Part 11
— No, signore, disse Morrel, io non m’inganno; d’altra parte conosco il povero giovinotto da dieci anni, ed è impiegato da quattro anni sotto di me. Io venni, vel rammentate? saranno circa sei settimane a pregarvi di essere clemente con lui, come ora vengo a pregarvi di essere giusto; voi anzi mi riceveste molto male e mi rispondeste come uomo mal contento. Ah! allora i regii erano ben severi coi bonapartisti! — Signore, disse Villefort colla sua presenza e la sua calma ordinaria, io era regio allora perchè credeva i Borboni non solamente gli eredi legittimi del trono, ma eziandio gli eletti della nazione. Ma il ritorno miracoloso di cui siamo stati testimonii mi ha provato il mio inganno: il genio di Napoleone ha vinto. — Alla buon’ora, gridò Morrel colla sua buona e rozza franchezza, mi fa piacere sentirvi parlare in tal modo, e ne auguro bene per la sorte di Edmondo. — Aspettate adunque, riprese Villefort sfogliando un altro registro, l’ho trovato..... Un marinaro, non è così, che sposava una Catalana? Sì, sì, ora me ne ricordo: la cosa era molto grave. — Come? — Voi sapete che uscendo dal mio appartamento egli venne condotto alle prigioni del palazzo di giustizia? — Sì, ebbene? — Ebbene, io feci il mio rapporto a Parigi, mandai le carte ritrovate presso di lui, questo era il mio dovere, che volete... ed otto giorni dopo il suo arresto egli fu portato via. — Portato via! gridò Morrel: ma che cosa avranno potuto fare di questo giovanotto? — Oh! state tranquillo, egli sarà stato trasportato a Fenestrelles, a Pignerol, o alle isole S. Marguerite, ciò che si chiama sfrattato in termine di ufficio, e una bella mattina voi lo vedrete ritornare a prendere il comando del suo bastimento. — Che venga quando vuole, il suo posto gli sarà sempre conservato. Ma come mai non è ancora ritornato? Mi sembra che la prima cura della giustizia Imperiale dovrebbe essere quella di mettere in libertà coloro che erano stati incarcerati dalla giustizia regia. — Non accusate temerariamente, mio caro Morrel, rispose Villefort; in tutte le cose bisogna procedere legalmente. L’ordine di arresto era venuto dall’alto, bisogna che dall’alto venga pur quello della libertà. Ora Napoleone è rientrato, non sono appena quindici giorni, ed egualmente le lettere di abolizione appena possono essere state spedite. — Ma, domandò Morrel, non vi sarebbe modo di passar sopra a tutte le formalità? ora che noi trionfiamo, io godo di qualche influenza, e posso ottenere di far annullare il decreto. — Non ha avuto luogo alcun decreto. — Dell’ordine d’arresto, allora. — In materia politica non vi è registro d’arresto. Qualche volta i Governi han premura di fare sparire un uomo senza ch’egli lasci traccia del suo passaggio; le annotazioni sui registri degli arrestati lascerebbero campo a ricerche. — Ciò sarà stato un tempo forse, ma ora... — È sempre lo stesso in tutti i tempi, mio caro Morrel: i Governi si succedono, e si rassomigliano. La macchina penitenziaria montata sotto Luigi XIV continua pure oggi giorno, eccetto la Bastiglia che per un accidente fu spianata. L’Imperatore è sempre stato più rigoroso pel regolamento delle sue prigioni, di quello che non lo è stato lo stesso gran Re, e il numero dei carcerati di cui non si conserva alcuna traccia sui registri è incalcolabile.
Tanta benevolenza avrebbe messo fuor di dubbio delle certezze, e Morrel non aveva neppure dei sospetti.
— Ma finalmente, Sig. Villefort, diss’egli, qual consiglio potreste voi darmi per sollecitare il ritorno di Dantès?
— Un solo, fate una petizione al ministro della giustizia. — Oh! noi sappiamo ciò che sono le petizioni; il ministro ne riceve 200 al giorno, e non ne legge neppur quattro.
