Il Conte di Monte-Cristo

Part 112

Chapter 1123,896 wordsPublic domain

— Dite dunque! amico, fece Danglars suonando il tamburo con le dita contro la porta, mi sembra che sarebbe ora che si pensasse a nutrire me pure! — Ma sia che egli non capisse il francese, sia che non avesse ricevuto ordini sul conto del nutrimento di Danglars, il gigante si rimise a mangiare. Danglars sentì umiliato il suo orgoglio, e, non volendo maggiormente mettersi a cimento con quella belva, andò a raggrupparsi sulle pelli, e non disse più una parola. Passarono quattr’ore; il gigante fu sostituito da un altro bandito; Danglars, che soffriva orribili stiragliamenti di stomaco, si alzò dolcemente, applicò l’occhio alle fenditure della porta, e riconobbe la figura intelligente della sua guida. Infatto era Peppino che si preparava a montar la guardia la più dolce possibile, sedendosi in faccia alla porta e ponendosi fra le gambe una teglia di terra che conteneva caldi e profumanti piselli, cotti in fricassea sul lardo.

Vicino a questi piselli Peppino depose ancora un bel paniere di uva fresca di Velletri, ed un fiasco di vino d’Orvieto, Peppino era un goloso. Vedendo questi preparativi gastronomici venne l’acquolina in bocca a Danglars.

— Ah! ah! disse il prigioniero, vediamo un poco se questi è più trattabile degli altri. — E bussò gentilmente alla sua porta. — Eccomi, — disse il bandito, che, frequentando la casa di mastro Pastrini, aveva finito per imparare il francese perfino nei suoi dialetti. Infatto venne ad aprire.

Danglars lo riconobbe per quello che gli aveva gridato in un modo così furioso: «_dentro la testa_.» Ma non era più l’ora delle recriminazioni; assunse l’aspetto il più aggradevole, e con un grazioso sorriso: — Perdono, signore, diss’egli, non si darà da pranzo a me pure?

— Come mai! gridò Peppino, V. E. avrebbe fame, per caso?

— Per caso è una parola graziosa, mormorò Danglars, sono precisamente ventiquattr’ore che non ho mangiato. Ma sì, signore, aggiunse egli alzando la voce, io ho fame, ed anche molta fame.

— E V. E. vuol mangiare?

— Sul momento, se è possibile.

— Niente di più facile, disse Peppino; qui si può procurare tutto ciò che desidera, pagando, beninteso, come si usa presso tutti gli onesti cristiani.

— Ciò s’intende! gridò Danglars, quantunque in verità le persone che arrestano, e che imprigionano, dovrebbero almeno nutrire i loro prigionieri.

— Ah! eccellenza, ripetè Peppino, qui non c’è questo uso.

— Questa è una cattiva ragione, riprese Danglars, che contava di addolcire il suo guardiano colla sua amabilità, eppure io mi contento. Vediamo, che mi si serva da mangiare

— Sul momento, eccellenza, che cosa desiderate?

E Peppino depose la sua teglia per terra in modo tale che il fumo salisse direttamente alle narici di Danglars.

— Comandate, continuò egli.

— Avete delle cucine? domandò il banchiere.

— Come! se abbiamo delle cucine? cucine perfette!

— E dei cuochi? — Eccellenti!

— Ebbene! un pollo, un pesce, del selvaggiume, non importa quello che è, purchè si mangi.

— Come piacerà a V. E.; dicevamo dunque un pollo, è vero?

— Sì, un pollo. — Peppino si voltò, e gridò con tutta la forza dei suoi polmoni: — Un pollo per S. E. — La voce di Peppino vibrava ancora sotto le volte, che già compariva un giovinotto, bello, svelto, e mezzo nudo come gli antichi portatori di pesce; egli portò il pollo sopra un piatto d’argento, e il pollo si reggeva solo sulla testa. — Uno si crederebbe al _Caffè di Parigi_, mormorò Danglars.

— Eccolo! eccellenza, — disse Peppino prendendo il pollo dalle mani del giovine bandito, e deponendolo sopra una tavola tarlata, che con uno sgabello e il letto di pelli, formava il complesso della mobilia della cella. Danglars domandò un coltello ed una forchetta. — Eccoli! eccellenza, — disse Peppino offrendo un coltello colla punta smussa e una forchetta di legno. Danglars prese il coltello con una mano e la forchetta con l’altra, e si mise in atto di tagliare il volatile.

