Il Conte di Monte-Cristo

Part 108

Chapter 1083,751 wordsPublic domain

Ed il procuratore del re respirò più liberamente. La carrozza si fermò nel cortile del palazzo. Villefort si slanciò dal montatoio sulla scala; vide i domestici sorpresi per vederlo ritornare così presto; non lesse altro sulla loro fisonomia; nessuno gli indirizzò la parola; si fermavano davanti a lui come d’ordinario, per lasciarlo passare: ecco tutto. Egli passò davanti alla camera di Noirtier, e, dalla porta semiaperta, vide due ombre, ma non si curò di sapere chi stava con suo padre; altrove lo attirava la sua inquietudine: — Andiamo, diss’egli salendo la scaletta che conduceva al pianerottolo che metteva all’appartamento di sua moglie ed alla camera vuota di Valentina; andiamo, qui nulla è stato cambiato. — Prima di tutto chiuse la porta del pianerottolo. — Bisogna che nessuno ci disturbi, diss’egli; bisogna che io possa parlarle liberamente, accusarmi davanti a lei, dirle tutto... — Si avvicinò alla porta, mise la mano sulla maniglia di cristallo, la porta cedè.

— Non è chiusa! bene! benissimo! mormorò egli.

Ed entrò nel salotto ove tutte le sere si erigeva un letto per Edoardo; poichè quantunque in collegio, Edoardo ritornava la sera; sua madre non aveva mai voluto nella notte separarsi da lui. Con un colpo d’occhio abbracciò tutto il salotto: — Nessuno! diss’egli; ella è certamente nella stanza da dormire. — Si slanciò verso la porta. Vi era il catenaccio, si fermò fremendo. — Luigia! gridò egli.

Gli sembrò sentir smuovere un mobile. — Luigia! ripetè.

— Chi è là? domandò la voce di quella che veniva chiamata. — Gli sembrò che questa voce fosse più debole dell’ordinario. — Aprite, aprite, gridò Villefort, sono io!

Ma ad onta di quest’ordine, e del tuono angoscioso col quale era stato dato, la porta non si aprì. Villefort la sfondò con un calcio. All’entrata della camera che metteva nel suo gabinetto, la sig.ª de Villefort era in piedi, pallida, coi lineamenti contratti e con gli occhi che guardavano con una spaventosa immobilità. — Luigia, Luigia, diss’egli, che avete? parlate! — La giovane sposa stese verso di lui la mano intirizzita e livida. — Tutto è fatto, signore, diss’ella con un rantolo che sembrava squarciarle la gola, che volete dunque ancora di più? — E cadde sul tappeto.

Villefort corse a lei, le afferrò la mano. Questa mano stringeva convulsivamente una boccetta di cristallo col turacciolo d’oro... La signora de Villefort era morta.

Villefort, ebbro d’orrore, rinculò fin sul limitare della camera e guardò il cadavere: — Mio figlio! gridò egli d’un subito, dov’è mio figlio? Edoardo! Edoardo! — E si precipitò fuor dell’appartamento gridando: — Edoardo! Edoardo! — Questo nome era pronunciato con tale un accento d’angoscia che i domestici accorsero. — Mio figlio, dov’è mio figlio? domandò Villefort, che si allontani dalla casa... ch’egli non veda...

— Il sig. Edoardo non è a basso, signore, rispose il cameriere.

— Senza dubbio scherzerà in giardino; cercate! cercate!

— No signore; sua madre lo ha chiamato sarà circa mezz’ora, il sig. Edoardo è entrato nella stanza della signora, e non è più uscito. — Un sudore di ghiaccio inondò la fronte di Villefort, i piedi traballarono sul pavimento, le idee cominciarono a girargli nella testa, come il sistema di ruote disordinate d’un orologio che si rompe. — Presso la signora, — mormorò egli, e ritornò lentamente indietro, asciugandosi la fronte con una mano, appoggiandosi con l’altra alla parete del muro. Rientrando nella camera bisognava rivedere il corpo della disgraziata consorte. Per chiamare Edoardo, bisognava risvegliare l’eco in quell’appartamento cambiato in un feretro: il parlare era un risvegliare il silenzio della tomba. Villefort sentì la lingua paralizzarglisi in bocca.

