Il Concilio

Part 5

Chapter 53,663 wordsPublic domain

I legati di questa prima parte del Concilio di Trento furono: il cardinal Monti o Del Monte, dell'ordine de'vescovi; il cardinal Santa-Croce, dell'ordine dei preti; e il cardinal Poole, della casa reale d'Inghilterra, dell'ordine de'diaconi. Però i legati portavano tutti gli stessi distintivi.

Paolo III mandò suo nipote, il cardinal Farnese, a Carlo V, affinchè consentisse all'apertura del Concilio e desse i suoi ordini ai cattolici.

Fu deliberato che la sala delle sedute fosse coperta di tappezzerie, per timore che il Concilio non paresse _un'assemblea di persone abbiette_.

Il cardinale Madrucio, parente dell'imperatore e vescovo di Trento, fece parte del Concilio, e die'luogo ad una contesa; poichè Mendoza, nella sua qualità di rappresentante dell'imperatore, voleva avere un seggio al di sopra di lui. Si pensò di collocare le sedie in modo che la preminenza tra loro non si potesse discernere. Madrucio ebbe anche quistione col Del Monte; ma gli fece poi delle scuse, e il Del Monte rispose con un segno del capo.

--Monsignore, disse Madrucio, prendetela come volete, mi è indifferente: io sono cavaliere di nascita.

--Ed io saprò andare, rispose il legato, là dove i nobili non potranno mai insultarmi.

Infatti, egli andò a Roma, e fu papa.

Si chiamarono _corridori_ i Padri che si affrettarono a recarsi a Trento. E siccome vi si annoiavano, così chiesero il permesso, sotto un pretesto qualunque, di andare a Venezia o a Milano per distrarsi. I legati concedevano di rado tale permesso, ma, per raddolcire il rifiuto, davano del denaro.

Tre vescovi francesi giunsero in sul principio. Il re li richiamò; ma essi mandarono il vescovo di Rennes a pregare S. M., in nome del papa, di permetter loro di rimanere. E così due soltanto assistettero all'apertura del Concilio.

Per lo addietro, il titolo di _Atti del Concilio_ comprendeva tutto. A Trento si diede questo titolo ai decreti, e si tacque del resto.

Per lo addietro, i notaj assistevano al Concilio per raccogliere i suffragi. Se i vescovi opinavano senza contraddizione, essi scrivevano: «Il santo Sinodo ha pronunciato». Allorchè parecchi vescovi erano dello stesso avviso, i notaj scrivevano: «I vescovi hanno proclamato o dichiarato»; e questo teneva luogo di decisione. Quando non si potevano punto accordare, i notaj registravano il voto di ciascuno, e il presidente decideva.

Nulla di tutto questo fu fatto per gli atti del Concilio di Trento.

XXIX.

Giunto il 13 di dicembre, il papa pubblicò a Roma una bolla di giubileo, in cui diceva: ch'egli aveva convocato il Concilio per sanare le piaghe aperte alla Chiesa da detestabili eretici; che ciascuno in particolare doveva pregar Dio pei Padri raccolti a Trento; e per rendere efficaci queste preghiere, digiunare tre giorni ed assistere alle pubbliche processioni; poi confessarsi e comunicarsi, in grazia di che egli accordava loro il perdono dei loro peccati.

Nello stesso giorno, a Trento, i legati e venticinque vescovi, indossati gli abiti pontificali ed accompagnati dai teologi, dal clero della città e da tutto il popolo di Trento e dei dintorni, si recarono processionalmente dalla chiesa della Trinità, ove s'erano riuniti, alla cattedrale, dove il primo legato celebrò la messa dello Spirito Santo. Il vescovo di Bitonto, il francescano Musso, pronunciò un discorso, in cui si rivolse ai boschi ed alle foreste di Trento, scongiurandole ad invitare tutti gli uomini a sottomettersi al Concilio, per timore non si dicesse che, essendo venuta al mondo _la luce del papa_, gli uomini avevano preferito alla luce le tenebre.... Egli invitò poscia la Grecia, la Francia, la Spagna e l'Italia, tutta la cristianità alle nozze. Infine, rivolgendosi a Gesù Cristo, lo pregò, per intercessione di san Vigilio, patrono della vallata di Trento, di voler assistere al Concilio.