— Perdono, eccellenza, disse Peppino, ponendo una mano sulla spalla del banchiere; qui si paga prima di mangiare; si potrebbe non essere contenti uscendo...

— Ah! ah! fece Danglars, non è più come a Parigi, senza contare che probabilmente essi mi scorticheranno; ma facciamo le cose da grandi. Vediamo, ho sempre inteso parlare del buon mercato della vita in Italia; un pollo non deve valere più di dodici soldi a Roma. Eccoti, diss’egli, un luigi, e lo gettò a Peppino. — Peppino raccolse il luigi, Danglars accostò il coltello al pollo. — Un momento, eccellenza, disse Peppino rialzandosi; un momento. V. E. mi deve ancora qualche cosa.

— Quando diceva che mi avrebbero scorticato! — mormorò Danglars, indi, risoluto di prendere il suo partito da questa estorsione: — Vediamo, quando vi devo ancora per questo etico volatile? domandò egli.

— V. E. mi ha dato un luigi a conto. — Un luigi a conto! Un luigi a conto sopra un pollo? — Senza dubbio, a conto. — Bene... avanti! avanti! — Non son più che 4999 luigi che V. E. mi deve. — Danglars aprì due occhi enormi all’annunzio di questa burla gigantesca. — Ah! furbissimo, mormorò egli, in verità furbissimo! — E volle rimettersi a tagliare il pollo; ma Peppino gli fermò la mano destra con la mano sinistra, e stese l’altra sua mano.

— Andiamo, diss’egli.

— Che! voi non scherzate? disse Danglars.

— Noi non scherziamo mai, riprese Peppino con serietà.

— Come! cento mila fr. per un pollo!

— Eccellenza, è impossibile il poter credere quanta pena ci costi l’allevare un pollo in queste maledette grotte.

— Andiamo! andiamo! disse Danglars, io ritrovo ciò molto buffo, molto divertente, in verità; ma siccome ho fame, così lasciatemi mangiare. Prendete, ecco qua un altro luigi per voi, amico mio.

— Con ciò il vostro debito non sarà più che di 4998 luigi, disse Peppino conservando la medesima prontezza d’animo; colla pazienza vi si giungerà.

— Oh! in quanto a questo, disse Danglars stomacato dalla perseveranza di questo scherzo, in quanto a questo giammai. Andate al diavolo, non sapete con chi avete da fare.

Peppino fece un segno al giovine bandito, e questi allungò tosto le due mani, e portò via prestamente il pollo. Danglars si gettò sul suo letto di pelli. Peppino chiuse la porta e si rimise a mangiare i suoi piselli sul lardo. Danglars non poteva vedere ciò che faceva Peppino, ma dallo sbattersi dei denti del bandito, non lasciava alcun dubbio al prigioniere sull’esercizio che lo teneva occupato. Era chiaro ch’egli mangiava, e che mangiava rumorosamente, come fanno le persone mal educate. — Ingordo! disse Danglars.

Peppino fece sembiante di non capire, e senza neppure voltare la testa, continuò a mangiare con una saggia lentezza. Lo stomaco di Danglars gli sembrava perforato come la tinozza delle Danaidi, e non poteva credere ch’egli non giungerebbe mai a riempirlo. Però prese pazienza anche una mezz’ora; questa mezz’ora gli parve un secolo. Egli si alzò e andò di nuovo davanti alla porta. — Vediamo, signore, diss’egli, non mi fate languire lungamente, e ditemi d’un sol colpo ciò che si vuole da me?

— Ma, eccellenza, dite piuttosto ciò che volete da noi... Dateci i vostri ordini e li eseguiremo.

— Allora per prima cosa aprite. — Peppino aprì.

— Io voglio, disse Danglars, perdinci! voglio mangiare!

— Avete fame? — E del resto lo sapete.

— Che cosa desidera di mangiare V. E.?

— Un tozzo di pane secco, poichè i polli sono di un prezzo esorbitante in questi maledetti scavi.

— Del pane! sia, disse Peppino. Olà! del pane!

Il giovine servente portò un piccolo pane.

— Eccolo, disse Peppino.

— Quanto costa? domandò Danglars.

— 4998 luigi. Vi sono già due luigi pagati.

— Come, un pane cento mila fr.?

— Cento mila fr., disse Peppino.

— Ma voi domandavate cento mila fr. per un pollo!

— Noi non serviamo alla carta, ma al prezzo fisso. Che si mangi poco, che si mangi molto, che si chiedano dieci piatti o un solo è sempre la stessa cifra.

