# Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 1

## Part 11

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Ed è chiamato Orco, cioè oscuro, percioché è oscurissimo, come nel processo apparirá. Oltre a questo l'appella Erebo nel giá detto libro, dicendo:

_Venimus, et magnos Erebi transnavimus amnes._

E però è chiamato Erebo, secondo che dice Uguccione, perché egli s'accosta molto co' suoi supplici a coloro, li quali miseramente riceve e in sé tiene. Ed è ancora chiamato questo luogo Baratro, come appresso dice l'autore nel canto ventiduesimo di questa parte, dove dice: «Cotal di quel baratro era la scesa». E chiamasi Baratro dalla forma di un vaso di giunchi, il quale è ritondo, nella parte superiore ampio e nella inferiore angusto. Chiamalo ancora Abisso, sí come nell'Apocalisse si legge ove dice: «_Bestia quae ascendet de abysso, faciet adversus illos bellum_»; e in altra parte: «_Data est illi clavis putei abyssi, et aperuit puteum abyssi_». Il qual nome significa «profonditá». Hanne ancora il detto luogo alcuni, ma basti al presente aver narrati questi.]

[Vedute le predette cose, avanti che all'ordine della lettura si vegna, pare doversi rimuovere un dubbio, il quale spesse volte giá è stato, e massimamente da litterati uomini, mosso, il quale è questo. Dicono adunque questi cotali:--Secondo che ciascun ragiona, Dante fu litteratissimo uomo, e se egli fu litterato, come si dispuose egli a comporre tanta opera e cosí laudevole, come questa è, in volgare?--A' quali mi pare si possa cosí rispondere: Certa cosa è che Dante fu eruditissimo uomo, e massimamente in poesia, e disideroso di fama, come generalmente siam tutti. Cominciò il presente libro in versi latini, cosí:

_Ultima regna canam fluido contermina mundo, spiritibus quae lata patent, quae praemia solvunt pro meritis cuicumque suis,_ ecc.

E giá era alquanto proceduto avanti, quando gli parve da mutare stilo: e il consiglio, che il mosse, fu manifestamente conoscere i liberali studi e' filosofici essere del tutto abbandonati da' prencipi e da' signori e dagli altri eccellenti uomini, li quali solevano onorare e rendere famosi i poeti e le loro opere: e però, veggendo quasi abbandonato Vergilio e gli altri, o essere nelle mani d'uomini plebei e di bassa condizione, estimò cosí al suo lavorío dovere addivenire, e per conseguente non seguirnegli quello per che alla fatica si sommettea. Di che gli parve dovere il suo poema fare conforme, almeno nella corteccia di fuori, agl'ingegni de' presenti signori, de' quali se alcuno n'è che alcuno libro voglia vedere, e esso sia in latino, tantosto il fanno trasformare in volgare: donde prese argomento che, se volgare fosse il suo poema, egli piacerebbe, dove in latino sarebbe schifato. E perciò, lasciati i versi latini, in rittimi volgari scrisse, come veggiamo. Questo soluto, ne resta venire ecc., _ut supra_.]

CANTO PRIMO

I

SENSO LETTERALE

[Lez. II]

[Resta a venire all'ordine della lettura, e primieramente alle divisioni. Dividesi adunque il presente volume in tre parti principali, le quali sono li tre libri ne' quali l'autore medesimo l'ha diviso: de' quali il primo, il quale per leggere siamo al presente, si divide in due parti, in proemio e trattato. La seconda comincia nel principio del secondo canto. La prima parte si divide in due: nella prima discrive l'autore la sua ruina; nella seconda dimostra il soccorso venutogli per sua salute. La seconda comincia quivi: «Mentre ch'io rovinava in basso loco». Nella prima fa l'autore tre cose: primieramente discrive il luogo dove si ritrovò; appresso mostra donde gli nascesse speranza di potersi partire di quel luogo; ultimamente pone qual cosa fosse quella che lo 'mpedisse a dover di quello luogo uscire: la seconda quivi: «Io non so ben ridir»; la terza quivi: «Ed ecco quasi».]

