Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 1

Part 7

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Quanto le mogli sieno nimiche degli studi assai leggermente puote apparire a' riguardanti. Rincresce spesse volte a' filosofanti la turba volgare: per che, da essa partendosi e raccoltosi in alcuna solitaria parte della sua casa, sé contra sé con la considerazion trasportando, talvolta ragguarda quale spirito muove il cielo, onde venga la vita agli animali, quali sieno delle cose le prime cagioni; e talvolta nello splendido consistoro de' filosofi mischiatosi col pensiero, con Aristotile, con Socrate, con Platone e con gli altri disputerá della veritá d'alcuna conclusione acutissimamente; e spesse fiate con sottilissima meditazione se ne entrerá sotto la corteccia d'alcuna poetica fizione, e, con grandissimo suo piacere, quanto sia diverso lo 'ntrinseco dalla crosta riguarderá. Né fia che non avvenga, quando vorrá, che gl'imperadori eccelsi, i potentissimi re e prencipi gloriosi con lui nella solitudine non si convengano, e con lui ragionino de' governamenti publici, dell'arti delle guerre e dei mutamenti della fortuna. Alle quali eccelse e piacevoli cose sopravverrá la donna e, cacciata via la contemplazion laudevole e tanta e tal compagnia, biasimerá il suo star solitario e 'l suo pensiero, e spesse volte, sospicando, dirá questo non solergli avvenire avanti ch'ella a lui venisse, e però assai manifestamente apparire lui esser di lei pessimamente contento. E, postasi quivi a sedere, non prima si leverá che, esaminati i pensieri del marito, lui di piacevolissima considerazione in noiosa turbazione avrá recato. Che dirò dell'odio ch'elle portano a' libri, qualora alcuno ne veggiono aprire? che delle notturne vigilie, non solamente utili, ma opportune agli studianti? Tutto a' suoi diletti quel tempo esser tolto, lagrimando, confermano. Lascio le notturne battaglie, li loro costumi gravi a sostenere, la spesa inestimabile che nelli loro ornamenti richeggiono: tutte cose, quanto esser possono, avverse a' contemplativi pensieri. Che dirò se gelosia v'interviene? che, se cruccio che per lunghezza si converta in odio? Io corro troppo questa materia, percioché bastar dee agl'intendenti averne superficialmente toccato. Ma, chenti che l'altre si sieno, accioché io quando che sia mi riduca al proposito, tal fu quella che a Dante fu data, che, da lei una volta partitosi, né volle mai dove ella fosse tornare, né che ella andasse lá dove egli fosse. Né creda alcuno che io per le sudette cose voglia conchiuder gli uomini non dover tôrre moglie; anzi il lodo, ma non a tutti. I filosofanti, che 'l mio giudicio in questo seguiteranno, lasceranno lo sposarsi a' ricchi stolti e a' signori e similmente ai lavoratori; ed essi con la filosofia si diletteranno, molto piú piacevole e migliore sposa che alcuna altra.

IX

CURE FAMILIARI E PUBBLICHE

Tirò appresso di sé lo stimolo della moglie al nostro poeta un'altra quasi inevitabil gravezza, e questa fu la sollecitudine d'allevare i figliuoli, percioché in brieve tempo padre di famiglia divenne; e, strignendolo la domestica cura, quel tempo, che alle eccelse meditazioni, soluto, soleva prestare, costretto da necessitá, conveniva che egli concedesse a' pensieri donde dovessero i salari delle nutrici venire, i vestimenti de' figliuoli, e l'altre cose opportune a chi piú secondo la opinion del vulgo che secondo la filosofica veritá convien che viva. Il che quanto d'impedimento alli suoi studi prestasse, assai leggermente conoscer si dee da ciascuno.