— Edoardo! Edoardo! balbettò egli. — Il fanciullo non rispondeva. Il cadavere della sig.ª de Villefort era steso a traverso la porta del gabinetto nel quale si ritrovava necessariamente Edoardo, questo cadavere sembrava vegliare sulla soglia cogli occhi fissi ed aperti, con una spaventevole e misteriosa ironia sulle labbra. Dietro il cadavere, la portiera rialzata lasciava scorgere una parte del gabinetto, un piano-forte, e l’estremità di un divano di seta blu. Villefort fece tre o quattro passi in avanti, e sul divano vide suo figlio steso. Il fanciullo senza dubbio dormiva. Il disgraziato ebbe un lampo di gioia, un raggio di pura luce discese in quell’inferno nel quale si dibatteva: non si trattava dunque che di passare al di sopra del cadavere, entrar nel gabinetto, prendere il fanciullo fra le braccia, e fuggir con lui lontano. Villefort non era più quell’essere la cui squisita corruzione facevano il tipo dell’uomo invilito: era una tigre colpita a morte, che lascia i denti rotti nella sua ultima ferita: ei non aveva più paura dei pregiudizii, ma dei fantasmi. Fece uno slancio e saltò al disopra del cadavere, come se si trattasse di oltrepassare un braciere ardente; rialzò il fanciullo fra le braccia, lo scosse, il chiamò: ma il fanciullo non rispose; portò le sue avide labbra sulle guance di lui, ma esse eran livide, agghiacciate; ne palpò le membra, erano irrigidite, gli appoggiò la mano sul cuore... il cuore più non batteva, il fanciullo era morto.

Un foglio piegato in quattro cadde dal petto di Edoardo. Villefort fulminato si lasciò cadere sulle sue ginocchia, il fanciullo gli sfuggì dalle braccia inerti, e rotolò a lato della madre. Villefort raccolse il foglio, riconobbe il carattere di sua moglie, e lo percorse avidamente: ecco ciò che conteneva:

«Voi sapete se io era buona madre, poichè per mio figlio mi resi colpevole! una buona madre non parte senza suo figlio!»

Villefort non poteva credere alla sua ragione, si trascinò verso il corpo di Edoardo, e lo esaminò anco una volta con quell’attenzione che mette la lionessa nel guardare il lioncello morto; indi un grido gli sfuggì dal petto:

— Dio! sempre Dio! — Queste due vittime lo spaventavano; ei sentiva l’orrore della solitudine popolata da due cadaveri: fin allora sostenuto dalla rabbia, da quell’immensa facoltà degli uomini forti, dalla disperazione, da quell’impeto irresistibile dell’agonia, che spingeva i Titani a dar la scalata al cielo. Villefort curvò la testa sotto il peso del dolore, si rialzò sulle ginocchia, scosse i capelli umidi pel sudore, irti per lo spavento, e colui che non aveva mai avuto pietà d’alcuno, andò a ritrovare il vecchio suo padre per aver nella sua debolezza qualcuno a cui raccontare la sua infelicità, qualcuno presso cui piangere; discese la scaletta che conosciamo, entrò nella camera di Noirtier; questi sembrava attento ad ascoltare tanto affettuosamente, quanto lo permetteva la sua immobilità l’abate Busoni, sempre tranquillo e freddo come il solito; Villefort riconoscendo l’abate si portò la mano alla fronte, il passato gli ritornò come uno di quei flutti che sollevano più schiuma degli altri; si risovvenne dalla visita che aveva fatto all’abate alcuni giorni dopo il pranzo d’Auteuil, e di quella fattagli il giorno stesso della morte di Valentina.

— Voi qui, signore, diss’egli, voi dunque non comparite che per iscortar la morte? — Busoni si alzò; e vedendo l’alterazione del viso del magistrato, lo splendor feroce dei suoi occhi, capì, o credè capire che la scena delle Assise era compita: egli ignorava il resto. — Son venuto per pregare sul corpo di vostra figlia, — rispose l’abate.

— E oggi che cosa venite a fare?

— Vengo a dirvi che voi mi avete pagato abbastanza il vostro debito, e che da questo momento vado a pregare Iddio, affinchè pure si contenti come me. — Mio Dio! fece Villefort addietrando con lo spavento sulla fronte, questa non è la voce dell’abate Busoni. — No! — L’abate si strappò la falsa tonsura, scosse la testa, ed i lunghi capelli neri, cessando di essere compressi, ricaddero sulle sue spalle ed inquadrarono il pallido suo viso: — Questo è il viso del sig. di Monte-Cristo, gridò Villefort con gli occhi stravolti.