— Sì, rispose Villefort, ma egli leggerà una petizione inviatagli da me, postillata da me, indirizzata direttamente da me. — E voi v’incaricherete di far giungere questa petizione! — Col più gran piacere; Dantès poteva essere allora colpevole, ma oggi egli è innocente, ed è mio dovere il rendere la libertà a colui che fu mio dovere di far mettere in prigione. — Villefort preveniva in tal modo il pericolo di una ricerca poco probabile, ma possibile, che lo avrebbe perduto senza risorse. — Ma come scrivere al ministro? — Mettetevi là, signor Morrel, disse Villefort cedendo il suo posto all’armatore, io ve la detterò; non perdiamo tempo, ne abbiamo già perduto abbastanza. — Sì, signore, pensiamo che il povero giovanotto aspetta, soffre, e forse si dispera. — Villefort rabbrividì all’idea che questo prigioniero lo maledicesse nell’oscurità e nel silenzio; ma egli era troppo messo a rischio per potere ritornare addietro: Dantès doveva essere infranto fra gli scogli della sua ambizione. Villefort dettò una domanda in cui, con uno scopo eccellente, tanto da non esservi dubbio alcuno, egli esagerava il patriottismo di Dantès, e i servigi da lui resi alla causa Bonapartista. In questa petizione, Dantès compariva uno dei più attivi pel ritorno di Napoleone. Era evidente che vedendo una tal supplica, il Ministro dovea fare giustizia sul momento, se la giustizia non era ancora stata fatta. Finita la petizione, Villefort la rilesse ad alta voce. — È fatto, diss’egli; ora riposate tranquillamente su me. — E la petizione partirà presto, Signore? — Oggi stesso. — E la postillerete? — La postilla ch’io posso mettervi è quella di certificare per vero, tutto ciò che voi dite nella petizione. — Villefort a sua volta si assise, e sopra un lato della petizione, scrisse il suo certificato. — Ora che resta a fare, o Signore? domandò Morrel. — Aspettate, rispose Villefort. Io rispondo di tutto.
Questa assicurazione rese la speranza a Morrel; egli lasciò il sostituto-procuratore del Re incantato di lui, e corse ad annunciare al vecchio padre di Dantès che non tarderebbe molto a rivedere suo figlio. Quanto a Villefort, in vece d’inviarla a Parigi, egli conservò preziosamente nelle sue mani questa petizione, la quale salvando Dantès per allora, lo metteva sì orribilmente a rischio per l’avvenire, supponendo ciò che l’aspetto di Europa, e la piega degli avvenimenti permettevano già di supporre, cioè una seconda restaurazione. Dantès rimase adunque prigioniero: perduto nel profondo della sua segreta, non intese il rumore formidabile della caduta del trono di Luigi XVIII, nè quella più spaventevole ancora dello scrollo dell’Impero. Ma Villefort, aveva tutto seguito con un occhio vigilante, e tutto ascoltato con occhio attento. Due volte durante questa breve apparizione imperiale che fu chiamata _cento giorni_, Morrel era ritornato da Villefort, insistendo sempre per la libertà di Dantès, e tutte e due volte Villefort lo aveva pacato con promesse e con speranze. Giunse finalmente la battaglia di Waterloo, Morrel non ricomparve più da Villefort. L’armatore aveva fatto pel suo giovine amico tuttociò che era stato umanamente possibile. Provare nuovi tentativi sotto questa seconda restaurazione era un cimentarsi inutilmente.
