Il Conte di Monte-Cristo

Part 102

Chapter 1023,760 wordsPublic domain

— Oh! è come se l’aveste già: le sue elemosine sole montano a più di 20 mila fr. il mese.

— È cosa magnifica! d’altra parte gli citerò l’esempio della sig.ª de Morcerf, e di suo figlio. — Quale esempio?

— Essi hanno donata tutta la loro fortuna agli ospizii.

— Quale fortuna? — La loro fortuna, quella del generale de Morcerf defunto. — E a che proposito? — Al proposito ch’essi non vogliono beni così miseramente acquistati. — E di che cosa vivranno? — La madre si ritira in provincia, ed il figlio si arruola. — Senti! senti! questi sì che sono scrupoli! — Ho fatto registrare ieri l’atto di donazione. — E quanto possedevano? — Oh! non era gran cosa, un milione e 300 mila fr. Ma ritorniamo ai nostri milioni.

— Volentieri, disse Danglars colla maggior naturalezza del mondo. Avete dunque molta fretta di ritirare questo danaro?

— Ma sì, il riscontro di cassa si fa domani.

— Domani! perchè non lo avete detto subito! ma è un secolo, domani! a che ora succede la verifica di cassa?

— Alle due pomeridiane.

— Mandate a mezzogiorno, disse Danglars col suo sorriso.

Il sig. de Boville non rispondeva gran cosa, faceva di sì colla testa, ed andava voltando e rivoltando il suo portafogli fra le mani.

— Ma ora che vi penso, disse Danglars, fate anche meglio.

— Che volete che io faccia?

— La ricevuta di Monte-Cristo vale danaro contante: passate con questa ricevuta da Rothschild o da Laffitte; essi ve la prenderanno sul momento.

— Quantunque da pagarsi a Roma?

— Certamente; non vi potrà costare che un piccolo sconto di sei o settemila fr. — Il ricevitore fece uno sbalzo in addietro.

— In fede mia, no, desidero di aspettar domani, come dicevate.

— Ho creduto per un momento, perdonatemi, disse Danglars con una estrema impudenza, ho creduto che aveste un piccolo _deficit_, una piccola mancanza da riempire.

— Oh! fece il ricevitore. — Ascoltate, ciò si è veduto, e, in questo caso, si fa un sacrificio. — Grazie a Dio no, disse il sig. de Boville. — Allora, a domani, n’è vero, mio caro sig. ricevitore? — Sì, a domani, ma senza fallo?

— Anche! ma ridete! mandate a mezzogiorno e la banca sarà avvisata. — Verrò io stesso.

— Meglio ancora, perchè ciò mi procurerà il piacere di rivedervi. — E si strinsero la mano. — A proposito, disse il sig. de Boville, non andate al funerale di questa povera madamigella de Villefort, che ho incontrato sul baluardo?

— No, disse il banchiere, sono ancora un poco ridicolo dopo l’affare di Benedetto, e faccio un tuffo.

— Bah! avete torto; è forse colpa vostra?

— Ascoltate, mio caro ricevitore, quando si porta un nome senza macchia come il mio, si è suscettibili.

— Tutti vi compiangono, siatene persuaso, e soprattutto si compiange madamigella vostra figlia.

— Povera Eugenia! fece Danglars con un profondo sospiro! saprete ch’ella entra in monastero? — No.

— Non è che disgraziatamente troppo vero. La dimane dell’avvenimento, ella ha risoluto partire con una religiosa sua amica, ed è andata a cercare un convento dei più severi in Italia o in Spagna.

— Oh! è terribile! — Ed il sig. de Boville si ritirò dopo questa esclamazione, facendo al padre mille complimenti di condoglianza. Ma non fu appena fuori, che Danglars, con una energia di gesto che potranno soltanto intendere quelli che hanno veduto rappresentare Robert Macaire da Frederick, gridò: — Imbecille!!! — E chiudendo la quietanza di Monte-Cristo in un piccolo portafogli. — Vieni a mezzogiorno, diss’egli, e a mezzogiorno, io sarò lontano.

Indi si chiuse a doppio giro di chiave, vuotò tutti i cassettini della cassa, riunì un 50 mila fr. in biglietti di banca, bruciò diverse carte, ne pose altre in evidenza, scrisse una lettera che sigillò e sulla quale mise per soprascritta:

«Alla signora baronessa Danglars.» — Questa sera, mormorò egli, io stesso la metterò sulla sua toletta.

