Part 103
— Figlia mia, rispose Monte-Cristo arrossendo, permettetemi di riprendere questa borsa; dopo che voi conoscete i lineamenti del mio viso, non voglio essere ricordato alla vostra memoria che per mezzo dell’affezione che vi prego d’accordarmi.
— Oh! disse Giulia stringendo la borsa sul suo cuore, no, no, ve ne supplico, perchè un giorno potete lasciarci, perchè un giorno disgraziatamente, ci lascerete, non è vero?
— Ci avete indovinato, signora rispose Monte-Cristo sorridendo; fra otto giorni, avrò lasciata questa città, ove tante persone che avevano meritata la vendetta celeste vivevano felici, mentre mio padre moriva di fame e di dolore.
Annunziando la sua vicina partenza, Monte-Cristo teneva gli occhi fissi su Morrel, e notò che queste parole, avrò lasciata questa città, erano state dette senza togliere Morrel dal suo letargo; capì allora che bisognava sostenere un’ultima lotta col dolore del suo amico, e prendendo le mani di Giulia e di Emmanuele, ch’egli riunì stringendole fra le sue, disse loro colla dolce autorità di un padre:
— Miei buoni amici, vi prego di lasciarmi solo con Massimiliano. — Questo era un mezzo per Giulia di portar via questa preziosa reliquia, di cui Monte-Cristo dimenticava di parlare. Ella trascinò vivamente seco suo marito:
— Lasciamoli, diss’ella. — Il conte rimase solo con Morrel, che restava immobile come una statua.
— Vediamo, disse il conte toccandogli una spalla col suo dito di fiamma, Massimiliano, ritornate finalmente un uomo?
— Sì, perchè comincio nuovamente a soffrire.
La fronte del conte si corrugò, abbandonato, come il sembrava, ad una cupa esitazione:
— Massimiliano! Massimiliano! queste idee in cui t’ingolfi sono indegne di un cristiano.
— Oh! tranquillatevi, amico, disse Morrel rialzando la testa e mostrando al conte un sorriso di una ineffabile tristezza, non son più io che cercherò la morte.
— Così, non più armi, non più disperazione?
— No, poichè ho di meglio, per guarirmi dal mio dolore, che la canna di una pistola o la punta di un coltello.
— Povero pazzo!... che avete dunque?
— Ho lo stesso mio dolore che mi ucciderà.
— Amico, disse Monte-Cristo con una malinconia eguale alla sua, ascoltatemi. Un giorno in un momento di disperazione, io, come te, volli uccidermi. Tuo padre un giorno egualmente disperato, ha pure voluto uccidersi. Se qualcuno avesse voluto dire a tuo padre, nel momento che dirigeva la canna della pistola verso la sua fronte; se qualcuno mi avesse voluto dire, quando rigettavo dal mio letto il pane del prigioniero che non aveva toccato da tre giorni; se qualcuno finalmente in quei supremi momenti ci avesse voluto dire: Vivete, e verrà un giorno in cui sarete felici, ed in cui benedirete la vita; da qualunque parte ci fosse venuta questa voce, noi l’avremmo accolta col sorriso del dubbio o coll’angoscia della incredulità; eppure quante volte tuo padre abbracciandoti, non ha benedetta la vita? quante volte io stesso...
— Ah! gridò Morrel interrompendo il conte, voi non avevate perduta che la vostra libertà, mio padre non aveva perdute che le sue ricchezze; e io? io ho perduto Valentina.
— Guardami, Morrel, disse Monte-Cristo con quella solennità che in certe occasioni lo faceva così grande e persuasivo; guardami, non ho nè lagrime sugli occhi, nè febbre nelle vene; eppure ti vedo soffrire, Massimiliano, vedo soffrir te, che amo come amerei un mio figlio. Ebbene! ciò non ti dice, Morrel, che il dolore è come la vita, e che al di là vi è sempre qualche cosa di sconosciuto? Ora se ti prego, se ti ordino di vivere, Morrel, è nella convinzione che un giorno tu mi ringrazierai di averti conservata la vita.
