Il Conte di Monte-Cristo

Part 110

Chapter 1103,883 wordsPublic domain

Monte-Cristo fremette. Antonio era stato il suo carceriere, egli ne aveva quasi dimenticato il nome ed il viso; ma al sentire pronunziare il suo nome, lo rivide tal qual era, colla figura circondata da barba, la veste bruna, ed il mazzo di chiavi di cui gli sembrava ancora risentire il tintinnio. Il conte si rivolse, e credè vederlo nell’ombra del corridore, resa più oscura dalla luce della torcia che ardeva nelle mani del portinaro. — Signore, vuole ella ch’io la racconti? domandò il portinaro.

— Sì, fece il conte di Monte-Cristo, dite.

E si mise la mano sul petto per comprimere i frequenti battiti del cuore spaventato dal sentirsi raccontare la sua propria istoria. — Dite, ripetè egli.

— Questo carcere, riprese il portinaro, era abitato da un prigioniero, è molto tempo, un uomo pericoloso, a quanto sembrava, e tanto più pericoloso, in quanto che era pieno d’industria. Un altro uomo abitava questo stesso castello nello stesso tempo di lui; questi però non era cattivo, era un povero uomo scienziato divenuto pazzo.

— Ah! sì, pazzo! ripetè Monte-Cristo, qual era la sua pazzia?

— Egli offriva dei milioni se gli si fosse voluta rendere la libertà. — Monte-Cristo alzò gli occhi al cielo, ma egli non vide il cielo; vi era una separazione di pietra fra lui e il firmamento. Pensò allora che v’era stata una separazione non meno compatta fra Faria che offriva dei tesori, e gli occhi di coloro ai quali venivano offerti quei tesori.

— I prigionieri potean vedersi? domandò Monte-Cristo.

— Oh! no, signore, era espressamente proibito: ma essi delusero la proibizione scavando un passaggio che andava da una prigione all’altra.

— Chi fu dei due quello che scavò il passaggio?

— Oh! fu certamente il giovine, disse il portinaro; il giovine era industrioso e forte, mentre che il povero scienziato era vecchio e debole; d’altra parte, egli aveva lo spirito troppo vacillante per tener fissa un’idea.

— Ciechi... mormorò Monte-Cristo.

— Tanto è vero, continuò il portinaro, che il giovine scavò questo passaggio, con che? non si sa: ma egli lo scavò, e la prova si è che se ne vedono ancora le tracce; a voi, le vedete? e avvicinò la torcia al muro.

— Ah! sì! davvero, fece il conte con una voce affievolita per la emozione.

— Ne risultò che i due prigionieri comunicarono insieme. Quanto tempo durasse questa comunicazione, non si sa: un giorno il vecchio cadde malato e morì. Indovinate un poco che cosa fece il giovine? disse il custode interrompendosi: trasportò il defunto e lo pose nel proprio letto col naso al muro, indi ritornò nel carcere vuoto, chiuse il foro, e si cacciò dentro al sacco del morto. Avreste mai avuta una simile idea? — Monte-Cristo chiuse gli occhi, e tornò a risentire tutte le impressioni che aveva provate allorquando quella grossa tela, ancor fredda pel cadavere che vi era stato, gli strofinava il viso. Il custode continuò:

— Sentite, ecco quale era il suo disegno: credeva che nel castello d’If i morti si seppellissero, e siccome non dubitava che si fossero fatte grandi spese per il sotterramento dei prigionieri, così calcolava di potere essere in istato di rialzare la terra con le sue spalle; ma disgraziatamente in questo castello vi era un altro costume che distruggeva tutt’i suoi disegni: i morti non si seppellivano; si attaccava loro ai piedi una grossa palla da cannone, e si lanciavano in mare, il che fu fatto. Il nostro uomo fu gettato all’acqua dall’alto della galleria; il giorno dopo si ritrovò il vero morto nel suo letto, e fu indovinato tutto, poichè i becchini dissero allora, cosa che non avevano osato di dire prima, cioè che quando il corpo fu lanciato nel vuoto, essi avevano inteso un grido terribile soffocato nello stesso punto dall’acqua nella quale era disparso. Il conte respirava con pena, il sudore gli colava dalla fronte, l’angoscia gli stringeva il cuore. — No! mormorò egli, no! quel dubbio che io provai, era un principio d’obblio! ma qui il cuore si riapre di nuovo e ritorna affamato di vendetta... E del prigioniero, domandò egli, se n’è mai sentito parlare?

