Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 1

Part 21

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E, a dichiarare come Virgilio del limbo sia mosso, è da sapere, come giá dicemmo, esser due mondi: l'uno si chiama il maggiore e l'altro il minore, sí come ne mostra Bernardo Silvestre in due suoi libri, de' quali il primo è intitolato _Megacosmo_ da due nomi greci, cioè da «_mega_», che in latino viene a dire «maggiore», e da «_cosmos_», che in latino viene a dire «mondo»: e il secondo è chiamato _Microcosmo_, da «_micros_», greco, che in latino viene a dire «minore», e «_cosmos_», che vuol dire «mondo». E, ne' detti libri, ne dimostra il detto Bernardo il maggior mondo esser questo il quale noi abitiamo, e che noi generalmente chiamiamo «mondo», e il minor mondo esser l'uomo, nel quale vogliono gli antichi, sottilmente investigando, trovarsi tutti o quasi tutti gli accidenti che nel maggior mondo sono. Ed è del maggior mondo quella parte chiamata «limbo», la quale non ha sopra di sé altra cosa, che il cerchio della circunferenza della terra, o la estrema superficie della terra che noi vogliam dire. E, quantunque l'autore, secondo la sentenza litterale, mostri Virgilio essere nel limbo, [cioè nell'uno] del maggior mondo, non è da intendere che quindi fosse mossa la ragione da Beatrice, ma fu mossa dal limbo del mondo minore, cioè dalla piú eminente parte dell'uomo, la quale è il cerebro, sopra il quale nulla altra cosa è del nostro corpo, se non il cranio e la cotenna; percioché in quello fu da Dio locata la ragione. E questo, percioché ad essa è stata commessa la guardia di tutto il corpo nostro, e, oltre a ciò, il dominio a dovere regolare i movimenti della nostra sensualitá, sí come ad ottima distinguitrice delle cose nocive dall'utili. E convenevole cosa è che colui al quale è commessa la guardia d'alcuna cosa, che egli stea nella piú sublime parte di quella, accioché esso possa vedere e discernere di lontano ogni cosa emergente, e a quelle cose, che fossero avverse alla cosa la qual guarda, opporsi e trovar rimedio, per lo quale da sé le dilunghi: la qual cosa ne' sensati uomini ottimamente fa la ragione posta nella superiore parte di noi. Oltre a questo, come il savio re pone il suo real solio in quella parte del suo regno, nella qual conosce esser di maggior bisogno la sua presenza, accioché per questa si tolgan via le sedizioni e i movimenti inimichevoli, fu di bisogno la ragione esser posta nel cerebro, percioché qui vi è piú di pericolo che in tutto il rimanente del nostro corpo. E la ragione è, percioché nella nostra testa son gli occhi, gli orecchi, la bocca e tutti gli altri sensi del corpo, li quali con ogni istanzia nutricano il regno della ragione. E perciò, se loro vicina non fosse, potrebbon muovere cose assai dannose, dove dalla ragione sono oppresse e diminuite le forze loro. E questa sedia della ragione essere nel nostro cerebro, e perché quivi, ottimamente sotto maravigliosa fizione dimostra Virgilio nel primo dell'_Eneida_, dove dice:

_Aeoliam venit: hic vasto rex Aeolus antro_, ecc.,

e, appresso a questo, in piú altri versi.

