Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 1

Part 17

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[Nasce adunque da questo il consiglio, il quale la ragione, che tien qui luogo della grazia cooperante, gli dá, cioè che egli per lo 'nferno, cioè per gli atti degli uomini terreni (li quali, a rispetto de' corpi celestiali, ci possiam reputare di essere in inferno); e, tra quegli, considerati quegli che la nostra ragione, le leggi positive e la divina dannino: conoscerá quello da che astener si dee ciascuno che secondo virtú vuol vivere, e quello che, seguendol, merita pena, e qual pena secondo le leggi temporali e secondo l'eterne; conoscerá la giustizia di Dio, e meritamente avrá timore dell'ira sua. E da questo luogo, giá delle cose men che ben fatte pentendosi, venga a vedere coloro che son contenti nel fuoco, cioè nell'afflizione della penitenzia; accioché quindi, dietro alla guida della teologia, le cui ragioni e dimostrazioni la nostra ragion non può comprendere, salga purgato delle offese all'eterna beatitudine.] Ed in questo mi pare consista la sentenza dell'allegoria di questo primo canto.

Restaci nondimeno a vedere una parte, alla quale pare che dirizzi l'animo ciascuno che il presente libro legge, e quella disidera di sapere; cioè quello che l'autore abbia voluto sentire per quello veltro, la cui nazione dice dovere esser «tra feltro e feltro». E, per quello che io abbia potuto comprendere, sí per le parole dell'autore, sí per li ragionamenti intorno a questo di ciascuno il quale ha alcun sentimento, l'autore intende qui dovere essere alcuna costellazion celeste, la quale dee negli uomini generalmente impriemere la vertú della liberalitá, come giá è lungo tempo, e ancora persevera quella del vizio dell'avarizia. Il che l'autore assai chiaro dimostra nel _Purgatorio_, dove dice:

O ciel, nel cui girar par che si creda le condizion di quaggiú trasmutarsi, quando verrá, per cui questa disceda?

cioè questa lupa, per la quale, come detto è, s'intende il vizio dell'avarizia. [Or non so io, se questo dovere avvenire, l'autore ne' moti futuri de' superiori corpi si vide, o se per alcuna altra coniettura ciò dovere avvenire s'è avvisato: è nondimeno assai chiaro i costumi degli uomini mutarsi e d'una parte in altra trasportarsi. Percioché, sí come ne mostrano le istorie de' gentili e ancora dell'altre, lo 'mperio delle cose temporali cominciando sotto Nino re, fu molte centinaia d'anni sotto gli assiri, sotto i medi e sotto i persi; e lungamente avanti v'era stata la religione e la scienza, le quali, come prima lá erano state, cosí primieramente se ne partirono, e vennerne in Egitto, e d'Egitto in Grecia; e poi da Alessandro re di Macedonia fu d'Asia lo 'mperio trasportato in Grecia, donde la scienza, la religione e l'armi poi partendosi ne vennero appo i latini, e qui per lungo spazio furono; poi di qui paiono andate inver' ponente, essendo appo i tedeschi e appo i galli, e par giá che il cielo ne minacci di portarle in Inghilterra: il che per avventura potrá, se piacer fia di Dio, di questa costellazione che l'autor dice, avvenire, ecc.] E, percioché queste impressioni del cielo conviene che quaggiú s'inizino, e comincino ad apparere i loro effetti o per alcuno uomo, o per piú; par l'autore qui sentire che per uno si debbano gli alti effetti di questa impression dimostrare: il quale _metaforice_ chiama «veltro», percioché i suoi effetti saranno del tutto cosí contrari all'avarizia, come il veltro di sua natura è contrario al lupo.

E costui mostra dovere essere virtuosissimo uomo, e che la nazion sua debba essere tra feltro e feltro. E questa è quella parte dalla quale muove tutto il dubbio che nella presente discrizion si contiene. La qual parte io manifestamente confesso ch'io non intendo: e perciò in questa sarò piú recitatore de' sentimenti altrui che esponitore de' miei.

