Part 100
Per la sig.ª de Villefort non v’era più dubbio, tutto era finito; l’opera terribile, l’ultima che volesse compire, era consumata. L’avvelenatrice nulla più aveva da fare in quella camera; ella addietrò con tanta cautela ch’era visibile ch’ella temeva il romor dei suoi piedi sul tappeto; ma nel ritirarsi teneva ancora sollevata la cortina, assorbendo quello spettacolo della morte, che porta in sè una irresistibile attrazione fin che la morte non ha prodotta la decomposizione, ma soltanto la immobilità; mentre finchè dura il mistero, non vi è ancora il ribrezzo.
I minuti passavano, la sig.ª de Villefort sembrava non potersi staccare da quella cortina che teneva sospesa come una sindone al disopra della testa di Valentina. Ella pagò il suo tributo alla meditazione. La meditazione del delitto deve essere il rimorso. In questo momento i crepitii del lume raddoppiarono. A questo romore la sig.ª de Villefort fremette, e lasciò ricadere la cortina. Nello stesso punto il lume si spense, e la camera fu immersa in una spaventosa oscurità. Allora la pendola suonò le quattro e mezzo.
L’avvelenatrice, spaventata da queste successive commozioni, cercò a tastoni la porta, e rientrò nelle sue camere col sudore dell’angoscia sulla fronte. L’oscurità continuò per due ore dopo. Indi, a poco a poco, una sinistra e debole luce penetrò nell’appartamento, filtrando dagli interstizi delle persiane, poscia si fe’ maggiore, e venne a restituire il colore e la forma agli oggetti ed ai corpi.
Fu in questo momento che si sentì per le scale la tosse della infermiera che entrò nella camera di Valentina, con una tazza in mano. Per un padre, per un’amante il primo sguardo sarebbe stato risolutivo, Valentina era morta; per questa mercenaria, Valentina dormiva.
— Buono! diss’ella avvicinandosi alla tavola da notte, ella ha bevuto una parte della sua pozione, il bicchiere è a due terzi vuoto; — indi andò al caminetto, riaccese il fuoco, s’istallò in una poltrona, e quantunque uscisse allora dal letto approfittò del sonno di Valentina per dormire ancora alcuni momenti. La pendola la svegliò suonando le otto.
Allora meravigliata di questo sonno ostinato, spaventata da quel braccio pendente fuori del letto, e che l’addormentata non aveva ancora ricondotto a sè, ella si avanzò verso il letto, ed allora soltanto notò quelle labbra fredde, e quel petto agghiacciato. Voleva riportare il braccio vicino al corpo, ma il braccio non obbedì che con una certa rigidezza spaventosa, sulla quale non poteva ingannarsi un’infermiera. Mandò un orribile grido.
Indi correndo alla porta: — Soccorso! gridò ella, soccorso! — Come soccorso? chiese dal fondo della scala il sig. d’Avrigny. — Era l’ora in cui il dottore aveva presa l’abitudine di venire. — Come soccorso? gridò la voce del sig. de Villefort uscendo precipitosamente dal gabinetto; dottore, avete udito chiamar soccorso?
— Sì, sì, montiamo, rispose il sig. d’Avrigny, montiamo presto; è dalla camera di Valentina. — Ma prima che il padre ed il dottore fossero entrati, gl’inservienti che si ritrovavano nello stesso piano, sparsi per le camere o pei corridori, erano entrati, e vedendo Valentina pallida ed immobile sul letto, alzando le mani al cielo, vacillavano come se avessero avuto le vertigini. — Chiamate la sig.ª de Villefort, svegliate la sig.ª de Villefort, — gridò il procurator del Re, dalla porta della camera, nella quale sembrava non osasse entrare. Ma i domestici, invece di rispondere, guardavano il sig. d’Avrigny ch’era entrato, era corso a Valentina e la sollevava sulle braccia: — Anche questa... mormorò egli, lasciandola ricadere. Oh! mio Dio! mio Dio! e quando vi stancherete?
Villefort si slanciò nell’appartamento: — Che dite, mio Dio! gridò alzando le mani al cielo, dottore!
— Dico che Valentina è morta, rispose il sig. d’Avrigny con voce solenne, e terribile nella sua solennità.
Il sig. de Villefort stramazzò, come se le gambe si fossero incrociate, e cadde colla testa contro il letto di Valentina.