— Non è neppur questo sig. procuratore del Re, cercate meglio, e più lontano.

— Questa voce dove mai l’ho intesa per la prima volta?

— L’avete intesa per la prima volta a Marsiglia, sono ventitrè anni, il giorno dei vostri sponsali con madamigella de Saint-Méran. Cercate nei vostri registri.

— Voi non siete Busoni? non siete Monte-Cristo? Mio Dio siete quel nemico nascosto, implacabile, mortale!... io senza dubbio ho fatto qualche cosa contro di voi a Marsiglia; oh! me disgraziato!

— Sì, tu hai ragione, così disse il conte incrociando le braccia sul suo largo petto; cerca! cerca!

— Ma che ti ho dunque fatto? gridò Villefort il cui spirito già ondeggiava sul limitare ove si confondono la ragione e la demenza in una caligine che non è più nè sogno nè veglia; che ti ho io dunque fatto? di’! parla! parla!

— Voi mi avete condannato ad una morte lenta e schifosa, avete ucciso mio padre, mi avete tolto l’amore colla libertà, e la felicità con l’amore!

— Chi siete? chi siete dunque? mio Dio!

— Sono lo spettro d’un disgraziato che avete sepolto nelle carceri del castello d’If. A questo spettro uscito finalmente dalla sua tomba, il cielo ha messo la maschera del conte di Monte-Cristo, e lo ha ricoperto di diamanti e d’oro perchè non lo riconosciate che oggi.

— Ah! ti riconosco, ti riconosco! disse il procuratore del Re; tu sei...

— Sono Edmondo Dantès!

— Tu sei Edmondo Dantès! gridò il procuratore del Re, afferrando il conte pel pugno; allora vieni!

E lo trascinò per la scala, per la quale Monte-Cristo meravigliato lo seguì, ignorando egli stesso ove il procuratore del Re lo conducesse, prevedendo qualche nuova catastrofe.

— Osserva! Edmondo Dantès, diss’egli mostrando al conte il cadavere di sua moglie ed il corpo di suo figlio, osserva! guarda, sei tu ben vendicato?...

Monte-Cristo impallidì a quest’orribile spettacolo, comprese che aveva oltrepassato i diritti della vendetta. E si gettò con un sentimento d’angoscia inesprimibile sul corpo del fanciullo, gli riaprì gli occhi, ne tastò il polso, e si slanciò con lui nella camera di Valentina, che chiuse a doppio giro.

— Il figlio mio! gridò Villefort, egli m’invola il cadavere di mio figlio! Oh! maledizione! infelicità! morte su te! — E volle slanciarsi dietro a Monte-Cristo; ma, come in un sogno, sentì i piedi prendere radice, gli occhi si dilatarono in un modo da rompere le orbite, le dita, ricurvate sulla carne del petto, vi si internarono gradatamente finchè il sangue arrossì le sue unghie; le vene delle tempia si gonfiarono di spiriti bollenti che andarono a sollevare la volta troppo stretta del suo cranio, ed immersero il cervello in un diluvio di fuoco. Questa immobilità durò molti minuti, fino a che fu compito lo spaventoso rovescio della sua ragione. Allora mandò un grido seguito da un lungo scoppio di risa, e si precipitò per le scale. Un quarto d’ora dopo, si riaprì la camera di Valentina, ricomparve il conte di Monte-Cristo pallido, coll’occhio tetro, il petto oppresso, tutti i lineamenti della sua figura, ordinariamente così tranquilla, erano sconvolti dal dolore.

Egli teneva fra le sue braccia il fanciullo al quale nessun soccorso aveva potuto rendere la vita. Mise un ginocchio a terra, e lo depose religiosamente vicino a sua madre, colla testa appoggiata sul petto di lei: indi, rialzandosi, uscì, ed incontrando un domestico sulla scala: — Dov’è il sig. de Villefort? domandò egli.

Il domestico senza rispondere, con la mano gli additò la parte che conduceva al giardino. Monte-Cristo discese la scalinata, si avanzò verso il luogo designato, e vide in mezzo ai servitori, che facevano cerchio intorno a lui, Villefort con una vanga in mano che frugava la terra con una specie di rabbia: — Non è ancor qui, diceva egli; non è ancor qui!

E frugava un poco più lontano. Monte-Cristo si avvicinò a lui e gli disse a bassa voce con un tuono quasi umile:

— Signore, avete perduto un figlio; ma...