Indi, cavando da un cassetto un passaporto: — Buono! diss’egli, è ancora valido per due mesi.

CIV. — IL CIMITERO DEL PADRE LACHAISE.

Il sig. de Boville aveva di fatto incontrato il convoglio funebre che conduceva Valentina all’ultima sua dimora.

Il tempo era tetro e nuvoloso; un vento ancora tiepido, ma di già mortale per le foglie ingiallite, le staccava dai rami poco a poco spogliati, e le faceva veleggiare sulla folla immensa che ingombrava i baluardi. Il sig. de Villefort, puro parigino, riguardava il cimitero del Padre-Lachaise, come il solo degno di ricevere le spoglie mortali di una famiglia parigina. Gli altri gli sembravano cimiteri da campagna, appartamenti ammobigliati della morte. Soltanto al Padre-Lachaise un trapassato di buona società poteva essere alloggiato come in casa sua. Come abbiam veduto, egli aveva comprato la concessione a perpetuità sulla quale s’innalzava il monumento popolato così prontamente da tutti i morti della sua prima famiglia. Si leggeva sul frontone del mausoleo:

FAMIGLIA SAINT-MÉRAN E VILLEFORT

Perchè tale era stata l’ultima volontà della povera Renata madre di Valentina. Era dunque verso il Padre-Lachaise che s’incamminava il pomposo corteggio, partito dal sobborgo Sant’Onorato. Fu traversato tutto Parigi, fu preso pel sobborgo del Tempio, indi pei baluardi esterni fino al cimitero. Più di 50 carrozze padronali seguivano venti carrozze di lutto, e dietro a queste 50 carrozze, più di 500 persone ancora camminavano a piedi. Erano quasi tutti giovinetti che questa morte di Valentina aveva colpiti come un fulmine, e che, ad onta del vapore ghiacciale del secolo, e del prosaismo del tempo soffrirono l’influenza poetica di questa bella, di questa casta, di questa adorabile giovanetta, divelta nel suo fiore. All’uscire di Parigi si vide giungere rapidamente una carrozza trasportata da quattro cavalli, che d’improvviso si fermarono, irrigidendo i loro nervosi garetti, come fossero state suste d’acciaio: era il sig. di Monte-Cristo. Il conte discese di carrozza, e venne a confondersi fra la folla che camminava a piedi dietro il carro funebre. Château-Renaud lo scoperse, discese subito dal suo _coupé_ e venne ad unirsi a lui, Beauchamp egualmente lasciò il _cabriolet_ di rimessa nel quale si ritrovava. Il conte guardava attentamente fra tutti gli interstizii che lasciava la folla; egli cercava visibilmente qualcuno; finalmente non potè più contenersi. — Ov’è Morrel? domandò egli. Qualcuno di voi, signori, sa niente ove sia?

— Ci siam già fatti questa domanda fin dalla casa mortuaria, disse Château-Renaud, poichè nessun di noi lo ha scorto.

Il conte tacque, ma continuò a guardare intorno a sè. Finalmente si giunse al cimitero. L’occhio penetrante di Monte-Cristo guardò in tutti i boschetti, e ben presto perdè tutte le inquietudini: un’ombra aveva strisciato sotto i neri cipressi, e Monte-Cristo senza dubbio scopriva in essa l’oggetto che cercava. Si sa che cosa è un seppellimento in questa città di morti: gruppi neri disseminati nei bianchi viali, un silenzio del cielo e della terra, rotto soltanto dal rumore dello spezzarsi di qualche ramo, dell’affondarsi di qualche siepe intorno alla tomba; poi il canto malinconico dei preti al quale viene qua e là mischiato un singhiozzo sfuggito da un cespuglio di fiori, sotto il quale si vede qualche donna prostrata con le mani giunte. L’ombra che aveva notata Monte-Cristo traversò rapidamente il sentiero che passava dietro la tomba di Abelardo ed Eloisa e venne a situarsi, cogli assistenti ai becchini alla testa dei cavalli che trascinavano il corpo, e del medesimo passo pervenne alla direzione scelta per la sepoltura. Ciascuno guardava qualche cosa. Monte-Cristo non guardava che quest’ombra appena osservata da quelli che l’avvicinavano.

