Il Conte di Monte-Cristo

Part 105

Chapter 1053,772 wordsPublic domain

Si vedono addossarsi, raggrupparsi contro il muro, che assorbe e ritiene la maggior parte del loro calore; essi rimangono là, parlando a due a due, il più spesso isolati coll’occhio rivolto incessantemente verso la porta, che si apre per chiamare qualcuno degli abitanti di questo lugubre soggiorno, o per vomitare nel golfo una nuova feccia tolta dal crogiuolo della società. Il cortile di S. Bernardo ha il suo parlatorio particolare, è un quadrato oblungo, diviso in due parti da due inferriate, piantate parallelamente a tre piedi di distanza l’uno dall’altra, di modo che il visitatore non possa stringere la mano del prigioniero, o passargli qualche oggetto. Questo parlatorio è oscuro, umido, ed orribile in tutti i punti, particolarmente quando si pensa alle orribili confidenze che sono passate per quelle inferriate, che hanno arrugginito il ferro delle sbarre. Però, questo luogo, per quanto sia spaventoso, è un eliso ove vengono a temperarsi, in una società sperata, gustata, questi uomini ai quali son contati i giorni; tanto è raro che qualcuno esca dalla fossa dei Leoni, per andare in tutt’altro luogo che non sia la barriera San Giacomo, o la galera, o il carcere cellulare! In questo cortile che abbiam descritto, e che trasuda una fetida umidità, passeggiava, colle mani nelle saccocce del suo abito, un giovine osservato con molta curiosità dagli abitanti della fossa. Sarebbe passato per un giovine elegante pel taglio dei suoi abiti, se questi non fossero stati in lembi; però essi non erano usati, il panno era fino e lucido, e nei punti in cui era intatto, riprendeva facilmente il suo lustro sotto la mano accarezzante del prigioniero, che cercava di farne un abito nuovo. Applicava eziandio la stessa cura a chiudere una camicia di battista considerevolmente cambiata di colore dalla sua entrata in prigione; su i suoi stivali verniciati passava e ripassava un angolo di un fazzoletto con le iniziali ricamate e sormontate da una corona araldica. Alcuni pensionarii della fossa dei Leoni consideravano con manifesta premura la ricercata toletta del prigioniere: — Osserva, ecco là il principe che si fa bello, disse uno dei ladri.

— Egli è bellissimo naturalmente, disse un altro, e solo che avesse un pettine ed un poco di pomata, eclisserebbe tutti i signori dei guanti bianchi.

— Il suo abito doveva essere ben nuovo, e gli stivali molto bene risplendere. È lusinghiero per noi l’avere di confratelli come si deve; e quei briganti di gendarmi son ben vili. Invidiosi! avere stracciata una toletta come quella!

— Sembra che debba essere un soggetto famoso, disse un altro, egli ha fatto di tutto... e nel genere grande... viene di laggiù, così giovine! Ah! è una cosa superba!... — E l’obbietto di questa schifosa ammirazione sembrava gustare gli elogi, o il vapore degli elogi, perchè non sentiva le parole.

Terminata la sua toletta, si avvicinò alla porta della cantina alla quale stava appoggiato il carceriere di guardia.

— Vediamo, signore, diss’egli, prestatemi venti fr., li riavrete ben presto; con me non si corre alcun rischio. Pensate che ho dei parenti che hanno più milioni di quel che voi avete danari... Vediamo, venti fr. ve ne prego, affinchè possa comprare un paio di pianelle ed una veste da camera. Io soffro orribilmente a stare sempre in abito e cogli stivali... che abito! signore, per un principe Cavalcanti.

Il guardiano gli voltò il dorso, e si strinse nelle spalle; egli non rise neppur di queste parole che avrebbero fatto ilare ogni altra fronte; perchè quest’uomo ne aveva intesi molti altri, o piuttosto aveva sempre udita la stessa cosa.

— Andate, signore, siete un uomo senza visceri, ed io vi farò perdere il vostro impiego. — Questa parola fece rivolgere il guardiano, che questa volta si lasciò sfuggire un gran scoppio di risa.

Allora i prigionieri si avvicinarono tutti, e fecero cerchio: — io vi dico, continuò Andrea, che con questa miserabile somma posso procacciarmi un abito ed una camera, affine di poter ricevere in un modo decente la visita illustre che aspetto da un momento all’altro.