Villefort lo interruppe: egli non aveva nè ascoltato nè inteso. — Oh! lo ritroverò, diss’egli; avete un bel pretendere ch’egli non c’è più, lo ritroverò, dovessi cercarlo fino al giorno del giudizio finale. — Monte-Cristo addietrò con terrore. — Oh! diss’egli; è pazzo! — E, come avesse temuto che i muri della casa maledetta crollasser su di lui, si slanciò nella strada, dubitando per la prima volta se aveva o no il diritto di fare quel che aveva fatto.

— Oh! basta, basta così, salviamo l’ultimo.

E rientrando in casa sua, Monte-Cristo incontrò Morrel, che entrava nel palazzo dei Campi-Elisi.

— Preparatevi, Massimiliano, gli disse con un sorriso, domani lasciamo Parigi.

— Non avete più niente da fare? domandò Morrel.

— No, rispose Monte-Cristo, e Dio voglia che non abbia fatto anche troppo. — La dimane infatto essi partirono. Bertuccio restava presso il sig. Noirtier.

CXI. — LA PARTENZA.

Gli avvenimenti che erano accaduti tenevano occupata tutta Parigi. Emmanuele e sua moglie se li raccontavano, con una sorpresa ben naturale, nel loro salotto della strada Meslay; confrontavano queste tre catastrofi tanto improvvise, quanto inattese, di Morcerf, di Danglars e di Villefort. Massimiliano, che era venuto a far loro una visita, li ascoltava, o piuttosto assisteva alla loro conversazione, immerso nella sua insensibilità abituale.

— In verità, diceva Giulia, non si direbbe, Emmanuele, che tutte queste ricche persone, ieri così felici, avessero dimenticato, nel calcolo sul quale avevano stabilita la loro fortuna, la loro felicità e la loro considerazione, la parte dovuta al genio cattivo, e che questi, come nelle cattive fate dei racconti di Perrault, che avevano dimenticato d’invitare a qualche nozze, o a qualche festino, fosse poi comparso d’improvviso per vendicarsi di questa fatale dimenticanza.

— Quanti disastri, diceva Emmanuele pensando a Morcerf e a Danglars.

— Quanti patimenti! diceva Giulia, ricordandosi di Valentina, che per un istinto di donna non voleva nominare davanti a suo fratello.

— Se è Dio che li ha colpiti, diceva Emmanuele, ciò è perchè Dio, che è la suprema bontà, nulla ha ritrovato nella vita passata di quelle genti, che meritasse l’attenuazione della pena, e perchè quella gente era maledetta.

— Non sei tu ben temerario nel tuo giudizio, Emmanuele? disse Giulia. Quando mio padre, colla pistola alla mano, era sul punto di bruciarsi le cervella, se qualcuno avesse detto, come tu dicevi: quest’uomo ha meritata la sua pena, questo qualcuno non si sarebbe sbagliato?

— Sì, ma Dio non ha permesso che nostro padre soccombesse, come non ha permesso che Abramo sacrificasse suo figlio; al patriarca, come a noi, inviò un angelo che tagliò a mezza strada le ali alla morte.

Terminava appena di pronunziare queste parole, quando risuonò il campanello. Era il segnale dato dal portinaro che giungeva una visita. Quasi nel medesimo punto si aprì la porta del salotto, e comparve il conte di Monte-Cristo sulla soglia. Fu un doppio grido di gioia per parte dei due giovani sposi. Massimiliano rialzò la testa, e la lasciò tosto ricadere. — Massimiliano, disse il conte senza far sembiante di notare le diverse impressioni che la sua presenza aveva prodotte nei suoi ospiti; io vengo a cercarvi.

— A cercarmi? disse Morrel, come se fosse uscito da un sogno.

— Sì, disse Monte-Cristo, non è convenuto che vi avrei condotto meco, non vi ho prevenuto ieri di tenervi pronto?

— Eccomi, disse Massimiliano, era venuto a dir loro addio.

— E dove andate, sig. conte? domandò Giulia.

— Da prima a Marsiglia, signora.

— A Marsiglia! ripeterono insieme i due sposi.

— Sì, e vi prendo vostro fratello.

— Ah! disse Giulia, riconducetelo guarito.

Morrel voltò la faccia per nascondere il vivo rossore.

— Vi siete dunque accorti che non istava bene?

