Part 4
I legati recavano una bolla, che dava loro autorità assoluta sul Concilio, in luogo di procedere in ogni cosa col suo consenso. Paolo regolava da Roma i più minuti particolari delle conferenze, per mezzo di lettere a'suoi tre legati insieme ed a ciascuno d'essi personalmente, lettere pubbliche, private e in cifra col cardinal Monti--forma di dispacci che molto si usavano in tale circostanza.
Paolo III aveva invitato al Concilio l'imperatore, il re di Francia e gli altri principi. Carlo V si adontò, vedendosi così ridotto al livello di Francesco I, alleato de'Musulmani[18]. Ma Paolo aveva bisogno di Francesco, il quale prometteva l'investitura del ducato di Parma e Piacenza a Pier-Luigi Farnese.
L'apertura del Concilio fu dunque solennemente fissata al 13 dicembre 1545.
I protestanti, riuniti alla Dieta di Worms, ricusarono di recarvisi. E la guerra contro di loro fu risolta tra il papa e l'imperatore.
XXI.
Il Concilio di Trento ebbe 25 sessioni: una nel 1545, quattro nel 1546, tre nel 1547; e fu nell'ottava sessione che il Concilio venne rimandato a Bologna. Alla undecima sessione, Giulio III restituì il Concilio a Trento, il 14 dicembre 1550. Nel 1551 v'ebbero quattro sessioni, compresa la continuazione dell'undecima. Il 23 gennaio e il 28 aprile ebbero luogo la quindicesima e sedicesima sessione; dopo di che, il Concilio fu aggiornato, e non si riaprì che il 18 gennaio 1562. Sei sessioni si tennero in quell'anno: la ventesima terza, ventesima quarta e ventesima quinta nell'anno successivo.
Il Concilio cominciò con quattro arcivescovi, venti vescovi, un cardinale, oltre i tre cardinali legati, e cinque generali capi d'Ordini religiosi, assistiti da alcuni teologi francescani e domenicani, più scaltri che dotti. La materia dei dibattimenti giungeva, come s'è detto, tutta preparata da Roma e per istaffetta; il che die'luogo al motto: «che lo Spirito Santo viaggiava nella valigia del corriere».
Leggiamo, infatti, questo motto in una lettera dell'abate di Lansac a Caterina de'Medici e in un discorso di Andrea Dudycz, vescovo ungherese. Questi paragona i vescovi del Concilio ai pifferi, che cessano di suonare quando si cessa di soffiarvi dentro. Egli dice inoltre che in questo Concilio: _omnia erant humana consilia_; che si spedivano giorno e notte dei corrieri, e si attendeva la risposta da Roma, come quella degli oracoli di Delfo e di Dodona; che lo Spirito Santo viaggiava _tabellarii manticis inclusus_, e ch'egli doveva fermare il volo, se per caso un fiume era gonfio--d'onde avveniva che _Spiritus non super aquas_, come nella Genesi, ma _secus aquas ferretur_[19].
Il vescovo di Bitonto recitò il discorso di apertura, e provò che il Concilio era necessario, poichè parecchi Concilii hanno deposto re e imperatori, e poichè, nell'_Eneide_, Giove raccolse il Concilio degli dei; che i prelati doveano recarsi a Trento come nel cavallo di Troja; e che la porta del Concilio e quella del paradiso sono eguali....
Si pregò per Carlo V. Duprat, vescovo di Clermont, domandò si pregasse anche pel re di Francia; ma gli fu risposto che bisognerebbe allora pregare egualmente pegli altri re, e che quello che fosse nominato l'ultimo si terrebbe offeso.
XXII.
Nella seconda sessione si decretò che i voti si raccoglierebbero per individuo e non per nazione--il che assicurava al papa la direzione dell'assemblea, ove gli Italiani erano tre contro uno;--che il Concilio s'intitolerebbe ecumenico, senza la clausola «rappresentante la Chiesa universale», la quale avrebbe potuto inorgoglire i Padri e far dubitare della supremazia del papa;--e che, in fine, le quistioni sarebbero discusse in congregazioni particolari, si risolverebbero in congregazioni generali segrete, e sarebbero poi pubblicate nelle sessioni, delle quali si farebbero conoscere soltanto gli atti per mezzo della stampa.