Da questa per avventura ne gli nacque una maggiore; percioché l'altiero animo avendo le minor cose in fastidio, e per le maggiori estimando quelle potersi cessare, dalla familiar cura transvolò alla publica: nella qual tanto e subitamente sí l'avvilupparono i vani onori, che, senza guardare donde s'era partito e dove andava con abbandonate redine, messa la filosofia in oblio, quasi tutto della republica con gli altri cittadin piú solenni al governo si diede. E fugli tanto in ciò alcun tempo la fortuna seconda, che di tutte le maggior cose occorrenti la sua diliberazion s'attendeva. In lui tutta la publica fede, in lui tutta la speranza publica, in lui sommariamente le divine cose e l'umane parevano esser fermate. Che questa gloria vana, questa pompa, questo vento fallace gonfi maravigliosamente i petti de' mortali; e gli atti e portamenti di coloro, che ne' reggimenti delle cittá son maggiori, e il fervente appetito, che di quegli hanno generalmente gli stolti, assai leggermente agli occhi de' savi il possono dimostrare. E come si dee credere che intra tanto tumulto, intra tanto rivolgimento di cose, quanto dee continuamente essere nelle gonfiate menti de' presidenti, deano potere aver luogo le considerazion filosofiche, le quali, come giá detto è, somma pace d'animo vogliono? In queste tumultuositá fu il nostro Dante inviluppato piú anni, e tanto piú che un altro, quanto il suo disiderio tutto tirava al ben publico, dove quello degli altri o della maggior parte tirannescamente al privato badava: per che, oltre all'altre sollecitudini, in continua battaglia esser gli conveniva. Ma la fortuna, volgitrice de' nostri consigli e inimica d'ogni umano stato, assai diverso fine pose al principio. Al qual voler dimostrare, un pochetto s'amplierá la novella.

X

COME LA LOTTA DELLE PARTI LO COINVOLSE

Era ne' tempi del glorioso stato del nostro poeta la fiorentina cittadinanza in due parti perversissimamente divisa, alle quali parti riducere ad unitá Dante invano si faticò molte volte. Di che poi che s'accorse, prima seco propose, posto giú ogni uficio publico, di viver seco privatamente; ma, dalla dolcezza della gloria tratto e dal favor popolesco, e ancora dalle persuasioni de' maggiori, sperando di potere, se tempo gli fosse prestato, molto di bene adoperare, lasciò la disposizione utile e perseverando seguitò la dannosa. E, accorgendosi che per se medesimo non poteva una terza parte tenere, la quale, giusta, la ingiustizia dell'altre due abbattesse, con quella s'accostò nella quale, secondo il suo giudicio, era meno di malvagitá. E, aumentandosi per vari accidenti continuamente gli odii delle parti, e il tempo vegnendo che gli occulti consigli della minacciante fortuna si doveano scoprire, nacque una voce per tutta la cittá: la parte avversa a quella, con la qual Dante teneva, grandissima multitudine d'armati in disfacimento de' loro avversari aver nelle case loro. La qual cosa creduta spaventò sí i collegati di Dante, che, ogni altro consiglio abbandonato che di fuggire, non cacciati s'usciron dalla cittá e, con loro insieme, Dante. Né molti dí trapassarono che, avendo i lor nemici il reggimento tutto della cittá, come nemici publici tutti quegli, che fuggiti s'erano, furono in perpetuo esilio dannati, e i lor beni ridotti in publico o conceduti a' vincitori.