[Dice adunque cosí: «Nel mezzo del cammin di nostra vita». Ove ad evidenzia di questo principio è da sapere, la vita de' mortali è, massimamente di quegli li quali a quel termine divengono, il quale pare che per convenevole ne sia posto, di settanta anni; quantunque alquanti, e pochi, piú ne vivano, e infinita moltitudine meno, sí come per lo salmista si comprende nel salmo ottantanovesimo, dove dice: «_Anni nostri sicut aranea meditabuntur; dies annorum nostrorum in ipsis septuaginta anni. Si autem in potentatibus, octoginta anni; et amplius eorum, labor et dolor_»; e perciò colui il quale perviene a trentacinque anni, si può dire essere nel mezzo della nostra vita. Ed è figurata in forma d'uno arco, dalla prima estremitá del quale infino al mezzo si salga, e dal mezzo infino all'altra estremitá si discenda; e questo è stimato, percioché infino all'etá di trentacinque anni, o in quel torno, pare sempre le forze degli uomini aumentarsi, e quel termine passato diminuirsi. E a questo termine d'anni pare che l'autore pervenuto fosse, quando prima s'accorse del suo errore. E che egli fosse cosí, assai bene si verifica per quello che giá mi ragionasse un valente uomo chiamato ser Piero di messer Giardino da Ravenna, il quale fu uno de' piú intimi amici e servidori che Dante avesse in Ravenna; affermandomi avere avuto da Dante, giacendo egli nella infermitá della quale e' morí, lui avere di tanto trapassato il cinquantesimosesto anno, quanto dal preterito maggio aveva infino a quel dí. E assai ne consta Dante esser morto negli anni di Cristo 1321, dí 14 di settembre: per che, sottraendo ventuno di cinquantasei, restano trentacinque; e cotanti anni avea nel 1300, quando mostra d'avere la presente opera incominciata. Per che appare ottimamente la sua etá esser discritta dicendo: «Nel mezzo del cammin», cioè dello spazio, «di nostra vita», cioè di noi mortali. «Mi ritrovai», errando, «per una selva oscura»; a differenza d'alcune selve, che sono dilettevoli e luminose, come è la pineta di Chiassi. «Ché la diritta via era smarrita». Vuole mostrare qui che di suo proponimento non era entrato in questa selva, ma per ismarrimento.]

[«E quanto a dir», cioè a discrivere, «qual era», questa selva, «è cosa dura», quasi voglia dire impossibile, «esta selva selvaggia e aspra e forte». Pon qui tre condizioni di questa selva: dice prima che ell'era «selvaggia», quasi voglia dinotare non avere in questa alcuna umana abitazione, e per conseguente essere orribile; dice appresso ch'ella era «aspra», a dimostrare la qualitá degli alberi e de' virgulti di quella, li quali doveano essere antichi, con rami lunghi e ravvolti, contessuti e intrecciati intra se stessi, e similemente piena di pruni, di tribuli e di stecchi, senza alcuno ordine cresciuti, e in qua e in lá distesi: per le quali cose era aspra cosa e malagevole ad andare per quella; e in quanto dice «forte», dichiara lo 'mpedimento giá premostrato, vogliendo per l'asprezza di quelli, essa esser forte, cioè difficile a potere per essa andare e fuori uscirne. E questo dice esser tanto, «Che nel pensier», cioè nella rammemorazione d'esservi stato dentro, «rinnova la paura». Umano costume è, tante volte da capo rimpaurire quante l'uom si ricorda de' pericoli ne' quali l'uomo è stato.]

[«Tanto è amara», non al gusto ma alla sensibilitá umana, «che poco è piú morte». Ed è la morte, secondo il filosofo, l'ultima delle cose terribili, intanto che ciascuno animale naturalmente ad ogni estremo pericolo si mette per fuggirla. Adunque, se la morte è poco piú amara che quella selva, assai chiaro appare lei dovere essere molto amara, cioè ispaventevole ed intricata: le quali cose prestano amaritudine gravissima di mente. «Ma, per trattar del ben ch'io vi trovai». Maravigliosa cosa pare quella che l'autore dice qui, e cioè che egli alcun bene trovasse in una selva tanto orribile quanto egli ha mostrato esser questa; e, percioché egli nella lettera non esprime qual bene in quella trovasse, assai si può vedere questo bene trovato da lui convenirsi trarre di sotto alla corteccia litterale; e perciò, dove di questa parte apriremo l'allegoria, chiariremo quello che qui voglia intendere. «Dirò dell'altre cose», cioè che non sono bene, «ch'io v'ho scorte», cioè vedute; e questo altresí si conoscerá nell'allegoria.]