— Mio Dio! gridò il giovine, che mi dite mai, conte, fate attenzione, forse non avete mai amato?
— Fanciullo! rispose il conte.
— Con amore, riprese Morrel, io m’intendo. Io sono soldato da che sono uomo, sono giunto fino ai 29 anni senza amare, perchè nessuna delle sensazioni che ho provato fin là merita di chiamarsi amore. Ebbene! a 29 anni ho veduto Valentina; dunque l’amo da quasi due anni; ho potuto leggere tutte le virtù di figlia e di donna scritte dalla mano stessa del Signore in quel cuore aperto per me come un libro. Conte, vi era per me, con Valentina, una felicità infinita, immensa, sconosciuta; una felicità troppo grande, troppo superiore a questo mondo, poichè questo mondo non me l’ha data; ciò è quanto dire che, senza Valentina, non vi è per me sulla terra che disperazione e desolazione.
— Io vi dico di sperare, ripetè il conte.
— State guardingo, allora, ripeterò io pure, disse Morrel, perchè voi cercate a persuadermi, e mi farete perdere la ragione; perchè mi fareste credere ch’io posso rivedere Valentina. — Il conte sorrise.
— Amico mio, padre mio, gridò Morrel, esaltato, state in guardia, vi ripeterò per la terza volta, poichè l’ascendente che prendete su di me mi spaventa: state in guardia sul senso delle vostre parole, perchè ecco qua, i miei occhi si rianimano, il mio cuore si riaccende e rinasce. State in guardia, perchè mi farete credere a cose soprannaturali. Io vi obbedirei se mi comandaste di rialzare la pietra sepolcrale della figlia della vedova; camminerei sulle onde come l’apostolo, se mi faceste segno colla mano di camminare sui flutti; state in guardia perchè io obbedirei!
— Spera, amico mio, ripetè il conte.
— Ah! disse Morrel ricadendo da tutta l’altezza della sua esaltazione nell’abisso della sua tristezza, ah! vi prendete giuoco di me: fate come queste buone madri, o per meglio dire, come queste madri egoiste che calmano con parole melliflue i dolori del fanciullo, perchè le sue grida le stancano. No, amico mio, no, io aveva torto di dirvi di stare in guardia, no, non temete di niente, seppellirò il mio dolore con tanta cura nel più profondo del petto, lo renderò così oscuro e segreto, che non avrete neppur la pena di compiangermi. Addio, amico mio; addio!
— Al contrario, disse il conte, da questo momento, Massimiliano, tu vivrai vicino a me, e con me, e non mi lascerai più, e fra otto giorni avremo lasciata dietro di noi la Francia.
— E mi dite sempre di sperare?
— Ti dico sempre di sperare, perchè so il mezzo di guarirti.
— Conte, voi mi rattristate anche di più, se è possibile: non vedete come resultato del colpo che mi percuote se non che un dolore sciocco, e credete consolarmi con un mezzo sciocco, un viaggio.
E Morrel scosse la testa con una sdegnosa incredulità.
— Che vuoi che ti dica? riprese Monte-Cristo. Ho fiducia nelle mie promesse, lasciami fare l’esperienza.
— Conte, voi prolungate la mia agonia, ecco tutto.
— Così, disse il conte, debole cuore che sei, non hai la forza di regalare al tuo amico qualche giorno per la prova che vuol tentare! Vediamo, sai di che cosa è capace il conte di Monte-Cristo? sai che egli comanda molte potenze terrestri? sai che egli ha abbastanza fede in Dio per ottenere dei miracoli da colui che ha detto che l’uomo colla fede, può sollevare una montagna? ebbene! questo miracolo che io spero, aspettalo, oppure...
— Oppure... ripetè Morrel.
— Oppure guardati, Morrel, ti chiamerò ingrato.
— Conte, abbiate pietà di me.