Vogliono adunque alcuni intendere questo veltro doversi intendere Cristo, e la sua venuta dovere esser nell'estremo giudicio, ed egli dovere allora esser salute di quella umile Italia, della quale nella esposizion litterale dicemmo, e questo vizio rimettere in inferno. Ma questa opinione a niun partito mi piace; percioché Cristo, il quale è signore e creatore de' cieli e d'ogni altra cosa, non prende i suoi movimenti dalle loro operazioni, anzi essi, sí come ogni altra creatura, seguitano il suo piacere e fanno i suoi comandamenti; e, quando quel tempo verrá, sará il cielo nuovo e la terra nuova, e non saranno piú uomini, ne' quali questo vizio o alcun altro abbia ad aver luogo; e la venuta di Cristo non sará allora salute né d'Italia né d'altra parte, percioché solo la giustizia avrá luogo, e alla misericordia sará posto silenzio, e il diavolo co' suoi seguaci tutti saranno in perpetuo rilegati in inferno. E, oltre a ciò, Cristo non dee mai piú nascere, dove l'autor dice che questo veltro dee nascere. Né si può dire l'autore aver qui usato il futuro per lo preterito, quasi e' nacque tra feltro e feltro, cioè della Vergine Maria, che era povera donna, e nacque in povero luogo: ma questa ragione non procederebbe, percioché sono MCCCLXXIII anni che egli nacque, e, nei tempi che nacque, era la potenza di questo vizio nelle menti umane grandissima; né poi si vede, non che essere scacciata, ma né mancata. Né si può dire che nascesse tra feltro e feltro, cioè di vile nazione: egli fu figliuolo del Re del cielo e della terra, e della Vergine, che era di reale progenie. E se dire volessono: ella era povera; la povertá non è vizio, e perciò non ha a imporre viltá nel suggetto; percioché noi leggiamo di molti essere stati delle sustanze temporali poverissimi, e ricchissimi di virtú e di santitá. Perché dich'io tante parole? Questa ragione non procede in alcuno atto.

Altri dicono, e al parer mio con piú sentimento, dover potere avvenire, secondo la potenza conceduta alle stelle, che alcuno, poveramente e di parenti di bassa e d'infima condizione nato (il che paiono voler quelle parole «tra feltro e feltro», in quanto questa spezie di panno è, oltre ad ogni altra, vilissima), potrebbe per virtú e laudevoli operazioni in tanta preeminenza venire e in tanta eccellenza di principato, che, dirizzandosi tutte le sue operazioni a magnificenza, senza avere in alcuno atto animo o appetito ad alcuno acquisto di reame o di tesoro, ed avendo in singulare abbominazione il vizio dell'avarizia, e dando di sé ottimo esempio a tutti nelle cose appartenenti alla magnificenzia, e la costellazione del cielo essendogli a ciò favorevole; che egli potrebbe, o potrá, muovere gli animi de' sudditi a seguire, facendo il simigliante, le sue vestigie, e per conseguente cacciar questo vizio universalmente del mondo. Ed, essendo salute di quella umile Italia, la qual giá fu capo del mondo, e dove questo vizio, piú che in alcuna altra parte, pare aver potenza, sarebbe salute di tutto il rimanente del mondo; e cosí, d'ogni parte discacciatala, la rimetterebbe in inferno, cioè in dimenticanza e in abusione, o vogliam dire in quella parte dove gli altri vizi son tutti, e donde ella primieramente surse intra' mortali. E, a roborare questa loro oppenione, inducono questi cotali i tempi giá stati, cioè quegli ne' quali regnò Saturno, li quali per li poeti si truovano essere stati d'oro, cioè pieni di buona e di pura semplicitá, e ne' quali questi beni temporali dicon che eran tutti comuni; e per conseguente, se questo fu, anche dover essere che questi sotto il governo d'alcuno altro uomo sarebbono.