XI

LA VITA DEL POETA ESULE SINO ALLA VENUTA IN ITALIA DI ARRIGO SETTIMO

Questo fine ebbe la gloriosa maggioranza di Dante, e da' suoi cittadini le sue pietose fatiche questo merito riportaro. Lasciati adunque la moglie e i piccioli figliuoli nelle mani della fortuna, e uscito di quella cittá, nella qual mai tornar non dovea, sperando in brieve dovere essere la ritornata, piú anni per Toscana e per Lombardia, quasi da estrema povertá costretto, gravissimi sdegni portando nel petto, s'andò avvolgendo. Egli primieramente rifuggí a Verona. Quivi dal signor della terra e ricevuto e onorato fu volentieri e sovvenuto. Quindi in Toscana tornatosene, per alcun tempo fu col conte Salvatico in Casentino. Di quindi fu col marchese Moruello Malespina in Lunigiana. E ancora per alcuno spazio fu co' signori della Faggiuola ne' monti vicini ad Orbino. Quindi n'andò a Bologna, e da Bologna a Padova, e da Padova ancor si ritornò a Verona. Ma, essendo giá dopo la sua partita di Firenze piú anni passati, né apparendo alcuna via da potere in quella tornare, ingannato trovandosi del suo avviso, e quasi del mai dovervi tornar disperandosi, si dispose del tutto d'abbandonare Italia; e, passati gli Alpi, come poté se n'andò a Parigi, accioché, quivi a suo potere studiando, alla filosofia il tempo, che nell'altre sollecitudini vane tolto le avea, restituisse. Udí adunque quivi e filosofia e teologia alcun tempo, non senza gran disagio delle cose opportune alla vita. Da questo il tolse una speranza presa di potere in casa sua ritornare con la forza d'Arrigo di Luzimborgo imperadore. Per che, lasciati gli studi e in Italia tornatosi, e con certi rubelli de' fiorentini congiuntosi, con loro insieme con prieghi, con lettere e con ambasciate s'ingegnò di rimuovere il detto Arrigo dallo assedio di Brescia e di conducerlo intorno alla sua cittá, estimando quella contro a lui non potersi tenere. Ma la riuscita contraria gli fece palese il suo avviso essere stato vano. Assediò Arrigo la cittá di Fiorenza; e ultimamente, vana vedendo la stanza, se ne partí e, non dopo molto tempo passando di questa vita, ogni speranza ruppe nel nostro poeta, il quale in Romagna se ne passò, dove l'ultimo suo dí, il quale alle sue fatiche doveva por fine, l'aspettava.

XII

DANTE OSPITE DI GUIDO NOVEL DA POLENTA

Era in que' tempi signor di Ravenna, antichissima cittá di Romagna, un nobile cavaliere, il cui nome era Guido Novel da Polenta, ne' liberali studi ammaestrato e amatore degli scenziati uomini. Il quale, udendo Dante, cui per fama lungamente avanti avea conosciuto, come disperato essersene venuto in Romagna, conoscendo la vergogna de' valorosi nel domandare, con liberale animo si fece incontro al suo bisogno, e lui, di ció volonteroso, onorevolmente ricevette e tenne, infino all'ultimo dí di lui.

Assai credo che manifesto sia da quanti e quali accidenti contrari agli studi fosse infestato il nostro poeta. Il quale né gli amorosi disiri, né le dolenti lagrime, né gli stimoli della moglie, né la sollecitudine casalinga, né la lusinghevole gloria de' publici ofici, né il súbito e impetuoso mutamento della fortuna, né le faticose circuizioni, né il lungo e misero esilio, né la intollerabile povertá, tutte imbolatrici di tempo agli studianti, non poterono con le lor forze vincere, né dal principale intento rimuovere, cioè da' sacri studi della filosofia, sí come assai chiaramente dimostrano l'opere che da lui composte leggiamo. Che diranno qui coloro, agli studi de' quali non bastando della lor casa, cercano le solitudini delle selve? che coloro, a' quali è riposo continuo, e a' quali l'ampie facultá senza alcun lor pensiero ogni cosa opportuna ministrano? che coloro che, soluti da moglie e da figliuoli, liberi posson vacare a' lor piaceri? De' quali assai sono che, se ad agio non sedessero, o udissero un mormorio, non potrebbono, non che meditare, ma leggere, né scrivere, se non stasse il gomito riposato. Certo niuna altra cosa potranno dire, se non che il nostro poeta, e per gli impeti superati e per l'acquistata scienza, sia di doppia corona da onorare. Ma da ritornare è alla intralasciata materia.

XIII

MORTE DI DANTE

Abitò adunque Dante in Ravenna piú anni nella grazia di quel signore, e quivi a molti dimostrò la ragione del dire in rima, la quale maravigliosamente esaltò. Ed essendo giá al cinquantesimosesto anno della sua etá pervenuto, infermò, e come fedel cristiano riconciliatosi, per vera contrizione e confessione delle colpe commesse, a Dio, del mese di settembre, correnti gli anni di Cristo MCCCXXI, il dí che la esaltazione della santa Croce si celebra, passò della presente vita. La cui anima creder possiamo essere stata nelle braccia della sua nobile Beatrice ricevuta e presentata nel cospetto di Dio, accioché quivi in riposo perpetuo prenda merito delle fatiche passate.