Alle parole del dottore, alle grida del padre i domestici spaventati fuggirono mandando sorde imprecazioni. S’intesero pei corridori e per le sale i loro passi precipitati, poscia un movimento nei cortili, indi tutto finì; il rumore si estinse; dal primo fino all’ultimo, essi avevano disertato da quella casa maledetta.
In quel momento la sig.ª de Villefort, col braccio per metà infilzato nel pettinatore da mattina, sollevava la portiera; per un momento restò sulla soglia in atto di interrogare gli assistenti, e chiamando in suo aiuto alcune lagrime ribelli. D’un subito ella fece un passo, o piuttosto uno sbalzo colle braccia stese verso la tavola da notte: aveva veduto d’Avrigny piegarsi con curiosità su questa tavola, e prendere il bicchiere ch’ella era certa di aver vuotato nella notte. Il bicchiere si ritrovava pieno per un terzo, precisamente come era quando ella ne aveva gettato il contenuto nelle ceneri. Lo spettro di Valentina ritto davanti l’avvelenatrice avrebbe prodotto minor effetto su di lei.
Di fatto era quello il colore della bevanda che aveva versata nel bicchiere di Valentina, e da questa bevuta; era quello il veleno che non poteva ingannare l’occhio del sig. d’Avrigny, e che d’Avrigny guardava attentamente; era quello un miracolo che senza dubbio faceva Dio, affinchè restasse, ad onta di tutte le cautele prese dall’assassino, una prova, una denunzia del delitto. Frattanto, mentre la sig.ª de Villefort era rimasta immobile, come la statua del terrore, mentre Villefort, colla testa nascosta nelle lenzuola del letto mortuario, non vedeva niente di ciò che accadeva intorno a lui, d’Avrigny si avvicinava alla finestra per meglio esaminare coll’occhio il contenuto del bicchiere, e gustandone una goccia presa sulla punta di un dito:
— Ah! mormorò egli, ora non è più la brucnina; vediamo che cosa è! — Allora corse ad uno degli armadii della camera di Valentina, armadio trasformato in farmacia, e cavando dalla sua piccola nicchia d’argento una boccetta d’acido nitrico, ne lasciò cadere alcune gocce nello opale del liquido, che in un subito si cambiò in un mezzo bicchiere di sangue vermiglio. — Ah! fece d’Avrigny coll’orrore del giudice a cui si scopre la verità, e colla soddisfazione dello scienziato a cui si svela un problema.
La sig.ª de Villefort si girò un minuto su sè stessa, i suoi occhi lanciarono fiamme, indi si spensero; ella cercò vacillante la porta colla mano, e disparve.
Un momento dopo s’intese il rumore di un corpo che cadde sull’assito. Ma nessuno vi fece attenzione; la infermiera stava occupata a guardare l’analisi chimica, Villefort era sempre annientato. Il sig. d’Avrigny soltanto aveva seguito con gli occhi la sig.ª de Villefort, ed aveva notata la sua precipitata sparizione. Egli sollevò la portiera della camera di Valentina, ed il suo sguardo, a traverso dell’appartamento di Edoardo, potè penetrare in quello della sig.ª de Villefort, ch’egli vide priva di sensi e stesa sul piancito: — Andate a soccorrere la sig.ª de Villefort, diss’egli all’infermiera, ella si sente male!
— Ma madamigella Valentina? balbettò questa.
— Madamigella Valentina non ha più bisogno di soccorsi, d’Avrigny disse, poichè ella è morta.
— Morta! morta! sospirò Villefort nel suo parossismo, tanto più dilaniante, che questa era una notizia incognita, inudita pel suo cuore di bronzo.
— Morta! dite voi? gridò una terza voce; chi ha detto che Valentina sia morta? — I due personaggi si rivolsero, e sulla porta scopersero Morrel dritto in piedi, pallido, sconvolto, e terribile. Ecco ciò ch’era accaduto.
All’ora solita, e per la piccola porta che conduceva al sig. Noirtier, Morrel si era presentato. Contro il solito ritrovò la porta aperta; non ebbe dunque bisogno di suonare il campanello: entrò. Nel vestibolo aspettò un momento chiamando un domestico qualunque che lo introducesse presso il sig. Noirtier. Ma nessuno aveva risposto; i domestici, come si sa, eran tutti disertati dalla casa. Ma Morrel in quel giorno non aveva alcun particolare motivo di inquietudine. Egli aveva la promessa di Monte-Cristo, che Valentina sarebbe vissuta, e fino a quel giorno la promessa era stata mantenuta fedelmente. Ogni sera il conte gli dava delle buone notizie che la dimane venivano confermate dallo stesso sig. Noirtier. Però questa solitudine gli sembrò cosa singolare; chiamò una seconda, una terza volta, ma sempre lo stesso silenzio. Allora risolvette salire.