Alcuni altri, accostandosi in ogni cosa alla predetta oppenione, danno del «tra feltro e feltro» una esposizione assai pellegrina, dicendo sé estimare la dimostrazione di questa mutazione, cioè del permutarsi i costumi degli uomini, e gli appetiti da avarizia in liberalitá, doversi cominciare in Tartaria, ovvero nello 'mperio di mezzo, lá dove estimano essere adunate le maggiori [ricchezze e] moltitudini di tesori, che oggi in alcuna altra parte sopra la terra si sappiano. E la ragione, con la quale la loro oppenione fortificano, è che dicono essere antico costume degli imperadori dei tartari (le magnificenze de' quali e le ricchezze appo noi sono incredibili), morendo, essere da alcuno de' loro servidori portata sopra un'asta, per la contrada dov'e' muore, una pezza di feltro, e colui che la porta andar gridando:--Ecco ciò che il cotale imperadore, che morto è, ne porta di tutti i suoi tesori;--e, poi che questa grida è andata, in questo feltro inviluppano il morto corpo di quello imperadore; e cosí senza alcun altro ornamento il sepelliscono. E per questo dicon cosí: questo veltro, cioè colui che prima dee dimostrare gli effetti di questa costellazione, nascerá in Tartaria, tra feltro e feltro, cioè regnante alcuno di questi imperadori, il quale regna tra 'l feltro adoperato nella morte del suo predecessore e quello che si dee in lui nella sua morte adoperare. Questa oppinione sarebbero di quegli che direbbono avere alcuna similitudine di vero; la quale non è mia intenzione di volere fuori che in uno atto riprovare, e questo è, in quanto dicono quegli imperadori aver grandissimi tesori, e però quivi mostran che istimino, dall'abbondanza dei tesori riservati, essendo sparti, doversi la gola dell'avarizia riempiere e gli effetti magnifichi cominciare. Il che mi pare piú tosto da ridere che da credere: percioché quanto tesoro fu mai sotto la luna, o sará, non avrebbe forza di saziare la fame di un solo avaro, non che d'infiniti, che sempre sopra la terra ne sono. Che dunque piú? Tenga di questo ciascuno quello che piú credibile gli pare, ché io per me credo, quando piacer di Dio sará, o con opera del cielo o senza, si trasmuteranno in meglio i nostri costumi. E questo, quanto sopra il primo canto, basti d'avere scritto [sempre a correzione di coloro che piú sentono che io non faccio].

Possono per avventura essere alcuni, li quali forse stimano, non solamente in questo libro, ma eziandio in ogni altro [e ne' divini], ne' quali figuratamente si parli, ogni parola aver sotto sé alcun sentimento diverso da quello che la lettera suona; e però, non essendo nel precedente canto ad ogni parola altro sentimento dato che il litterale, diranno, nell'aprire l'allegoria, essere difettuosamente da me proceduto. Ma in questa parte, salva sempre la reverenzia di chi 'l dicesse, questi cotali sono della loro oppenione ingannati; percioché in ciascuna figurata scrittura si pongono parole che hanno a nascondere la cosa figurata, e alcune che alcuna cosa figurata non ascondono, ma però vi si pongono, perché quelle che figurano possan consistere: sí come per esemplo si può dimostrare in assai parti nella presente opera. Che ha a fare al senso allegorico: «La sesta compagnia in duo si scema»? che n'ha a fare: «Cosí discesi del cerchio primaio»? che molte altre a queste simili? E, se queste se ne tolgono, come potrá seguire l'ordine della dimostrazione che l'autore intende di fare? come acconciarsi quelle che per significare altro si scrivono? Se ogni parola avesse alcun altro senso che il litterale a nascondere, di soperchio avrebbe san Girolamo detto nel proemio dell'_Apocalissi_, e non in altra parte della Scrittura, tanti essere i misteri quante son le parole; conciosiacosaché nell'_Apocalissi_ per eccellenzia quello si creda avvenire, che in alcun altro libro della Sacra Scrittura non avviene. Tuttavia, accioché piú pienamente si creda non ogni parola avere allegorico senso, leggasi quello che ne scrive santo Agostino nel libro _Dell'eterna Ierusalem_, dicendo: «_Non omnia, quae gesta narrantur, aliquid etiam significare putanda sunt; sed propter illa, quae aliquid significant, attexuntur; solo enim vomere terra proscinditur; sed, ut hoc fieri possit, etiam caetera aratri membra sunt necessaria. Et soli nervi in citharis atque huiusmodi vasis musicis aptantur ad cantum; sed, ut aptari possint, insunt et caetera in compagibus organorum, quae non percutiuntur a canentibus, sed ea, quae percussa resonant, his connectuntur_», ecc. E perciò estimo che molto piú onesto sia a credere ad Agostino che stoltamente opinare quello che manifestamente si può riprovare; e quinci prendere certezza, se alcuna cosa allegorizzando è omessa, quella non per negligenza, ma per non conoscere che opportuna vi sia l'allegoria, essere stata intralasciata.