— Sì, rispose la giovane sposa, ed ho paura ch’egli si annoi a stare con noi. — Io lo distrarrò, riprese il conte.

— Son pronto, signore, disse Morrel, addio, miei buoni amici, addio Emmanuele, addio Giulia!

— Come! addio? gridò Giulia; voi partite così subito, senza preparativi, senza passaporti?

— Questi sono particolari che raddoppiano il dispiacere delle separazioni, disse Monte-Cristo, e Massimiliano, ne sono sicuro, avrà operato con cautela, questo è quanto io gli aveva raccomandato.

— Ho il mio passaporto, e la mia valigia è fatta, disse Morrel colla sua monotona tranquillità.

— Benissimo, disse Monte-Cristo sorridendo, si riconosce l’esattezza di un buon soldato.

— E ci lasciate in tal modo? disse Giulia, sul momento, voi non ci accordate neppur un giorno, neppure un’ora?

— La mia carrozza è alla porta, signora; è necessario che fra cinque giorni io sia a Roma.

— Ma Massimiliano non va a Roma? disse Emmanuele.

— Io vado ove piacerà al conte di condurmi, io appartengo a lui anche per un mese.

— Oh! mio Dio, in che modo lo dice, sig. conte!

— Massimiliano mi accompagna, disse il conte con la sua persuasiva affabilità, tranquillatevi adunque sul conto di vostro fratello.

— Addio sorella mia! ripetè Morrel; addio Emmanuele.

— Egli mi strazia il cuore con la sua non curanza, disse Giulia! oh! Massimiliano, tu ci nascondi qualche cosa.

— Bah! disse Monte-Cristo, lo vedrete ritornare gaio, allegro e contento. — Massimiliano lanciò a Monte-Cristo uno sguardo quasi sdegnoso, quasi irritato.

— Partiamo! disse il conte.

— Prima che partiate, sig. conte, disse Giulia, permetteteci di dirvi tutto ciò che l’altro giorno...

— Signora, rispose il conte prendendole le mani, tutto ciò che direste non varrà mai ciò che io leggo nei vostri occhi, ciò che il vostro cuore ha pensato, ciò che il mio ha sentito. Come i benefattori da romanzo, avrei dovuto partire senza rivedervi; ma questa virtù sarebbe stata al di sopra delle mie forze, perchè sono un uomo debole e vanitoso, perchè lo sguardo timido, ilare e tenero dei miei simili mi fa del bene. Ora io parto, e spingo l’egoismo fino a dirvi: non mi dimenticate, amici miei, poichè probabilmente non mi rivedrete più.

— Non vi rivedremo più! gridò Emmanuele, mentre che due grosse lagrime scorrevano sulle guance di Giulia, non vi rivedremo più! non siete dunque un uomo, siete un angiolo che ci lascia, risalite al cielo dopo essere comparso sulla terra per farvi del bene!

— Non parlate così, riprese vivamente Monte-Cristo, non dite mai tali cose, amici miei; gli angeli non fanno mai del male, essi sanno a qual punto debbano fermarsi: il caso, le occasioni, le combinazioni non sono mai più forti di loro. No, io sono un uomo, Emmanuele, e la vostra ammirazione è tanto ingiusta quanto sono profanazioni le vostre parole, — e strinse sulle labbra la mano di Giulia che si precipitò fra le sue braccia, mentre stendeva l’altra mano ad Emmanuele; indi, strappandosi da questa casa, dolce nido di cui la felicità era l’ospite, con un segno attirò dietro a sè Massimiliano, passivo, insensibile e costernato come era dal momento della morte di Valentina.

— Rendete la gioia a mio fratello! — disse Giulia all’orecchio di Monte-Cristo: questi le strinse la mano come l’aveva a lei stretta undici anni prima sulla scala che conduceva al gabinetto di Morrel. — Vi fidate sempre di Sindbad il Marinaro? le domandò egli sorridendo. — Oh! sì!

— Ebbene dunque! addormentatevi in pace e nella confidenza del Signore. — Come lo abbiam detto, la carrozza di posta aspettava, quattro vigorosi cavalli sollevavan le criniere, e battevano il pavimento con impazienza. Ai piè della scalinata, Alì aspettava col viso lucido pel sudore; sembrava giungere da lunga corsa. — Ebbene! gli domandò il conte in arabo, sei stato dal vecchio? — Alì fece segno di sì. — E gli hai aperta la lettera sotto gli occhi nel modo che ti aveva ordinato?