Luigi XVIII risalì sul trono; Villefort, per cui Marsiglia era piena di tristi rimembranze, divenute rimorsi, domandò ed ottenne il posto vacante di procuratore del Re a Tolosa. Quindici giorni dopo la sua istallazione nella nuova residenza sposò madamigella Renata di S. Méran il cui padre era favorito in corte più che mai. Ecco come Dantès durante i cento giorni, e dopo la battaglia di Waterloo, restò sotto chiavi, dimenticato dagli uomini, ma non da Dio. Danglars capì tutta la forza del colpo con cui aveva percosso Dantès, vedendo ritornare Napoleone in Francia. La sua denunzia avea colpito nel segno, e, come tutti gli uomini di una certa attitudine al delitto, e di una mezzana intelligenza per la vita ordinaria chiamò questa bizzarra coincidenza, un _decreto della Provvidenza._ Ma quando Napoleone ritornò a Parigi, e che la sua voce rintronò nuovamente imperiosa e potente, Danglars ebbe paura. Ad ogni momento si aspettava veder comparire Dantès, Dantès informato di tutto, Dantès minaccioso e terribile nelle sue vendette. Allora egli manifestò a Morrel, un desiderio di lasciare il servizio di mare, e si fe’ da lui raccomandare ad un negoziante spagnuolo, presso del quale entrò da commesso d’ordine, alla fine di Marzo, vale a dire 10 o 12 giorni dopo la ricomparsa di Napoleone alle Tuglierie. Egli partì adunque per Madrid, e non s’intese più parlare di lui. Fernando non capì niente. Dantès era rimasto assente, e ciò era quanto gli importava. Che n’era accaduto? egli non cercò di saperlo. Soltanto, durante tutto il tempo che gli venne accordato da questa assenza, s’ingegnò ora ad ingannare Mercedès, sui motivi dell’assenza, ora a meditare dei disegni d’emigrazione e di ratto. Di tempo in tempo ancora, soprattutto nelle ore tetre di sua vita, s’assideva sulla punta del capo Pharo, da questo luogo donde si distingueva ad un tempo Marsiglia, ed il villaggio dei Catalani, guardando, tristo ed immobile come un uccello da preda, se avesse veduto per una di queste due strade il giovinotto dal libero andare, dalla testa alta, che per lui pure era diventato il messaggiero di una cruda vendetta. Allora il disegno di Fernando era arrestato; egli spaccava la testa di Dantès con un colpo di fucile, e dopo si uccideva, ciò dicendo a sè stesso per colorire il suo assassinio. Ma Fernando s’ingannava; egli non si sarebbe mai ucciso, poichè sperava sempre.
Frattanto ed in mezzo a tanto ondeggiamento doloroso, l’impero chiamò un ultimo bando di soldati, quanti uomini v’erano in istato di poter portare le armi si slanciarono fuori della Francia alla voce formidabile dell’imperatore. Fernando partì come gli altri lasciando la sua capanna e Mercedès corrodendosi col terribile pensiero che dietro a lui forse sarebbe ritornato il rivale a sposar quella ch’egli amava. In quanto alla giovinetta, la pietà ch’egli sembrava prendere alla infelicità di lei, la cura di antivenirne anche i più piccoli desideri, aveva prodotto l’effetto che sogliono fare su i cuori generosi le apparenze di devozione. Mercedès aveva sempre amato Fernando con amicizia; alla sua amicizia si aggiunse un nuovo sentimento, quello della riconoscenza.
— Fratello mio! disse ella nell’adattare il sacco da coscritto sulle spalle del Catalano, fratello mio! mio solo amico! non vi fate uccidere, non mi lasciate in questo mondo ove io piango, e dove sarò sola quando voi non ci sarete più! — Queste parole, dette al momento della partenza, resero qualche speranza a Fernando. Se Dantès non ritornava più, Mercedès potrebbe dunque un giorno esser sua. Mercedès restò sola su questa nuda terra, che non le era sembrata mai così arida, e col mare immenso per orizzonte. Tutta bagnata di lagrime come quella pazza di cui si racconta la dolorosa storia, si vedeva incessantemente vagare intorno al piccolo villaggio dei Catalani, ora fermandosi sotto il sole ardente del mezzogiorno, ritta, immobile, muta come una statua e guardando Marsiglia; ora assisa sulla spiaggia, ascoltando il mormorio del mare, eterno come il suo dolore, e domandando incessantemente a sè stessa se fosse meglio gettarsi in avanti, lasciarsi cadere come corpo morto, aprire l’abisso e inghiottirvisi; piuttosto che soffrire in tal modo tutte queste vicissitudini di un’aspettativa senza speranze. Non il coraggio mancò a Mercedès per compiere il suo disegno, ma la religione le venne in aiuto, e la salvò dal suicidio.