— Egli ha ragione! ha ragione! dissero i prigionieri... Perdinci! si vede ben ch’è un uomo come si deve!

— Ebbene! prestategli voi altri venti fr.! disse il guardiano appoggiandosi sull’altra sua spalla colossale, forse che non dovete ciò ad un camerata?

— Non sono il camerata di costoro, disse orgogliosamente il giovine, non m’insultate, non avete questo diritto!

— Lo sentite? disse il guardiano con un sinistro sorriso, egli vi accomoda molto bene! prestategli dunque venti fr.!

I ladri si guardarono con un sordo mormorio, e una tempesta, provocata più dalle parole del guardiano che da quelle di Andrea, cominciò a rumoreggiare intorno al prigioniero aristocratico. Il guardiano, sicuro di poter padroneggiare il susurro, quando il tumulto si facesse troppo forte, li lasciava poco a poco alterarsi per fare un brutto giuoco all’importuno sollecitatore, e procurarsi così una ricreazione durante la lunga guardia della sua giornata.

Di già i ladri si avvicinavano ad Andrea, parte dicendo:

— La ciabatta! la ciabatta! — Crudele operazione, che consisteva a torturare con colpi non già di ciabatta, ma di scarpa ferrata, un confratello caduto in disgrazia di questi signori. Gli altri proponevano l’anguilla; altro genere di ricreazione che consisteva nel riempire di sabbia, di sassolini, e di grossi soldi, quando ne avevano, un fazzoletto attorcigliato, che i carnefici scaricano come un flagello sulle spalle e la testa del paziente. — Frustiamo il bel signore, dissero alcuni altri, il sig. uomo onesto! — Ma Andrea, volgendosi verso di loro, fece d’occhietto, gonfiò colla lingua la sua guancia, e fe sentire un scoppietto con la lingua, che equivaleva a mille segni di convenzione, fra banditi, costretti a tacersi. Questo era un segno massonico che gli era stato insegnato da Caderousse. Essi lo riconobbero per uno dei loro. Tosto i fazzoletti ricaddero, la ciabatta ferrata rientrò nel piede del principale aguzzino. S’intese qualche voce proclamare che il signore aveva ragione, che il signore poteva a modo suo essere un uomo onesto, e che i prigionieri volevano dare l’esempio di libertà di coscienza.

L’ammutinamento addietrò. Il guardiano ne fu talmente stupefatto che prese tosto Andrea per le mani e si mise a frugarlo, attribuendo a qualche manifestazione più significante, di quel che all’affascinazione, questo cambiamento subitaneo degli abitanti della fossa dei Leoni. Andrea si lasciò frugare non senza fare forti proteste. D’improvviso una voce si fe’ subito sentire dalla porta: — Benedetto! gridò un ispettore. — Il guardiano lasciò la sua preda. — Mi chiamano! disse Andrea. — Al parlatorio! disse la voce.

— Vedete se vengo visitato?.. Oh! mio signore, starete a vedere se si può impunemente trattare un Cavalcanti come un uomo ordinario! — Ed Andrea, traversando il cortile come un’ombra, si precipitò alla porta, lasciando nella ammirazione i suoi confratelli ed il guardiano. Era di fatto chiamato al parlatorio, ed era cosa da meravigliarsene anche dallo stesso Andrea; poichè l’astuto giovinetto, nel suo entrare alla _Force_, invece di usare, come le genti comuni, del benefizio di poter scrivere per farsi reclamare, aveva osservato il più stoico silenzio. — Io sono, diceva egli, evidentemente protetto da qualche potente; tutto me lo prova: questa fortuna improvvisa, la facilità con cui ho appianato tutti gli ostacoli, una famiglia improvvisata, un nome illustre divenuto mia proprietà, l’oro che pioveva a me dintorno, le alleanze più magnifiche promesse alla mia ambizione. Un momentaneo obblìo della mia fortuna, l’assenza del mio protettore mi han perduto, ma non del tutto, non per sempre! La mano si è ritirata per un momento, essa deve ritornare su di me, o riafferrarmi di nuovo al momento in cui mi credeva vicino a piombare nel precipizio. Perchè arrischierò un’ultima imprudenza nello scrivere? forse mi alienerei il mio protettore! Egli possiede due mezzi per togliermi d’impaccio; l’evasione misteriosa comprata a prezzo d’oro, o sforzare la mano ai giudici per ottener la mia assoluzione. Aspettiamo a parlare ed operare che mi sia provato che sono stato abbandonato, e allora...

