Il Conte di Monte-Cristo

Part 106

Chapter 1063,849 wordsPublic domain

Eppure l’immagine di suo padre gli era talmente presente, che si voltò a questa finestra chiusa come se fosse stata aperta, e tuttor vedesse il vecchio in atto di minacciare.

— Sì, mormorò egli, sì, sii tranquillo.

La testa gli cadde sul petto, e colla testa così inchinata, fe’ il giro del gabinetto, indi finalmente si gettò vestito sur un sofà, meno per dormire che per ammorbidire le sue membra intirizzite dalla fatica, e dal freddo del lavoro che penetra fin dentro la midolla delle ossa.

Un poco per volta tutti gl’individui della famiglia si risvegliarono: Villefort, dal suo gabinetto, intese i successivi rumori che costituiscono, per così dire, la vita della casa, le porte messe in movimento, il tintinnio del campanello della sig.ª de Villefort che chiamava la cameriera, i primi gridi del fanciullo che si alzava allegro e contento, come sogliono fare tutti i fanciulli della sua età.

Villefort suonò egli pure. Il nuovo cameriere entrò da lui portandogli i giornali ed una tazza di cioccolata.

— Che cosa mi portate? domandò Villefort.

— Una tazza di cioccolata. — Non l’ho domandata, chi si prende dunque questa cura di me?

— La signora; ella ha detto che il signore oggi parlerà molto senza dubbio nella causa dell’assassinio, e che avrà bisogno di rinforzarsi.

Ed il cameriere depose sulla tavola vicina al sofà, tavola come tutte le altre sopraccaricata di carte, la tazza d’argento dorata. Il cameriere uscì. Villefort guardò un momento la tazza con sembiante cupo, indi d’un subito la prese con un movimento convulsivo, e ne bevve d’un solo fiato il contenuto. Si sarebbe detto che egli sperava che questa bevanda fosse stata mortale, e che chiamava la morte per liberarlo da un dovere che gli comandava una cosa più difficile del morire: indi si alzò e passeggiò pel suo gabinetto con una specie di sorriso, terribile a vedersi. Il cioccolato era inoffensivo, ed il sig. de Villefort non ne provò alcun danno. L’ora della colazione giunse, ed il sig. de Villefort non comparve a tavola. Il cameriere rientrò nel gabinetto. — La sig.ª fa avvisato il signore, disse egli, che sono suonate le undici, e che l’udienza è per mezzogiorno.

— Ebbene! fece Villefort, avanti?

— La signora ha fatta la sua toletta: ella è pronta, e chiede se andrà in compagnia del signore?

— E dove? — Al palazzo. — Per far che?

— La sig.ª dice che desidera assistere a questa seduta.

— Ah! fece Villefort con un accento quasi spaventoso, il desidera! — Il domestico rinculò di un passo: — Se il signore desidera uscire solo, andrò a dirlo alla signora.

Villefort restò un momento muto, egli si raschiava colle unghie la pallida guancia circondata da una barba nera ebano. — Dite alla signora, rispose egli finalmente, che io desidero di parlarle, e che la prego di aspettarmi nelle sue camere. — Sì, signore. — Poi ritornate per farmi la barba e per vestirmi. — Sul momento. — Il cameriere disparve di fatto per ricomparire, fece la barba a Villefort, e lo aiutò a vestirsi solennemente di nero. Indi quando ciò fu finito:

— La signora ha detto che ella aspettava il signore tosto che avesse finito di vestirsi.

— Vi vado. — E Villefort, colle filze di carte sotto il braccio, col cappello in mano, si diresse verso l’appartamento di sua moglie. Alla porta egli si fermò, si asciugò col fazzoletto il sudore che gli colava sulla livida fronte. Indi spinse la porta. La sig.ª de Villefort era assisa sur un divano, sfogliando con impazienza dei giornali e degli opuscoli che il giovine Edoardo si divertiva a mettere in pezzi, prima ancora che sua madre avesse avuto il tempo di terminarne la lettura. Ella era completamente vestita per uscire; il cappello l’aspettava posto sopra una sedia, ella aveva messo i guanti. — Ah! eccovi finalmente, disse colla sua voce naturale e tranquilla; mio Dio! quanto siete pallido, signore! dunque lavorate tutta la notte? perchè non siete venuto a far colazione con noi? Ebbene! mi condurrete voi, o andrò sola con Edoardo? — La sig.ª de Villefort, come si vede, aveva moltiplicate le domande per ottenere una risposta; ma il sig. de Villefort era rimasto freddo e muto come una statua. — Edoardo, disse Villefort fissando sul fanciullo uno sguardo imperativo, andate a scherzare nella sala, bisogna che io parli a vostra madre. — La sig.ª de Villefort vedendo questo freddo portamento, questo tuono risoluto, questi preparativi preliminari assai strani, fremette. Edoardo aveva alzata la testa, aveva guardato sua madre, vedendo che ella non confermava l’ordine del sig. de Villefort, si era rimesso a tagliar la testa ai suoi soldati di piombo. — Edoardo! gridò il sig. de Villefort così rozzamente che il fanciullo balzò sul tappeto, mi capite? andate!