La porta del sig. Noirtier era aperta come tutte le altre.
La prima cosa che vide, fu il vecchio nel suo seggio, al suo posto ordinario; ma gli occhi dilatati sembravano esprimere un interno spavento, che veniva ancor confermato dallo strano pallore sparso su tutti i suoi lineamenti.
— Come state, signore? domandò il giovine non senza un certo stringimento di cuore.
— Bene, fece il vecchio col suo battere di palpebra.
Ma la sua fisonomia sembrò aumentar d’inquietudine.
— Voi siete preoccupato, continuò Morrel, avete bisogno di qualche cosa; volete che chiami qualcuno dei servitori? — Sì, fece Noirtier.
Morrel si sospese al cordone del campanello, ma ebbe un bel tirare fino a romperlo, non venne alcuno.
Egli si voltò verso Noirtier; il pallore e l’angoscia andavano crescendo sul viso del vecchio: — Ma, Dio mio! disse Morrel, ma perchè non viene qualcuno? forse che vi è un malato nella casa? — Gli occhi di Noirtier sembrarono sul punto di schizzare dalle loro orbite: — Ma che avete dunque? continuò Morrel, voi mi spaventate... Valentina, Valentina... — Sì, sì, fece Noirtier.
Massimiliano aprì la bocca per parlare, ma la lingua non potè articolare alcuna parola: egli vacillò e si rattenne ad un mobile: indi stese la mano verso la porta.
— Sì, sì, sì, fece il vecchio. — Massimiliano si slanciò verso la piccola scala, che montò in due salti, mentre Noirtier sembrava gridargli cogli occhi:
— Più presto! più presto! — Bastò un minuto al giovine per traversare molte camere solitarie, come tutto il rimanente della casa, e per giunger fino a quella di Valentina: non ebbe bisogno di spingere la porta, essa era aperta in tutta la sua grandezza. Un singhiozzo fu il primo rumore che sentì, egli vide, come attraverso una nube, una figura nera inginocchiata e perduta in un ammasso confuso di drappi bianchi. Il timore, lo spaventevole timore, lo inchiodava sulla soglia. Fu allora che intese una voce che diceva: — Valentina è morta, — e una seconda voce che, come un eco, rispondeva: — Morta! morta!
CII. — MASSIMILIANO.
Villefort si rialzò quasi vergognoso di essere stato sorpreso nell’accesso di questo dolore. Il terribile stato che egli esercitava da 25 anni, era giunto a farne più o meno che un uomo. Il suo sguardo, un momento perduto, si fissò su Morrel. — Chi siete voi, signore? disse egli, voi che dimenticate che non si entra così in una casa abitata dalla morte? Uscite! signore, uscite! — Ma Morrel restava immobile; egli non poteva staccare gli occhi dal terribile spettacolo di questo letto in disordine, e dalla pallida figura che vi era stesa sopra. — Uscite! capite? gridò Villefort mentre d’Avrigny si avanzava dal suo canto per far uscire Morrel.
Questi guardò con aria smarrita il cadavere, quei due uomini, tutta la camera, sembrò esitare un momento, aprì la bocca, indi finalmente, non trovando una parola da pronunziare, e dall’innumerevole ammasso d’idee fatali che agitavano il suo cervello, ritornò addietro cacciandosi le mani fra i capelli, in modo tale che de Villefort e d’Avrigny, un momento distratti dalla loro preoccupazione, dopo averlo seguito con gli sguardi, scambiarono fra di loro un’occhiata che voleva dire: — Egli è pazzo!
Ma prima che fossero passati cinque minuti, s’intese gemere la scala sotto un peso considerevole, e si vide Morrel che, con una forza sovrumana, sollevava il seggio di Noirtier colle braccia e portava il vecchio al primo piano della scala. Morrel posò il seggio a terra e lo rotolò rapidamente fino nella camera di Valentina.