Fu la morte del nostro poeta al magnifico cavaliere assai gravosa. Il quale, fatto il corpo del defunto ornare d'ornamenti poetici, e quello porre sopra un funebre letto, sopra gli omeri de' piú eccellenti ravignani il fece alla chiesa de' frati minori, con quello onore che a tanto uomo si conveniva, portare, e quivi in una arca lapidea seppellire, con animo di fargli una egregia e notabile sepoltura. Quindi alla casa, nella quale era Dante prima abitato, tornandosi, secondo il ravignan costume, esso medesimo, a commendazione del trapassato poeta e a consolazione de' figliuoli e degli amici che dopo lui rimanieno, fece uno esquisito e lungo sermone. Ma poi, infra brieve spazio essendogli tolto lo Stato, cessò il proponimento della magnifica sepoltura; per la qual cosa ancora in quella arca, dove fu posto, le venerabili ossa dimorano.

XIV

GARA DI POETI PER L'EPITAFIO DI DANTE

Furono in que' tempi piú uomini nell'arte metrica ammaestrati, li quali, sentendo che far si dovea al corpo di Dante una mirabile sepoltura, fecero versi per porre in quella, testificanti e la scienza e alcun de' piú memorabili casi di Dante, de' quali niun vi si pose per lo sopradetto accidente. Nondimeno, piú tempo poi, me ne furono monstrati: de' quali alquanti, fattine dal maestro Giovanni del Virgilio, sí come piú laudevoli al mio giudicio, ne elessi; ed estimando questa operetta quello testificare, che in parte avrebbe fatto la sepoltura, di porglici diliberai come segue:

_Theologus Dantes nullius dogmatis expers, quod foveat claro philosophia sinu: gloria musarum, vulgo gratissimus auctor, hic iacet, et fama pulsat utrumque polum: qui loca defunctis gladiis regnumque gemellis distribuit, laicis rhetoricisque modis. Pascua Pieriis demum resonabat avenis; Atropos heu! laetum livida rupit opus. Huic ingrata tulit tristem Florentia fructum, exilium, vati patria cruda suo. Quem pia Guidonis gremio Ravenna Novelli gaudet honorati continuisse ducis, mille trecentenis ter septem Numinis annis, ad sua septembris idibus astra redit._

XV

RIMPROVERO AI FIORENTINI

Sogliono gli odii nella morte degli odiati finirsi; il che nel trapassamento di Dante non si trovò avvenire. L'ostinata malivolenza de' suoi cittadini nella sua rigidezza stette ferma; niuna publica lagrima gli fu conceduta, né alcuno uficio funebre fatto. Nella qual pertinacia assai manifestamente sí dimostrò, i fiorentini tanto essere dal cognoscimento della scienzia rimoti, che fra loro niuna distinzion fosse da un vilissimo calzolaio ad un solenne poeta. Ma essi con la lor superbia rimangansi; e noi, avendo gli affanni dimostrati di Dante e il suo fine, all'altre cose che di lui, oltre alle dette, dir si possono, ci volgiamo.

XVI

FATTEZZE E COSTUMI DI DANTE

Fu il nostro poeta di mediocre statura, ed ebbe il volto lungo e il naso aquilino, le mascelle grandi, e il labbro di sotto proteso tanto, che alquanto quel di sopra avanzava; nelle spalle alquanto curvo, e gli occhi anzi grossi che piccoli, e il color bruno, e i capelli e la barba crespi e neri, e sempre malinconico e pensoso. Per la qual cosa avvenne un giorno in Verona (essendo giá divulgata per tutto la fama delle sue opere, ed esso conosciuto da molti e uomini e donne) che, passando egli davanti ad una porta, dove piú donne sedevano, una di quelle pianamente, non però tanto che bene da lui e da chi con lui era non fosse udita, disse all'altre donne:--Vedete colui che va in inferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di coloro che lá giú sono!--Alla quale semplicemente una dell'altre rispose:--In veritá egli dee cosí essere: non vedi tu come egli ha la barba crespa e il color bruno per lo caldo e per lo fummo che è lá giú?--Di che Dante, perché da pura credenza venir lo sentia, sorridendo passò avanti.