Il fanciullo, che non era abituato a questo trattamento, si alzò in piedi ed impallidì, sarebbe stato difficile il dire se era la collera o la paura. Suo padre andò da lui, lo prese per un braccio, e lo baciò sulla fronte: — Va, diss’egli, figlio mio, va. — Il sig. de Villefort andò alla porta e la chiuse dietro a lui con doppio giro di chiave. — Oh! mio Dio, fece la giovano sposa guardando suo marito fin nel profondo dell’anima, e sforzando un sorriso che agghiacciò l’impassibilità di Villefort, che c’è dunque?

— Signora, dove mettete il veleno di cui vi servite ordinariamente? — articolò chiaramente e senza preamboli il magistrato, postosi fra la moglie e la porta. La sig.ª de Villefort provò ciò che deve provare la lodola quando vede il falco restringere i suoi cerchi mortali sulla testa. Un tuono rauco, tronco, che non era nè un grido nè un sospiro, le sfuggì dal petto, ed ella impallidì fino a diventar livida.

— Signore, disse ella, io.... io non capisco. — E siccome si era sollevata in un parossismo di terrore, in un secondo parossismo, senza dubbio più forte del primo, si lasciò ricadere sul cuscino del divano. — Io vi domandava, continuò Villefort con voce perfettamente tranquilla, in qual luogo nascondete il veleno col quale avete ucciso mio suocero il sig. di Saint-Méran, mia suocera, Barrois, e mia figlia Valentina.

— Ah! gridò la sig.ª de Villefort giungendo le mani, che dite mai? — Non appartiene a voi l’interrogarmi, a voi sta il rispondere!

— Al giudice o al marito? balbettò la sig.ª de Villefort.

— Al giudice, signora! al giudice! — Era uno spettacolo terribile il vedere il pallore di questa donna, l’angoscia del suo sguardo, il tremito di tutto il suo corpo.

— Ah! signore! mormorò ella, ah! signore!:.. e non disse altro.

— Voi non rispondete, signora! gridò il terribile interrogatore: indi soggiunse, con un sorriso che spaventava ancor più della sua collera; è vero però che non negate!

Ella fece un movimento.

— E non potreste negarlo, aggiunse Villefort, stendendo la mano verso di lei come per afferrarla in nome della giustizia; avete compiti questi diversi delitti con una impudente furberia, ma che però non poteva ingannare le persone disposte per la loro affezione ad esser cieche sul vostro conto. Fin dalla morte della sig.ª de Saint-Méran, ho saputo che v’era un avvelenatore in casa mia, il sig. d’Avrigny me ne aveva prevenuto; dopo la morte di Barrois, Dio mi perdoni, i miei sospetti si son portati sopra un altro, sur un angelo! i miei sospetti, che anche quando non vi è delitto, vegliano incessantemente accesi nel fondo del mio cuore, ma dopo la morte di Valentina non vi è più alcun dubbio per me, signora, e non solo per me, ma ancora per altri; così il vostro delitto conosciuto ora da due persone, sospettato da molti, diventerà pubblico, e, come vi diceva or ora, non è più un marito che vi parla, è un giudice!

La giovane sposa nascose il viso fra le mani. — Oh! signore, ve ne supplico, non credete alle apparenze.

— Sareste vile? gridò Villefort con un accento di disprezzo. In fatto ho sempre notato che gli avvelenatori son sempre vili. Sareste vile, voi che avete avuto l’orribile coraggio di vedere spirare davanti ai vostri occhi due vecchi ed una giovanetta assassinata da voi?

— Signore! Signore!