Tutto questo si eseguì con una forza raddoppiata dalla esaltazione frenetica del giovine. Ma una cosa era spaventosa soprattutto; la figura di Noirtier, avanzandosi verso il letto di Valentina, spinto da Morrel, la figura di Noirtier sulla quale l’intelligenza spiegava tutti i suoi espedienti, di cui gli occhi riunivano tutta la loro possanza per supplire alle altre facoltà. Così questo viso pallido, collo sguardo infiammato, fu per de Villefort una spaventevole apparizione. Ogni volta che egli si era ritrovato a contatto con suo padre, era sempre accaduto qualche cosa di terribile.
— Guardate ciò che essi ne han fatto! gridò Morrel appoggiato ancora con una mano allo schienale del seggio che aveva spinto fin contro il letto, e l’altra stesa verso Valentina, guardate! padre mio, guardate!
Villefort rinculò di un passo e guardò con meraviglia questo giovine che gli era quasi sconosciuto e che chiamava Noirtier suo padre. In questo momento tutta l’anima del vecchio sembrò passare nei suoi occhi, che da prima s’iniettarono di sangue, indi gli si gonfiarono le vene del collo, un colore bluastro, come quello che invade la pelle dell’epilettico, gli coprì il collo, le guance, e le tempia; non mancava a questa esplosione interna di tutto l’essere, se non che un grido e questo uscì, per così dire, da tutti i pori, spaventoso nel suo mutismo, dilaniante nel suo silenzio.
D’Avrigny si precipitò verso il vecchio, e gli fece respirare un violento revulsivo. — Signore, gridò Morrel afferrando la mano inerte del paralitico, si domanda chi son io, e qual diritto ho di essere qui. Oh! voi che lo sapete, ditelo, ditelo! — E la voce del giovine si spense con un singulto. In quanto al vecchio, la sua respirazione anelante gli scuoteva il petto. Si sarebbe detto che egli era in preda a quelle agitazioni che precedono l’agonia.
Finalmente alcune lagrime stillarono dagli occhi di Noirtier, più felice del giovine che singhiozzava senza poter piangere. Non potendo piegare la testa, chiuse gli occhi.
— Dite, continuò Morrel con voce strangolata, dite che io era il suo fidanzato! dite che ella era la mia nobile amica, il mio solo amore sulla terra; dite, che questo cadavere mi appartiene! — ed il giovine, dando il terribile spettacolo di una gran forza che si rompe, cadde pesantemente in ginocchio davanti a questo letto, che le sue dita increspate strinsero con violenza.
Questo dolore era così penetrante che d’Avrigny si voltò per nascondere la sua emozione, e che Villefort, senza chiedere altra spiegazione, attirato da quella specie di magnetismo che ci spinge verso quelli che hanno amato coloro che noi piangiamo, stese la mano al giovine.
Ma Morrel che nulla vedeva, aveva presa la mano agghiacciata di Valentina, e, non potendo piangere, mordeva le lenzuola arrossendo. Per qualche tempo non s’intese in questa camera che il conflitto dei singulti, delle imprecazioni, e della preghiera. E frattanto un rumore dominava tutto questo: era la respirazione rauca e straziante, che sembrava, ad ogni ripresa d’aria, rompere le molle della vita nel petto di Noirtier. Finalmente Villefort, il più padrone di sè stesso fra tutti, dopo aver per così dire ceduto per qualche tempo il suo posto a Massimiliano, prese la parola: — Signore, diss’egli a Massimiliano, voi amavate Valentina, dite voi, eravate suo fidanzato, ignoravo questo amore, questo impegno; eppure, io suo padre, vi perdono; poichè, lo vedo, il vostro dolore è grande, reale e vero. Del resto in me pure il dolore è grande, perchè resti nel mio cuore posto alla collera. Ma, voi lo vedete, l’angiolo che speravate ha lasciato la terra, ella non sa più che fare delle adorazioni degli uomini, ella che a quest’ora, adora il Signore; fate dunque i vostri addii alla trista spoglia, che ella ha dimenticato fra noi; stringete un’ultima volta la mano che aspettavate, e separatevi da lei per sempre; Valentina or non ha più bisogno che di un prete che la benedica.
— Vi sbagliate, signore, gridò Morrel, rialzandosi sur un ginocchio, col cuore traversato da un dolore più acuto di quelli da lui finora intesi, vi sbagliate! Valentina, è morta, e nel modo che è morta, non solo ha bisogno di un prete ma ancora di un vendicatore; sig. de Villefort, mandate a cercare il prete, io sarò il suo vendicatore.