Il papa, la cui _luce era venuta al mondo_, era quel cardinale Farnese, che Alessandro VI aveva fatto uscire dal Castel Sant'Angelo, in cui era rinchiuso come falsario di brevi pontificii, in grazia della sorella Giulia Farnese, della quale Alessandro VI aveva fatto la sua concubina, e che fece dipingere dal Pinturicchio come una Madonna--_in the sacred character of the Virgin_, dice Roscoe--, appendendola poi al capezzale del suo letto. La _luce del mondo_ era quel Paolo III che aveva comperato i voti del conclave; quel papa di cui Benvenuto Cellini diceva: «che non credeva in nulla, nè in Dio nè in altra cosa, fuorchè nell'astrologia»; quel Paolo III che, come Alessandro VI, aveva sedotto sua figlia Costanza prima di maritarla allo Sforza, e che aveva in seguito avvelenata, perchè si opponeva alla continuazione dell'incesto; quel papa che aveva già avvelenato i rivali che gli dava sua sorella; quel papa che nominava cardinali i suoi nipoti, dell'età di quattordici e sedici anni, e Crispo ch'era stato cavalleggero; quel papa che aveva fatto costruire una macchina infernale per assassinare Carlo V; quel papa che sancì l'Ordine dei Gesuiti; quel papa ch'ebbe mano nell'avvelenamento del cardinale Ippolito de'Medici, che l'aveva nominato papa, in casa della sua concubina Giulia Gonzaga; quel papa ch'era padre di quel Pier Luigi Farnese, che violava i vescovi.--Paolo III diceva: «Io imparai dalla storia e dalla mia propria esperienza che la Santa Sede non fu mai potente e felice se non quando fu alleata alla Francia». E piegò verso la Francia; in modo che Carlo V diceva di lui: «Altri prendono il mal francese in gioventù, ma questo papa lo prende nella vecchiaia». Egli morì in un accesso di bile, forse avvelenato dal cardinale Farnese, suo nipote.

Dopo il discorso del vescovo di Bitonto, i legati fecero leggere una lunga esortazione così concepita: che essendo loro cómpito di ammonire i prelati durante il Concilio, essi credevano doverlo fare sin dalla prima seduta, ma in guisa da non consigliare mai nulla di cui non dessero essi medesimi l'esempio, essendo in tutto eguali agli altri; che il Concilio si teneva per tre scopi principali: l'estirpazione dell'eresia, il ristabilimento della disciplina ecclesiastica, e il ricupero della pace; che per riuscire nel pio intento, bisognava avere il profondo sentimento che codesti mali erano stati provocati dal peccato dell'eresia--non già per averla suscitata, ma bensì per aver mancato al proprio dovere di seminare la buona dottrina e di estirpare la zizzania; che, rispetto alla corruzione de'costumi, non era mestieri parlarne, poichè nessuno ignorava che i pastori ed il clero erano i corruttori e i corrotti: in punizione di che, Dio aveva loro mandato la terza piaga, cioè la guerra al di fuori coi Turchi, e al di dentro tra'cristiani; che senza questo vero riconoscimento de'loro falli, essi invocherebbero invano lo Spirito Santo e comincierebbero invano il Concilio; che le sventure della cristianità provenivano da un giusto giudizio di Dio che la puniva, quantunque con pene ben minori delle sue colpe; che per calmare la sua collera, bisognava confessare queste colpe, ad esempio di Esdra, di Nehemia e di Daniele, senza di che lo Spirito Santo non discenderebbe sopra di essi; che Dio faceva loro una grazia particolare nel porli in grado di cominciare il Concilio per riparare ai danni della Chiesa; che Dio era spettatore delle loro azioni, insieme con gli angeli e tutta la Chiesa. Infine, i legati raccomandavano ai vescovi mandati dai principi di servire i loro padroni, in modo che il servizio di Dio fosse preferito a qualunque altra cosa.

E questo sarà il testo preciso dell'allocuzione che Pio IX dirigerà al Concilio, aggiungendovi le rapine del razionalismo e gli attentati dei rivoluzionarii, che hanno spogliato la Santa Sede di ciò che aveva ricevuto da Dio; e facendo una tirata contro la pubblica educazione e l'insegnamento avvelenato dalla libertà.... Il tutto condito di _pecore_, di _ovili_, di _lupi voraci_, di _corrucci del cuore paterno_, di _persecutori della Chiesa_, di _figli scellerati di Satana_ ..., che già sappiamo. Il gergo ecclesiastico è stereotipato!