Caderousse come Fernando, venne pure chiamato nella coscrizione; e siccome egli aveva otto anni più del Catalano, ed era ammogliato, così fece parte del terzo bando e fu inviato sulle coste. Il vecchio Dantès, che non era più sostenuto dalla speranza, la perdè interamente alla caduta dell’imperatore. Cinque mesi dopo, nello stesso giorno in cui era stato separato dal figlio, e quasi nell’istessa ora in cui venne arrestato, rendette l’ultimo sospiro fra le braccia di Mercedès. Morrel provvide a tutte le spese della sepoltura, e pagò i piccoli debiti che il vecchio aveva fatti durante la sua malattia. Operando così non era solo beneficenza ma anche coraggio. Le province di mezzogiorno erano in fuoco, ed il soccorrere, anche al letto di morte, il padre di un bonapartista così pericoloso come Dantès, era un delitto.
XIV. — IL PRIGIONIERO FURIOSO ED IL PRIGIONIERO PAZZO.
Circa un anno dopo il ritorno di Luigi XVIII, vi fu una visita dell’ispettore generale delle prigioni. Costui chiamavasi de Boville. Dantès sentì girare e stridere dal fondo della sua segreta tutti quei preparativi, che in alto facevano molto fracasso, ma in basso sarebbero stati rumori impercettibili per tutt’altre orecchie che per quelle di un prigioniero avvezzo a discernere nel silenzio della notte il ragno che tesse la sua tela, e la caduta periodica della goccia d’acqua, che impiega un’ora a formarsi sotto la volta della segreta. Indovinò che fra i vivi accadeva qualche cosa di straordinario. Egli che da sì lungo tempo abitava una tomba, poteva bene considerarsi come un morto. In fatto l’ispettore visitava, una dopo l’altra, le camere, le celle, le segrete; molti prigionieri furono interrogati, ed eran quelli che per la loro stupidità si raccomandavano alla benevolenza dell’amministrazione; l’ispettore lor domandava come erano nutriti e quali reclami avessero a fare. Essi risposero unanimamente che il nutrimento ora orribile e che reclamavano la loro libertà. L’ispettore dimandò se aveano altro a chiedere. Essi scossero la testa; qual altro bene oltre la libertà può reclamare un prigioniero?
De Boville, si volse sorridendo, e disse al governatore: — Io non so perchè ci facciano fare questi inutili giri; chi vede una prigione ne vede cento, chi ascolta un prigioniere ne ascolta mille. È sempre la stessa cosa: mal nutriti ed innocenti. Ve ne sono altri? — Sì, noi abbiamo i prigionieri pericolosi o pazzi che son ritenuti in segreta.
— Vediamo, disse l’ispettore, con un’aria di profonda stanchezza, compiamo il nostro ufficio, discendiamo nelle segrete.
— Aspettate, disse il governatore, che si mandino almeno a prendere due uomini. I prigionieri commettono qualche volta, non fosse che per disgusto della vita e per farsi condannare a morte, degli atti d’inutile disperazione; voi potreste cader vittima di uno di questi eccessi. — Prendete adunque le vostre cautele, soggiunse l’ispettore.
In fatto si mandarono a chiamare due soldati, e si cominciò a discendere per una scala umida, infetta, ed ammuffita.
— Oh! fece l’ispettore fermandosi a metà della scala. E chi diavolo può alloggiare qui?
— Un cospiratore dei più pericolosi, ci è stato raccomandato particolarmente come uomo capace di tutto.
— È egli solo? — Certamente. — Da quanto tempo?
— Da circa un anno.
— E fu messo qui fino dal suo entrare?
— No, Signore, ma soltanto dopo aver tentato di uccidere il custode incaricato di portargli il nutrimento; quello stesso che ci fa lume. N’è vero, Antonio? — Sì, rispose il custode — Ah! è dunque pazzo quest’uomo. — È forse peggio, disse il custode; è un demonio. — Volete voi che se ne faccia una querela? domandò l’ispettore al governatore. — È inutile, signore. Egli è abbastanza punito così; d’altra parte tocca ormai quasi alla follia, e secondo l’esperienza che ci danno le nostre osservazioni, prima che compia un altr’anno, egli sarà compiutamente pazzo. — In fede mia, tanto meglio per lui, disse l’ispettore, una volta pazzo del tutto, egli soffrirà meno.