[«I' non so ben ridir com'io v'entrai». In questa parte mostra l'autore donde gli nascesse speranza di potersi partire di quel luogo, e primieramente risponde a una tacita quistione. Potrebbe alcuno domandare:--Se questa selva era cosí paurosa e amara cosa, come v'entrastú entro?--A che egli risponde sé non saperlo, e assegna la ragione, dicendo: «Sí era pien di sonno in su quel punto, Che la verace via», la quale mi menava lá dove io dovea e volea andare, «abbandonai».]

«Ma poi ch'i' fui», errando e cercando come di quella uscir potessi, «appiè d'un colle giunto», cioè pervenuto, «Lá dove terminava», finiva, «quella valle», nella quale era questa selva oscura, «Che m'avea di paura il cor compunto», cioè afflitto, «Guardai in alto e vidi le sue spalle», cioè la sommitá quasi, sí come le spalle nostre sono quasi la piú alta parte della persona nostra, «Coperte giá de' raggi del pianeta», cioè del sole, il quale è l'uno de' sette pianeti. E perciò dice del sole, percioché esso solo è di sua natura luminoso, e ogni altro corpo che luce, o pianeto o stella o qualunque altro, ha da questo la luce, sí come da fonte di quella, sí come per esperienza si vede negli eclissi lunari; e questa luce ha solo, non per la sua potenza, ma per singular dono del suo Creatore, e hanne in tanta abbondanza, che ad ogni parte dintorno a sé manda infinita moltitudine di raggi, per li quali, ovunque pervenir possano, si diffonde copiosamente la luce sua; e questi raggi, sagliendo il sole dallo inferiore emisperio al superiore, le prime parti che toccano del corpo della terra, alla quale, sagliendo il sole, pervengono, sono le sommitá de' monti. Per la qual cosa appare qui che il giorno cominciava ad apparire, quando l'autore cominciò ad avvedersi dove era, ed a volere di quel luogo uscire; e di potere ciò fare gli venne speranza, rammemorandosi che la luce di questo pianeto «mena diritto altrui per ogni calle», cioè per ogni via, in quanto, essendo il sole sopra la terra, vede l'uomo dov'e' si va, e ancora con miglior giudicio si dirizza lá dove andar vuole, mediante la luce di costui.

E, per questa speranza presa, dice: «Allor fu la paura un poco queta», cioè meno infesta, «Che nel lago del cuor». È nel cuore una parte concava, sempre abbondante di sangue, [nel quale, secondo l'oppinione di alcuni, abitano li spiriti vitali], e di quella, sí come di fonte perpetuo, si ministra alle vene quel sangue e il calore, il quale per tutto il corpo si spande; ed è quella parte ricettacolo di ogni nostra passione: e perciò dice che in quella gli era perseverata la passione della paura avuta. E perciò dice: «m'era durata, La notte ch'i' passai con tanta pièta», cioè con tanta afflizione, sí per la diritta via la quale smarrita avea, e sí per lo non vedere, per le tenebre della notte, donde né come egli si potesse alla diritta via ritornare.