— Ho talmente pietà di te, Massimiliano, ascoltami bene, ho talmente pietà di te, che se non guarisci dentro un mese, giorno per giorno, ora per ora, rammenta bene le mie parole, Morrel, io stesso ti metterò davanti alla canna di due pistole cariche, o ad una tazza del più sicuro veleno d’Italia, di un veleno più infallibile, più pronto, credimi, di quello che ha uccisa Valentina.
— Me lo promettete?
— Sì, perchè io pure sono un uomo, io pure ho sofferto, io pure come ti ho detto, volli morire, e spesso, anche dopo che si è allontanato da me l’infortunio, io pure ho pensato alle delizie del sonno eterno.
— Voi dunque mi promettete ciò con sicurezza, conte?
— Non tel prometto, ma tel giuro, disse Monte-Cristo.
— Fra un mese, sul vostro onore, se non sarò consolato, mi lascerete libero della mia vita, e qualunque cosa io faccia, non mi chiamerete ingrato?
— Fra un mese, in questo stesso giorno, Massimiliano, fra un mese, in questa stessa ora, la data è sacra, Massimiliano, oggi siamo al 5 di settembre; ed oggi son dieci anni che io salvai tuo padre che voleva morire.
Morrel afferrò le mani del conte e le baciò; il conte lo lasciò fare, come se avesse conosciuto che questo tratto gli era dovuto. — Fra un mese, continuò Monte-Cristo, tu avrai sulla tavola, davanti alla quale saremo entrambi assisi, delle buone armi ed una morte dolce; ma in compenso mi prometti di aspettar fino a quell’ora e di vivere?
— Oh! a mia volta, gridò Morrel, ve lo giuro!
Monte-Cristo attirò il giovine sul suo cuore e ve lo tenne lungamente: — Ed ora, disse egli, da questo giorno tu verrai a dimorar meco; prenderai l’appartamento di Haydée, e una figlia almeno sarà sostituita da mio figlio.
— Haydée! disse Morrel; e che è dunque avvenuto di lei?
— Ella è partita questa notte. — Per lasciarvi?
— Per aspettarmi... tienti dunque pronto a venirmi a raggiungere alla strada dei Campi-Elisi, e fammi uscire di qui senza che io sia veduto da alcuno. — Massimiliano abbassò la testa ed obbedì, come un fanciullo o come un apostolo.
CV. — LA DIVISIONE.
In questa casa della strada di San-Germano dei Prati, che Alberto de Morcerf aveva scelto per sua madre e per lui, il primo piano composto di un piccolo appartamento completo, era dato in fitto ad un personaggio molto misterioso.
Era un uomo di cui lo stesso portinaro non aveva mai potuto vedere il viso, sia che entrasse o che uscisse; poichè l’inverno immergeva il mento in una di quelle cravatte rosse che portano i cocchieri delle buone famiglie, quando aspettano i loro padroni all’uscita del teatro, e l’estate si soffiava sempre il naso, precisamente nel momento in cui avrebbe potuto esser veduto nel passare davanti al casotto del portinaro. Bisogna dirlo, contro tutte le abitudini in uso, quest’inquilino di casa, non era stato mai spiato da alcuno, poichè correva la voce che questo incognito nascondesse un individuo di alta posizione e che aveva le _braccia lunghe_, ciò fece rispettare le sue misteriose apparizioni.
Le sue visite erano ordinariamente ad epoche fisse, quantunque qualche volta fossero o anticipate o ritardate. Ma quasi sempre, inverno o estate che fosse, verso le quattro p. m. egli prendeva possesso del suo appartamento, ove non passava mai la notte. Nell’inverno una discreta serva accendeva il fuoco alle tre e mezzo, e questa aveva la sopraintendenza dell’appartamento: nell’estate la stessa serva preparava il ghiaccio alle tre e mezzo. Alle quattro come abbiam detto, entrava il misterioso personaggio.