CANTO SECONDO

I

SENSO LETTERALE

[Lez. VII]

«Lo giorno se n'andava, e l'aer bruno», ecc. Comincia qui la parte seconda di questa prima cantica chiamata _Inferno_, nella qual dissi l'autore cominciare il suo trattato. E, come che questa si potesse in diverse maniere dividere, questa sola intendo che basti per universale, cioè dividersi in tante parti, quanti canti seguitano; percioché pare che ciascun canto tratti di materia differente dagli altri. E questo canto dividerò in sei parti: nella prima si continua l'autore al precedente; nella seconda, secondo il costume poetico, fa la sua invocazione; nella terza muove l'autore a Virgilio un dubbio; nella quarta Virgilio solve il dubbio mossogli; nella quinta l'autore, rassicurato, dice di volere seguir Virgilio; nella sesta ed ultima l'autor mostra come appresso a Virgilio entrò in cammino. La seconda comincia quivi: «O mese, o alto ingegno»; la terza quivi: «Io cominciai:--Poeta»; la quarta quivi: «Se io ho ben la tua parola»; la quinta quivi: «Quale i fioretti»; la sesta quivi: «E poi che mosso fue».

Dico adunque che l'autore si continua alle cose precedenti; percioché, avendo detto nella fine del precedente canto sé esser mosso dietro a Virgilio, nel principio di questo discrive l'ora nella quale si mossero, dicendo: «Lo giorno se n'andava», e questo per lo chinare del sole all'occidente; «e l'aer bruno», cioè la notte sopravvegnente, la qual sempre all'occultar del sole séguita. [Di che appare null'altra cosa essere il dí, se non la stanza del sole sopra la terra; e questo è quello che è cosí chiamato, cioè «dí» dalla luce. (E percioché, al levarsi di quello, sempre la notte fugge, Pronapide, greco poeta e maestro di Omero, racconta una cotale favola.) E vogliono gli astrologi questo chiamarsi «dí artificiale», cioè quello spazio il quale si contiene tra il levare del sole e l'occultare; e la ragione è, perché essi, usandolo nelle loro elevazioni, d'ogni tempo il dividono in dodici parti equali, e cosí fanno la notte. Il dí naturale è di ventiquattro ore equali, e in questo è notte congiunta col dí; ma dinominasi tutto dí dalla parte piú degna, cioè dalla parte splendida. E chiamasi dí da «_Dios_» _graece_, il quale in latino viene a dire «Iddio»; percioché, come Iddio sempre in ogni cosa buona ne giova e aiuta, cosí nelle nostre operazioni ne aiuta il dí con la sua luce. E potrebbesi dire che egli n'aiuta nelle buone, percioché chi fa male ha in odio la luce.] E mostra, per questa discrizione del farsi notte, che l'autore fosse stato, dal farsi dí infino al farsi notte di quel dí, in quella valle, occupato da quelle tre bestie ed a ragionar con Virgilio.