— Giammai, giammai; capirete bene che delle due l’una: o egli è caduto a piatto, e siccome cadeva da una cinquantina di piedi d’altezza, sarà rimasto ucciso sul colpo.

— Voi avete detto che gli era stata attaccata una palla ai piedi! sarà caduto ritto.

— O egli è caduto ritto, riprese il portinaro, e allora il peso della palla lo avrà trascinato al fondo, ove è rimasto, povero uomo.

— Voi lo compiangete?

— In fede mia, sì, quantunque egli fosse nel suo elemento.

— Che volete dire con ciò?

— Che correva una voce che quel disgraziato fosse stato in altri tempi ufficiale di marina detenuto come bonapartista.

— Davvero! mormorò il conte, Dio ti ha fatto per galleggiare al di sopra dei flutti e delle fiamme. Così il povero marinaro vivo nella memoria di qualche narratore, si racconta la sua terribile istoria all’angolo del caminetto, e si freme al momento in cui fendè lo spazio per essere inghiottito nel fondo del mare... Non si è mai saputo il suo nome? domandò il conte alzando la voce.

— Ah! sì disse il guardiano in che modo? egli non era conosciuto che sotto il nome del n.º 34.

— Villefort! Villefort! mormorò Monte-Cristo, ecco, ciò che molte volte tu avrai dovuto dirti quando il mio spettro importunava le tue veglie.

— Il sig. vuol continuare la visita? domandò il portinaro.

— Sì, volete mostrarmi la camera dello scienziato?

— Ah! del N. 27. — Sì, del N. 27, ripetè Monte-Cristo.

E gli sembrò ancora sentire la voce di Faria quando gli aveva domandato il suo nome, e gli aveva gridato il proprio numero a traverso il muro. — Venite.

— Aspettate, disse Monte-Cristo, che io getti un ultimo sguardo su tutta la superficie di questo carcere.

— Ciò cade a proposito, disse la guida, ho dimenticata la chiave dell’altro.

— Andate a prenderla. — Vi lascio la torcia.

— No, portatela con voi. — Ma voi resterete all’oscuro.

— Io la notte ci vedo. — To’, come lui? — Chi lui?

— Il N. 34. Si dice che egli si era talmente abituato all’oscurità, che avrebbe veduto una spilla nell’angolo più oscuro di questo carcere.

— Egli è però stato necessario una diecina d’anni per giungere a questo, mormorò il conte.

La guida si allontanò portando seco la torcia. Il conte aveva detto il vero: dopo che era rimasto alcuni secondi nell’oscurità, cominciò a distinguere tutto come a giorno chiaro. Allora egli guardò d’intorno a sè, riconobbe realmente bene il suo carcere. — Sì, diss’egli, ecco la pietra sulla quale io sedeva! ecco l’impronta delle mie spalle che hanno consunto il muro! ecco la traccia del sangue che colò dalla mia fronte il giorno in cui volli infrangermi la testa contro le mura!... Oh! queste cifre... me ne ricordo... io le feci un giorno che calcolava l’età di mio padre per sapere se lo avrei veduto vivo; e l’età di Mercedès per sapere se l’avrei ritrovata libera... ebbi un momento di speranza dopo aver compito questo calcolo... io contava senza la fame, e senza l’infedeltà. — Ed un riso amaro sfuggì dalla bocca del conte. Vide come in un sogno suo padre portato alla tomba.... Mercedès condotta all’altare! sull’altra parete del muro un’iscrizione colpì la sua vista. Ella si staccava, ancor bianca, sul muro verdastro: — MIO DIO, vi lesse Monte-Cristo, CONSERVATEMI LA MEMORIA. — Oh! sì gridò egli, ecco la sola preghiera dei miei ultimi tempi: non chiedeva più la libertà, chiedeva la memoria, temeva di divenire pazzo, e dimenticare tutto; mio Dio, mi avete conservata la memoria, ed io mi sono ricordato di tutto. Grazie, grazie, mio Dio! — In questo momento la luce della torcia risplendeva sul muro: era la guida che discendeva.

Monte-Cristo andò ad incontrarla. — Seguitemi, diss’egli; — e senza aver bisogno di ritornare verso il chiaro, lo fece continuare per un corridore sotterraneo che lo condusse ad un’altra entrata. Là pure Monte-Cristo fu assalito da una folla di pensieri. La prima cosa che colpì i suoi occhi, fu la meridiana tracciata sul muro, per mezzo della quale Faria contava le ore, indi i resti del letto sul quale il povero prigioniero era morto.