Come si vede bene, l’ispettore era un uomo pieno d’umanità, e ben degno delle funzioni filantropiche che esercitava.
— Avete ragione, signore, disse il governatore, e la vostra riflessione prova che avete profondamente studiata la materia. Parimente abbiamo, in una segreta non lontana da questa più d’una trentina di passi, e nella quale si discende per un’altra scala, un vecchio scienziato, antico capo di fazione in Italia, che è qui fin dal 1811, e di cui il cervello ha dato volta verso la fine del 1814, per cui da quell’epoca, non è più fisicamente riconoscibile, piange, ride, dimagrisce, ingrassa. Volete voi veder quello piuttosto che questo? La sua pazzia vi divertirà e non vi attristerà punto.
— Li vedrò entrambi, rispose l’ispettore; bisogna disimpegnare il proprio ufficio coscienziosamente. — L’ispettore faceva allora il suo primo giro e voleva lasciare una buona idea della propria autorità. — Entriamo dunque prima qui, soggiunse. — Volentieri, rispose il governatore.
Allo stridere delle massicce serrature, al cigolare dei catenacci arrugginiti, Dantès, aggruppato in un angolo della segreta, ove riceveva con un contento indicibile il tenuissimo raggio di luce che filtrava attraverso gli stretti spiragli della sua inferriata, rialzò la testa. Alla vista di un uomo sconosciuto, illuminato dalle torce che portavano i due custodi, accompagnato da due soldati, e al quale il governatore parlava col cappello in mano, Dantès indovinò di che si trattava, e vedendo finalmente presentarsi un’occasione per implorare un’autorità superiore, balzò in avanti colle mani giunte. I soldati abbassarono subito la baionetta perchè credettero che il prigioniero si lanciasse verso l’ispettore con cattiva intenzione, e de Boville stesso fece un passo in dietro. Dantès s’accorse che era stato designato come un uomo da temersi. Riunì dunque nel suo sguardo tutto ciò che il cuore dell’uomo può contenere di mansuetudine e di umiltà, ed esprimendosi con una specie di eloquenza pietosa che meravigliò gli astanti cercò di toccare l’anima del suo visitatore. L’ispettore ascoltò il discorso di Dantès sino alla fine; poi volgendosi verso il governatore: — Egli piegherà alla devozione, diss’egli a mezza voce, è già disposto a sentimenti più dolci. Vedete... la paura fa il suo effetto su lui; ha indietreggiato in faccia alle baionette, ora un pazzo non rincula innanzi ad alcuna cosa; su questo proposito ho fatto delle curiose osservazioni a _Charenton_: — poscia volgendosi verso il prigioniero. — In brevi termini che domandate voi?
— Io domando qual delitto ho commesso! domando che mi si diano dei giudici! domando che sia istruito il processo! domando da ultimo di essere fucilato se sono reo! ma del pari di essere messo in libertà se sono innocente!
— Siete voi ben nutrito? domandò l’ispettore.
— Sì, credo... non ne so niente... ma ciò poco m’importa! Quello che deve importare non solo a me disgraziato prigioniere, ma ancora a tutti i funzionari che amministrano la giustizia, ed al Re che ci governa, si è che un innocente non sia vittima di un’infame denunzia, e non muoia sotto chiavi maledicendo i suoi carnefici....
— Voi siete molto umile oggi, disse il governatore; però non siete sempre stato così. Parlavate bene altrimenti, mio caro amico, il giorno che volevate uccidere il vostro custode.
— È vero, signore, disse Dantès, e ne domando umilmente perdono a quest’uomo, che è sempre stato buono con me; ma che volete! io era pazzo... io era furioso...
— E voi non lo siete più? — No, signore, perchè la prigionia mi ha piegato, umiliato, annichilito, è sì lungo tempo che io sono qui... — Sì lungo tempo? E da qual’epoca foste arrestato? disse l’ispettore. — Il 28 Febbraio 1815, a due ore dopo mezzo giorno. — L’ispettore calcolò. — Siamo ai 30 Luglio 1816. Che dite dunque? Non sono che 17 mesi da che siete prigioniere.