È adunque nel limbo, cioè nella superior parte di questo minor mondo, la ragione, e quindi la muove la grazia salvificante in soccorso del peccatore. Il quale movimento non si dee altro intendere se non un rilevarla dallo infimo e depresso stato nel quale lungamente tenuta l'aveano l'appetito concupiscibile e irascibile, e, lei sotto i piedi delle loro scellerate operazioni tenendo, aveano occupata la sedia sua; e questo per tanto tempo, che essa, non potendo il suo oficio esercitare, era tacendo divenuta fioca, cioè nell'esser fioca dimostrava la lunghezza della sua servitudine: e, cosí rilevatala, in essa pone la grazia cooperante, e parala dinanzi allo smarrito intelletto del peccatore. E di questo non è alcun dubbio che noi, quante volte ci ravveggiamo delle nostre disoneste operazioni, tante per divina grazia ricominciamo ad essere uomini, i quali non siamo quanto nella ignoranza de' peccati dimoriamo: anzi, avendo la ragion perduta, siamo divenuti quegli animali bruti, a' quali, come altra volta è detto, sono i nostri difetti conformi. Il che se altra dottrina non ci mostrasse, spesse volte ne 'l mostrano le poetiche fizioni, quando ne dicono alcuno uomo essersi trasformato in lupo, alcuno in leone, alcuno in asino o in alcun'altra forma bestiale. E come la ragione dalla grazia salvificante è nella sua real sedia rimessa, fatta donna e consultrice e aiutatrice del peccatore, il toglie co' suoi ammaestramenti dinanzi a' vizi, li quali gli hanno tolta la corta salita al monte, cioè al luogo della sua salute. E «corta» dice, percioché agli uomini, li quali in istato d'innocenzia vivono, è il salire a questo monte leggerissimo, sí come il salmista ne mostra, lá dove dice: «_Quis ascendet in montem Domini, aut quis stabit in loco sancto eius?_». E rispondendo alla domanda, quello n'afferma che io dico, dicendo: «_Innocens manibus et mundo corde, qui non accepit in vano animam suam, nec iuravit in dolo proximo suo_»; ma a coloro diventa molto lunga, i quali ne' peccati miseramente vivono. E, oltre a questo, riprende e morde la viltá dell'animo di quegli, i quali, tirati dalle mollizie del mondo, del divino aiuto mostran di disperarsi; mostrando loro come, per loro [l']umile orazione, la misericordia di Dio e la grazia salvificante procurin per loro nel cospetto di Dio; mostrando ancora come sicuramente ad ogni affanno metter si possano, avendo sé, cioè, la grazia cooperante, con loro e in loro aiuto e consiglio.

Maraviglierannosi per avventura alcuni, e diranno:--A che era di bisogno che la grazia salvificante movesse o rilevasse la ragione nell'autore?--Alla qual domanda è la risposta prontissima. Vuole cosí la ragion delle cose che, negli atti morali, sí come questo è, noi non possiamo alcuna cosa bene adoperare né con ordine debito, se noi primieramente non cognosciamo il fine al qual noi dobbiamo adoperare; percioché la notizia di quello ha a causare i nostri primi atti, e di quindi ad ordinare quegli che appresso a' primi e susseguentemente deono seguire. Come comporrá il cirugico il suo unguento, o il fisico la sua medicina, se prima il cirugico non vede il malore, il fisico l'umore da purgare? Come dará il nocchiere la vela del suo legno a' venti, se esso primieramente non avrá conosciuto e disposto in qual contrada esso voglia pervenire? Come fará l'architetto fondare un edificio, o preparar la materia da edificarlo, se egli primieramente non sa che spezie d'edificio debba esser quello che far si dee? Conciosiacosaché altra forma e altro maestro voglia un tempio che un palagio reale, e altra forma il palagio che una casa cittadinesca. È adunque di necessitá primieramente cognoscere il fine, che noi pognamo alcuno nostro atto in opera. E perciò, se ben guarderemo, se il disiderio del peccatore è di salvarsi, esser la grazia salvificante causativa di quelle nostre operazioni, le quali a salute ci possan perducere; e di queste nostre operazioni conviene che sia dimostratrice e ordinatrice la ragione: e però la ragione è la prima cosa causata dalla grazia salvificante, la quale l'autor mostra in persona di Beatrice venire a muover Virgilio. E questo scendere non si dee intendere essere stato attuale; ma semplicemente la volontá di Dio, provocata dall'umile orazione del peccatore a misericordia, è causativa di questo rilevamento della ragione, in quanto in essa sta il concedere la grazia salvificante. Adunque, avvicinandosi alla conclusione, dico l'autore, per le riprensioni della ragione in lui ritornata, e per gli ammonimenti di lei, avere la viltá, presa da' malvagi conforti de' nostri nemici, posta giú e cacciata da sé; riprende, per lo sano consiglio della ragione, il vigore e la forza smarrita, e nel primo suo buono proponimento si ritorna, e, ad ogni fatica per acquistar salute disposto, con la ragione insieme riprende il cammino. E questa si può dire essere interamente l'esposizione allegorica del presente canto. Né sia alcuno sí poco savio, che creda queste cose, quantunque mostrino nel descriversi aver certe interposizioni di tempo, non doversi poter fare senza la dimostrata interposizione; percioché egli è possibile di muovere la divinitá, e d'aver veduto ciò che l'autore dee nello 'nferno vedere, e di pervenire alla porta di purgatorio, e ancora di salire in cielo, quasi in un momento, pure che la contrizione sia grande e il fervore della caritá ferventissimo e intero, come di molti abbiam giá letto essere stato.