A questa vista, il conte invece di provare le angosce sentite nel suo carcere, provò un dolce e tenero sentimento; il sentimento della riconoscenza gli gonfiò il cuore, e due lagrime scorsero dagli occhi.

— È qui, disse la guida, che abitava il pazzo, è per di là che il giovine lo veniva a ritrovare, — ed egli fece vedere a Monte-Cristo l’apertura del passaggio che da questa parte era rimasta aperta. — Al colore della pietra, continuò egli, un esperto ha riconosciuto che doveva essere almeno dieci anni che i due prigionieri comunicavano insieme. Povera gente, essi dovevano essersi molto annoiati in questi dieci anni!

Dantès cavò alcuni luigi di saccoccia, e stese la mano verso quest’uomo che lo compiangeva per la seconda volta senza conoscerlo. Il portinaro li ricevette, credendo ricevere della piccola moneta; ma allora quando al chiarore della torcia riconobbe il valore della somma, che gli era stata data dal visitatore: — Signore, diss’egli, voi vi siete sbagliato.

— In che modo? — Mi avete dato dell’oro. — Lo so.

— Come! lo sapete? — Sì. — La vostra intenzione è dunque stata di darmi dell’oro? — Sì. — Dunque posso conservarlo in buona coscienza? — Sì.

Ed il custode guardò Monte-Cristo con meraviglia.

— _È onestà!_ disse il conte come Hamlet.

— Signore, rispose il portinaro che non osava credere alla sua fortuna, non capisco la vostra generosità.

— Eppure è facile a comprendersi, amico mio, disse il conte: io sono stato marinaro, e la vostra storia ha dovuto commovermi più di qualunque altro.

— Allora, signore, disse la guida, poichè voi siete così generoso, voi meritate che io vi offra qualche cosa.

— Che hai da offrirmi, conchiglie, lavori di paglia? grazie.

— No, qualche cosa che ha rapporto colla storia che vi narrava.

— Davvero! gridò vivamente il conte, che cosa è dunque?

— Ascoltate, disse il portinaro, ecco ciò che è accaduto: io dissi fra me stesso: si ritrova sempre qualche cosa nella camera di un prigioniero, quando questi vi è rimasto quindici anni, e mi sono messo ad esplorare i muri.

— Ah! gridò Monte-Cristo ricordandosi del doppio nascondiglio.

— A forza di ricerche ritrovai che il muro risuonava sotto il capezzale del letto e sotto il caminetto.

— Sì, disse Monte-Cristo, sì!

— Levai le pietre ed ho ritrovato...

— Una scala di corde, degli utensili! gridò il conte.

— E come lo sapete? domandò il portinaro con meraviglia.

— Non lo so, ma lo indovino, disse il conte; ordinariamente è ciò che ritrovasi nei nascondigli dei prigionieri.

— Sì, disse la guida, una scala di corda, e degli utensili.

— E tu li hai ancora? gridò Monte-Cristo.

— No, signore; ho venduto questi diversi oggetti ad alcuni visitatori! ma mi resta un’altra cosa.

— Che cosa dunque? domandò il conte con impazienza.

— Mi resta una specie di libro scritto sopra strisce di tela.

— Oh! gridò Monte-Cristo, ti resta questo libro?

— Non so se sia un libro, disse il custode.

— Va, a cercarlo, disse il conte, e se è quel che io presumo, sta pur tranquillo! non avrai a pentirtene.

— Io corro, signore. — E la guida uscì. Allora egli andò ad inginocchiarsi pietosamente davanti ai resti di questo letto che per lui era stato dalla morte convertito in un altare.

— Oh! mio secondo padre, diss’egli, tu mi hai data la libertà, la scienza, la ricchezza, se dal fondo della tua tomba resta ancora qualche cosa che freme alla voce di quelli che sono rimasti sulla terra, se nella trasfigurazione che soffre il cadavere qualche cosa di animato si agita nei luoghi ove noi abbiamo molto amato o molto sofferto, nobile cuore, spirito superiore, anima profonda, con una parola, con un segno, con una rivelazione qualunque, te ne scongiuro, in nome di questo amore paterno che tu mi accordavi, e del rispetto filiale che ti portava, toglimi questo resto di dubbio, fa che si cambi in convinzione, e sgombra il rimorso.