Due volte il conte uscì dalle file per vedere se le mani di quest’uomo cercavano qualche arma nascosta nei propri abiti. Quest’ombra, quando il corteo si fermò, fu riconosciuta esser quella di Morrel che, coll’abito nero abbottonato fino al collo, la fronte livida, le guance solcate, il cappello ammaccato in più posti dalle sue mani convulsive, si era appoggiato ad un albero situato sur un rialto che dominava il mausoleo, in modo da non perdere alcuno dei particolari della funebre cerimonia che si compiva. Tutto terminò secondo l’uso. Alcuni uomini, e, come sempre, erano i meno impressionati, alcuni uomini pronunciarono dei discorsi. Gli uni compiansero questa morte prematura; gli altri si estesero sul dolore di suo padre; ve ne furono degl’ingegnosi per ritrovar che questa giovanetta aveva più di una volta sollecitato il sig. de Villefort in favor di quei colpevoli sulla testa dei quali egli teneva alzata la spada della giustizia; finalmente si terminarono le metafore fiorite ed i periodi dolorosi, cementando in tutti i modi le sentenze di Malherbe e Duperier. Monte-Cristo nulla ascoltava, nulla vedeva, o piuttosto non vedeva che Morrel, di cui la calma e l’immobilità formavano uno spettacolo spaventoso per colui che solo poteva leggere ciò che accadeva nel fondo del cuore del giovine ufficiale.

— Osserva, disse d’improvviso Beauchamp a Debray, ecco là Morrel! dove diavolo si è andato a cacciare! — Ed essi lo fecero notare a Château-Renaud. — Come è pallido! disse questi fremendo.

— Avrà freddo, replicò Debray.

— No, disse lentamente Château-Renaud, credo che sia commosso: egli è un uomo impressionabilissimo.

— Bah! disse Debray, appena conosceva madamigella de Villefort; l’avete detto voi stesso.

— È vero. Però, mi ricordo che al ballo della sig.ª de Morcerf ha ballato tre volte con lei; sapete, conte, che a quel ballo voi produceste un grande effetto?

— No, non lo so, rispose Monte-Cristo, senza sapere a che rispondeva, nè a chi, tanto era occupato a sorvegliare Morrel, le cui guance si animavano come accade a quelli che comprimono realmente la loro respirazione.

— I discorsi son finiti; addio, signori, disse bruscamente il conte. — E dette il segnale della partenza, sparendo senza saper per dove fosse passato. La festa mortuaria era terminata, e gli assistenti ripresero la strada di Parigi. Château-Renaud solo cercò un momento Morrel con gli occhi; ma, mentre aveva seguito il conte con gli occhi al punto che si allontanava, Morrel aveva lasciato il suo posto, e Château-Renaud, dopo averlo invano cercato, aveva seguito Debray e Beauchamp. Monte-Cristo si era gettato fra i tigli, e nascosto dietro una larga tomba, spiava fino il più piccolo movimento di Morrel, che a poco a poco si accostò al Mausoleo, abbandonato prima dai curiosi e poi dagli operai. Morrel guardò d’intorno a lui lentamente e vagamente, ma al momento in cui il suo sguardo abbracciava la parte di cerchio opposta alla sua, Monte-Cristo si riavvicinò ancora di una diecina di passi senza essere stato veduto. Il giovine s’inginocchiò. Il conte col collo teso, l’occhio fisso e dilatato, i calcagni piegati come per islanciarsi al primo segnale, continuava ad avvicinarsi a Morrel. Morrel chinò la fronte fin sulla pietra, abbracciò il cancello con ambe le mani, e mormorò: — Oh! Valentina! — Il cuore del conte fu spezzato dalla esplosione di queste due sole parole; egli fece anche un passo, e battendo sulla spalla di Morrel: — Siete voi, amico caro, disse egli; io vi cercava. — Monte-Cristo si aspettava rimproveri e recriminazioni: egli s’ingannava. Morrel si voltò dalla sua parte e con una calma apparente: — Il vedete, disse egli, io pregava! — Lo sguardo scrutatore di Monte-Cristo percorse il giovine dai piedi alla testa. Dopo questo esame sembrò più tranquillo. — Volete che vi riconduca a Parigi? disse egli.

— No, grazie. — Finalmente desiderate qualche cosa?

— Lasciatemi pregare. — Il conte si inginocchiò senza fare una sola obbiezione, ma fu per prendere un nuovo posto di dove egli non perdeva un sol gesto di Morrel, che finalmente si alzò, si pulì i ginocchi imbianchiti dalla polvere, e riprese la strada di Parigi, senza voltare una sola volta la testa. Massimiliano discese lentamente la strada della Roquette. Il conte rimandò la carrozza, che stazionava alla porta del cimitero, e lo seguì a cento passi di distanza.