Paolo aveva ordinato a'suoi legati di mostrarsi assai corrivi nella discussione dei dogmi, purchè nella formula si adoperassero espressioni vaghe ed ambigue; ma di non ceder punto allorchè si trattava dell'autorità e delle prerogative del papa. Nondimeno il primate di Portogallo aveva detto: «Gl'illustrissimi cardinali devono essere illustrissimamente riformati». Poichè la riforma era la cosa la più desiderata dai Padri stranieri, e la più temuta dai legati.
Pietro Danès, ambasciatore di Francia, giunse, ed arringò il Concilio.
--Questo gallo canta bene! esclamò un de'legati--giuocando di parole sul _Gallus_ (gallo e Francese).
--Piacesse a Dio, rispose l'ambasciatore, che Pietro si pentisse di nuovo al canto del gallo!
I Padri parlavano in latino, come parleranno nel prossimo Concilio di Roma. Figuratevi quale Babele, con un latino imperfettamente conosciuto, pronunciato alla francese, all'inglese, alla tedesca, da Italiani, Spagnuoli e Polacchi! come dovevano intendersi bene!
Le sessioni si succedevano. Le decisioni erano prese sempre secondo il voto de'legati inspirati da Roma. Malgrado ciò, le discussioni furono tempestose, poichè i teologi dei diversi Ordini non s'intendevano punto, specialmente intorno la Grazia e il peccato originale. Nella discussione sulla giustificazione, il vescovo di Cava, il quale pensava, come S. Paolo, S. Agostino e i protestanti, che basta la fede per salvarsi, strappò a piene mani la barba al vescovo di Cheronea, il quale coi cattolici obbiettava che la fede non valeva nulla senza le opere.
I protestanti, alla Dieta di Ratisbona, respinsero i primi decreti del Concilio. Carlo V ne proscrisse i capi, ed armò l'esercito.
Nel tempo stesso, Lutero moriva tranquillamente (18 febbraio 1546), vedendo la sua opera perseguitata, ma per nulla in pericolo.
I principi protestanti risposero alla sfida di Carlo V con la lega di Smulkalda. Il papa mandò il suo esercito all'imperatore; ma questi, curandosi mediocremente de'settarii, voleva schiacciare i principi ribelli per consolidare il proprio Impero in Germania. Al contrario, il papa voleva creargli degl'imbarazzi politici in Germania per indebolirlo in Italia.
I protestanti furono vinti a Mühlbourg.
Il papa, spaventato da questa vittoria, ordì intrighi in Italia.
Carlo V pesò alla sua volta sul Concilio, e minacciò il cardinale Santa-Croce, che parlava della traslazione dell'assemblea, di farlo gettare nell'Adige.
Ma Paolo III, approfittando delle febbri che regnavano a Trento, fece decretare la traslazione de'Padri a Bologna. Però i vescovi ultramontani, i quali dicevano «che il papa era un vecchio ostinato, che lavorava a mandar a male la Chiesa», non si mossero.
Carlo V protestò per mezzo de'suoi ambasciatori; e poi rispose col suo decreto dogmatico, conosciuto sotto il nome d'_Interim_--una specie di compromesso conciliativo tra la dottrina protestante e quella dei cattolici, il quale fece tutti malcontenti.
Paolo III si limitò a riprovare il matrimonio de'preti e la comunione sotto le due specie, e reclamò la restituzione dei beni confiscati al clero in Germania.
Il Concilio di Bologna, ridotto a sei arcivescovi e trentasei vescovi, senza la presenza degli ambasciatori de'principi, non poteva più procedere. Paolo si apparecchiava a chiamarlo a Roma, quando fu côlto dalla morte.
XXIII.
Giulio II, già legato a Trento, convocò di nuovo il Concilio in questa città nel 1550.
Enrico II, che abbruciava gli Ugonotti in Francia, si dichiarò contrario ad un Concilio tenuto contro i protestanti, ed inviò il famoso Amyot, il traduttore di Plutarco, per protestare. Egli richiamò poscia i Padri francesi, ed intimò un Concilio nazionale, affine di far nominare un patriarca di Francia.
La Dieta d'Augusta propose un Concilio libero, al di fuori di qualunque vincolo col papa, giudice nello stesso tempo degli uomini e delle dottrine; e fece redigere due professioni di fede: l'una da Melantone, l'altra da Brenzio.