CANTO TERZO

I

SENSO LETTERALE

[Lez. IX]

«Per me si va nella cittá dolente», ecc. In questo canto ne racconta l'autore come alla porta dello 'nferno pervenissero, e come dentro ad essa fosse da Virgilio menato, e quivi vedesse i cattivi miseramente afflitti, e ultimamente pervenissero al fiume d'Acheronte. E dividesi questo canto in due parti: nella prima mostra come alla prima porta dello 'nferno pervenisse, e dentro a quella fosse da Virgilio menato; nella seconda parte discrive quello che dentro della porta udisse e vedesse. E comincia quivi: «Quivi sospiri, pianti ed alti guai».

Adunque nella prima parte, continuandosi a quello che nella fine del precedente canto ha detto, cioè come con Virgilio entrasse in cammino, dice dove pervenne, cioè alla prima porta dell'entrata d'inferno; sopra la qual, dice, vide scritto: «Per me», cioè per entro me, «si va nella cittá dolente», cioè nella cittá di Dite, dolente in perpetuo per li dannati spiriti li quali dentro vi sono; della qual cittá, percioché pienamente se ne scriverá in questo libro appresso nel canto ottavo, qui non curo di dirne alcuna cosa; «Per me si va nell'eterno dolore», al quale dannati sono coloro li quali muoiono nell'ira di Dio; «Per me si va tra la perduta gente». Dice «perduta», percioché alcuna potenza di bene adoperare non è in loro; e questi cotali meritamente si posson dir perduti. «Giustizia mosse», a farmi: e la giustizia che 'l mosse fu la superbia del Lucifero, la quale meritò eterno supplicio; il quale Iddio volle tanto da sé dilungare, quanto piú si potea, e perciò, nel centro della terra gittatolo, quivi la sua prigione fece, e volle quella similmente esser prigione di tutti quegli li quali contro alla sua deitá operassero; «il mio alto Fattore», cioè Iddio; «Fecemi la divina Potestate», cioè Iddio Padre, al quale è attribuita ogni potenza; «La somma Sapienzia», cioè il Figliuolo, il quale è sapienza del Padre, «e 'l primo Amore», cioè lo Spirito santo, il quale è perfettissima caritá, igualmente moventesi dal Padre e dal Figliuolo. E cosí appare questa porta essere stata fatta dalla Trinitá è a dimostrare che chi offende in alcuna cosa Iddio offenda queste tre persone, e perciò da tutte e tre essere quello luogo composto, dove gli offenditori in perpetuo fuoco sono dannati.

«Dinanzi a me», porta, «non fûr cose create Se non eterne». Cosí mostra questo luogo essere stato prima creato da Dio che fosse creato l'uomo, il quale, quanto è al corpo, non è eterno; e che fosse creato poi che fu creato il cielo e la terra e gli angioli, i quali sono eterni. [E percioché come parte degli angioli peccarono, che peccarono prima che l'uomo fosse fatto, fu, come detto è, di presente creato questo luogo in lor prigione e supplicio; quantunque i santi tengano questo aere tenebroso essere pieno di quegli, come appresso piú distesamente alquanto si dirá.] E in quanto l'autore dice qui «eterne», favella di licenza poetica impropriamente, come assai spesso si fa: percioché l'essere eterno a cosa alcuna non s'appartiene, se non a quella la quale non ebbe principio né dee aver fine, e questa è solo Iddio; gli angioli e le nostre anime, e certe altre creature da Dio immediatamente create, e quantunque mai fine aver non debbano, percioché ebber principio, non si deono propriamente parlando dire «eterne», ma «perpetue». «Ed io eterna duro», sí come opera creata da Dio senza alcun mezzo; percioché per li dottori si tiene ciò, che immediatamente fu o sará creato da Dio, è eterno. «Lasciate ogni speranza, o voi ch'entrate», dentro di me, «_quia in inferno_ _nulla est redemptio_», se ciò di potenza assoluta Iddio non facesse, come fece de' santi padri, li quali ne trasse quando giá risuscitato da morte spogliò il limbo.