— Che volete dire, signore? mormorò Villefort, tremante per questa nuova inspirazione del delirio di Morrel.
— Voglio dire, continuò Morrel, che in voi esistono due esseri, signore; il padre ha pianto abbastanza, ora il procurator del Re cominci il suo ministero.
Gli occhi di Noirtier sfavillarono, d’Avrigny si avvicinò. — Signore, continuò il giovine, raccogliendo dagli occhi di tutti gli assistenti i sentimenti che si risvegliavano sui loro volti, so quel che dico, e voi sapete, tanto bene quanto me, tutto ciò che son per dire: Valentina è morta assassinata! — Villefort abbassò la testa; d’Avrigny avanzò ancora di un passo; Noirtier fece di sì cogli occhi.
— Ora, signore, continuò Morrel, ai tempi in cui viviamo, una creatura, ancorchè non così giovane, così bella, così adorabile, una creatura non dispare sì violentemente dal mondo senza che si domandi conto della sua sparizione. Andiamo! sig. procurator del Re, aggiunse Morrel con una veemenza sempre crescente, non vi sia pietà! vi denunzio il delitto, cercate l’assassino! — E il suo occhio implacabile interrogava Villefort, che dal canto suo sollecitava uno sguardo, ora da Noirtier, ora da d’Avrigny. Ma invece di trovar soccorso da suo padre e dal dottore, Villefort non ritrovò in essi che uno sguardo tanto inflessibile, quanto quello di Morrel. — Sì, fece il vecchio.
— Certamente, disse d’Avrigny.
— Signore, replicò Villefort, tentando di lottare ancor contro questa triplice volontà, e contro la propria emozione; signore, vi sbagliate, non si commettono delitti in casa mia, la fatalità mi colpisce, Dio mi prova, è orribile a pensarsi, ma in casa mia non si assassina nessuno!
Gli occhi di Noirtier fiammeggiarono, d’Avrigny aprì la bocca per parlare. Morrel stese la mano raccomandando il silenzio: — Ed io vi dico che qui si uccide! gridò Morrel abbassando la voce, ma senza perder nulla della sua terribile vibrazione: vi dico che questa è la quarta vittima, che si colpisce in quattro mesi! vi dico che si era già provato una volta, quattro giorni sono, di avvelenare Valentina, e che questo delitto era andato a vuoto, mercè le cautele che avea prese il sig. Noirtier! vi dico che fu raddoppiata la dose o cambiata la natura del veleno, e questa volta è riuscito! vi dico che voi sapete tutto ciò tanto ben quanto me, poichè il signore, che è qui presente, ve ne ha avvisato e come medico, e come amico.
— Oh! siete in delirio! disse Villefort, tentando invan di battersi entro il cerchio in cui era stato ristretto.
— Io sono in delirio! gridò Morrel: ebbene! me ne appello al sig. d’Avrigny stesso. Domandategli, signore, se si ricorda ancora delle parole che ha pronunziate nel vostro giardino, nel giardino di questo palazzo, la sera stessa della morte della sig.ª de Saint-Méran, allor quando entrambi, voi e lui, credevate esser soli; vi trattenevate su questa morte tragica nella quale quella fatalità di cui parlate, e Dio che accusavate ingiustamente, non potevano esser contati che per una sola cosa, vale a dire per aver creato l’assassino di Valentina! — Villefort e d’Avrigny si guardarono. — Sì, sì, ricordatevi, disse Morrel, perchè quelle parole, che credevate sciolte al silenzio ed alla solitudine, sono cadute nelle mie orecchie. Certamente da quella sera, vedendo la colpevole compiacenza del sig. de Villefort pei suoi, avrei dovuto scoprir tutto alle autorità; non sarei complice come lo sono in questo momento della tua morte Valentina! mia Valentina prediletta! ma il complice diventerà il vendicatore; questo quarto omicidio è in flagrante, è visibile agli occhi di tutti, e se tuo padre ti abbandona, Valentina, sta a me, te lo giuro, di perseguitare l’assassino.
E questa volta, come se la natura avesse avuto alfine pietà di questa vigorosa organizzazione, pronta ad infrangersi in virtù della propria forza, le parole gli si spensero nella gola, il petto scoppiò in singulti, le lagrime, tanto lungamente ribelli, scaturirono dai suoi occhi, si piegò su sè stesso, e ricadde in ginocchio e piangente vicino al letto di Valentina.