Il conte abbassò la testa e congiunse le mani. — Prendete, signore! disse una voce dietro a lui. — Monte-Cristo rabbrividì, e si voltò. Il portinaro gli stese quelle strisce di tela su cui Faria aveva sparso tutti i tesori della sua scienza. Questo manoscritto era la grande opera di Faria di cui abbiam parlato.

Il conte se ne impadronì in tutta fretta, ed i suoi occhi fin dal principio caddero sull’epigrafe, egli lesse:

«_Tu strapperai i denti al drago, e calpesterai sotto i tuoi piedi i leoni, ha detto il Signore._»

— Ah! gridò egli, ecco la risposta! Grazie padre mio, grazie! — E cavando di saccoccia un piccolo portafogli che conteneva dieci biglietti di banca di mille fr. ciascuno: — prendi, diss’egli, questo portafogli. — Voi me lo regalate?

— Sì, ma a condizione che tu non vi guarderai dentro che quando io sarò partito. — E ponendosi sul petto la reliquia che aveva ritrovata, e che per lui aveva il prezzo del più gran tesoro, si slanciò fuori del sotterraneo, e rimontando nella barca: — A Marsiglia! diss’egli. — Indi allontanandosi cogli occhi fissi sulla tetra prigione: — Infortunio! diss’egli a coloro che mi hanno fatto rinchiudere in questo tetro carcere, e a coloro che hanno dimenticato che io vi era rinchiuso. — E ripassando davanti ai Catalani, il conte si rivoltò, ed avviluppando la testa nel suo mantello, mormorò il nome di una donna. La vittoria era completa, il conte aveva per due volte atterrato ogni dubbio. Questo nome, ch’egli pronunciò con una espressione di tenerezza che si accostava all’amore, era il nome d’Haydée. Mettendo piede a terra, Monte-Cristo s’incamminò verso il cimitero ove sapeva di ritrovare Morrel. Là pure, dieci anni prima, aveva pietosamente cercata una tomba in quel cimitero, e l’aveva cercata inutilmente. Egli, che ritornava in Francia con dei milioni, non aveva potuto ritrovare la tomba di suo padre morto di fame. Morrel vi aveva ben fatto mettere una croce, ma essa era caduta. Il degno negoziante era stato più fortunato; morto fra le braccia dei suoi figli, fu condotto da loro a riposare vicino a sua moglie che lo aveva preceduto di due anni nell’eternità. Due larghe pietre di marmo, sulle quali erano scritti i loro nomi, stavano stese l’una vicina l’altra in un piccolo recinto chiuso da una balaustrata di ferro ed ombreggiato da quattro cipressi.

Massimiliano era appoggiato ad uno di questi alberi, e fissava sulle due tombe gli occhi che non vedevano. Il suo dolore era profondo, quasi smarrito. — Massimiliano, gli disse il conte, non è lì che devi guardare; è là!

E gli mostrò il cielo.

— I morti sono dappertutto, disse Morrel: non è ciò che voi stesso mi avete detto quando uscivam da Parigi?

— Massimiliano, disse il conte, viaggio facendo, mi avete domandato di fermarvi qualche giorno a Marsiglia: avete sempre lo stesso desiderio?

— Non ho più alcun desiderio, disse Morrel, mi sembra soltanto che aspetterei meno penosamente a Marsiglia che in qualunque altro luogo.

— Tanto meglio, Massimiliano, perchè io vi lascio, e porto meco la vostra parola, non è vero?

— Ah! io la dimenticherò, conte, disse Massimiliano.

— No! non la dimenticherete, prima di tutto perchè siete un uomo d’onore, Morrel, perchè lo avete giurato; perchè tornerete a giurarlo.

— Oh! conte, abbiate pietà di me! son così infelice!

— Ho conosciuto un uomo più infelice di voi.

— Impossibile.

— Ah! disse Monte-Cristo, è uno degli orgogli della nostra povera umanità, quello che un uomo si crede sempre più disgraziato di un altro disgraziato che piange e deplora vicino a lui.

— Che vi è più disgraziato dell’uomo che ha perduto il solo bene che amava e desiderava al mondo?