Li suoi vestimenti sempre onestissimi furono, e l'abito conveniente alla maturitá, e il suo andare grave e mansueto, e ne' domestici costumi e ne' publici mirabilmente fu composto e civile.

Nel cibo e nel poto fu modestissimo. Né fu alcuno piú vigilante di lui e negli studi e in qualunque altra sollecitudine il pugnesse.

Rade volte, se non domandato, parlava, quantunque eloquentissimo fosse.

Sommamente si dilettò in suoni e in canti nella sua giovanezza, e, per vaghezza di quegli, quasi di tutti i cantatori e sonatori famosi suoi contemporanei fu dimestico.

Quanto ferventemente esso fosse da amor passionato, assai è dimostrato di sopra.

Solitario fu molto e di pochi dimestico. E negli studi, quel tempo che lor poteva concedere, fu assiduo molto.

Fu ancora Dante di maravigliosa capacitá e di memoria fermissima, come piú volte nelle disputazioni in Parigi e altrove mostrò.

Fu similmente d'intelletto perspicacissimo e di sublime ingegno e, secondo che le sue opere dimostrano, furono le sue invenzioni mirabili e pellegrine assai.

Vaghissimo fu e d'onore e di pompa, per avventura piú che non si appartiene a savio uomo. Ma qual vita è tanto umile, che dalla dolcezza della gloria non sia tócca? Questa vaghezza credo che cagion gli fosse d'amare sopra ogni altro studio quel della poesia, accioché per lei al pomposo e inusitato onore della coronazion pervenisse. Il quale senza fallo, sí come degno n'è, avrebbe ricevuto, se fermato nell'animo non avesse di quello non prendere in altra parte, che nella sua patria e sopra il fonte nel quale il battesimo avea ricevuto; ma dallo esilio impedito e dalla morte prevenuto, nol fece. Ma, peroché spessa quistion si fa tra le genti, e che cosa sia la poesí e che il poeta, e donde questo nome venuto, e perché di lauro sieno coronati i poeti, e da pochi pare esser mostrato, mi piace qui di fare alcuna transgressione, nella quale questo alquanto dichiari, e quindi prestamente tornare al proposito.

XVII

DIGRESSIONE SULL'ORIGINE DELLA POESIA

La prima gente ne' primi secoli, comeché rozzissima e inculta fosse, ardentissima fu di conoscere il vero con istudio, sí come noi veggiamo ancora naturalmente disiderare a ciascuno. La quale veggendo il ciel moversi con ordinata legge continuo, e le cose terrene aver certo ordine e diverse operazioni in diversi tempi, pensarono di necessitá dovere essere alcuna cosa, dalla quale tutte queste cose procedessero e che tutte l'altre ordinasse, sí come superiore potenza da niuna altra potenziata. E, questa investigazione seco diligentemente avuta, s'imaginaron quella, la quale «divinitá» ovvero «deitá» appellarono, con ogni cultivazione, con ogni onore e con piú che umano servigio esser da venerare. E perciò ordinarono, a reverenzia di questa suprema potenza, ampissime ed egregie case, le quali ancora estimaron fossero da separare cosí di nome, come di forma separate erano, da quelle che generalmente per gli uomini si abitano; e nominaronle «templi». E similmente avvisaron doversi ministri, li quali fossero sacri e, da ogni altra mondana sollecitudine rimoti, solamente a' divini servigi vacassero, per maturitá, per etá e per abito, piú che gli altri uomini, reverendi; li quali appellaron «sacerdoti». E oltre a questo, in rappresentamento della imaginata essenzia divina, fecero in varie forme magnifiche statue, e a' servigi di quelle vasellamenti d'oro e mense marmoree e purpurei vestimenti e altri apparati assai pertinenti a' sacrifici stabiliti per loro. E accioché a questa cotal potenzia tacito onore o quasi mutolo non si facesse, parve loro che con parole d'alto suono essa deitá fosse da umiliare e alle loro necessitá render propizia. E cosí come essi estimarono questa eccedere ogni altra cosa di nobiltá, cosí vollono che, di lungi ad ogni plebeio o publico stile di parlare, si trovasser parole degne di proferire dinanzi alla divinitá, nelle quali, oltre alle sue lode, si porgessero sacrate lusinghe. E oltre a questo, accioché queste parole potessero avere piú d'efficacia, vollero che fossero sotto legge di certi numeri, corrispondenti per brevitá e per lunghezza a certi tempi ordinati, composte, per li quali alcuna dolcezza si sentisse, e cacciassesi il rincrescimento e la noia; e questo non in volgar forma o usitata, come dicemmo, ma con artificiosa ed esquisita di modi e di vocaboli, convenne che si facesse. La qual forma, cioè di parlare esquisito, li greci appellan «_poetes_»; laonde nacque, che quello parlare, che in cotal modo fatto fosse, «poesie» s'appellasse; e quegli, che ciò facessero o cotal modo di parlare usassero, si chiamasson «poeti».