«E qual è quei, che con lena», cioè virtú, «affannata», affaticata. «Uscito fuor del pelago alla riva»: come colui il quale rompe in mare, che, dopo molto notare, faticato e vinto perviene alla riva, e «Volgesi all'acqua perigliosa», della quale è uscito, «e guata»; e in quel guatare, cognosce molto meglio il pericolo del quale è scampato, che esso non cognosceva, mentre che in esso era, percioché allora, spronandolo la paura del perire, a null'altra cosa aveva l'animo che solo allo scampare; ma, scampato, con piú riposato giudicio vede quante cose poteano la sua salute impedire e, quasi in esso fosse, molto piú teme, che non facea quando v'era: e però séguita adattando sé alla comparazione: «Cosí l'animo mio, ch'ancor fuggiva», cioè che ancora scampato esser non gli parea, ma come se nel pericolo fosse ancora, di fuggire si sforzava; e, cosí parendogli, «Si volse indietro», come fa colui che notando è pervenuto alla riva, «a rimirar lo passo», pericoloso della oscura selva, «Che non lasciò giammai» uscire di sé «persona viva». Questa parola non si vuole strettamente intendere [esser viva], percioché qui usa l'autore una figura che si chiama «iperbole», per la quale non solamente alcuna volta si dice il vero, ma si trapassa oltre al vero: come fa Vergilio, che, per manifestare la leggerezza della Cammilla, dice ch'ella sarebbe corsa sopra l'onde del mare turbato, e non s'arebbe immollate le piante de' piedi. E perciò si vuole intender qui sanamente l'autore, cioè che di quello pericoloso passo pochi ne sieno usciti vivi; percioché, se alcuno non avesse vivo lasciato giammai, l'autore, che dice sé esserne uscito, come sarebbe vivo?

«E poi ch'ebbi posato il corpo lasso», per la fatica sostenuta, «Ripresi via per la piaggia diserta»; e cosí mostra avere abbandonata la valle per dover salire al monte, cioè in sí fatta maniera andando, «Sí che 'l piè fermo sempre era il piú basso». [Mostra l'usato costume di coloro che salgono, che sempre si ferman piú in su quel piè che piú basso rimane.]

«Ed ecco, quasi al cominciar dell'erta». In questa terza parte dimostra l'autore qual cosa fosse quella che lo 'mpedisse a dovere di quel luogo uscire, e dice ciò essere stato tre bestie, per la fierezza delle quali, non che salir piú avanti, ma egli fu per tornare indietro nel pericolo del quale era incominciato ad uscire. Dice adunque: «Ed ecco quasi al cominciar dell'erta», cioè della costa, su per la quale salir dovea per partirsi della pericolosa valle, «Una lonza leggera e presta molto, Che di pel maculato era coperta».

Poi, discritta la forma della bestia, dice: «E non mi si partía dinanzi al volto». Appresso dice che questo stargli sempre davanti, che essa «impediva tanto il mio cammino», per lo quale al monte salir volea, «Ch'i' fui per ritornar», nella valle, «piú volte vòlto».

«Temp'era dal principio». Discrive qui l'autore l'ora che era del dí, quando egli era da questa bestia impedito, e la qualitá della stagione dell'anno; e quanto a l'ora del dí, dice ch'era principio «del mattino»: il che assai appare per li raggi del sole, li quali ancora non si vedeano se non nella sommitá del monte. «E 'l sol montava 'n su», cioè sopra l'orizzonte orientale di quella regione, vegnendo dallo emisperio inferiore al superiore; «con quelle stelle», in compagnia, «Ch'eran con lui, quando l'Amor divino», cioè lo Spirito santo, «Mosse da prima», cioè nel principio del mondo, «quelle cose belle», cioè il cielo e le stelle. Dimostra qui l'autore per una bella e leggiadra discrizione la qualitá della stagione dell'anno. Ad evidenzia della quale è da sapere che gli antichi filosofi caldei, e appresso loro gli egizi, furono li primi che per considerazione conobbero il movimento dell'ottava sfera e de' pianeti, e similmente quello che per gli movimenti de' corpi superiori negl'inferiori ne seguiva; e per lunghe esperienzie avvedendosi che, essendo il sole in diverse parti del cielo, evidentemente quaggiú si permutavano le qualitá dell'anno, e queste qualitá essere quattro, cioè quelle che noi primavera, state, autunno e verno chiamiamo; intesa giá qual fosse nel cielo la via del sole, quella, secondo il numero di queste, divisero in quattro parti eguali. E poi, perché sentirono ciascuna di queste parti avere i principi differenti dalle fini, e 'l mezzo sentire della natura del principio e della fine; ciascuna di queste quattro parti divisero in tre parti equali; e cosí fu da loro la via del sole divisa in dodici parti equali, e quelle chiamaron «segni». E, accioché l'uno si cognoscesse dall'altro, immaginando figurarono in ciascuna parte alcun animale [ornato di certa quantitá di stelle, ingegnandosi di figurare, in quelle, animali], la natura del quale fosse conforme agli effetti di quella parte, nella quale con la immaginazione il figuravano. E, percioché la prima qualitá dell'anno estimarono essere la primavera, quella vollero fosse il principio dell'anno; e cosí quella parte del cielo, nella quale essendo il sole questa primavera veniva, vollero che fosse la prima parte della via del sole, e quivi figurarono un segno, il quale noi chiamiamo Ariete; nel principio del quale affermano alcuni Nostro Signore aver creato e posto il corpo del sole. E perciò, volendo l'autore dimostrare per questa discrizione il principio della primavera, dice che il sole saliva su dallo emisperio inferiore al superiore, con quelle stelle le quali eran con lui, quando il divino Amore lui e l'altre cose belle creò, e diede loro il movimento, il qual sempre poi continuato hanno; volendo per questo darne ad intendere che, quando da prima pose la mano alla presente opera, è circa al principio della primavera; e cosí fu, sí come appresso apparirá. [Egli nella presente fantasia entrò a dí 25 di marzo.]