XXX.

Dopo la suddetta rimostranza, i legati di Trento lessero la bolla di convocazione del Concilio, con un breve della semplice deputazione dei togati, e la bolla spedita per aprire il Concilio.

Alfonso Zorilla, segretario di Mendoza, presentò di nuovo ai legati l'ordinanza dell'imperatore, con una lettera particolare del suo signore, il quale si scusava della momentanea assenza per una indisposizione. I legati accolsero tale scusa; e quanto all'ordinanza, dissero: che, benchè essi avessero già risposto, pure volevano rispondervi un'altra volta, per mostrare maggiore rispetto verso l'imperatore.

S'inginocchiarono poi tutti, e fecero prima una preghiera a bassa voce, come s'usa in ciascuna sessione, in conformità al ceremoniale romano; poscia il presidente Monti recitò ad alta voce quella: _Adsumus, Domine Sancte Spiritus,_ ecc. Cantate quindi le litanie, il diacono lesse il vangelo: _Si peccaverit in te frater tuus_. Finalmente, cantato il _Veni Creator_, i Padri sedettero secondo il loro rango, e il presidente lesse il decreto, domandando se loro piaceva d'ordinare che il Santo Concilio di Trento fosse aperto, e di dichiararlo aperto, per la gloria di Dio, la estirpazione delle eresie, la riforma del clero e del popolo, e l'estinzione dei nemici del nome cristiano. I Padri risposero tutti: _Placet!_--primi i legati, poi i vescovi e gli altri Padri. Dopo di che, lo stesso legato domandò se, a cagione delle feste di Natale che si avvicinavano, piaceva loro che la sessione si tenesse all'indomani della Epifania. Ed essi di nuovo risposero: _Placet!_ Ercole Severoli, promotore del Concilio, fece istanza ai notaj di erigere sopra ciò un atto pubblico. In fine, si cantò il _Te Deum_.

Nel recarsi alla cattedrale, gli Ordini religiosi erano stati a capo della processione, preceduti dalla croce, e seguiti dai Capitoli collegiali e dal resto del clero, e poi dai vescovi, dai legati e dagli ambasciatori del re dei Romani. Nel ritorno, i legati, con la croce alla testa, uscirono pei primi, poi gli ambasciatori e poi i Padri, i quali avevano deposto gli abiti pontificali.

Ciascuna sessione si aprì con le stesse cerimonie.

Si tennero parecchie congregazioni. Del Monte propose i regolamenti per il buon ordine e la tenuta del Concilio, e fu stabilito si esaminerebbero anche le materie che dovevano esser trattate nelle congregazioni. Qualunque sorpresa d'una quistione importuna rimase così cansata.

I legati ottennero che il papa nominasse gli ufficiali pel Concilio.

Nella seconda congregazione, l'arcivescovo d'Aix e il vescovo d'Agde pregarono i legati di non trattar nulla d'essenziale, prima dell'arrivo degli ambasciatori del re di Francia. Ma non furono ascoltati.

Fu accordato voto deliberativo agli abati e generali di Ordini, per aumentare la maggioranza del papa.

Nella sessione non si discuteva, e si opinava soltanto per formalità.

Per la seconda sessione, i prelati, vestiti co'loro abiti ordinarii, si riunirono in casa del primo legato Del Monte, donde poi si recarono alla cattedrale, preceduti dalla croce e passando in mezzo a trecento soldati di fanteria. Appena i Padri entrarono in chiesa, i soldati fecero sulla piazza una scarica, e si tennero in guardia durante tutta la sessione. I teologi rimasero in piedi. Gli ambasciatori occupavano il loro banco, con alcuni gentiluomini del vicinato, scelti dal cardinale di Trento. Il vescovo di Castellamare cantò la messa; quello di S. Marco fece il discorso.

Dopo la messa, i prelati indossarono le vesti pontificali, e fecero la preghiera come nella sessione precedente. Quando furono seduti, il vescovo celebrante lesse la bolla, che proibiva di ammettere il suffragio dei procuratori e degli assenti; e lesse poscia alcuni decreti del Concilio, tra gli altri quello di parlare modestamente nelle sedute. I Padri risposero: _Placet_.