«Queste parole», sopra dette, «di colore oscuro», conforme alla qualitá del luogo nel quale per quella porta s'andava, «Vid'io scritte al sommo d'una porta», cioè a quella per la quale in inferno s'entrava; «Perch'io» (_supple_) dissi:--«Maestro», Virgilio; e ben fa qui a chiamarlo «maestro», percioché a' maestri si vogliono muovere i dubbi e da loro aspettar le chiarigioni; «Il senso lor», cioè quello che dir vogliono, «m'è duro»,--cioè malagevole ad intendere.

«E quegli», cioè Virgilio, «a me» (_supple_) rispose, «come persona accorta», cioè intendente:--«Qui», cioè in questa entrata, «si convien lasciare ogni sospetto», accioché sicuro si vada; «Qui si convien ch'ogni viltá», d'animo, «sia morta», cioè cacciata da colui il quale vuole entrare qua dentro. E son queste parole prese dal sesto dell'_Eneida_, dove la Sibilla dice ad Enea:

_Nunc animis opus, Aenea, nunc pectore firmo_.

«Noi siam venuti al luogo ov'io t'ho detto», cioè all'inferno, del quale vicino al fine del primo canto gli disse; «Che vederai le genti dolorose, C'hanno perduto», per li lor peccati, «il ben dell'intelletto»,--cioè Iddio, il quale è via, veritá e vita: [e il ben dell'intelletto è la veritá, per la quale tutti per diverse vie ci fatichiamo, e pochi alla notizia di quella pervengono].

«E poi che la sua mano alla mia pose Con lieto viso, ond'io mi confortai». Qui assai manifestamente n'ammaestra l'autore con che viso noi dobbiamo mettere, chi ne segue, nelle dubbiose cose; e dice che dee esser con lieto, percioché dal viso lieto del duca prende conforto e sicurtá chi segue, dove, non avendolo lieto, coloro che a lui riguardano assai leggiermente impauriscono e diventano vili: come noi leggiamo le legioni romane, da' contrari auspizi e dal viso di Flaminio consolo turbato, invilite, da Annibale allato al lago Trasimeno essere state sconfitte. Dice adunque di sé l'autore che, vedendo nell'entrata di cosí dubbioso luogo lieto Virgilio, egli si confortò tutto.

«Mi mise dentro alle segrete cose». Segrete sono in quanto agli occhi mortali manifestar non si possono, percioché cosí i tormenti, come i tormentati e i tormentatori ancora tutti, son cose spirituali e invisibili a noi, e quinci segrete; quantunque gli effetti di quelle, secondo che mostrar si possono per iscritture e per ammaestramenti di santi uomini, tutto il dí ci sieno aperti e palesati.

«Quivi sospiri, pianti ed alti guai». Qui incomincia la seconda parte del presente canto, nella qual dissi che si discrivea quello che l'autore nella entrata dello 'nferno avea veduto e udito. E dividesi questa parte in sette: percioché nella prima l'autor pone molti dolorosamente dolersi; nella seconda gli dichiara Virgilio chi questi sieno che cosí si dolgono; nella terza discrive l'autore la pena dalla quale questi son tormentati; nella quarta dice l'autore sé aver vedute molte anime correre ad un fiume; nella quinta dice sé essere a questo fiume pervenuto, e non averlo voluto passare dall'altra parte un nocchiere, che tutti gli altri in una sua barca passava; nella sesta gli apre Virgilio perché Carón non l'ha voluto passare; nella settima ed ultima mostra l'autore sé, per un tremor della terra e poi da un baleno, essere stato vinto e caduto. La seconda comincia quivi: «Ed egli a me:--Questo misero modo»; la terza quivi: «Ed io che riguardai»; la quarta quivi: «E poi ch'a riguardare»; la quinta quivi: «Ed ecco verso noi»; la sesta quivi: «Figliuol mio,--disse»; la settima ed ultima quivi: «Finito questo».