Andrea aveva fabbricato il suo disegno, che ben si può credere abile; il disgraziato era intrepido all’attacco, ed astuto nella difesa. La miseria della prigione in comune, le privazioni di ogni genere, egli le aveva sopportate; però poco a poco il suo naturale, o piuttosto l’abitudine aveva preso il sopravvento. Andrea soffriva per ritrovarsi nudo, sporco, affamato, il tempo per lui era lungo. Fu in questo momento di noia che l’ispettore lo chiamò al parlatorio. Andrea sentì il suo cuore balzare di gioia. Era troppo presto perchè quella fosse una chiamata del suo giudice istruttore, e troppo tardi perchè fosse una chiamata del direttore delle prigioni o del medico. Dietro l’inferriata del parlatorio, ove Andrea fu introdotto, egli scoperse, coi suoi grand’occhi, dilatati ancor più da un’avida curiosità, la figura cupa ed intelligente di Bertuccio, che guardava con una dolorosa meraviglia le inferriate, le porte sprangate, e l’ombra che si agitava dietro le sbarre incrociate.

— Ah! fece Andrea toccato nel cuore.

— Buon giorno, Benedetto, disse Bertuccio colla sua voce chiara e sonora. — Voi! voi! disse il giovine guardando con ispavento intorno a sè. — Tu non mi conosci più? disse Bertuccio, disgraziato! — Silenzio! ma silenzio dunque! fece Andrea che conosceva la finezza dell’udito di quelle muraglie. Mio Dio, non parlate così ad alta voce!

— Tu vorresti parlar meco, disse Bertuccio, da solo a solo, non è vero? — Sì, sì! disse Andrea. — Sta bene.

E Bertuccio frugando nella saccoccia, fece un segno ad un guardiano che si vedeva dietro la invetriata di un finestrello: — Leggete! diss’egli.

— Che cosa è quello? disse Andrea.

— L’ordine di condurti in una camera e di installarviti, e di lasciarmi comunicare liberamente teco.

— Oh! fece Andrea, balzando di gioia. — E subito dopo, ripiegandosi su sè stesso, diceva: — Ancora il protettore sconosciuto! io non son dimenticato! si cerca il segreto, da poichè mi si vuol parlare in una camera isolata. Essi sono in mio potere... Bertuccio è stato inviato dal protettore!

Il guardiano conferì un momento con un superiore, indi aprì le due porte sprangate, e li condusse in una camera del primo piano che guardava nel cortile; Andrea non stava più in sè dalla gioia. La camera era imbiancata a calce, come è l’uso delle prigioni; aveva un aspetto di allegria che sembrava raggiante al prigioniere. Un braciere, un letto, una cassa, una tavola, ne formavano il sontuoso mobilio. Bertuccio si assise sulla cassa, Andrea si gettò sul letto; il guardiano si ritirò.

— Sentiamo, disse l’intendente, che cosa hai da dirmi?

— E voi? disse Andrea.

— Ma parla prima...

— Oh! no; siete voi che avete molte cose da dirmi; poichè siete venuto a trovarmi.

— Ebbene! sia. Tu hai continuato il corso delle tue scelleratezze; hai rubato, hai assassinato...

— Buono! Se è per dirmi tali cose che mi avete fatto condurre in una camera appartata, tanto valeva che non v’incomodaste; so tutte queste cose. Ve ne sono altre invece che non so. Parliamo di quelle, se vi aggrada. Chi vi ha mandato?

— Oh! oh! voi andate per le corte, sig. Benedetto.

— Non è vero? e alla meta. Soprattutto risparmiamo le inutili parole. Chi vi manda? — Nessuno.

— E come sapeste che io era in prigione?

— È molto tempo che ti aveva riconosciuto per quell’insolente zerbinotto che guidava tanto leggiadramente un cavallo ai Campi-Elisi.

— I Campi-Elisi... Ah! ah! noi bruciamo, come si dice al giuoco della pinzetta... I Campi-Elisi!... A noi, parliamo un poco di mio padre, lo volete?

— Chi sono io, dunque?