— Sareste vile, continuò Villefort con una crescente esaltazione, voi che avete contati uno a uno i minuti di quattro agonie? voi che avete combinato i vostri disegni infernali, rimescolate le vostre infami bevande con una abilità ed una precisione sì miracolosa? Voi che avete sì ben calcolato tutto, avreste dimenticato di calcolare una cosa sola, vale a dire che potevate essere condotta alla rivelazione dei vostri delitti? Oh! questo è impossibile, ed avrete riserbato qualche veleno più dolce, più sottile, e più mortale degli altri, per isfuggire alla punizione che vi è dovuta... lo avrete fatto, almeno lo spero. — La sig.ª de Villefort si contorse le mani, e cadde in ginocchio. — Lo so bene.... lo so bene, disse egli, confessate; ma la confessione fatta ai giudici, la confessione fatta nell’ultimo momento, la confessione fatta quando non si può più negare, è una confessione che non diminuisce niente la punizione che essi infliggono al colpevole!

— La punizione! gridò la sig.ª de Villefort, signore! avete pronunziato due volte questa parola!

— Senza dubbio. Forse che per essere quattro volte colpevole avete creduto di sfuggirla? forse che per essere la moglie di quello che domanda la punizione degli altri rei, avete creduto che la vostra punizione non vi sarebbe stata? No! signora, no! Chiunque sia, il patibolo aspetta l’avvelenatore, se soprattutto, come vi diceva poco fa, l’avvelenatore non ha avuto la cura di conservare per sè qualche goccia del suo più sicuro veleno. — La sig.ª de Villefort mandò un grido selvaggio, e lo schifoso ed indomabile terrore invase i suoi lineamenti scomposti. — Oh! non temete il patibolo, signora, disse il magistrato, se mi avete ben capito dovete avere capito che non potete morire sopra un patibolo. — No, io non ho capito; cosa volete dire? balbettò la disgraziata donna completamente atterrata.

— Voglio dire, che la moglie del primo magistrato della capitale non macchierà colla sua infamia un nome rimasto senza macchia, e non disonorerà nel medesimo tempo suo marito e suo figlio.

— No! oh! no? — Ebbene! signora, questa sarà una buona azione per parte vostra, ed io ve ne ringrazio.

— Mi ringraziate, e di che? — Di ciò che avete detto.

— E che cosa ho io detto? ho perduto la testa; non comprendo più niente, mio Dio! mio Dio! — Ed ella si alzò coi capelli sparsi, e le labbra schiumose. — Voi avete risposto, signora, a quella interrogazione che vi ho fatta entrando qui; dove avete il veleno di cui d’ordinario vi servite? — La sig.ª de Villefort alzò le braccia al cielo, e battè convulsivamente le mani l’una contro l’altra: — No, no, vociferò ella; no, voi non volete questo.

— Ciò che io non voglio, signora, si è che compariate al patibolo, capite? rispose Villefort.

— Oh! signore, grazia!

— Ciò che io voglio, è che sia fatta giustizia. Io sono sulla terra per punire, signora, aggiunse egli con uno sguardo fiammeggiante, e tutt’altra donna, fosse ancora una regina, io la manderei al carnefice; ma per voi sarò misericordioso: vi ho detto: non avete voi, signora, conservato qualche goccia del vostro veleno più dolce, più pronto, più sicuro?

— Oh! perdonatemi, signore, lasciatemi vivere!

— Ella è vile, disse Villefort. — Pensate che son vostra moglie! — Io penso che voi siete un’avvelenatrice. — In nome del cielo!.... — No! — In nome dell’amore che avete avuto per me! — No! no!

— In nome di nostro figlio! ah! lasciatemi vivere!

— No! no! no! vi dico; se vi lascio vivere, verrà un giorno che ucciderete lui come tutti gli altri.