— Ascoltate, Morrel, disse Monte-Cristo, e fissate un momento il vostro pensiero su ciò che sono per dirvi: ho conosciuto un uomo che, come voi, aveva fatto riposare tutte le sue speranze di felicità sopra una donna. Quest’uomo era giovine, aveva un vecchio padre ch’egli amava, una fidanzata che egli adorava; era sul punto di sposarla; per uno di quei capricci della sorte, che farebbe quasi dimenticare la bontà di Dio, se Dio poi non si rivelasse più tardi, mostrando che tutto è per lui un mezzo di condurre alla sua unità infinita, quando di repente per un capriccio di sorte, gli fu tolta la libertà, la fidanzata, l’avvenire che sognava e che credeva suo (poichè cieco ch’egli era non poteva leggere che nel presente) per seppellirlo nel fondo di un carcere. — Ah! fece Morrel, si esce dal carcere in capo ad otto giorni, ad un mese, ad un anno.

— Egli vi restò quattordici anni, Morrel, disse il conte ponendo una mano sulla spalla del giovine.

Massimiliano fremette: — Quattordici anni, mormorò egli.

— Quattordici anni, ripetè il conte: egli pure, in questi 14 anni, ebbe dei momenti di disperazione; egli pure, come voi, Morrel, si credeva il più disgraziato degli uomini; volle uccidersi.

— Ebbene? domandò Morrel.

— Ebbene! nel momento supremo, Dio si rivelò a lui con questo mezzo umano; forse al primo punto non comprese questa misericordia infinita del Signore, poichè vi vuol del tempo agli occhi velati di lagrime, per schiudersi del tutto, ma in fine egli prese pazienza, ed aspettò. Un giorno uscì dalla sua tomba trasfigurato, ricco, possente; il suo primo grido fu per suo padre; suo padre era morto.

— A me pure il padre è morto, disse Morrel.

— Sì, ma vostro padre è morto fra le vostre braccia, amico, felice, onorato, ricco, pieno di giorni; suo padre invece morì povero, disperato, e di fame, e allora quando dieci anni dopo la sua morte suo figlio ne cercò la tomba, la tomba pure era disparsa, e nessuno potè dirgli: è là che riposa nel Signore il cuore che ti ha tanto amato: questo era un figlio più disgraziato di voi, Morrel, poichè quegli non sapeva neppure ove ritrovare la tomba di suo padre.

— Ma, gli restava almeno la donna che egli aveva amata.

— Voi vi sbagliate, Morrel; questa donna... — Era morta?

— Peggio ancora: ella era stata infedele, aveva sposato uno dei persecutori del suo fidanzato: vedete dunque, Morrel, che quest’uomo era più disgraziato amante di voi.

— Ed a quest’uomo, Dio ha inviata la consolazione?

— Gli ha inviata la calma.

— E quest’uomo potrà ancora un giorno essere felice?

— Io lo spero, Massimiliano. — Il giovine lasciò cadersi la testa sul petto: — Voi avete la mia promessa, diss’egli, dopo un minuto di silenzio e stendendo la mano a Monte-Cristo: ricordatevi soltanto che...

— Il 5 ottobre, Morrel, io vi aspetto all’isola di Monte-Cristo. Il 4 un _yacht_ vi aspetterà nel porto di Bastia; questo _yacht_ si chiamerà l’_Euro_: voi vi nominerete al capitano, che vi condurrà da me; è convenuto, non è vero, Massimiliano?

— È convenuto, conte, ed io farò ciò che ho detto; ma ricordatevi che il 5 ottobre...

— Fanciullo che non sa ancora che cosa sia la promessa di un uomo... vi ho detto venti volte, che se in quel giorno volete ancora morire, io vi aiuterò, Morrel. Addio.

— Voi mi lasciate?

— Sì, ho alcune faccende in Italia; vi lascio solo, solo alle prese colla vostra infelicità, solo con quell’aquila dalle ali possenti che il Signore invia ai suoi eletti, per trasportarli ai suoi piedi.

— Quando partite?

— Sul momento; il battello a vapore mi aspetta, fra un’ora sarò molto lungi da voi; mi accompagnate fino al porto?

— Io sono tutto per voi, conte. — Abbracciatemi.

Morrel scortò il conte fino al porto: di già il fumo usciva come un immenso pennacchio dal tubo nero che lo lanciava al cielo. Ben presto il naviglio partì, e un’ora dopo, come lo aveva detto Monte-Cristo, questo fumo biancastro, appena era visibile sull’orizzonte ingombrato dalla prima nebbia della notte.