Le dottrine riformate guadagnavano ogni giorno terreno. Giulio III non si scoraggiò punto. Il Concilio riprese i suoi lavori; e vi si attendevano persino i teologi protestanti. Infatti, Melantone si avanzò sino a Norimberga. Ma poi si arrestarono, spaventati dalla sorte di Giovanni Huss e di Girolamo da Praga, bruciati, come abbiam detto, malgrado il salvo-condotto di cui erano muniti. I teologi protestanti inviarono invece la loro professione di fede.
La redazione di quest'atto scatenò la tempesta, la quale non si sarebbe forse limitata a sole grida, se l'Assemblea non fosse stata sciolta in tutta fretta.
In mezzo ad una festa da ballo, che i Padri diedero a colui che fu poi Filippo II ed all'erede del duca di Savoja, «--nella qual festa i Padri ballarono, dicesi, con molta gravità e decenza»,--giunse la notizia che Ferdinando I aveva fatto assassinare il cardinale Martinusio in Ungheria, che i Turchi minacciavano questo paese, che Enrico II mandava truppe in Germania ed in Italia; e che Carlo V e suo fratello Ferdinando, sorpresi in una gola del Tirolo presso Innspruck, erano stati battuti e costretti a fuggire.
Il Concilio rimase sospeso per dieci anni. Pio IV lo riconvocò a Trento nel 1562.
XXIV.
Cinque legati pontificii, in qualità di presidenti, due altri cardinali, tre patriarchi, venticinque arcivescovi, centosessanta vescovi, sette abati, sette generali di Ordini e più di cento teologi, bene scelti, sfilarono in mezzo a due ale di moschettieri, e si recarono alla chiesa.
Tra gli ambasciatori sorsero gravi dispute di preminenza: quelli di Baviera volevano precedere quelli di Venezia, e quelli della Svizzera volevano andare innanzi a quelli di Firenze; il conte di Luna, ambasciatore di Spagna, voleva essere incensato alla messa, e voleva baciare la patèna prima di Ferrier, ambasciatore di Francia. Poco mancò si ponesse mano alle spade in chiesa: il servizio divino ne fu turbato.
Il vescovo di Reggio arringò i Padri, e provò che la Chiesa di Roma è superiore a Dio stesso, «poichè la Chiesa ha distrutto la circoncisione e il sabbato, che Dio aveva istituiti e ordinati».
Il papa diede sessanta scudi d'oro ai prelati italiani, che votavano come.... gli arcadi del Corpo legislativo. Il nuncio Simonetta manteneva una schiera di prelati interruttori, i quali, come scrive l'abate di Lansac a Caterina de'Medici, turbavano le sedute con grida e motteggi.
I Gesuiti esercitavano sui Padri la più alta influenza, e la facevano da giannizzeri del papato. Il P. Lainez, loro generale, aveva avuto il coraggio di esclamare in piena seduta: «Che le altre Chiese non potevano riformare la Corte di Roma, poichè lo schiavo non istà al disopra del suo signore». I vescovi italiani applaudirono; i vescovi spagnuoli si unirono ai francesi, condotti dal cardinale di Lorraine, per controbilanciare il partito romano. Un prelato italiano esclamò: «Il Concilio è caduto dalla rogna spagnuola nel mal francese».
Nella decimasettima seduta si trattarono i libri col massimo rigore; di modo che, dice fra Paolo Sarpi, non rimaneva più nulla che si potesse leggere: lo Spirito Santo aveva decretato l'idiotismo universale.
I Governi d'Europa si scossero alle idee che predominavano nel Concilio, assolutamente contrarie allo spirito de'popoli. L'Austria, per mezzo de'suoi ambasciatori, propose venti punti di riforma, tra'quali l'abolizione delle indulgenze, che si vendevano a lotti a Roma, e si rivendevano a quattro soldi al pezzo nelle osterie della Svizzera e della Germania. Ferdinando I domandò il calice pei laici e il matrimonio pei preti. Ferrier, con le lettere della stessa Caterina de'Medici, esigeva il matrimonio de'preti, la messa in lingua volgare, un Concilio ecumenico libero, come lo intendevano i protestanti. La Baviera domandò tutto questo e più ancora.