Questa adunque fu la prima origine della poesia e del suo nome, e per conseguente de' poeti, come che altri n'assegnino altre ragioni forse buone: ma questa mi piace piú.

Adunque questa buona e laudevole intenzione della rozza etá mosse molti a diverse invenzioni nel mondo multiplicante per apparere; e, dove i primi una sola deitá adoravano, stoltamente mostrarono a' segnenti esserne molte, comeché quella una dicessero, oltre ad ogni altra, ottenere il principato. Tra le quali molte, mostrarono essere il Sole, la Luna, Saturno, Giove e qualunque altro pianeto, la loro erronea dimostrazion roborando da' loro effetti. E da questi vennero a mostrare, ogni cosa utile agli uomini, quantunque terrena fosse, in sé occulta deitá conservare; alle quali tutte e versi e onori e sacrifici divini s'ordinarono. E poi susseguentemente avendo giá cominciato diversi in diversi luoghi, chi con uno ingegno e chi con un altro, a farsi, sopra la moltitudine indòtta della sua contrada, maggiori e a chiamarsi «re» e mostrarsi alla plebe con servi e con ornamenti, e a farsi ubbidire, e talvolta a farsí come Dio adorare; li quali, non fidandosi tanto delle lor forze, cominciarono ad aumentare le religioni, e con la fede di quelle ad impaurire i suggetti e a strignere con sacramenti alla loro obbedienza quegli, li quali non vi si sarebbon con le forze recati. E, oltre a questo, diedono opera a deificare li lor padri, li loro avoli, li lor maggiori, o a dimostrare sé figliuoli degli iddii, accioché piú fosson temuti e avuti in reverenza dal vulgo. Le quali cose non si poterono commodamente fare senza l'oficio de' poeti, li quali, sí per ampliar la lor fama, sí per compiacere a' prencipi, sí per dilettare i sudditi, e sí ancora per suadere agl'intendenti il virtuosamente operare, quello che con aperto parlare saria suto della loro intenzion contrario, con fizioni varie e maestrevoli, male da' grossi, oggi non che a quel tempo, intese, facean credere quello che i prencipi voleano si credesse; servando nelli nuovi iddii e negli uomini, li quali degli iddii nati fingevano, quello medesimo stilo che in quello, che vero Iddio primieramente credettero, usavano. Da questo si venne allo adequare i fatti de' forti uomini a quegli degl'iddii: donde nacque il cantare con eccelso verso le battaglie e gli altri notabili fatti degli uomini mescolatamente con quegli degli iddii. Per che si può delle predette cose comprendere uficio essere del poeta alcuna veritá sotto fabulosa fizion nascondere con ornate ed esquisite parole. E, percioché molti ignoranti credono la poesia niuna altra cosa essere, che semplicemente un favoloso e ornato parlare; oltre al promesso, mi piace brievemente mostrare la poesí esser teologia, o, piú propiamente parlando, quanto piú può simigliante di quella, prima che io vegna a dichiarare perché di lauro si coronino i poeti.

XVIII

CHE LA POESIA È SIMIGLIANTE ALLA TEOLOGIA