I Francesi insistettero di nuovo per l'aggiunta di _universalem Ecclesiam repræsentans_, da apporre al titolo del Concilio. I legati se ne lagnarono nella congregazione successiva, dicendo: ch'era sconveniente il mostrare diversità d'opinione nelle sedute, mentre le congregazioni segrete si tenevano espressamente per lasciare a ciascuno la libertà di dire il proprio avviso, affine di mostrare nelle sessioni pubbliche la conformità dei pareri.

I legati avevano ragione.

Lo Spirito Santo, ivi presente, non poteva inspirare bianco agli uni e rosso agli altri. E però in una sessione si discusse sulla famosa colomba da porre sul suggello del Concilio. I legati opinavano che, se il Concilio aveva con sè lo Spirito Santo, non v'era alcun bisogno di ricorrere al papa pegli schiarimenti.

E il povero Cristo, nel _Paradiso_ di Dante, si lagna che il suo vicario abbia fatto di lui un _segnacolo in vessillo_ e una _figura di sigillo!_....

XXXI.

Dopo l'ottava sessione, l'11 marzo del 1547, il Concilio fa rinviato a Bologna, ove tenne l'intermezzo della nona, decima e undecima sessione, senza nulla decidere.

Giulio III, ch'era succeduto a Paolo III, restituì il Concilio a Trento il 14 dicembre del 1550.

Giulio III era quello stesso cardinale Del Monte, che era stato il primo legato al Concilio, nominato papa malgrado la stessa candidatura di Carlo V, e quantunque avesse detto, ridendo, in un gruppo de'più giovani dei suoi elettori: «Se voi mi fate papa, vi dò per confratello il _prevostino_».

Il _prevostino_ era uno de'suoi molti figli, ch'egli aveva fatto allevare insieme con uno scimiotto ed una bambina, sua figlia anch'essa, «e l'aveva tenuto dapprima nella sua camera, e poi nel suo letto», secondo la narrazione del Dandolo, ambasciatore di Venezia. Del Monte era un allegro compare, dedito agli amori. «Il cardinale di Trani, scriveva Mendoza a Carlo V, ha sempre la sua casa _piena di puttane e monti di garzoni_». Egli era stato l'amante della famosa cortigiana Beatrice Ferrarese, che servì di modello per tante Madonne. Egli viveva come un sibarita, e bestemmiava come un carrettiere. Un giorno, mentre bestemmiava contro un maggiordomo, a proposito d'un pavone mal cotto, ed un cardinale essendosene scandalizzato, Giulio III esclamò: «Che se Dio era montato in collera per un cattivo pomo, egli, che n'era il vicario, poteva bestemmiare per un pavone, che valeva molto di più». Enrico Estienne assicura ch'egli abusava de'suoi giovani cardinali _more sodomitico_, non meno che di suo figlio il _prevostino_, che aveva fatto cardinale, e che Paolo IV degradò pei suoi delitti. Giulio III fu sul punto di far cardinale l'Aretino, ch'egli baciò in bocca. Morì poi quasi di fame, per ordine dei medici.

Il cardinale di San Marcello, Marcello Crescenzio, fu mandato legato alla riapertura del Concilio, aggiungendogli, in qualità di nunzii, l'arcivescovo di Siponte e il vescovo di Verona.

Il 28 di aprile del 1552, alla sedicesima sessione, il Concilio fu di nuovo interrotto.

Giulio III morì nel 1555, ed ebbe per successore il suo collega al Concilio di Trento, il cardinale Santa-Croce, Marcello Cervini. Questi volle conservare il proprio nome, e si chiamò Marcello II.

Il mutamento di nome dei papi datava da Sergio II (844), il quale, chiamandosi Boccaporci, _Os porci_, come dice Onofrio Panvini, _ob turpitudinem cognomenti_, prese un altro nome.

Corse voce che Marcello II fosse stato avvelenato, a cagione della rigidità de'costumi che voleva imporre agli ecclesiastici. Adriano VI fu certo avvelenato per la stessa causa.