— Sì, fece ancora rispettosamente lo schiavo.

— E che cosa ha detto, o piuttosto che cosa ha fatto?

Alì si pose sotto la luce, in modo che il padrone potesse vederlo, ed imitando colla sua intelligenza la fisonomia del vecchio, chiuse gli occhi come faceva Noirtier quando voleva dire: sì. — Bene! egli accetta, disse Monte-Cristo, partiamo! — Non aveva appena lasciata sfuggire questa parola, che già la carrozza si mosse, ed i cavalli sollevarono dal pavimento un nembo di polvere misto a scintille. Massimiliano si accomodò nel suo angolo senza dire una parola. Passò una mezz’ora: la carrozza si fermò di repente; il conte aveva tirata la funicella di seta che corrispondeva al dito d’Alì. Il moro discese ed aprì lo sportello. La notte sfavillava di stelle. Erano all’alto della salita di _Villejuif_, sulla spianata di dove si vede Parigi, che, come un tetro mare, agita i suoi milioni di lumi che sembrano flutti fosforescenti, più numerosi, più appassionati, più mobili, più furiosi, più avidi di quelli dell’oceano irritato, flutti che non conoscono la calma del vasto mare, che si urtano sempre, che schiumeggiano sempre, che sempre inghiottiscono!.... Il conte restò solo, e dopo un segno della sua mano, la carrozza fece alcuni passi in avanti. Allora considerò lungamente, colle braccia incrociate, questa fornace ove vengono a fondersi, a torcersi tutte quelle idee che si slanciano dal golfo bollente per andare ad agitare il mondo; indi allorchè ebbe ben fermato il suo sguardo possente sopra questa babilonia:

— Gran città! mormorò egli inchinando la testa e giungendo le mani come se avesse pregato; sono meno di sei mesi che io ho oltrepassato le tue porte. Io credeva che lo spirito della Provvidenza mi vi avesse condotto, ora me ne riconduce trionfante; il segreto della mia speranza nelle tue mura io l’ho confidato soltanto a Dio, che solo ha potuto leggere nel mio cuore, egli solo conosce che mi ritiro senza odio, senza orgoglio, ma non senza dispiaceri: egli solo sa che io non ho fatto uso nè per me nè per vane cause del potere di cui mi ha fornito. O gran città! nel tuo seno palpitante io ritrovai ciò che cercava; minatore paziente, ho rimescolate le tue viscere per farne uscire il male; ora la mia opera è compita, quella che ho creduta la mia missione è terminata; ora tu non puoi più offrirmi nè gioie nè dolori, addio! Parigi! addio! — Il suo sguardo passeggiò ancora sulla vasta pianura, come quello di un genio notturno; indi passando la sua mano sulla sua fronte, risalì nella carrozza che si chiuse dietro di lui, e che disparve ben presto dall’altra parte della salita fra un turbine di polvere e di rumore.

CXII. — LA CASA DEI VIALI DI MEILLAN.

Essi fecero dieci leghe senza pronunziare una sola parola. Morrel meditava, Monte-Cristo lo guardava meditare.

— Morrel, gli disse il conte, vi sareste forse pentito di avermi seguito? — No, sig. conte; ma di lasciar Parigi...

— Se io avessi creduto che la vostra felicità vi aspettava a Parigi, Morrel, vi ci avrei lasciato.

— È a Parigi che Valentina riposa, ed il lasciare Parigi è un perderla una seconda volta.

— Massimiliano, disse il conte, gli amici che abbiam perduti non riposano nella terra, essi sono sepolti nel nostro cuore, e Dio volle così, perchè noi ne fossimo sempre accompagnati. Ho due amici che mi accompagnano sempre in tal modo, uno di questi mi ha dato la vita, l’altro mi ha dato l’intelligenza. Lo spirito d’entrambi è in me. Io li consulto nei dubbi, e, se faccio qualche cosa di bene, lo debbo ai loro consigli. Consultate la voce del vostro cuore, Morrel, e domandategli se dovete continuare a farvi cattivo viso. — Amico mio, disse Massimiliano, la voce del mio cuore è ben trista e non mi promette che infortunii.

— È proprio degli spiriti indeboliti il vedere tutte le cose attraverso un velo nero; è l’anima che forma a sè stessa i suoi orizzonti: la vostra anima è tetra, ed essa vi fa vedere un cielo tempestoso.