«Toglieva gli animai che sono in terra, Dalle fatiche loro». Dimostrane qui l'autore una delle operazioni della notte, la quale l'ordine della natura attribuisce al riposo e alla quiete degli animali, degli affanni avuti il dí passato; percioché, se alcun tempo al riposo non si prestasse, non sarebbe alcuno animale che nelle sue operazioni potesse perseverare; e però dice l'autore che l'aer bruno «toglieva», cioè levava, «Dalle fatiche loro». E séguita: «ed io sol uno». Par che qui sia un vizio, il qual si chiama «_inculcatio_», cioè porre parole sopra parole che una medesima cosa significhino, come qui sono; percioché «solo» non può essere se non uno, e «uno» non può essere se non solo; ma questo si scusa per lo lungo e continuo uso del parlare, il quale pare aver prescritto questo modo di parlare, contro al vizio della inculcazione. O potrebbesi dire questo nome «solo» fosse nome adiettivo, e «uno» fosse nome proprio di quel numero, e cosí cesserebbe il vizio. «M'apparecchiava a sostener la guerra», cioè la fatica, nemica e infesta al mio riposo, «sí del cammino», che far dovea (in che mostra dovere il corpo esser gravato), «e sí della pietate», cioè della compassione, la quale aspetta d'avere vedendo l'afflizione e le pene de' dannati e di quegli che nel fuoco si purgano. Ed in questo dimostra l'anima dovere esser faticata, percioché essa è dalle passioni, che dalle cose esteriori vengono, gravata e noiata essa, e non il corpo; quantunque ella sia ancor gravata dalle passioni corporali. «Che tratterá», cioè racconterá, «la mente», cioè la potenza memorativa, «che non erra»; e questo dice, percioché si conosceva aver tenace memoria, per la qual cosa non temeva dovere errare né nella quantitá né nella qualitá.

«O muse, o alto ingegno». In questa seconda parte l'autore fa la sua invocazione, secondo il costume poetico. Usano i poeti in pochi versi dire la intenzion sommaria di ciò che poi intendono di trattare in tutto il processo del libro, e, questo detto, fare la loro invocazione. E cosí fa Virgilio nel principio del suo _Eneida_:

_... at nunc horrentia Martis arma, virumque cano, Troiae qui primus ab oris,_ ecc.;

e, questi pochi versi detti, incontanente invoca, dicendo:

_Musa, mihi causas memora; quo numine laeso,_ ecc.

E Ovidio, nel principio del suo maggior volume, dice:

_In nova fert animus mutatas dicere formas corpora;_

ed incontanente invoca, dicendo:

_...dii coeptis, nam vos mutastis et illas, aspirate meis,_ ecc.

E talvolta i poeti, insieme con la invocazione, mescolano la sommaria intenzion loro; e cosí, nel principio della sua _Odissea_, fece Omero, li versi del quale ottimamente traslatò in latino Orazio, dicendo:

_Dic mihi, musa, virum, captae post tempora Troiae, qui mores hominum multorum vidit, et urbes._

Cosí similmente il venerabile mio precettore messer Francesco Petrarca fece nel principio della sua _Africa_, dicendo:

_Et mihi cospicuum meritis, belloque tremendum, musa, virum referas._

Ma il nostro autore s'accostò piú allo stilo di Virgilio, come in ciascuna cosa fa, che a quello d'alcun altro; percioché, avendo sotto brevitá nel precedente canto mostrato quello che intende in tutto il libro suo di dire, lá dove dice: «E trarrotti di qui per luogo eterno», ecc.; qui fa la sua invocazione, dicendo: «O muse, o alto ingegno, or m'aiutate. O mente, che scrivesti», ecc. [Invoca adunque in questo suo principio, sí come appare, le muse, come di sopra è mostrato far gli altri poeti: per che pare di dover dichiarare che cosa sieno queste muse e quante, e qual sia il loro uficio; e questo, sí per piú pienamente dar lo intelletto del presente testo, e sí ancora perché in piú parti del presente libro se ne fará menzione.]