Il suo successore, l'inquisitore Caraffa, Paolo IV, minacciava di mostrarsi ancor più severo. Egli metteva paura alle persone della sua Corte, e diceva: _Uxorem non habentes sæpe verberant_--«i celibatarii percuotono volontieri». E percosse molto, anche de'cardinali, e strappò la barba all'ambasciatore di Ragusa. Le prime parole dette da Paolo IV, appena nominato, furono: «Io non devo la mia tiara a nessuno». E quando gli fu domandato come voleva esser trattato: «Da gran principe», egli rispose. Paolo mangiava molto--- venticinque piatti--, e beveva forte: rimaneva a tavola tre ore. Egli era accuratissimo, siccome d'alto lignaggio. L'Inquisizione fu la sua più grande occupazione. Odiava profondamente gli Spagnuoli e l'imperatore, «Io sono Italiano!--diceva egli con più verità che Giulio II--ed in Italia non v'ha che una _tiara_ ed un _berretto_: Roma e Venezia». Ei li odiava talmente cotesti Spagnuoli, che si collegò coi protestanti di Germania, e chiamò in Italia Solimano per discacciarne i _marrani_.

Questo papa fece paura allo stesso duca d'Alba. Ma Paolo IV era stato terrificato da Filippo II.... Quando egli fu eletto, andò scritto il seguente feroce epigramma:

_Sixtum lenones, Julium rexere cinædi, Imperium vani scurra Leonis habet._ _Clementem furiæ vexant et avara cupido; Quæ spes est regni, Paule, futura tibi?_

(I lenoni governarono Sisto, i cinedi Giulio; i buffoni guidarono il leggero Leone; le furie, l'avarizia, la cupidigia possedettero Clemente. Quale specie di regno ci riservi tu, o Paolo?)

Alla sua morte, mentre i Romani ne spezzavano la statua, un poeta componeva un epitaffio sanguinoso, che terminava con questi versi:

_Hostibus infensis supplex, infidus amicus: Scire cupis cætera? papa fui!_

«Egli fa papa»--ciò dice tutto[21].

Paolo non si curò punto del Concilio.

Per lui, i Padri non erano che semplici consiglieri del pontefice, al quale appartiene ogni autorità e dinanzi al quale tutto si piega.

XXXII.

Il Concilio si riunì di nuovo il 29 novembre del 1562, sotto Pio IV, e cominciò dalla sessione decima settima, malgrado le rimostranze di alcune potenze e di alcuni Padri, i quali avrebbero voluto considerare la nuova riunione come un nuovo Concilio. Il cardinale di Mantova, Ercole Gonzaga, fu mandato come legato, aggiungendogli Giacomo de Puy, nizzardo, eccellente giureconsulto. Poco appresso, Gonzaga morì, e Pio IV mandò a Trento il cardinale Navagero e il cardinale Morone, fatto uscire allora dal castel Sant'Angelo, ove lo aveva fatto rinchiudere in compagnia del cardinale Foscarini, come eretici, per aver lasciato passare il libro degli _Esercizi spirituali di Sant'Ignazio di Loiola!_

I legati domandarono al papa _dieci buone teste_ per opporle ai vescovi di Spagna.

Pio IV aveva pochissima stima del Concilio. Allorchè gli si rimproverava di non lasciare ai Padri, «a que'vescovetti, a que'_fanciulli_,» bastante libertà, egli rispondeva: «È vero, ma i loro re ne lasciano loro ancora meno». Ed agli ambasciatori diceva: «che i sovrani gli sarebbero molto più cari, se lo aiutassero a liberarsi dal Concilio, anzichè ad esterminare gli Ugonotti».

Quando il conte di Luna rimproverava al Morone la servitù del Concilio, e che si chiamassero nelle congregazioni molti Italiani e due soli Francesi e due Spagnuoli, e che si estorcessero i voti, il Morone non negava punto la cosa, ma rispondeva: che nessuno si lagnava di codesta servitù, e che le cose andavano proporzionatamente, essendovi al Concilio centocinquanta Italiani e soli sessanta stranieri. «Voi non tenete conto delle nazioni, soggiunse un giorno il duca di Luna; ma, in fine, le contate».

Pio IV, ch'era lo Spirito Santo del Concilio, aveva due figlie ed un figlio. Cosimo de'Medici lo aveva fatto eleggere a forza di scudi, comprando i cardinali al conclave. Pio IV diceva all'ambasciatore di Venezia, che non v'era un cardinale che sapesse resistere a 500 scudi di pensione. Ed egli condusse il Concilio col denaro: vi spese, infatti, 600,000 scudi, circa 5 milioni di franchi.

Egli pendeva pel matrimonio dei preti. Fece imprigionare uno de'nipoti di Paolo IV, il cardinale di Napoli, e strangolare l'altro, il cardinale Carlo Caraffa, che l'aveva fatto papa. Pio V, suo successore, ordinò la revisione del processo, fece appiccare il giudice d'istruzione, che aveva trovato colpevoli i due cardinali--sempre _infallibilmente_--, e fece distruggere gli atti del processo.