Allora toccò la sua volta a d’Avrigny:
— Ed io pure, disse con voce forte, io pure mi unisco al sig. Morrel per domandarvi giustizia del delitto; poichè il mio cuore si ribella all’idea che la mia vile compiacenza ha incoraggiato l’assassino!
— Oh! mio Dio! mio Dio! mormorò Villefort annientato. — Morrel rialzò la testa, e leggendo negli occhi del vecchio che lanciavano fiamme soprannaturali:
— Osservate, diss’egli, il sig. Noirtier vuol parlare.
— Sì, fece Noirtier con una espressione tanto più terribile, che tutte le facoltà di questo povero vecchio impotente eran concentrate nello sguardo.
— Conoscete l’assassino? disse Morrel.
— Sì, replicò Noirtier.
— E ci guiderete? gridò il giovine. Ascoltiamo, sig. d’Avrigny, ascoltiamo. — Noirtier indirizzò all’infelice Morrel un sorriso malinconico, uno di quei sorrisi con gli occhi che tante volte avevan resa felice Valentina, e in tal modo fissò la sua attenzione: indi, avendo attaccati, per così dire, gli occhi del suo interlocutore ai suoi, li voltò verso la porta.
— Volete che io esca, signore? gridò dolorosamente Morrel.
— Sì! fece Noirtier. — Ahimè! ahimè! signore, ma abbiate dunque pietà di me! — Gli occhi del vecchio restarono irremovibilmente fissi verso la porta.
— Potrò almeno ritornare? domandò Morrel.
— Sì. — Debbo uscir solo? — No. — Chi deve dunque venir meco, il sig. procuratore del Re? — No.
— Il dottore? — Sì. — Volete restar solo col sig. de Villefort? — Sì. — Ma potrà egli capirvi? — Sì.
— Oh! disse il sig. de Villefort quasi contento che la contestazione si facesse a quattr’occhi; oh! siate tranquillo, capisco benissimo mio padre. — E mentre diceva così, con una viva espressione di gioia, gli sbattevano i denti con violenza. D’Avrigny prese il braccio di Morrel, e trascinò il giovine nella camera vicina. Si fece allora in tutta quella casa un silenzio più profondo di quello della morte.
Finalmente, in capo ad un quarto d’ora, si fece sentire un passo vacillante, e Villefort comparve sulla soglia del salotto ove si trattenevano d’Avrigny e Morrel, l’uno assorto, l’altro soffocato: — Venite, diss’egli.
E li ricondusse presso il seggio di Noirtier.
Morrel allora guardò attentamente Villefort. La faccia del procurator del Re era livida, larghe macchie color di ruggine ne vergavan la fronte; fra le dita era una penna contorta in mille modi e rotta in diversi pezzi.
— Signori, diss’egli con voce soffocata a d’Avrigny ed a Morrel, la vostra parola d’onore che l’orribile segreto rimarrà sepolto fra di noi? — I due uomini fecero un movimento: — Io ve ne scongiuro!... continuò Villefort.
— Ma, disse Morrel, il colpevole! l’uccisore!... l’assassino!...
— Siate tranquilli, signori, sarà fatta giustizia, disse Villefort. Mio padre mi ha rivelato il nome del colpevole; mio padre ha sete di vendetta al par di voi, eppur mio padre vi scongiura come me di conservare il segreto del delitto. Non è vero, padre mio?
— Sì, fece risolutamente Noirtier. — Morrel lasciò sfuggire un movimento d’orrore e d’incredulità.
— Oh! gridò Villefort, fermando Morrel per un braccio, oh! signore, se mio padre, l’uomo che conoscete inflessibile, vi fa questa domanda, è perchè sa, siate tranquilli, è perchè sa che Valentina sarà terribilmente vendicata. Non è vero, padre mio? — Il vecchio fece segno di sì.
Villefort continuò: — Egli mi conosce, ed è la sua parola che io impegno. Tranquillatevi dunque signore; tre giorni, non vi domando che tre giorni, è il meno che potreste domandare alla giustizia, e fra tre giorni la vendetta che avrò presa dell’uccisor di mia figlia, farà fremere fin dal profondo del cuore, anche gli uomini più indifferenti.