— Ecco un altro scherzo! amico caro, vi dichiaro che questa è un’assurdità, una stupidità! ditemi piuttosto che volete che io muoia di fame, e tutto sarà finito.

— Ma no, eccellenza, siete voi che volete commettere un suicidio. Pagate e mangiate.

— E con che debbo pagare, triplo animale? disse Danglars esasperato. Credi forse che si portino cento mila fr. in saccoccia?

— Voi avete cinque milioni e 50 mila fr. nella vostra, eccellenza, disse Peppino; ciò è buono per cinquanta polli a centomila fr. e un mezzo pollo a 50 mila. — Danglars fremette, la benda gli cadde dagli occhi; era bensì uno scherzo, ma alfine lo capiva. Bisogna pure rendergli giustizia, perchè da quel momento non vedeva più questo scherzo essere così stupido come prima. — Vediamo, diss’egli, vediamo; pagando questi cento mila fr. mi riterrete voi assoluto, e potrò mangiare con tutto il mio comodo?

— Senza dubbio, disse Peppino. — Ma in che modo dovrò io pagarli? fece Danglars respirando più liberamente.

— Non vi è niente di più facile; voi avete un credito aperto presso i sig. Thomson e French, via dei Banchi a Roma; datemi un _buono_ di 4998 luigi su questi signori, ed il nostro banchiere lo sconterà. — Danglars volle almeno darsi il merito della buona volontà, prese la penna e la carta che gli presentò Peppino: scrisse la cedola e firmò: — Prendete, diss’egli, ecco il vostro buono al latore.

— E voi, ecco il vostro pollo. — Danglars squartò il pollo sospirando: poichè gli sembrava molto magro per una somma così grossa. In quanto a Peppino lesse attentamente il foglio, se lo mise in saccoccia, e continuò a mangiare i suoi piselli.

CXVI. — IL PERDONO.

Il giorno dopo Danglars ebbe nuovamente fame; l’aria in quella caverna era oltre ogni credere appetitosa; il prigioniere credè che, per quel giorno, non avrebbe avuto alcuna spesa da fare; da uomo economico aveva nascosto una metà del pollo ed un poco di pane in un angolo della sua cella. Ma non ebbe tosto mangiato, che gli venne sete: egli non aveva calcolato su questo. Lottò contro la sete fino al momento in cui si sentì la lingua disseccata attaccarsi al palato. Allora, non potendo più resistere al fuoco che lo divorava, egli chiamò. La sentinella aprì la porta, era un viso nuovo. Pensò che era meglio per lui aver che fare con una vecchia conoscenza. E chiamò Peppino. — Eccomi, eccellenza, disse il bandito presentandosi con una premura che parve di buon augurio a Danglars, che desiderate?

— Da bere, disse il prigioniero.

— Eccellenza, disse Peppino, sapete che il vino è di un prezzo esorbitante nelle vicinanze di Roma.

— Allora datemi dell’acqua, disse Danglars.

— Oh! l’acqua è più rara del vino, ora vi è siccità!

— Andiamo, disse Danglars, noi ricominciamo la storia di ieri. — E, mentre sorrideva per avere l’aria di scherzare, il disgraziato sentiva il sudore bagnargli le tempia.

— Io vi ho già detto, eccellenza, rispose con gravità Peppino, che noi non vendiamo alla minuta.

— Ebbene! vediamo allora, datemene una bottiglia.

— Di quale? — Di quel che costa meno.

— Costan tutti lo stesso prezzo.

— E qual n’è il prezzo? — 25 mila fr. la bottiglia.

— Dite, gridò Danglars con un’amarezza che il solo Arpagone avrebbe potuto notare sul diapason della voce umana, dite che volete spogliarmi, e ciò sarà più presto fatto di quel che divorarmi in tal modo a brani a brani.

— È possibile, disse Peppino, che questa sia l’idea del padrone.

— Il padrone, chi è dunque? — Quello al quale vi condussi innanzi ieri. — E dov’è? — Qui. — Fate che io lo veda. — È facile. — Un minuto dopo Luigi Vampa era davanti a lui: — Voi mi chiamate? domandò egli al prigioniere. — Siete voi, signore, il capo di queste genti che mi hanno qui condotto?

— Sì, eccellenza; perchè?

— Che desiderate per il mio riscatto? parlate.

— Semplicemente i cinque milioni che portate indosso.

Danglars sentì un orribile spasimo lacerargli il cuore.