Venti minuti dopo di lui, una carrozza si fermava davanti alla casa; una donna vestita di nero o di blu scuro, ma sempre avviluppata in un gran velo, ne discendeva, passava come un’ombra davanti al posto del portinaro, saliva la scala, senza che si sentisse scrocchiare un solo scalino sotto il suo piede leggero. Non era mai accaduto che le si fosse domandato dove andava. Il suo viso, come quello dello sconosciuto, era dunque perfettamente estraneo alle due guardie della porta; questi portinari modelli erano i soli, forse, dell’immensa confraternita dei portinari della capitale, che fossero capaci di una simile discrezione. Non fa mestieri di dire ch’ella non saliva più in alto del primo piano: picchiava ad una porta in un modo particolare; la porta si apriva, poi si richiudeva ermeticamente, e tutto era fatto.
Per uscire dall’appartamento, la stessa manovra che per entrarvi. La sconosciuta usciva per la prima, sempre velata, e risaliva nella sua carrozza, che alle volte partiva da una parte, alle volte da un’altra della strada; indi, venti minuti dopo, lo sconosciuto uscendo egli pure immerso nella cravatta, o nascosto nel fazzoletto spariva egli pure.
La dimane del giorno in cui il conte di Monte-Cristo aveva fatta la sua visita a Danglars, giorno in cui fu data sepoltura a Valentina, l’abitante misterioso entrò verso le dieci della mattina, invece di rientrare, come il solito, verso le quattro p. m. Quasi subito dopo, e senza conservare l’ordinario intervallo, giunse una carrozza di piazza e la dama velata salì rapidamente la scala. La porta si aprì e si chiuse. Ma prima ancora che la dama fosse entrata, ella aveva esclamato: — Oh! Luciano! oh amico mio! — Di modo che il portinaro, che senza volerlo aveva intese queste esclamazioni, seppe allora per la prima volta che il suo pigionale si chiamava Luciano; ma siccome era un portinaro modello, si promise di non dirlo neppure a sua moglie: — Ebbene! che c’è, mia cara amica? — domandò quello di cui la confusione e la fretta della dama velata avevan scoperto il nome al portinaro, — parlate, dite.
— Amico mio, posso contar su di voi?
— Certamente, e lo sapete bene; ma che c’è? il vostro biglietto di questa mattina mi ha gettato in una terribile perplessità. Questa precipitazione, questo disordine del vostro scritto; vediamo, tranquillatevi, o spaventate me pure del tutto!
— Luciano, un grande avvenimento! disse la dama fissando su Luciano uno sguardo scrutatore; il sig. Danglars è partito questa notte. — Partito il sig. Danglars! e dove è andato? — L’ignoro.
— Come! lo ignorate? è dunque partito per non ritornar più? — Senza dubbio! alle dieci di sera, i suoi cavalli lo hanno condotto alla barriera Charenton, là egli ha ritrovata una berlina di posta con i cavalli già attaccati, vi è montato dentro col suo cameriere, dicendo al cocchiere che andava a Fontainebleau.
— Ebbene! che dicevate dunque?
— Aspettate, amico mio; mi ha lasciata una lettera!
— Una lettera? — Sì, leggetela. — E la baronessa cavò dalla sua borsa una lettera dissigillata che presentò a Debray.
Debray, prima di leggerla, esitò un momento, come se avesse voluto tentare di indovinare ciò ch’essa conteneva, o piuttosto come se, qualunque fosse il contenuto, avesse già presa una risoluzione. Dopo qualche secondo le sue idee erano certamente fissate, perchè lesse. Ecco che cosa conteneva questo biglietto, che aveva gettato un così gran turbamento nel cuore della sig.ª Danglars.
«Signora e fedelissima sposa.»
Senza pensarvi, Debray si fermò e guardò la baronessa, che arrossì fino agli occhi: — Leggete, diss’ella.
Debray continuò.