Massimiliano traversò il canale, e rientrò nella strada Meslay per la parte dei baluardi. Cinque minuti dopo che la porta fu chiusa da Morrel, ella si riaprì per Monte-Cristo.

Giulia era all’entrata del giardino, ove guardava colla più profonda attenzione mastro Penelon che, prendendo la sua professione di giardiniere sul serio, lavorava intorno ad un rosaio del Bengal. — Ah! sig. conte di Monte-Cristo! gridò ella con quella gioia che manifestava d’ordinario ciascun membro della famiglia, quando Monte-Cristo faceva visita nella strada Meslay.

— Massimiliano è entrato ora, n’è vero, signora? dimandò il conte.

— Credo di averlo veduto passare, sì, riprese la giovine sposa; ma vi prego, chiamate Emmanuele.

— Perdono, signora, bisogna che io salga al momento da Massimiliano, replicò Monte-Cristo; ho da dirgli qualche cosa della più alta importanza.

— Andate dunque, fece ella, accompagnandolo con suo grazioso sorriso fin che non fu disparso per le scale.

Monte-Cristo raggiunse ben presto il secondo piano, che separava il pian terreno dall’appartamento di Massimiliano. Giunto sul pianerottolo ascoltò, nessun rumore si faceva sentire. Come nella maggior parte delle case antiche abitate da un sol padrone, il pianerottolo non era chiuso che da una sola porta coi vetri, alla quale non v’era chiave. Massimiliano si era rinchiuso per di dentro, ed era impossibile penetrare al di là della porta, una tendina di seta rossa foderava i vetri. L’ansietà del conte si manifestò per mezzo di un vivo rossore, sintomo di emozione poco ordinario presso questo uomo impassibile. — Che fare? mormorò egli. — E riflettè un minuto: — Suonare? riprese egli; Oh! no! spesso il rumore di un campanello, vale a dire di una visita, accelera la risoluzione di quelli che si ritrovano nella situazione in cui dev’essere Massimiliano in questo momento ed allora al rumore del campanello risponde un altro rumore. — Monte-Cristo fremette dalla testa ai piedi, e siccome in lui la risoluzione aveva la rapidità del lampo, dette un colpo col gomito contro un cristallo della invetrata, che andò in pezzi, indi sollevò la tendina, e vide Morrel davanti ad uno scrittoio con una penna in mano, che aveva fatto uno sbalzo sulla sua sedia al rumore del cristallo rotto. — Non è niente, disse il conte, mille perdoni! caro amico, ho scivolato, e nello scivolare ho percosso col gomito sul cristallo; poichè è rotto me ne approfitto per entrare da voi, non v’incomodate. — E passando il braccio dal vano prodotto per la rottura del vetro, il conte aprì la porta. Morrel si alzò evidentemente contrariato, e venne incontro a Monte-Cristo più per barricargli il passaggio che per andarlo a ricevere: — In fede mia; disse Monte-Cristo strofinandosi il gomito, la colpa è dei vostri domestici, i vostri pianciti sono lisciati come gli specchi.

— Vi siete ferito, signore? domandò freddamente Morrel.

— Non so. Ma che facevate dunque là? scrivevate? — Io?

— Voi avete le dita macchiate d’inchiostro.

— Sì, è vero, rispose Morrel, ciò mi accade qualche volta, quantunque io sia militare. — Monte-Cristo fece qualche passo nell’appartamento, e Massimiliano fu obbligato di lasciarlo passare, ma lo seguì. — Voi scrivevate? riprese Monte-Cristo con uno sguardo impacciante per la sua immobilità.

— Ho già avuto l’onore di dirvi di sì, disse Morrel.

Il conte gettò uno sguardo intorno a sè. — Le vostre pistole di fianco al calamaio? disse egli, mostrando col dito a Morrel le armi poste sul suo scrittoio.

— Parto per un viaggio, rispose con dispetto Massimiliano.

— Amico mio! disse Monte-Cristo con una voce piena di una infinita dolcezza. — Signore?

— Amico mio, non fate risoluzioni estreme, ve ne supplico.

— Io risoluzioni estreme! disse Morrel stringendo le spalle, che ritrovate di risoluzione estrema in un viaggio?