— Voi, mio bravo signore, siete mio padre adottivo... Ma non siete voi, m’immagino, che avete disposto in mio favore di un centinaio di mille fr. che ho divorati in pochi mesi; non siete voi che mi avete provveduto di un padre italiano e gentiluomo; non siete stato voi che mi avete fatto entrare nella società, e invitato ad un certo pranzo, che parmi ancora di mangiare, ad Auteuil, colla miglior compagnia di Parigi, con un certo procuratore del re, di cui ho avuto grandissimo torto a non coltivar la conoscenza, che in questo momento mi sarebbe stata utile; non siete stato voi finalmente che mi avete fatto garanzia per uno o due milioni, quando mi è accaduto l’accidente fatale della scoperta del vaso delle rose... Sentiamo, parlate, stimabile Corso, parlate...

— Che vuoi tu ch’io ti dica? — Io ti aiuterò. Parlavi dei Campi-Elisi poco fa, mio degno padre putativo. — Ebbene?

— Ebbene! ai Campi-Elisi vi abita un signore molto ricco.

— In casa del quale tu hai rubato ed assassinato, n’è vero? — Io credo di sì. — Il sig. conte di Monte-Cristo.

— Siete voi che lo avete nominato, come dice Racine... Ebbene! debbo gettarmi fra le sue braccia, soffocarlo contro il petto gridando: «Padre mio! padre mio!» come dice Pixérécourt?

— Non scherziamo, rispose gravemente Bertuccio, e che un tal nome non sia qui in tal modo pronunziato.

— Bah! fece Andrea un poco stordito dal sussiego e dall’attitudine del sig. Bertuccio, e perchè no?

— Perchè colui, che porta questo nome, è troppo favorito dal cielo per essere il padre di un miserabile qual siete.

— Oh! oh! gran paroloni!... — E grandi effetti se non avrete riguardi. — Minacce!... non temo niente... io dirò... — Credete voi di avere a che fare con dei pigmei della vostra specie? disse Bertuccio con un tuono così tranquillo, ed uno sguardo così sicuro, che Andrea ne fu commosso fino al profondo delle viscere. Credete di aver che fare coi vostri scellerati compagni di galera, o coi vostri ingenui ingannati della società?... Benedetto, siete in mani terribili; esse vogliono bensì aprirsi per soccorrervi, profittatene. Non scherzate però col fulmine che per un momento depongono ma che possono riprendere, se tentate di incomodarle nel libero loro movimento.

— Padre mio... voglio sapere chi è mio padre... disse l’ostinato; vi morirò, se abbisogna, ma lo saprò. Che può fare a me lo scandalo? del bene... del credito... _dei reclami_... come dice Beauchamp il giornalista. Ma voi altri, persone dell’alta società, avete sempre qualche cosa da perdere nello scandalo, ad onta dei vostri milioni, e dei vostri stemmi gentilizi... A noi, chi è mio padre?

— Son venuto per dirtelo.

— Ah! gridò Benedetto con gli occhi scintillanti di gioia.

In questo momento si aprì la porta, ed il carceriere indirizzandosi a Bertuccio. — Perdono, signore, diss’egli, ma il giudice d’istruzione aspetta il prigioniere.

— È la chiusura del mio interrogatorio, disse Andrea al degno intendente, al diavolo l’importuno!

— Io ritornerò domani, disse Bertuccio. — Andrea gli stese la mano, Bertuccio conservò la sua in saccoccia, solo vi fece risuonare alcune monete.

— Era quel che voleva dirvi, fe’ Andrea con un sorriso scomposto, ma soggiogato dalla strana tranquillità di Bertuccio.

— Mi sarei sbagliato? — disse a sè stesso nel montare in carrozza oblunga colle persiane di ferro, che viene volgarmente chiamata il paniere dell’insalata: — vedremo! così a domani, aggiunse egli voltandosi verso Bertuccio.

— A domani, rispose l’intendente.