«Quando riceverete questa lettera, non avrete più marito! Oh! non prendete l’allarme con troppo calore; non avrete più marito come non avete più figlia: vale a dire che sarò sopra una delle 30, o 40 strade che conducono fuori della Francia. Io vi debbo delle spiegazioni, e siccome siete donna da comprenderle benissimo, ve le darò. Attenta dunque! Questa mattina mi è sopraggiunto un rimborso di cinque milioni, ed io l’ho fatto: un altro quasi della stessa somma lo ha susseguito quasi immediatamente; l’ho aggiornato a domani, ed oggi parto per evitare questo domani, che sarebbe per me troppo pernicioso ad aspettarsi; capirete benissimo, signora e preziosissima sposa? Io dico capirete, perchè voi conoscete i miei affari tanto bene quanto me, li sapete anzi meglio di me; atteso che, se si trattasse di dire dov’è passata una buona metà delle mie ricchezze, non ha guari ancora rilevanti, io ne sarei incapace, mentre voi al contrario, ne son certo, ve ne caverete perfettamente. Poichè le donne hanno degli istinti di una sicurezza infallibile; esse spiegano, con un’algebra particolare che hanno inventato, anche il maraviglioso. Io che non conosco che le mie cifre, nulla ho più saputo dal giorno in cui le mie cifre mi hanno ingannato.
«Avete qualche volta ammirato la rapidità della mia caduta, signora? Siete rimasta un poco abbagliata da questa incandescente fusione delle mie verghe d’oro? ve lo confesso, non vi ho veduto che fuoco; speriamo che abbiate ritrovato un poco d’oro fra queste ceneri. Con questa consolante speranza mi allontano, signora e prudentissima sposa, senza che la mia coscienza mi rimproveri menomamente l’abbandonarvi: a voi restano degli amici, le ceneri di cui vi parlava, e, per colmo di felicità, la libertà, che mi affretto a restituirvi. Però, signora, è giunto il momento di porre in questo paragrafo una parola d’intima spiegazione. Fin che io ho sperato che voi lavoravate pel bene della nostra casa, per la fortuna di nostra figlia, ho chiusi gli occhi, ma siccome avete fatto della mia casa una vasta rovina, non voglio servire alla fondazione della fortuna degli altri: vi ho presa ricca, ma poco onorata. Perdonatemi di parlarvi con franchezza, ma siccome probabilmente non parlo che per noi due, non vedo il perchè dovrei foderare le mie parole. Ho aumentata la nostra fortuna, che per anni è andata sempre in aumento, fino al momento in cui, catastrofi sconosciute, inintelligibili anche per me, son venute a prendersela corpo a corpo, ed a rovesciarla, senza che io possa dire che vi sia stato menomamente colpa mia.
«Voi, signora, avete lavorato soltanto ad accrescere la vostra, e vi siete riuscita; io ne son moralmente convinto: vi lascio dunque come vi ho presa, ricca, ma poco onorata.
«Addio, io pure da questo giorno, lavorerò per conto mio. Credete a tutta la mia riconoscenza per l’esempio che mi avete dato, e che io seguirò.
«Vostro affezionatissimo marito. «BARONE DANGLARS»
La baronessa aveva seguito cogli occhi Debray, durante questa lunga e penosa lettura; ella aveva veduto, ad onta del suo potere ben conosciuto su di lui, il giovine cambiare una o due volte di colore. Quando ebbe finito ripigliò lentamente la lettera, e riprese la sua abitudine pensierosa:
— Ebbene? domandò la sig.ª Danglars con una ansietà facile a comprendersi.
— Ebbene! signora, ripetè macchinalmente Debray.
— Che idea v’ispira questa lettera?
— Oh! questo è ben semplicissimo, mi ispira l’idea che il sig. Danglars è partito con dei sospetti.
— Senza dubbio; ma ciò è quanto avete a dirmi?
— Non vi capisco, disse Debray con una freddezza di ghiaccio.
— Egli è partito! partito del tutto! per non ritornar più!
— Oh! fece Debray, non lo credete, baronessa.
— No, ve lo dico io, non ritornerà più. Lo conosco, è un uomo inamovibile in tutte le risoluzioni che partono dal suo interesse. Se mi avesse giudicata utile a qualche cosa, mi avrebbe presa seco. Egli mi lascia a Parigi, e questo è il segno che la nostra separazione può servire ai suoi disegni; ella è dunque irrevocabile, io son libera per sempre, aggiunse la sig.ª Danglars colla stessa espressione di preghiera.