— Io non ho che questi al mondo, signore, questo è il residuo di una immensa ricchezza; se me li togliete val meglio che mi togliate la vita.

— A noi è proibito di versare il sangue di V. E.

— E da chi vi è stato proibito? — Da quello al quale obbediamo. — Voi dunque obbedite a qualcuno? — Sì, ad un capo. — Io credeva che voi stesso foste il capo. — Io sono il capo di questi uomini ma un altro uomo è il capo mio.

— E questo capo obbedisce egli a qualcuno? — Sì.

— A chi? — A Dio. — Danglars rimase un momento pensieroso: — Io non vi capisco, diss’egli. — È probabile.

— Questo capo che vi ha ordinato di trattarmi in tal modo? — Sì. — Con quale scopo? — Io non lo so.

— Ma la mia borsa si vuoterà. — È probabile.

— Sentiamo, disse Danglars, volete un milione?

— No. — Due milioni? — No. — Tre milioni?... quattro... Vediamo, quattro? ve li do alla condizione che voi mi lasciate andare.

— Perchè mi offrite voi i milioni di ciò che ne vale 5? disse Vampa; questa è un’usura, sig. banchiere.

— Prendete tutto! vi dico, gridò Danglars, e uccidetemi.

— Andiamo, andiamo, calmatevi, eccellenza, vi farete rimescolare il sangue, cosa che vi apporterà un appetito da mangiare un milione al giorno; siate dunque più economico; per bacco!

— Ma quando non avrò più danaro per pagarvi?

— Allora avrete fame.

— Avrò fame? disse Danglars tremante.

— È probabile, rispose flemmaticamente Vampa.

— Ma voi dite che non volete uccidermi? — No.

— E volete lasciarmi morir di fame?

— Questa è una cosa diversa.

— Ebbene! miserabili, gridò Danglars, io scomporrò i vostri infami calcoli; morire per morire, tanto fa finirla subito; fatemi soffrire, torturatemi, uccidetemi, ma non avrete più la mia firma.

— Come piacerà a V. E., disse Vampa; — ed uscì dalla cellula. Danglars si gettò ruggendo sul suo letto di pelli.

Chi erano questi uomini? chi era questo capo visibile? chi era l’altro capo invisibile? quale idea avevan su di lui? quando tutti potevano riscattarsi, perchè egli solo non lo poteva? Oh! certamente la morte, una morte pronta e violenta era un buon mezzo di deludere questi nemici accaniti, che sembravano continuare su di lui una incomprensibile vendetta. Sì, ma morire! Forse per la prima volta nella sua lunga carriera, Danglars pensava alla morte col desiderio ed il timore di morire; ma era giunto il momento per lui di fissare la sua vista sullo spettro implacabile che si erge davanti ad ogni creatura, e che, ad ogni pulsazione del cuore, dice a lui stesso: — tu morrai! — Danglars rassomigliava a quelle bestie feroci che la caccia anima, poichè le dispera, e che a forza di disperazione riescono qualche volta a salvarsi. Ei pensò ad una evasione. Ma le mura erano la roccia stessa, ed alla sola uscita che conduceva fuor della cella vi era un uomo che leggeva; dietro a questo uomo si vedevano passare e ripassare delle ombre armate di fucili. La sua risoluzione di non firmare durò due giorni, dopo di che domandò gli alimenti ed offrì un milione.

Gli fu servita una magnifica colazione, e fu preso il milione. Da quel momento la vita del disgraziato prigioniere fu una distrazione continua. Egli aveva tanto sofferto che non voleva più esporsi a soffrire, e soffriva tutte le esigenze; in capo a dodici giorni, il dopo pranzo in cui aveva desinato come nei suoi più bei giorni della sua fortuna, fece i suoi conti e si accorse che aveva dato tante tratte pagabili al latore che non gli rimanevano più che cinquantamila franchi. Allora nacque in lui una strana reazione; egli che aveva abbandonati cinque milioni, tentò di salvare i 50 mila fr. che gli restavano; piuttosto che cederli risolvè di riprendere una vita di privazioni, ebbe dei lampi di speranza che si accostavano alla follia; egli che da sì gran tempo aveva dimenticato Dio, vi pensò per dire a sè stesso, che Dio qualche volta fa dei miracoli; che la caverna poteva inabissarsi; che i carabinieri pontificii potevano scoprire questo maledetto ritiro, e venire in suo soccorso; che allora gli resterebbero questi 50 mila fr.; che quest’era una somma sufficiente per impedire ad un uomo di morire di fame; egli pregò Dio di conservargli questi cinquantamila fr. e pregando pianse. Tre giorni passarono così durante i quali il nome di Dio fu costantemente, se non nel suo cuore almeno sulle sue labbra; ad intervalli aveva dei momenti di delirio, durante i quali credeva di vedere, a traverso una finestra, una povera camera ed un vecchio agonizzante sopra un lettuccio. Questo vecchio, pure, moriva di fame.