I legati si spaventarono.
Pio IV inviò un supplemento di Padri italiani per rinforzare la maggioranza; fece comprare il dottor Hugonis, che gli riferiva i segreti del Comitato francese; e scrisse allo stesso cardinale di Lorraine (il quale fu così crudele verso gli Ugonotti per politica, non già per fede): «non esser bene che il popolo abbia la piena intelligenza dei misteri della religione, ma esser piuttosto necessario che esso creda ed obbedisca per fede».
Ma siccome insistevasi sulla riforma della Corte di Roma, così i legati proposero si cominciasse dal riformare i Governi secolari e l'episcopato medesimo.
Questo colpo inatteso troncò le rimostranze.
Il papa si ammalò in seguito di eccessi d'ogni genere. E poco appresso ne morì; e Pasquino disse: «_In odio visse, e si morì d'amore!_»
I cardinali volevano accostarsi a Roma: essi temevano che il Concilio, imitando quello di Costanza, nominasse il successore di Pio IV. Fu dunque affrettata la chiusura del Concilio. Si decretò in gran fretta una infornata di dogmi, venuti bell'e pronti da Roma; si scomunicò gli eretici, come al solito; e nella ventesima quinta seduta fu proclamata la chiusura. Vi si adoperò la formula: «Alla presenza dello Spirito Santo, ci parve bene....», anzichè la formula consacrata: «Parve bene allo Spirito Santo ed a noi».
Questo Concilio aveva durato ventun'anno. I teologi non v'ebbero voto deliberativo: essi spiegarono i dogmi. I prelati pronunciarono. I legati del papa diressero, e furono sempre i padroni.
Il papa approvò in un concistoro i decreti del Concilio, dietro la proposta del cardinale Buoncompagni, che il papa solo poteva interpretare i decreti e le decisioni sinodali, sui quali era severamente vietato di fare alcuna glossa o commento.
La Francia e la Germania non riconobbero il Concilio di Trento. Ed allorchè più tardi, all'epoca della reazione cattolica, esse vi aderirono, non si sottomisero che alla parte dogmatica, respingendo sempre la parte disciplinare, contraria agli usi ed ai privilegi di ciascuna nazione.
XXV.
Il prossimo Concilio di Roma sarà pressochè calcato su quello di Trento. Aggiungo dunque altri curiosi particolari, principalmente in quanto alla forma stessa, alle pratiche, ai regolamenti, alle ordinanze del Concilio.
I Concilii dei primi nove secoli della Chiesa erano stati convocati e tenuti dagl'imperatori ed altri principi. Essi li avevano presieduti in persona, o vi avevano delegato appositi commissarii. Infatti, ad Efeso, fu il conte Candidiano che presiedette per l'imperatore; a Calcedonia, presiedettero l'imperatore Marciano, Pulcheria sua moglie, e i suoi commissarii; al Concilio di Costantinopoli, detto _in Trullo_, Costantino il Barbuto ordinava quello che bisognava trattare, dava la parola, dirigeva la discussione, troncava le contestazioni. Costantino presiedette a Nicea; Teodosio al secondo di Costantinopoli.
I Padri di Calcedonia ammisero nondimeno due specie di presidenza del Concilio: quella del principe e quella del pontefice o patriarca.
Quando il papa o il patriarca assisteva al Concilio, sedeva alla destra dell'imperatore. I papi ebbero gran cura di far credere più tardi che l'imperatore sedeva alla loro sinistra.
A partire dal nono secolo, parecchi Concilii furono indetti e presieduti dai papi. Gregorio VII tenne il Concilio Lateranense; Innocenzo III un altro Lateranense; Innocenzo IV e Gregorio X presiedettero i Concilii di Lione; Clemente V quello di Vienna di Francia; Alessandro V quello di Pisa; Eugenio IV quello di Firenze; Giovanni XXIII e Martino V quello di Costanza.... A poco a poco si stabilì poi la pratica della preminenza del patriarca o del papa in queste riunioni ecclesiastiche.
Tale preminenza aveva tre scopi principali: la prerogativa della sessione, il diritto di raccogliere i voti, la ratificazione di tutto ciò ch'era stato fatto--ratificazione che non doveva nuocere alla libertà del suffragio, ch'era assolutamente necessaria.