— Io! uccidere mio figlio! gridò questa madre selvaggia slanciandosi verso Villefort; io uccidere il mio Edoardo!... ah! ah! ah! — Ed un riso spaventoso, un riso di demonio, un riso di pazza compì la frase e si perdè in un rantolo sanguinoso. La sig.ª de Villefort era caduta ai piedi di suo marito. Villefort si era avvicinato a lei: — Pensateci, signora, diss’egli, se al mio ritorno non è stata fatta giustizia, vi denunzio di mia propria bocca, e vi arresto colle mie proprie mani. — Ella ascoltava anelante, abbattuta, oppressa; il suo occhio solo viveva in lei e copriva un fuoco terribile. — Voi mi capite! disse Villefort; vado alla seduta per chiedere la morte d’un’assassino... Se al mio ritorno vi ritrovo viva, questa sera dormirete alla _Conciergerie_. — La sig.ª de Villefort mandò un sospiro, i suoi nervi si distesero, ella stramazzò sul tappeto. Il procurator del Re sembrò provare un movimento di pietà, la guardò men severamente, ed inchinandosi leggermente ad essa: — Addio, signora, diss’egli; addio! — Questo addio cadde come un coltello mortale sul cuore della sig.ª de Villefort. Ella svenne. Il procurator del Re uscì, e, nell’uscire, chiuse la porta a doppio giro.

CVIII. — LE ASSISE.

L’affare di Benedetto, come si diceva allora al Palazzo e nella società, aveva prodotto una enorme sensazione. Uno dei frequentatori del Caffè di Parigi, del baluardo di Gand, e del bosco di Boulogne, il falso Cavalcanti, durante il tempo che era rimasto a Parigi, e nei due o tre mesi in cui aveva fatto un mondo di conoscenze. I giornali avevano raccontato le diverse stazioni del prevenuto nella sua vita di galera; ne risultava la più viva curiosità, in tutti coloro particolarmente che avevan conosciuto di persona il principe Andrea Cavalcanti; per cui questi erano soprattutto risoluti ad arrischiare qualunque cosa per andare a vedere sul banco degli accusati il sig. Benedetto, l’assassino del suo compagno di catena. Per molte persone, Benedetto era se non una vittima, almeno un errore della giustizia: si era veduto a Parigi il sig. Cavalcanti padre, e si aspettava di vederlo di nuovo comparire per reclamare il suo illustre rampollo. Un buon numero di persone che non avevano mai inteso parlare del famoso soprabito alla polacca col quale era sbarcato presso il conte di Monte-Cristo, si erano sentiti colpire dall’aria di dignità, dalla nobiltà, e dalla scienza di mondo che aveva mostrato il vecchio patrizio, il quale, bisogna dirlo, sembrava un signore perfetto, tutte le volte che non parlava o non faceva calcoli d’aritmetica.

In quanto allo stesso accusato, molte persone si ricordavano di averlo veduto così amabile, così bello, così prodigo, ch’essi amavan meglio credere qualche macchinazione per parte di un nemico, come se ne trova in questo mondo, in cui le grandi fortune elevano i mezzi di fare il male ed il bene all’altezza del maraviglioso ed alla potenza dell’inaudito. Ciascuno accorse adunque alla seduta della Corte delle Assise, gli uni per gustare lo spettacolo, gli altri per commentarlo. Fin dalle sette del mattino si faceva la fila al cancello, ed un’ora prima dell’apertura della seduta, la sala era già piena di persone privilegiate. Prima dell’ingresso della Corte, e qualche volta anche dopo, una sala d’udienza nei giorni dei grandi processi rassomiglia molto ad una sala di conversazione, in cui molte persone si riconoscono, si parlano, quando sono abbastanza vicini da non perdere i loro posti, si fanno segni quando son separati da un troppo gran numero di popolo, d’avvocati e di gendarmi. Era una di quelle magnifiche giornate di autunno che qualche volta ci compensano di un’estate assente o accorciata; le nubi che il sig. de Villefort aveva vedute la mattina velare il sole nascente, si erano dissipate come per magìa, e lasciavano risplendere in tutta la sua purezza uno degli ultimi, uno dei più bei giorni di settembre.

Beauchamp, uno dei re della stampa e che per conseguenza ha il suo trono da per tutto, guardava coll’occhialino a dritta e a sinistra. Egli scoperse Château-Renaud e Debray che eran giunti a guadagnarsi le buone grazie di un sergente di città, e lo avevano risoluto a mettersi dietro di loro invece di stargli davanti, come sarebbe stato di suo diritto. Il degno messo aveva odorato il segretario intimo del ministro ed il milionario; egli si mostrò pieno di riguardi per i suoi nobili vicini, e lor permise anche di andare a fare una visita a Beauchamp, promettendo di conservare loro i posti. — Ebbene! disse Beauchamp, noi dunque veniamo a vedere il nostro amico!