Il quarto giorno, non era più un uomo, era un cadavere vivente, egli aveva raccolto per terra perfino le ultime molliche dei suoi antichi pasti, e cominciò a divorare la stuoia di cui era coperto il suolo. Allora supplicò Peppino, come si supplica l’Angelo custode, a dargli qualche nutrimento; e gli offrì mille fr. per una boccata di pane. Peppino non rispose. Nel quinto giorno si strascinò all’entrata della cella. — Ma voi dunque non siete un cristiano, diss’egli ergendosi sui ginocchi; voi volete assassinare un uomo che è vostro fratello in Dio? Amici miei di altri tempi, amici miei di altri tempi! — mormorò egli: e cadde colla faccia contro terra. Indi alzandosi con una specie di disperazione: — Il capo! gridò egli, il capo! — Eccomi! disse Vampa comparendo subito; che desiderate ancora?

— Prendete il mio ultimo oro, balbettò Danglars stendendo il portafogli, e lasciatemi vivere qui, in questa caverna; non domando più la libertà, non domando che di vivere.

— Voi dunque soffrite molto? domandò Vampa.

— Oh! sì, io soffro, e crudelmente!

— Eppure vi sono stati degli uomini che hanno sofferto anche più di voi. — Io non lo credo.

— È un fatto! quelli che sono morti di fame.

Danglars pensò a quel vecchio che durante le sue allucinazioni, egli vedeva a traverso la finestra della sua povera camera, gemere sul suo letto. Battè la fronte per terra mandando un forte gemito: — Sì, diss’egli, è vero; ve ne sono che hanno sofferto anche più di me, ma almeno quelli erano martiri.

— Vi pentite voi alfine? disse una voce cupa e solenne, che fece drizzare i capelli sulla testa di Danglars.

Il suo sguardo indebolito cercò di distinguere gli oggetti, e vide dietro al bandito un uomo avvolto nel suo mantello, e perduto nell’ombra di un pilastro di pietra.

— E di che debbo pentirmi? balbettò Danglars.

— Di tutto il male che avete fatto, disse la stessa voce.

— Oh! sì, io mi pento! — gridò Danglars, percuotendosi il petto col suo scarno pugno.

— Allora io vi perdono, — disse l’uomo gettando il mantello, e facendo un passo avanti per esporsi meglio alla luce.

— Il conte di Monte-Cristo! — disse Danglars più pallido pel terrore, che non lo era un momento prima per la fame e la miseria.

— Voi vi sbagliate; non sono il conte di Monte-Cristo.

— E chi siete voi dunque?

— Io sono colui che voi avete venduto, denunziato, disonorato; son colui di cui avete prostituita la fidanzata; son colui sul quale avete camminato per innalzare le vostre ricchezze; son colui al quale avete fatto morire il padre di fame; son colui che vi aveva condannato a morire di fame, e che ciò non ostante vi perdona, perchè egli pure ha bisogno di perdono; io sono Edmondo Dantès! — Danglars non mandò che un grido, e cadde prosternato. — Rialzatevi, disse il conte, voi avete salva la vita. Un’egual fortuna non è avvenuta ai vostri due altri complici: l’uno è pazzo, l’altro è morto! conservate i 50 mila fr. che vi restano, ve ne faccio un regalo; in quanto ai vostri cinque milioni rubati agli ospizii, essi sono di già stati restituiti loro da una mano sconosciuta. Ora mangiate e bevete; questa sera io vi faccio mio ospite. Vampa, quando quest’uomo si sarà rimesso, sia posto in libertà. — Danglars rimase ancora prosternato, mentre che il conte si allontanava; quando egli rialzò la testa, non vide più che una specie di ombra che spariva nel corridore, e davanti alla quale s’inchinavano i banditi.

Come il conte aveva ordinato, Danglars fu servito da Vampa, che gli fece portare il miglior vino e i più bei frutti d’Italia, e che, avendolo indi fatto montare nella sua carrozza da posta, lo lasciò sulla strada appoggiato ad un albero. Egli vi restò fino a giorno, ignorando ove era.