Pio IV fece dipingere dal Salviati, nella sala dei re al Vaticano, la scena di Alessandro III, che pone il piede sulla testa del Barbarossa.

Dopo tutto, bisognava finirla con l'assemblea di Trento. Alcuni vescovi spagnuoli si opposero alla chiusura; ma il Morone ingannò il Luna per farlo acconsentire.

L'ambasciatore di Francia, Ferrier, diceva che, se il Concilio nominava un papa, la Francia non ne riconoscerebbe giammai altri. Ora, il papa era malato, e il Morone aveva speranza d'essere eletto. La chiusura fu dunque decisa, affrettata. Il venerdì 3 dicembre del 1563, alla ventesimaquinta sessione, si lessero tutti i decreti del Concilio; e non essendosene terminata la lettura il primo giorno, si tenne seduta all'indomani prima dell'alba.

Il cardinale di Lorraine si fece l'acclamatore generale: il che spiacque, essendo questo l'ufficio d'un diacono, anzichè di un cardinale. Egli cominciò le sue acclamazioni con augurare lunga vita al papa, e poi facendo voti pel riposo delle anime di Paolo III e di Giulio III. E continuò benedicendo la memoria di Carlo V, ed i re in massa, ma non nominando Francesco I ed Enrico II; aggiungendo augurii di lunga esistenza all'imperatore Ferdinando ed agli altri principi, obbliando però Carlo IX, ed augurii di lunga durata alle repubbliche.

Ferrier non era presente: senza di che, egli avrebbe indubbiamente protestato.

Il di Lorraine ringraziò, da ultimo, i legati, ed applaudì ai decreti del Concilio. I Padri risposero tutti insieme, con le sole parole: Anatema agli eretici!

I legati comandarono allora ai Padri, sotto pena di scomunica, di firmare di proprio pugno tutti i decreti; e la domenica successiva vi fu tutta impiegata.

Gli ambasciatori, che dovevano firmare alla lor volta, non sottoscrissero punto. De Luna voleva sottoscrivere con restrizione, non avendo Filippo II acconsentito alla chiusura del Concilio. E però questo re diceva: «Che i Padri erano andati vescovi al Concilio, e n'erano ritornati semplici curati».

Tutti i cardinali approvarono, in un concistoro, i decreti del Concilio, fuorchè il cardinale Cicanda e il cardinale Ghislieri (che fu in appresso l'abbominevole e atroce Pio V), trovando essi che i vescovi avevano conservato troppa autorità. Si scongiurarono i principi a far eseguire ne'loro Stati i decreti del Concilio; ma Carlo IX non fu scongiurato nominatamente. Diecinove Padri, tra quelli che avevano mostrato maggior zelo, furono promossi al cardinalato.

E qui poniam fine al nostro esame retrospettivo dei Concilii, già troppo lungo, e giungiamo alle conchiusioni.

XXXIII.

In quale circostanza l'idea d'un Concilio venne al mondo, o piuttosto sgorgò dal divino cervello dell'_angelico_ Pio IX?

L'8 dicembre del 1864, il decimo anniversario della «definizione dogmatica della immacolata concezione della Vergine madre di Dio», la Cancelleria romana partorì una lettera enciclica ed il famoso Sillabo, opera di un Gesuita tedesco, il P. Schroder, il quale in 10 capitoli e 80 paragrafi, trattò degli errori principali della sfortunata epoca nostra.

Il 6 di giugno del 1867, diecisette quesiti, specialmente risguardanti gli eretici, il matrimonio civile, ecc., furono con una lettera circolare diretti ai vescovi.

Il 26 dello stesso mese, il papa pronunciò un'allocuzione in un concistoro segreto, alla presenza di cinquecento vescovi, nella quale annunciava loro il suo desiderio di convocare un Concilio generale, mediante il quale la Chiesa cattolica compirebbe i suoi più bei trionfi, convertirebbe i suoi nemici, e proclamerebbe il regno del Cristo su tutto l'orbe abitato ed abitabile.

I vescovi risposero con un indirizzo--a Roma non si teme punto l'indirizzo--, che «il loro cuore era colmo di gioia alla prospettiva di codesto Concilio ecumenico, il quale non poteva essere che una sorgente infallibile di unità, di santità e di pace».