverso le età, era forzato a restar prigioniero come un’aquila nella sua gabbia.
Si aggrappava allora ad una sola idea, a quella della sua felicità, distrutta senza una causa apparente e per una fatalità inaudita, si atteneva a quest’idea, la girava, la rigirava sotto tutti i rapporti, divorandola per così dire a denti aguzzi, come nell’inferno di Dante l’implacabile Ugolino divora il cranio dell’arcivescovo Ruggiero. Dantès non aveva avuto che una fede passeggiera; egli la perdette come altri la perdono nei felici eventi, solamente non ne avea profittato. La rabbia successe all’ateismo. Edmondo emetteva delle bestemmie che facevano dare addietro per l’orrore il carceriere, infrangeva il corpo contro le muraglie della prigione, inferociva contro tutto ciò che lo circondava, e sopra tutto contro sè stesso; alla minima contrarietà che gli faceva provare un granellino di sabbia, una festuca di paglia, un soffio d’aria; allora quella lettera denunziatrice ch’egli aveva veduta, che avevagli mostrata Villefort, che da sè stesso aveva toccata, gli ritornava al pensiero; ciascuna linea fiammeggiava nel muro come il Mane, Thècel, Pharès, di Baldassarre; egli diceva a sè stesso che l’odio degli uomini e non la giustizia di Dio lo aveva immerso nell’abisso in cui si trovava; invocava a questi uomini sconosciuti tutti i supplizi di cui la sua ardente immaginazione poteva farsi un’idea; e trovava che i più terribili erano ancora troppo deboli e troppo brevi per essi.
A forza di dire a sè stesso, in proposito dei suoi nemici, che quegli che vuole punirli crudelmente deve servirsi di tutt’altro mezzo che della morte, cadde nell’immobilità della trista idea del suicidio; disgraziato colui che sul declivio dell’infelicità, si ferma a questa trista idea! È uno di quei mari morti che si estendono come l’azzurro delle onde pure, ma nelle quali il nuotatore sente di più in più legarsi i piedi in una creta bituminosa che lo attrae a sè, lo assorbe, lo inghiottisce. Una volta preso in tal modo, se il soccorso divino non lo aiuta tutto è finito, e qualunque sforzo che egli tenti, lo approfondisce sempre più nella morte. Ciò nonostante questo stato di morale agonia è meno terribile dei patimenti che lo hanno preceduto e del gastigo che lo seguirà; è una specie di consolazione vertiginosa che ci mostra il precipizio.
Talvolta diceva a sè stesso, quando nelle mie lontane corse, allorchè era ancora uomo, e quando quest’uomo libero e possente gettava ad altri uomini dei comandi, che erano eseguiti, ho veduto il cielo coprirsi, il mare fremere e mormorare, l’uragano nascere da un angolo del cielo, e come un’aquila gigantesca battere colle sue ali i due orizzonti; allora io sentiva che il mio vascello non era più che un rifugio impotente, poichè leggero come una piuma nella mano del gigante tremava e rabbrividiva anch’esso. Tosto al rumore del vento che fischiava, delle montagne d’acqua che mi si rovesciavano sul capo; il rumore spaventevole delle onde, l’aspetto degli scogli, mi annunziavano la morte, e la morte mi spaventava, ed io faceva tutti i miei sforzi per sfuggirla, e riuniva tutte le forze dell’uomo e tutta l’intelligenza del marinaio per lottare contro il cielo ed il mare!... ciò accadeva perchè allora io era felice, perchè il ritornare alla vita, era un ritornare alla felicità; ciò avveniva perchè non aveva invocata la morte, non l’aveva scelta; ciò avveniva perchè il sonno mi sembrava duro sopra questo letto di alghe e di sassi; ciò avveniva finalmente perchè io, che mi credeva una creatura fatta ad immagine di Dio, mi sdegnava di dover servire dopo la mia morte di pasto alle foche ed agli avvoltoi. Ma oggi è tutt’altro: ho perduto tutto ciò che poteva farmi amare la vita, oggi la morte mi sorride come una nutrice al bambino che va cullando; oggi io muoio a modo mio, e mi addormento stanco ed infranto, come mi addormenterei dopo una di queste sere di disperazione e di rabbia nelle quali ho contato tremila giri intorno alla mia camera cioè trentamila passi, vale a dire circa dieci leghe.
Dacchè questo pensiero ebbe germogliato nello spirito del giovinotto egli si fe più dolce, più ilare; si adattò meglio al suo letto, al suo pane nero, mangiò meno, non dormì più e trovò quasi sopportabile questo avanzo di esistenza che era certo di poter lasciare quando avesse voluto, come si lascia un vestito logoro. Aveva due mezzi per morire: uno era semplice; bastava di legare il fazzoletto alla sbarra della finestra e di appiccarvisi; l’altro consisteva a fingere di mangiare ed a lasciarsi morire di fame. Il primo ripugnava molto a Dantès. Egli era stato allevato coll’orrore ai pirati i quali vengono appesi ai pennoni dei bastimenti. L’impiccarsi adunque era per lui una specie di supplizio infamante che non voleva applicarsi da sè stesso, adottò il secondo, e ne cominciò l’esecuzione nel seguente giorno.
Circa quattr’anni erano passati nelle alternative che raccontiamo. Alla fine del secondo, Dantès aveva cessato di contare i giorni, ed era ricaduto nell’ignoranza completa del tempo, dalla quale era stato una volta liberato dall’ispettore. Dantès aveva detto: io voglio morire, ed aveva scelto il suo genere di morte, lo aveva bene esaminato, e per timore di retrocedere dalla sua risoluzione, aveva fatto giuramento a sè stesso di morire così. Quando mi verrà portato il nutrimento della mattina e quello della sera, aveva esso pensato, io getterò gli alimenti dalla finestra, e fingerò di averli mangiato.