— Eh! mio Dio! sì! rispose Debray, questo degno principe; vadano al diavolo tutti i principi senza principato.

— Un uomo che ha avuto Dante per genealogista, e che rimonta alla _Divina Commedia_!

— Nobiltà da corda, disse flemmaticamente Château-Renaud. — Egli sarà condannato, n’è vero? domandò Debray.

— Eh! caro mio, rispose il giornalista, è a voi, mi sembra, che bisogna domandarlo: voi conoscete meglio di noi l’aria degli uffizii; avete veduto il presidente all’ultima _soirée_ del vostro ministro?

— Sì. — E che vi ha detto? — Una cosa che vi maraviglierà.

— Ah! parlate dunque presto, amico caro, è tanto tempo che non abbiam più detto niente su questo argomento.

— Ebbene! mi ha detto che Benedetto, che si ritiene come una fenice di astuzia, come un gigante di furberia, non è che un borsaiolo molto subalterno, molto stupido, e del tutto indegno delle esperienze che si faranno, dopo la sua morte sopra i suoi organi frenologici.

— Bah! fece Beauchamp; egli però rappresentava molto passabilmente la parte di principe.

— Per voi Beauchamp, che detestate questi disgraziati principi e che siete incantato ogni qual volta potete ritrovare in loro dei modi cattivi; ma non per me che adoro per istinto la nobiltà, e che rilevo una famiglia aristocratica, qualunque ella sia, da vero bracco del blasone.

— Così, non avete mai creduto al suo principato?

— Alla sua aria da principe, sì... al suo principato no.

— Non c’è male, disse Debray; vi assicuro che per tutt’altri che per voi poteva passare; l’ho veduto dai ministri.

— Ah! sì, disse Château-Renaud; sì davvero che i nostri ministri se ne intendono di principi!

— Vi è del buon senso in quanto dite Château-Renaud, rispose Beauchamp ridendo clamorosamente; la frase è corta, ma bella: vi chiedo il permesso di poterne usare nel mio rendi-conto.

— Prendetela, mio caro Beauchamp, disse Château-Renaud, vi regalo la mia frase per quanto vale.

— Ma, disse Debray a Beauchamp, se ho parlato al presidente, voi dovete aver parlato al procuratore del Re?

— Impossibile! da otto giorni il sig. de Villefort si tien celato; ciò è naturale: questa strana sequela di dispiaceri domestici, coronati dalla morte non meno strana di sua figlia...

— Morte strana! che dite dunque Beauchamp?

— Ah! sì, fate dunque l’interrogatore, sotto il pretesto che ciò che accade fra la nobiltà di toga non lo sapete, disse Beauchamp applicandosi la lente all’occhio e sforzandosi di tenerla ferma col solo sopracciglio.

— Mio caro signore, disse Château-Renaud, permettetemi di dirvi che, per tenere così la lente voi non siete della forza di Debray. Debray, date dunque una lezione al sig. Beauchamp.

— Osservate, disse Beauchamp, non mi sbaglio.

— Che è dunque? — È lei. — Chi è? — La si diceva partita. — Madamigella Eugenia? domandò Château-Renaud, sarebbe di già ritornata?

— No, ma sua madre. — La sig.ª Danglars?

— Andiamo, disse Château-Renaud, è impossibile; dieci giorni dopo la fuga di sua figlia, tre giorni dopo il fallimento di suo marito! — Debray arrossì leggermente e seguì la direzione dello sguardo di Beauchamp.

— Andiamo diss’egli, è una donna velata, una donna sconosciuta, qualche principessa straniera, forse anche la madre del principe Cavalcanti; ma voi dicevate o piuttosto volevate dire una cosa molto interessante, Beauchamp, mi sembra.

— Io? — Sì, parlavate della strana morte di Valentina.

— Ah! è vero: ma perchè la sig.ª de Villefort non è qui?

— Povera e cara donna! disse Debray, ella senza dubbio è occupata a distillare l’acqua di melissa, per gli ospedali, ed a comporre dei cosmetici per sè e per le sue amiche: sapete che ella ha speso per questo divertimento due o tre mila scudi per anno, a quanto si assicura. Veniamo al fatto, avete ragione, perchè non è qui la sig.ª de Villefort? l’avrei veduta con molto piacere, amo molto questa donna.

— Ed io, disse Château-Renaud, la detesto.