— Massimiliano, disse Monte-Cristo, deponiamo ciascun di noi la maschera che in questo momento portiamo. Massimiliano, non abusate di questa calma di comando più di quello che non abuso di voi colla mia frivola sollecitudine. Capirete bene, che per aver fatto ciò che ho fatto, per aver rotto un vetro, violato il segreto della camera di un amico, bisognava che avessi una reale inquietudine, o piuttosto una terribile convinzione? Morrel, voi volevate uccidervi.

— Bah! disse Morrel fremendo. Di dove cavate queste idee?

— Vi dico che volevate uccidervi, continuò il conte col medesimo tuono di voce, ed eccone la pruova. — Ed avvicinandosi allo scrittoio, sollevò il foglio bianco che il giovine aveva gettato sulla lettera incominciata, e prese la lettera. Morrel si slanciò per levargliela di mano. Ma Monte-Cristo prevedeva il movimento, e lo prevenne afferrando Massimiliano per un polso e fermandolo come la catena di acciaio ferma la molla nel mezzo della sua evoluzione.

— Vedete bene, che volevate uccidervi, Morrel, disse il conte; ciò sta scritto!

— Ebbene! gridò Morrel, passando senza transizione dall’apparenza della calma alla espressione della violenza; ebbene! quando ciò fosse, quando avessi risoluto di voltar su di me la canna di questa pistola, chi me lo impedirà? chi avrà il coraggio d’impedirmelo? quando io dirò: Tutte le mie speranze sono rovinate; il mio cuore è spezzato, la mia vita è estinta, non vi è più che lutto e disgusto intorno a me; la terra è divenuta cenere, ogni voce umana mi dilania; quando dirò; è una pietà lasciarmi morire, perchè se non mi lasciate morire, perdo la ragione, diventerò pazzo! Vediamo, dite, signore, quando dirò così, quando si vedrà che lo dico con le angosce e le lagrime del cuore, mi si risponderà forse; avete torto? Mi si impedirà di non esser più infelice? dite, signore, dite; avreste forse voi questo coraggio?

— Sì, Morrel, fece il conte con una voce, la cui calma contrastava stranamente colla esaltazione del giovine.

— Voi! gridò Morrel, con una espressione crescente di collera e di rimprovero; voi che mi avete ingannato con una assurda speranza, che mi avete trattenuto, cullato, addormito con vane promesse, mentre avrei potuto con qualche colpo rumoroso, con qualche estrema risoluzione, salvarla, o almeno vederla morir fra le mie braccia; voi che affettate tutti gli espedienti dell’intelligenza, tutte le potenze della materia; voi che rappresentate, o che almeno fate sembiante di rappresentar sulla terra un emissario della Provvidenza, e che non avete neppur il potere di dare un contraveleno ad una giovanetta avvelenata! ah! in verità, signore, mi fareste pietà, se non mi fareste orrore!

— Morrel!...

— Sì, mi avete detto di deporre la maschera, ebbene! siate soddisfatto, la depongo. Sì, quando mi avete seguito al cimitero, sì ho ancora risposto, perchè il mio cuore è buono; quando siete entrato qui, vi ho lasciato venire fin qui... Ma poichè venite a bravare fin dentro la mia camera, ove mi era ritirato come dentro una tomba; poichè apportate una nuova tortura a me, che credeva di averle stancate tutte, conte di Monte-Cristo, mio preteso benefattore, conte di Monte-Cristo, salvatore universale, siate soddisfatto, vedrete morire il vostro amico.

E Morrel, col sorriso della demenza sulle labbra, si slanciò una seconda volta verso le pistole. Monte-Cristo, pallido come uno spettro, ma coll’occhio abbagliante di luce, stese la mano sulle armi, e disse all’insensato:

— Ed io, ed io vi ripeto che non vi ucciderete!

— Impeditemelo dunque! replicò Morrel con un ultimo slancio, che come il primo, venne ad infrangersi contro il braccio d’acciaio del conte.

— Ve lo impedirò!

— Ma chi siete dunque per arrogarvi questo tirannico diritto verso le creature viventi e pensanti?

— Chi sono io? ripetè Monte-Cristo. Ascoltate, sono il solo uomo al mondo che abbia il diritto di dirvi: Morrel, non voglio che oggi muoia il figlio di tuo padre. — E Monte-Cristo, maestoso, trasfigurato, sublime, si avanzò colle due braccia incrociate verso il giovine, che palpitante suo malgrado per la possanza di quest’uomo, rinculò di un passo!