A giorno s’accorse che era vicino ad un ruscello! egli aveva sete, e si trascinò fino ad esso. Nell’abbassarsi per bevervi, s’accorse che i suoi capelli erano divenuti bianchi.

CXVII. — IL CINQUE OTTOBRE.

Erano circa le sei di sera; un giorno di color opale, nel quale un bel sole di autunno infiltrava i suoi raggi d’oro, cadendo dal cielo sul mare azzurrognolo. Il calore del giorno si era estinto gradatamente, e cominciava a farsi sentire quella brezza leggiera, che sembra la respirazione della natura, nel risvegliarsi dopo l’ardente sesta del mezzogiorno, e che porta di riva in riva il profumo degli alberi misto all’acre sentore del mare. Sovra questo immenso lago che si estende da Gibilterra ai Dardanelli, e da Venezia a Tunisi, un leggiero _yacht_, di forma pura ed elegante strisciava nei primi vapori della sera. Il suo movimento era quello di un cigno che apre le sue ali al vento e che sembra lambire l’acqua. Esso si avanzava, rapido ad un tempo e grazioso, e lasciando dietro a sè un solco fosforescente. Poco a poco il sole, di cui abbiam salutato gli ultimi raggi, era scomparso dall’orizzonte occidentale, ma, come per dar ragione ai brillanti sogni della mitologia, i suoi fuochi indiscreti, ricomparendo alla sommità di ciascun flutto, sembravano rivelare che il Dio della fiamma era andato a nascondersi nel seno di Anfitrite, la quale tentava invano di celare il suo amante fra le pieghe del suo manto azzurro. Il _yacht_ avanzava rapidamente quantunque in apparenza vi fosse solo abbastanza vento per agitare la capigliatura a boccoli di una giovanetta. In piedi sulla prua, un uomo d’alta persona, di carnagione bronzina, coll’occhio dilatato vedeva venire innanzi a sè la terra sotto la forma di una tetra massa disposta a cono, e che usciva dal mezzo dei flutti come un immenso cappello alla catalana. — È quella l’isola di Monte-Cristo? — domandò con voce grave e marcata da profonda tristezza il viaggiatore, agli ordini del quale sembrava che momentaneamente fosse sottoposto il piccolo _yacht_.

— Sì, eccellenza, rispose il padrone, noi arriviamo.

— Noi arriviamo! mormorò il viaggiatore con un indefinibile accento di melanconia: indi soggiunse a bassa voce:

— Sì, quello sarà il porto. — E ritornò ad immergersi nel suo pensiero che traspirava da un sorriso più tristo che non sarebbero state le lagrime. Alcuni minuti dopo si scoperse a terra una fiamma che tosto si spense, e il rumore di un arme da fuoco giunse fino al _yacht_. — Eccellenza, disse il padrone, ecco il segnale di terra, volete rispondervi voi stesso? — Che segnale? domandò quegli. — Il padrone stese la mano verso l’isola ai fianchi della quale s’avvicinavano, isolata e biancastra, additando un largo pennacchio di fumo che si squarciava allargandosi. — Ah! sì, diss’egli come se uscisse da un sogno; date. — Il padrone gli stese una carabina già carica; il viaggiatore la prese, l’alzò lentamente e fece fuoco in aria. Dieci minuti dopo si ammainavano le vele, e si gettava l’ancora a 500 passi dal porto. La lancia era già in mare con quattro rematori e il pilota; il viaggiatore discese, e invece di sedere a poppa, per lui coperta da un tappeto, rimase in piedi a prua colle braccia incrociate. I rematori aspettavano coi remi alzati, come gli uccelli che si asciugano le ali. — Andate! disse il viaggiatore. — Gli otto remi caddero in mare di un sol colpo senza far spruzzare una sola goccia di acqua; indi la barca, cedendo all’impulsione, strisciò rapidamente. In quel punto giunsero ad un piccolo seno formato da scavi naturali; la barca toccò fondo sulla fina sabbia. — Eccellenza, disse il pilota, montate sulle spalle di due dei nostri uomini, essi vi porteranno a terra.

Il giovine rispose a questo invito con un gesto di completa indifferenza, si liberò le gambe dalla barca, e si lasciò calare nell’acqua che gli giunse fino alla cintola. — Ah! eccellenza, mormorò il pilota, avete fatto male a far così, ci farete sgridare dal nostro padrone.