CVII. — IL GIUDICE.

Si ricorderà il lettore che l’abate Busoni era rimasto solo con Noirtier nella camera mortuaria, e che il nonno ed il prete si eran costituiti i guardiani del corpo della giovinetta. Forse le esortazioni dell’abate, la sua dolce carità, la sua parola persuasiva avevan reso il coraggio al vecchio; poichè dal momento ch’egli aveva potuto conferire col prete, invece della disperazione che sulle prime si era impadronita di lui, tutto annunziava in Noirtier una grande rassegnazione, una calma grandemente sorprendente per tutti quelli che si ricordavano l’affezione profonda portata da lui a Valentina. Il sig. de Villefort non aveva più veduto il vecchio dalla mattina di questa morte. Tutte le persone di servizio erano state rinnovate, un altro cameriere era stato impegnato per lui, un altro servitore per Noirtier; due donne erano entrate al servizio della sig.ª de Villefort; tutti, perfino il portinaro ed il cocchiere offrivano visi nuovi che si erano eretti, per così dire, fra i diversi padroni di questa casa maledetta, ed avevano intercettate le relazioni di già molto fredde che v’erano fra di loro. D’altra parte le sedute si aprivano fra due o tre giorni, e Villefort, chiuso nel suo gabinetto, proseguiva con una febbrile attività la procedura ordita contro l’assassino di Caderousse. Quest’affare, come tutti quelli in cui Monte-Cristo si ritrovava immischiato, aveva fatto gran rumore nella società parigina. Le prove non erano convincenti, poichè si fondavano sopra alcune parole scritte da un forzato moribondo, antico compagno di galera di quello che veniva accusato, e che poteva accusare il suo compagno o per odio o per vendetta: si era formata la sola coscienza del magistrato; il procurator del Re aveva finito col dare a sè stesso la terribile convinzione, che Benedetto era colpevole, e ch’egli doveva cavare da questa difficile vittoria uno di quei godimenti di amor proprio, che sol potevano risvegliare un poco le fibre del suo cuore agghiacciato.

Il processo adunque s’istruiva, mercè il lavoro incessante di Villefort, che voleva con questo fare l’apertura delle vicine sedute. Per cui era stato obbligato di star ritirato più che mai, affin di evitare di rispondere alla prodigiosa quantità di domande che gli venivano indirizzate per ottenere dei biglietti d’udienza. E poi era scorso tanto poco tempo, da che la povera Valentina era stata trasportata nella tomba; il dolore della famiglia era ancora sì recente, che nessuno si maravigliava di vedere il padre così rigorosamente assorto nel suo dovere, cioè nell’unica distrazione ch’egli poteva provare nel dolore. Una sola volta, ed era la dimane del giorno in cui Benedetto aveva ricevuto una seconda visita da Bertuccio, nella quale questi aveva dovuto nominargli suo padre; la dimane di questo giorno, (domenica) una sola volta, dicevamo, Villefort aveva veduto suo padre: fu nel momento in cui il magistrato, infuocato dalla fatica, era disceso nel giardino del suo palazzo; e cupo, curvo sotto un implacabile pensiero, simile a Tarquinio quando faceva saltare in aria colla sua bacchettina le teste dei papaveri più elevati, il sig. de Villefort col suo bastone abbatteva i lunghi ed inariditi steli delle rose d’ogni mese che ergevansi lungo i viali, come spettri di quei fiori così brillanti nella stagione che era scorsa.

Già più d’una volta aveva percorso in lungo tutto il giardino, ed era giunto a quel famoso cancello che metteva sul recinto abbandonato, ritornando sempre per lo stesso viale, riprendendo sempre la sua passeggiata col medesimo passo e con lo stesso gesto, quando i suoi occhi si portarono macchinalmente verso la casa, nella quale sentiva scherzare rumorosamente suo figlio, ritornato dal collegio per passare la domenica ed il lunedì presso sua madre.

In questo movimento vide ad una delle finestre aperte, il sig. Noirtier, che si era fatto trascinare nel suo seggiolone fin contro questa finestra per goder degli ultimi raggi di un sole ancor caldo che salutava i fiori morenti dei volubili, e le foglie arrossite delle vergini viti che tappezzavano il muro ed oltrepassavano la finestra. L’occhio del vecchio era fisso sur un punto solo che Villefort non iscopriva che imperfettamente. Questo sguardo di Noirtier era così pieno di odio, così selvaggio, così ardente di impazienza, che il procuratore del Re, abile ad afferrare tutte le impressioni di questo viso che tanto ben conosceva, si allontanò dalla linea che percorreva, per vedere su qual cosa o su qual persona cadeva questo significativo sguardo. Allora vide, sotto un gruppo di tigli coi rami già quasi sguarniti, la sig.ª de Villefort che, assisa con un libro in mano, interrompeva di tempo in tempo la sua lettura per sorridere a suo figlio, o per ribalzargli la palla elastica, che ostinatamente lanciava dalla sala nel giardino. Villefort impallidì, poichè capì che cosa voleva dire il vecchio. Noirtier guardava sempre lo stesso soggetto; ma all’improvviso il suo sguardo si portò dalla moglie al marito, e Villefort stesso dovette allora soffrire l’attacco di quegli occhi fulminanti, che nel cangiare di oggetto, avean pure cambiato il linguaggio, senza tuttavolta perder niente della loro espressione minacciosa.