Nei primi Concilii, i diaconi e i preti prendevano posto tra'Padri, ed avevano gli stessi diritti dei vescovi. Più tardi, allorchè prevalse la dottrina della supremazia del vescovo sul prete, essi furono esclusi. Nel Concilio di Nicea (314), i Padri sottoscrissero gli atti, non per ordine di dignità, ma per anzianità di sede. Più tardi i vescovi si conformarono alla data della loro ordinazione, secondo Graziano, tanto pel rango che occupavano nella sessione, quanto per quello della sottoscrizione. Nondimeno i vescovi di alcune sedi privilegiate furono eccettuati da questa regola.
XXVI.
Siccome tutto quello che si dee trattare in un Concilio non si può terminare in un giorno, così si prese la deliberazione di dividere gli affari in varii tempi, e si distinsero le diverse riunioni in sessioni--o azioni, come si chiamarono ne'primi secoli. Più tardi ciascun affare ebbe una congregazione speciale, che nominò i Padri per formulare i decreti o schemi di decreti.
Ciascuno aveva il diritto di esporre nella congregazione generale il proprio avviso intorno al decreto proposto dai legati. Questi si contentavano di opinare nelle sessioni.
Si proponevano i quesiti o i decreti nelle congregazioni ristrette--o Comitati, o Ufficii, o Commissioni, come diciamo noi oggidì--; dimodochè i Padri deliberavano prima tra loro per commissione. Si presentava poi in una congregazione generale--in Inghilterra si direbbe Comitato segreto--la relazione sul quesito preparata dalla Commissione, e tutti potevano assistere ai dibattimenti e discutere, e poscia si prendeva una decisione definitiva. Finalmente si presentava questa decisione alla sessione generale per essere votata. Tale regolamento, del tutto recente, era stato adottato per evitare al più possibile gli alterchi tra'vescovi, e dare maggior forza all'azione dei promotori dei Concilii e maggior decenza all'assemblea.
Ne'primi secoli, tutto si discuteva in comune ed in pubblico. Si registrava il voto di ciascun membro, lasciando la più compiuta libertà di suffragio. Ma questa libertà di suffragio essendo stata violata negli ultimi tempi, allorchè i papi cominciarono a servirsi dei Concilii come di strumenti della loro politica, il Concilio di Costanza risolse di adottare il voto per nazione--cioè che ogni vescovo opinasse tra'vescovi della propria nazione, e poi si portasse nella sessione il voto dei Padri della nazione, pronunciato nella riunione nazionale.
Sino all'undecimo secolo, non si pensò gran fatto al consenso del papa pei decreti del sinodo. Si dava bensì gran peso a questo consenso; ma se il papa ricusava di sottoscrivere al Concilio, s'egli non adottava la decisione della Chiesa universale, si passava oltre. Era dottrina che il Concilio generale poteva esercitare la propria autorità verso i papi e i patriarchi, come verso gli altri membri della Chiesa. Il Concilio di Costanza espresse di nuovo solennemente questa dottrina nella terza sessione, e quello di Basilea nella sua seconda sessione: _Synodus, in Spiritu Sancto legittime congregata, generale concilium faciens, potestatem habet a Christo immediate.... cui, quilibet cujuscumque status.... etiamsi papalis existat, obedire tenetur_.
XXVII.
Tra gli assistenti ad un Concilio, gli uni vi sono in qualità di giudici per pronunciare sulle materie che si discutono; altri soltanto per prender parte alla discussione ed esprimere un voto consultivo; altri infine per compiere diverse funzioni, come quelle di segretarii o di promotori, o per difendere il Concilio e vigilare al mantenimento dell'ordine. In alcuni Concilii, i laici ebbero anche voto, e persino voto deliberativo. Ma questo diritto appartiene omai esclusivamente ai vescovi. Gli abati, i generali di Ordini, i teologi ebbero anch'essi talvolta diritto di suffragio, ma sono principalmente membri consultivi.