— Come 17 mesi! riprese Dantès. Ah! signore, voi non sapete che sono 17 mesi di prigionia! 17 anni, 17 secoli! soprattutto per un uomo, che come me, era vicino a toccare la sua felicità, per un uomo che, come me, era sul punto di sposare una donna amata; per un uomo che vedeva aprirsi a sè dinnanzi una carriera onorevole e al quale tutto è venuto meno in un sol punto; che, dal mezzo del giorno più bello cade nella notte più profonda; che vede la sua carriera distrutta, che ignora se colei ch’egli ama, lo ami tuttora; che ignora se il suo vecchio padre è morto o vivo! 17 mesi di prigione per un uomo abituato all’aria marina, all’indipendenza del marinaro, allo spazio, all’immensità, all’infinito, signore, 17 mesi di prigione sono più che non meritano tutti i delitti designati dalla lingua umana co’ più odiosi nomi! Abbiate dunque pietà di me, e domandate per me non l’indulgenza ma il rigore, non una grazia ma una sentenza! Dei giudici, signore non domando che giudici. Non si possono negare i giudici ad un accusato.
— Va bene, disse l’ispettore, si vedrà. — Poi volgendosi verso il governatore disse: — In verità questo povero diavolo mi fa pena. Ritornando sopra, mi farete vedere il registro degli arresti.
— Sì, certo, disse il governatore; ma credo che ritroverete annotazioni terribili sul conto suo.
— Signore, continuò Dantès, so bene che voi non potete farmi uscir di qui colla vostra autorità; ma potete trasmettere la mia domanda agli uffici competenti, potete causare una requisitoria, potete finalmente farmi sottomettere ad un giudizio. Un processo, è tutto ciò che io domando; che io sappia qual delitto ho commesso, ed a qual pena sono condannato; poichè, assicuratevi, l’incertezza è il peggiore di tutti i supplizi.
— Istruitemi, disse l’ispettore.
— Signore, gridò Dantès, comprendo dal suono della vostra voce che voi siete commosso; ditemi almeno che io speri.
— Non posso dirvelo, rispose l’ispettore; posso soltanto promettervi di esaminare il vostro registro, e ciò che vi sta a carico.
— Oh! allora, signore, son libero! Son salvo!
— Chi vi fece arrestare? dimandò l’ispettore.
— Il sig. de Villefort; vedetelo, e intendetevela con lui.
— È già un anno ch’egli non è più in Marsiglia, ma a Nimes.
— Ah! ciò non mi sorprende più, il mio solo protettore si è allontanato. — Il sig. de Villefort aveva egli qualche motivo di odio contro di voi? domandò l’ispettore. — Nessuno, signore, anzi era molto benevolo meco. — Io potrò dunque fidare alle note che egli ha lasciato sul conto vostro, o che potrà trasmettermi? — Intieramente, signore.
— Sta bene, aspettate. — Dantès cadde in ginocchio, levando le mani verso il Cielo e mormorando una preghiera nella quale egli raccomandava a Dio questo uomo che era disceso nella sua prigione come il Salvatore che liberava le anime dall’inferno. La porta si richiuse, ma la speranza discesa con Boville, era rimasta nella segreta di Dantès.
— Volete voi vedere il registro di consegna subito, domandò il Governatore, o passare alla segreta dello scienziato?
— Finiamola prima colle segrete, rispose l’ispettore; se io ritornassi ove fa giorno, forse non avrei più il coraggio di discendere di bel nuovo qui per compiere la mia trista missione.
— Oh! quest’altro non è un prigioniero come quello che abbiamo lasciato, e la sua pazzia rattrista meno che la ragionevolezza del suo vicino. — E quale è la sua pazzia?
— Oh! una pazzia strana, egli si crede possessore di un immenso tesoro. Il primo anno della sua prigionia ha fatto offrire al Governo un milione, se volesse metterlo in libertà; il secondo anno due milioni, il terzo tre milioni, e così progressivamente. Egli è ora al suo quinto anno di prigionia, e chiederà di parlarvi in segreto, per offrirvene cinque. — Ah! ah! è curiosa in fatto, disse l’ispettore; e come si chiama questo milionario? — Faria. — N. 27? domandò l’ispettore leggendo questa cifra sopra una porta.
— Precisamente qui. Antonio, aprite.