— Perchè parlate di mio padre? balbettò egli, perchè mischiate la rimembranza di mio padre con ciò che mi accade oggi?

— Perchè io son quello che salvò la vita a tuo padre, un giorno che voleva uccidersi come oggi il vuoi tu; perchè io sono quell’uomo che mandò la borsa alla tua giovane sorella, ed il _Faraone_ al vecchio Morrel; perchè io sono Edmondo Dantès che ti ha fatto scherzare sulle sue ginocchia, quando eri fanciullo! — Morrel fece ancora un passo in addietro vacillante, anelante, soffocato, oppresso; indi d’un subito le sue forze lo abbandonarono, e, con un grido, cadde prosternato ai piedi di Monte-Cristo: poscia in quella ammirabile natura si fece un movimento di rigenerazione improvvisa e compiuta: si rialzò, balzò fuori della camera, e si precipitò nella scala gridando con tutta la forza della sua voce: — Giulia! Giulia! Emmanuele! Emmanuele!

Monte-Cristo volle slanciarsi a sua volta, ma Massimiliano si sarebbe piuttosto fatto uccidere che lasciare la maniglia della porta che tirava a sè il conte. Alle grida di Massimiliano, Giulia, Emmanuele ed alcuni domestici accorsero spaventati. Morrel li prese per le mani, e riaprendo la porta: — In ginocchio! gridò egli con voce soffocata dai singulti; in ginocchio! questi è il salvatore, questi è il benefattore di nostro padre! egli è..., stava per dire: egli è Edmondo Dantès! — Il conte lo fermò afferrandogli un braccio. Giulia si slanciò sulla mano del conte, Emmanuele lo abbracciò come un nume tutelare; Morrel cadde per la seconda volta alle sue ginocchia e battè colla fronte la terra. Allora l’uomo di bronzo sentì il suo cuore dilatarsi nel petto, un getto di fiamma divorante si partì dalla sua gola, e gli salì agli occhi, chinò la testa, e pianse.

Avvenne in questa camera, e per alcuni momenti, un concerto di lagrime e di gemiti sublimi. Giulia fu appena rimessa dalla profonda emozione che aveva provata, che balzò fuori della camera, discese un piano, corse alla sala con gioia ineffabile, e sollevò la campana di cristallo che ricopriva la borsa data dallo sconosciuto nella casa dei viali di Meillan. In questo mentre Emmanuele con voce interrotta diceva al conte: — Oh! sig. conte, come mai, sentendoci parlare così spesso del nostro sconosciuto benefattore, come mai vedendoci ricordare la sua memoria con tanta riconoscenza ed adorazione, come mai avete aspettato fino ad oggi per farvi riconoscere? Oh! questa è crudeltà verso di noi, ed oserei quasi dire, sig. conte, verso di voi medesimo.

— Ascoltate, amico mio, disse il conte, ed io posso chiamarvi così, poichè, senza che voi lo pensaste, siete amico mio da undici anni; la scoperta di questo segreto è stata la conseguenza di un grande avvenimento, che voi dovete ignorare. Dio mi è testimonio, che avrei desiderato tenerlo nascosto nel fondo del mio cuore per tutto il tempo della mia vita. Vostro fratello Massimiliano me lo ha strappato per mezzo di violenze di cui si pente, ne sono sicuro.

Indi vedendo Massimiliano che si era gettato in un angolo contro un sofà, restando però sempre in ginocchio:

— Vegliate su lui, soggiunse a bassa voce Monte-Cristo, stringendo in modo significativo la mano di Emmanuele.

— Perchè questo? domandò il giovine meravigliato.

— Non posso dirvi di più; ma vegliate su lui.

Emmanuele girò per la camera uno sguardo circolare, e scoperse le pistole di Morrel. I suoi occhi si fissarono spaventati su queste armi, ch’egli designò a Monte-Cristo, levando lentamente un dito alla loro altezza.

Monte-Cristo chinò la testa. Emmanuele fece un movimento verso le pistole: — Lasciate, disse il conte.

Indi andando da Morrel, lo prese per la mano; i movimenti tumultuosi che avevano per un momento scosso il cuore del giovine, avevan ceduto il posto ad uno stupore profondo. Giulia risalì, ella teneva in mano la borsa di seta, e due lagrime brillanti e gioiose le rilucevano sulle guance, come due gocce di mattutina rugiada.

— Ecco la reliquia, diss’ella; non crediate ch’essa mi sia men cara dopo che mi è stato rivelato il salvatore.