Dice adunque cosí: «Quivi», cioè nella prima entrata dello 'nferno, «sospiri, e pianti». «Pianto» è quello che con rammarichevoli voci si fa, quantunque il piú i volgari lo 'ntendano ed usino per quel pianto che si fa con lacrime. «E alti guai»: questi appartengono ad ogni spezie di dolore e massimamente a quello che con altissime voci e dolorose si dimostra; «Risonavan per l'aere senza stelle», cioè oscuro, ed al cospetto del cielo chiuso, «Perch'io, al cominciar, ne lagrimai». Ecco una delle fatiche dell'animo, la quale predisse nel cominciamento del secondo canto gli s'apparecchiava. «Diverse lingue», cioè diversi idiomi, per la diversitá delle nazioni dell'universo, le quali tutte quivi concorrono; «orribili favelle», cioè spaventevoli, come son qui tra noi quelle de' tedeschi, li quali sempre pare che garrino e gridino, quando piú amichevolmente favellano; «parole di dolore», cioè significanti dolore, «accenti d'ira»; accento è il profferere, il quale facciamo alto o piano, [acuto o grave o circunflesso;] ma qui dice che erano d'ira, per la quale si sogliono molto piú impetuosi fare che, senza ira parlando, non si farieno; «Voci alte», per le punture della doglia, «e fioche»; suole l'uomo per lo molto gridare affiocare; «e suon di man», come soglion far le femmine battendosi a palme, «con elle», cioè con quelle voci: le quali cose intra sé diverse, non melodia, come soglion fare le voci misurate, ma «Facevano un tumulto», cioè una confusione; «il qual s'aggira»; percioché il luogo è ritondo, ed essendo da quel tumulto l'aere percosso, e non avendo alcuna uscita, è di necessitá che per lo luogo s'aggiri e prenda moto circulare; «Sempre in quell'aria, senza tempo tinta», cioè mutata per contrarietá di venti o d'altro accidente, «Come la rena quando turbo spira». Dimostra qui l'autore, per una breve comparazione, il moto di quel tumulto, come sopra dissi, esser circulare, e di quella forma che noi veggiamo talvolta muovere in cerchio la polvere sopra la superficie della terra; e questo massimamente avvenire, quando un vento, il quale si chiama da' suoi effetti «turbo», spira. Il quale non pare avere alcuno ordinato movimento, come gli altri hanno, percioché non viene da diterminata parte, ma essendo la esalazion calda e secca, ché dalla terra surge in alto, pervenuta alla freddezza d'alcun nuvolo, e da quella a parte a parte cacciata, diviene vento; il quale, lá dove s'ingenera, prende moto circulare, e per questo non è universale, anzi è solamente in quella parte dove generato è, intanto che in una medesima piazza noi il vedremo in una parte di quella e non in un'altra; e, percioché la esalazione è a parte a parte repulsa dal nuvolo, il veggiam noi per certi intervalli far queste circulazioni sopra la terra. E questo vento, come noi il chiamiamo «turbo», Aristotile il chiama «tifone» nella sua _Meteora_, dove chi vuole può pienamente vedere di questa materia.

«Ed io, ch'avea d'orror», cioè di stupore, «la testa cinta», cioè intorniata; e questo dice per lo moto circulare di quel tumulto; «Dissi:--Maestro, che è quel ch'io odo?», che fa questo tumulto, «E che gent'è», questa, «che par nel duol sí vinta?»,--secondo che le loro voci manifestano.

«Ed egli a me». In questa seconda parte della sua divisione dichiara Virgilio all'autore chi sien costoro de' quali esso dimanda. «Ed egli», cioè Virgilio, «a me» (_supple_) rispose:--«Questo misero modo», il quale tu odi e del quale tu se' stupefatto, «Tengon l'anime triste di coloro, Che visser senza infamia», d'alcuna loro malvagia operazione, percioché, quantunque buone non fossero, erano intorno a sí bassa e misera materia, che di sé non davano alcuna cagion di parlare, e perciò si può dire che senza infamia vivessero; «e senza lodo», cioè senza fama, percioché, come del loro male adoperare è detto, il simigliante dir si può se alcun bene adoperavano.