CXIV. — PEPPINO.

Al momento stesso in cui il battello a vapore del conte spariva dietro il capo Morgiou, un uomo correva la posta da Firenze a Roma, passando dalla piccola città d’Acquapendente. Egli camminava abbastanza presto per far molta strada, senza tutta volta divenir sospetto. Vestito con un soprabito che il viaggio aveva consumato, ma che lasciava vedere brillante e fresco il nastro della Legion d’Onore ripetuto sul suo abito, questo uomo, non solo da questo doppio segno, ma ancora dall’accento col quale parlava al postiglione doveva essere riconosciuto per francese. Una prova ancora ch’egli era nato nel paese della lingua universale è ch’egli non sapeva altre parole d’italiano, che quelle della musica che possono come il _goddam_ di Figaro, sostituir tutte le finezze di una lingua particolare. — _Allegro!_ diceva egli ai postiglioni ad ogni salita: _moderato!_ faceva ad ogni discesa. — E Dio sa se vi sono salite e discese da Firenze a Roma per la strada d’Acquapendente! Queste due parole, del resto, facevano molto ridere le brave genti alle quali erano indirizzate. In faccia alla città eterna, vale a dire giungendo alla Storta, punto da dove si scorge Roma, il viaggiatore non provò quel sentimento di entusiastica curiosità, che spinge ogni straniero ad alzarsi dal fondo della carrozza, per scorgere la famosa cupola di S. Pietro, che si vede molto prima di distinguere qualunque altra cosa. No, egli cavò soltanto il suo portafoglio di saccoccia, e da esso una carta piegata in quattro, che spiegò e ripiegò con una attenzione che rassomigliava a rispetto, e si limitò a dire.

— Buono! io l’ho sempre. — La carrozza oltrepassò la porta del Popolo, prese a sinistra e si fermò di rimpetto al palazzo di Spagna. Mastro Pastrini nostra antica conoscenza, ricevette il viaggiatore sul limitare della porta col cappello in mano. Il viaggiatore discese, ordinò un buon pranzo e s’informò dell’indirizzo della casa Thomson e French, che gli fu indicato sul momento; questa casa era una delle più conosciute di Roma.

Ella era situata in via dei Banchi, vicino al ponte sant’Angelo. A Roma, come dappertutto, l’arrivo d’una carrozza di posta è un avvenimento. Dieci giovani discendenti da Mario e dai Gracchi, coi piedi nudi, i gomiti stracciati, ma il pugno sull’anca, e il braccio pittorescamente ricurvo al di sopra della testa, guardavano il viaggiatore, la carrozza e i cavalli; a questi birichini della città per eccellenza, si erano uniti una cinquantina di balordi dello stato romano, di quelli che fanno dei cerchi sputando nell’acqua del Tevere dall’alto del ponte di castel sant’Angelo quando nel Tevere vi è acqua.

Ora, siccome i monelli e i balordi di Roma più felici di quelli di Parigi, capiscono tutte le lingue, e particolarmente la francese, capirono che il viaggiatore domandava un appartamento, da pranzo, e finalmente l’indirizzo della casa Thomson e French. Ne risultò che allora quando il nuovo arrivato uscì dall’albergo col cicerone d’uso, un uomo si staccò dal gruppo dei curiosi, e senza esser notato dal viaggiatore, senza sembrare di essere osservato dalla sua guida, camminò a poca distanza dallo straniero, seguendolo con tanta maestria, quanta ne avrebbe potuta avere un messo della polizia parigina. Il francese era così stimolato dalla fretta di fare la sua visita alla casa Thomson e French, che non ebbe il tempo d’aspettare che i cavalli fossero attaccati; la carrozza doveva raggiungerlo per la strada, e aspettarlo alla porta del banchiere.

Arrivarono senza che la carrozza li avesse raggiunti.

Il francese entrò lasciando la sua guida in anticamera che subito si mise a far conversazione con due o tre di quegli industriosi senza industria, o meglio di una di quelle mille industrie che si esercitano a Roma, alla porta dei banchieri, delle chiese, delle ruine, dei musei o dei teatri.

Nello stesso tempo del francese entrò pure l’uomo che si era staccato dal gruppo dei curiosi; il francese bussò ai vetri della bussola e penetrò nella prima camera.

— I sig. Thomson e French? domandò lo straniero. — Una specie di lacchè si alzò dietro un segno di un commesso di confidenza, guardiano formale del primo ufficio.

— Chi debbo annunziare? domandò il lacchè disponendosi a camminare davanti al forestiere.

— Il sig. barone Danglars, rispose il viaggiatore.