La sig.ª de Villefort, estranea a tutte queste passioni i cui fuochi incrociati passavano al di sopra della sua testa, riteneva in quel momento la palla a suo figlio, facendogli cenno di venirla a prendere con un bacio; ma Edoardo si fece pregare lungamente, la carezza materna non gli sembrava probabilmente una ricompensa sufficiente per l’incomodo che doveva prendersi; finalmente si risolvè, saltò dalla finestra nel mezzo di un cespuglio di vainiglie e di margherite regine, e corse alla sig.ª de Villefort colla fronte coperta di sudore: ella gli asciugò la fronte, posò le sue labbra su questo quasi avorio, e rimandò il fanciullo colla palla in una mano, e con un pugno di confetti nell’altra.

Villefort attirato da una invincibile attrazione, come l’uccello è attirato dal serpente, si avvicinò alla casa; e secondo che si avvicinava, lo sguardo di Noirtier si abbassava seguendolo, ed il fuoco delle sue pupille sembrava prendere un tal grado di incandescenza, che Villefort si sentiva divorato da lui fino al fondo del cuore. Infatto si leggeva in questo sguardo un sanguinoso rimprovero, e nello stesso tempo una terribile minaccia. Allora le pupille e gli occhi di Noirtier si alzarono al cielo come se ricordasse a suo figlio un giuramento dimenticato. — Sta bene! signore, replicò Villefort dal fondo del cortile, sta bene! abbiate pazienza anche per un giorno; ciò che ho detto è detto.

Noirtier parve sedato da queste parole, e i suoi occhi si voltarono con indifferenza da un’altra parte.

Villefort si sbottonò violentemente l’abito che lo soffocava, si passò una mano livida sulla fronte e rientrò nel suo gabinetto. La notte scorse fredda e tranquilla; tutti andarono a letto e dormirono come d’ordinario in questa casa. Solo, come egualmente d’ordinario, Villefort non andò in letto quando vi andarono gli altri, e lavorò fino alle cinque del mattino, per riveder gli ultimi interrogatorii fatti il giorno innanzi dai magistrati istruttori, e confrontare le deposizioni dei testimonii, ed a spargere la chiarezza in tutto il suo atto d’accusa, uno dei più energici, e dei più abilmente concepiti che avesse mai esteso.

Era la dimane il lunedì in cui doveva aver luogo la prima seduta della Corte delle _Assise_. Quel giorno, Villefort lo vide spuntare tetro e sinistro, e la sua luce bluastra venne a far rilucere sulla carta le linee tracciate con l’inchiostro rosso. Il magistrato che si era per un momento addormito, mentre la sua lucerna mandava gli ultimi sospiri, si risvegliò al crepitio del lucignolo che stava per ispegnersi, colle dita umide ed imporporate come se le avesse intinte nel sangue: aprì la finestra, una gran striscia color d’arancio traversava in lontano il cielo e troncava in due l’ombra dei sottili pioppi che si disegnavano sull’orizzonte. Nel campo del trifoglio, al di là del cancello dei marroni, un’allodola saliva verso il cielo, facendo sentire il suo canto chiaro e mattutino. L’aria umida dell’alba inondò la testa di Villefort, e gli rinfrescò la memoria:

— Sarà per oggi, diss’egli con uno sforzo; oggi l’uomo che terrà la spada della giustizia nella sua mano, deve colpire ovunque si ritrovano dei colpevoli.

I suoi sguardi si portarono suo malgrado in traccia della finestra di Noirtier, la finestra in cui il giorno innanzi aveva veduto il vecchio. La tenda era tirata.