[È adunque da sapere, secondo che i poeti fingono, che le muse son nove, e furono figliuole di Giove e della Memoria: e la ragione perché questo sia da' poeti, fingendo, detto, è questa. Piace ad Isodoro, cristiano e santissimo uomo e pontefice, nel libro _Delle etimologie_, che, percioché il suono delle predette muse è cosa sensibile, e che nel preterito passa, e impriemesi nella memoria, però essere da' poeti dette figliuole di Giove e della Memoria. Ma io, a maggior dichiarazione di questo sentimento, estimo che sia cosí da dire: che, conciosiacosaché da Dio sia ogni scienzia, come nel principio del libro _Della sapienza_ si legge, e non basti a ricever quella solamente l'avere inteso, ma che, a farla in noi essere scienza, sia di necessitá le cose intese commendare alla memoria, e cosí divenire in noi scienza (il che l'autore appresso assai bene ne dimostra, lá dove dice:

Apri la mente a quel ch'io ti paleso, e fermal dentro, ché non fa scienza, senza lo ritenere, avere inteso);

dobbiamo, e possiam dire, queste muse, cioè scienza, in noi giá abituata per lo intelletto e per la memoria, potersi dire figliuole di Giove, cioè di Dio Padre e della Memoria. E dico Giove doversi intendere qui Iddio Padre, percioché alcuno altro nome non so piú conveniente a Dio Padre che questo. E la ragione è che Giove si chiama in latino _Iupiter_, il qual noi intendiamo «_iuvans pater_»: il qual nome, se ben vorremo riguardare, ad alcun altro che a Dio Padre dirittamente non s'appartiene, percioché esso solo dirittamente si può dir padre; percioché, essendo senza avere avuto padre, è delle cose eterne, ed eziando dell'altre, unico e vero creatore e padre; e, oltre a ciò, ad ogni onesta operazione è veramente aiutatore, né si può senza il suo aiuto alcuna cosa perfettamente ad effetto recare: e cosí, quante volte in alcuno onesto atto Giove si nomina, possiamo e dobbiamo di Dio onnipotente intendere. Cosí adunque, ritornando al proposito, meritamente di Giove e della Memoria possiam dire le muse essere state figliuole, in quanto egli è vero dimostratore della ragione di qualunque cosa; le quali sue dimostrazioni, servate nella memoria, fanno scienza ne' mortali, per la quale qui, largamente prendendo, s'intendono le muse: e cosí sará la memoria, ricevitrice e ritenitrice di questo santo seme, e poi riducitrice, quasi partoritrice, madre delle muse. Le quali dice il predetto Isidoro, nel libro preallegato, esser nominate «_a quaerendo_», cioè da «cercare»; percioché per esse, sí come gli antichi vogliono, si cerca la ragione de' versi e la modulazione della voce; e per questo, per derivazione, viene dal nome loro questo nome di «musica», la quale è scienza di sapere moderare le voci. E da questa ragione si può prendere la cagione perché piú se l'hanno i poeti appropriate e fatte familiari che alcun'altra maniera di scientifici.]

[Son queste muse in numero nove. E perché elle sieno nove, si sforza di mostrare Macrobio nel secondo libro _Super somnio Scipionis_, equiparando quelle a' canti delle otto spere del cielo, vogliendo poi la nona essere il concento che nasce della modulazione di tutti e otto i cieli; aggiugnendo poi le muse essere il canto del mondo, e questo, non che dall'altre genti; ma eziandio dagli uomini di villa sapersi, percioché da loro sono le muse chiamate «camene», quasi «canene», dal «cantare» cosí nominate.]

[E, accioché voi intendiate che vuol dire questo canto del mondo, dovete sapere che fu oppinione di Pitagora e di altri filosofi, che ciascun cielo, di questi otto, cioè l'ottava spera e i sette de' sette pianeti, volgendosi in su li loro cardini, facessero alcuno ruggire, qual piú aguto e qual piú grave, sí, per divino artificio, di debiti tempi misurati, che, insieme concordando, facevano una soavissima melodia, la quale qui intende Macrobio per lo concento; della qual noi, per l'udirla continuo, non ci curiamo, né vi riguardiamo. Ma questa oppinione di Pitagora con manifeste ragioni è riprovata da Aristotile.]