Il Concilio si apriva un tempo con la lettura del regolamento, di cui ecco i punti principali, stipulati in un canone del Concilio di Toledo del 633:
«Nella prima ora del giorno si farà uscir tutti dalla chiesa, e se ne chiuderanno le porte. Tutti gli uscieri si ridurranno a quella per la quale devono entrare i vescovi, i quali saranno introdotti tutti insieme, e prenderanno posto secondo il loro rango di ordinazione. Dopo i vescovi, si chiamerà quelli tra'preti e diaconi che si crederà dover far entrare. I vescovi staranno seduti in giro, i preti seduti dietro a loro, e i diaconi in piedi dinanzi ai loro seggi. Infine si farà entrare i laici, che il Concilio crederà degni, ed i notaj per leggere e scrivere quello che sarà necessario, e si farà poi guardare le porte. Allorchè tutti avranno preso posto, il primo de'diaconi dirà: «Pregate», e tosto essi si prostreranno successivamente, e pregheranno per qualche tempo in silenzio; poi uno dei vescovi più anziani si alzerà per fare una preghiera ad alta voce, rimanendo gli altri prosternati. Finita l'orazione, e dopochè tutti avranno risposto: _Amen!_, l'arcidiacono dirà: «Alzatevi». Tutti allora si alzeranno, ed osserveranno un profondo silenzio. Poscia un diacono, indossata la stola, leggerà il Vangelo; dopo di che porterà in mezzo all'assemblea il libro de'canoni, e leggerà quelli che trattano della tenuta dei Concilii. Il vescovo metropolitano prenderà quindi la parola, ed esorterà quelli che hanno richiami od altre quistioni, a proporle. Non si passerà ad altro argomento, senza che il primo sia esaurito. Se qualcuno dal di fuori, chierico o laico, volesse indirizzarsi al Concilio, farà conoscere il suo affare per mezzo dell'arcidiacono della metropoli, ed allora gli sarà permesso d'entrare. Nessun vescovo uscirà dalla seduta prima che sia finita; nessuno si allontanerà dal Concilio prima che tutto sia terminato; affine di poter sottoscriverne le decisioni».
I decreti son pubblicati nelle sedute solenni, che ricevettero il nome di sessioni.
Talvolta la discussione sorge nella sessione, benchè i decreti sieno stati preparati nei Comitati e nelle Congregazioni generali, come ho detto. Allora si nomina una Commissione per deliberare sulla redazione del decreto, il quale è sottoposto all'esame ed all'approvazione della sessione successiva.
A Trento, tutti erano chiamati alle discussioni preparatorie del secondo grado.
A Trento pure i prelati e i dottori erano divisi in tre congregazioni, che si tenevano separatamente presso ciascuno dei legati. Tutte le materie v'erano discusse a lungo, e vi si preparavano i decreti. Le tre assemblee si riunivano poi in congregazione generale per deliberare in comune. Preparati così i decreti, venivano letti nella sessione solenne, e ricevevano una sanzione definitiva.
Nelle congregazioni, i vescovi non portavano che il berretto; nelle sessioni, la mitra.
XXVIII.
L'ultimo di novembre del 1545, appressandosi il tempo dell'apertura del Concilio a Trento, i legati inviarono un corriere a Roma per avere una bolla che loro ingiungesse di aprirlo, dicendo che, per conservare l'autorità della Santa Sede, era d'uopo che codesta bolla fosse letta e registrata nella prima seduta. La bolla giunse, infatti, l'11 dicembre, e all'indomani i legati ordinarono un digiuno ed una processione, e tennero una congregazione generale, in cui fu letta la bolla e determinato quello che si doveva fare nella sessione.
Il vescovo d'Astorga, Diego d'Alava, disse che si doveva leggere nella congregazione anche il breve della Legazione e presidenza, affinchè tutti potessero mostrare obbedienza alla Santa Sede. Quasi tutta l'assemblea approvò questo parere, ed anzi ciascuno v'insistette particolarmente. Ma il Santa-Croce, considerando le conseguenze di tale domanda, e che, se si faceva pubblica l'autorità della Legazione, ciò poteva invogliare a limitarla, trovò più a proposito di tenerla segreta, per consigliare secondo l'occasione. Egli rispose dunque subito: che tutti i prelati non formavano che un corpo solo nel Concilio, e che se si leggeva il breve dei poteri dei legati, bisognava leggere altresì le bolle d'ogni vescovo per far fede della sua istituzione; dimodochè si dovrebbe sempre ricominciare di volta in volta ne venissero di nuovi. Con tale pretesto egli salvò l'onore della Legazione, che consisteva nel non aver limiti[20].