Ma Debray, invece di rispondere, la lasciò in quella angosciosa interrogazione dello sguardo e del pensiero: — Oh! diss’ella finalmente, voi non mi rispondete, signore?
— Non ho che una domanda a farvi, che contate di divenire?
— Lo chiedeva a voi stesso, rispose la baronessa palpitando.
— Ah! fece Debray, è dunque un consiglio che chiedete a me?
— Sì, disse la baronessa col cuore serrato.
— Allora se mi chiedete, un consiglio, vi consiglio di viaggiare.
— Di viaggiare! mormorò la sig.ª Danglars.
— Certamente; come ha detto Danglars, voi siete ricca, e perfettamente libera. Un’assenza da Parigi sarà necessaria assolutamente, almeno per quanto credo; dopo lo strepitoso fracasso che hanno fatto i due matrimoni andati a monte di madamigella Eugenia, e la duplice sparizione di vostra figlia e di vostro marito. È soltanto necessario che tutta la società sappia che siete povera, e vi creda abbandonata; perchè non si menerebbe buona, alla moglie del banchiere fallito, la sua ricchezza, e l’opulenza della sua casa. Per primo caso, basta che restiate a Parigi soltanto 15 giorni, raccontando specialmente a tutti che siete stata abbandonata, e raccontando ai vostri migliori amici, che andranno a ripeterlo ovunque, in che modo siete stata lasciata; indi partirete dal vostro palazzo, lasciandovi tutti i gioielli, i crediti della vostra dote, e ciascuno loderà il vostro disinteressamento. Allora vi sapranno abbandonata, e vi crederan povera; poichè io solo conosco la vostra situazione finanziaria, e son pronto a rendervi i vostri conti da socio leale. — La baronessa pallida, atterrita, aveva ascoltato questo discorso con tanto spavento e disperazione, quanta era stata la calma e l’indifferenza che vi aveva impiegata Debray nel pronunziarlo: — Abbandonata! ripetè ella, oh! da vero abbandonata... sì, avete ragione, signore, e nessuno avrà dubbi sul mio abbandono. — Queste furono le sole parole che questa donna così altera, così violenta potè rispondere a Debray. — Ma ricca, anzi ricchissima, continuò Debray cavando dal suo portafogli e stendendo sul tavolo alcune carte in esso contenute. — La sig.ª Danglars lo lasciò fare, essendo solo occupata a contenere i battiti del cuore, ed a ritenere le lagrime che sentiva spuntare all’angolo delle palpebre. Ma finalmente il sentimento della dignità la vinse nella baronessa; e se non riuscì a comprimere il cuore, ottenne almeno di non versare una lagrima.
— Signora, disse Debray, son circa sei mesi che siamo in società, voi avete somministrato il capitale dei fondi in centomila fr.; nel mese d’aprile di questo anno ebbe luogo la nostra società: in maggio cominciarono le nostre operazioni.
«In maggio abbiam guadagnato 450 mila fr. In giugno l’utile è montato a 900 mila fr. In luglio abbiamo fatta un’aggiunta di un milione e 700 mila fr.; lo sapete, fu sui fondi di Spagna. In agosto perdemmo, sul principio del mese, 300 mila fr. ma il 15 dello stesso mese li abbiamo riguadagnati, ed alla fine abbiamo preso la nostra rivincita, perchè i nostri conti, messi in chiaro, dal giorno della nostra associazione fino a ieri, in cui li ho chiusi, ci danno un attivo di due milioni e 400 mila fr., vale a dire un milione e 200 mila fr. per ciascuno. Ora, continuò Debray, compulsando il libro de’ conti col metodo e la tranquillità di un agente di cambio, troviamo 80 mila fr. dei frutti di questa somma rimasta fra le mie mani...
— Ma, interruppe la baronessa, che son questi frutti, quando non si è mai messa questa somma a cambio?