Ma da vedere è che gente questa può essere. E, se io estimo bene, questa mi pare quella maniera d'uomini, li quali noi chiamiamo «mentacatti» o vero «dementi», li quali, ancora che abbiano alcun senso umano, per molta umiditá di cerebro hanno sí il vigore del cuore spento, che cosa alcuna non ardiscono d'adoperare degna di laude, anzi si stanno freddi e rimessi, ed il piú del tempo oziosi, quantunque talvolta sospinti sieno dal disiderio di dovere alcuna cosa adoperare; di che quello segue che l'autore ne dice, cioè «Che visser senza infamia e senza lodo».

«Mischiate sono», queste misere anime, «a quel cattivo coro». «Coro» [si dice propriamente un'adunazion d'uomini, li quali in figura di cerchio sieno congiunti insieme; o «coro» è detto quello luogo nel quale stanno nelle chiese coloro che cantano, il quale ha figura di mezzo cerchio: e qui si potrebbe prendere per ciascuno di questi due significati, percioché, considerato il movimento di questi spiriti, il quale è circulare, come appresso si dimostrerá, si può il loro dir «coro»; e se per altro significato il vorrem prendere, quello di costoro potrem dire «coro», cioè loro essere ordinati a modo di coro, ma non a cantare, anzi a piangere miseramente e in eterno.] «Cattivo» il chiama per la similitudine, la quale hanno quegli spiriti con queste anime de' cattivi, le quali con loro son mischiate; e in tanto sono lor simili, in quanto non seppero diliberare che farsi nel tempo della rebellione del Lucifero, ma si stettero freddi e timidi, senza diliberare di tenersi con Dio come doveano, o di seguire il Lucifero come non doveano.

«Degli angeli». Questo nome angelo è derivato da un nome greco, cioè «_aggelos_», il quale in latino viene a dire «nunzio» o «ambasciadore» o «messo»: e percioché essi quello oficio appo il diavolo fanno, cioè d'esser mandati, che appo Iddio fanno i buoni angeli, quel nome antico d'angeli ritenuto s'hanno e ritengono, quantunque sieno divenuti dimòni [e, secondo che alcun santo vuole, questo nome non è loro attribuito giammai, se non quanto sono in alcuna commissione loro fatta da Dio; la qual finita, non si chiama piú angelo, ma spirito beato].

«Che non furon ribelli», (_supple_) a Dio, «Né fûr fedeli a Dio, ma per sé fôro»: non tenner costoro né con Dio né col diavolo.

[Ed accioché qui alcuno per men che bene intendere non errasse, è da sapere non essere state che due maniere di angeli, sí come il Maestro ne dimostra nel secondo delle _Sentenzie_, e di queste due l'una non peccò, e però appresso a Dio si rimase in paradiso; l'altra che peccò, tutta fu gittata fuori di paradiso, e cadde, e questo aere tenebroso propinquo alla terra riempié; e questo affermano i santi esserne pieno. E da questi talvolta muovono le tempeste e le impetuose turbazioni che nell'aere sono e in terra discendono; e da questi dicono noi essere tentati e stimolati, e venire quelle illusioni dalle quali i non molto savi son talvolta beffati e scherniti. Concedono nondimeno talvolta di questi dimòni discenderne in inferno ad infestare e tormentare l'anime dei dannati; affermando questi cotali spiriti immondi al dí del giudicio tutti dovere dalla divina potenza essere racchiusi in inferno. Ora] pare qui che all'autor piaccia questi malvagi angeli essere di due spezie divisi: delle quali vuole l'una aver men peccato che l'altra, in quanto mostra questa spezie, che men peccò, vicina alla superficie della terra essere rilegata; [e percioché la giustizia di Dio secondo piú e meno punisce, non intende costoro al dí del giudicio dover essere da Dio nel profondo inferno rilegati, come saranno gli altri che molto piú peccarono.]