— Perchè? — Non so niente. Perchè si ama e perchè si detesta? la detesto per antipatia. — O sempre per istinto.

— Può darsi... ma torniamo a ciò che dicevate, Beauchamp.

— Ebbene? non siete curiosi di saper perchè si muore così spesso ed all’improvviso in casa Villefort?

— Spesso! la parola è bella, disse Château-Renaud.

— La parola è vera in casa del sig. de Villefort, ma torniamo a lui.

— In fede mia! disse Debray, vi confesso che non perdo di vista questa casa apparata a lutto da tre mesi, e ieri l’altro ancora, a proposito della morte di Valentina, la sig.ª *** me ne parlava.

— E chi è la sig.ª ***? domandò Château-Renaud.

— La moglie del ministro; per bacco!

— Ah! perdono, disse Château-Renaud, io non vado dai ministri, lascio andarvi i principi.

— Voi non eravate che bello, ora diventate fulminante, caro barone; abbiate pietà di noi, altrimenti ci brucerete come un altro Giove.

— Non dirò più niente, disse Château-Renaud; ma che diavolo! abbiate pietà di me, non mi date la replica.

— Vediamo, cerchiamo di giungere alla meta del nostro dialogo, Beauchamp; vi diceva dunque che ieri l’altro la sig.ª *** mi domandava delle informazioni su questo argomento; istruitemi, ed io istruirò lei.

— Ebbene! signori, se si muore così spesso, io mantengo la frase, nella casa Villefort, ciò è perchè nella casa vi è un assassino. — I giovani rabbrividirono poichè già più d’una volta era loro venuta la stessa idea.

— E chi è questo assassino? domandarono tutti ad un tempo.

— Il giovine Edoardo. — Uno scoppio di risa dei due uditori non isconcertò in alcun modo l’oratore, che continuò:

— Sì, signori, il giovine Edoardo, fanciullo fenomeno-logico che uccide già come il padre e la madre.

— Questo è uno scherzo?

— Niente affatto; ieri ho preso uno dei domestici che è uscito dalla casa del sig. de Villefort: ascoltate bene questo.

— Noi ascoltiamo.

— E che io licenzio domani, perchè mangia enormemente per rimettersi dal digiuno di terrore che si era imposto in quella casa. Ebbene? sembra che questo caro fanciullo abbia messo la mano su qualche boccetta di droghe di cui egli usa di tempo in tempo contro quelli che gli dispiacciono. Primieramente toccò al nonno ed alla nonna Saint-Méran, che gli dispiacquero, e loro versò alcune gocce del suo elixir: tre gocce bastano; indi toccò al bravo Barrois, vecchio servitore del Nonno Noirtier, il quale sgridava a quando a quando l’amabile monello; ei gli versò tre gocce del suo elixir; e fu fatta; così accadde pure alla povera Valentina, che non lo sgridava, ma di cui egli era geloso: le versò tre gocce del suo elixir, e per essa come per tutti gli altri tutto fu finito.

— Ma che diavol di racconto ci fate? disse Château-Renaud. — Sì, disse Beauchamp, un racconto dell’altro mondo n’è vero? — È un’assurdità, disse Debray.

— Ah! riprese Beauchamp, ecco che già cercate mezzi dilatorii! che diavolo, domandatelo al mio domestico, o piuttosto a quello che domani non sarà più mio domestico; questa è la voce che corre in tutta la famiglia.

— Ma questo elixir, dov’è? qual è? — Diamine! il fanciullo lo nasconde.

— Dove l’ha preso? — Nel laboratorio di sua madre.

— Sua madre ha dunque dei veleni nel suo laboratorio?

— Lo so io forse? mi fate delle domande da procurator del Re: ripeto ciò che mi è stato detto, ecco tutto; vi cito nome ed autore: non posso far di più; il povero diavolo non mangiava più dallo spavento.

— È incredibile!

— Ma, no, mio caro, ciò non è incredibile del tutto: avete veduto l’anno scorso quel fanciullo della strada Richelieu che si divertiva ad uccidere i suoi fratelli e le sue sorelle immergendo loro delle spille nelle orecchie mentre dormivano. La generazione che viene dopo di noi, è molto precoce, mio caro!

— Caro mio, disse Château-Renaud, scommetto che voi non credete una parola di tutto ciò che ci avete raccontato... Ma non vedo il conte di Monte-Cristo; come mai non è qui?