«Sí ch'a bene sperar». Questa lettera si vuole cosí ordinare: «L'ora del tempo e la dolce stagione m'era cagione a sperar bene di quella fiera alla gaetta pelle»; o vero, se la lettera dice «di quella fiera la gaetta pelle», si vuole ordinare cosí: «m'era cagione a sperar bene la gaetta pelle di quella fiera». Ciascuna di queste due lettere si può sostenere, percioché sentenzia quasi non se ne muta. Reassumendo adunque la lettera come giace nel testo, dice: «Sí che a bene sperar m'era cagione Di quella fiera», cioè di quella lonza, «alla gaetta pelle», cioè leggiadretta, percioché pulita molto è la pelle della lonza; o vero, secondo l'altra lettera, «m'era cagione di bene sperar» di dovere ottenere la pelle di quella fiera (la quale esso intendea di prendere, se potuto avesse, con una corda la quale cinta avea, secondo che esso medesimo dice in questo medesimo libro, nel canto sedicesimo, dove scrive: «Io aveva una corda intorno cinta, E con essa pensai, alcuna volta, Prender la lonza alla pelle dipinta») «L'ora del tempo», cioè il principio del dí, «e la dolce stagione», cioè la primavera.

Ma puossi qui domandare: che speranza poteva qui porgere di vittoria sopra la lonza l'ora del mattino e la stagion della primavera? Conciosiacosaché in questi due tempi soglia piú di ferocitá essere negli animali, percioché l'ora del mattino gli suole generalmente tutti rendere affamati, e per conseguente feroci, e la stagione del tempo gli soglia render innamorati piú che alcun altra stagion del tempo; e gli animali sogliono per queste due cose, per lo cibo e per venere, esser ferocissimi, e massimamente la lonza, la quale è di sua natura lussuriosissimo animale: e cosí pare che di quello, di che si conforta, si dovesse piú tosto sconfortare. Puossi nondimeno cosí rispondere: che, conceduto quello, che detto è, essere negli animali bruti, è credibile negli uomini similemente in questo tempo crescere il vigore, in quanto essi, che razionali sono, veggendo partire le tenebre della notte, le quali sogliono essere e sono piene di paura, nel tempo lucido veggono come possano l'arti del loro ingegno usare a vincere, e in che guisa possano i pericoli e l'esser vinti fuggire. E il tempo della primavera, secondo i fisici, è conforme alla compression sanguinea, e però in quella il sangue è piú chiaro, piú caldo e piú ardire amministra al cuore e forze al corpo; e quinci per avventura si puote nell'autore accendere ottima speranza di vittoria.

«Ma non sí», gli diede speranza l'ora del tempo ecc., «Che paura non mi desse La vista», cioè la veduta, «che m'apparve», appresso la lonza, «d'un leone. Questi parea che contr'a me venesse» (e cosí appare questo leone essere il secondo ostaculo, il quale il suo cammino di salire al monte impedí) «Colla test'alta», nel qual atto si mostrava audace, «e con rabbiosa fame» (questo il faceva meritamente da temere, come di sopra è detto), «Sí che parea che l'aer ne temesse», in quanto l'aere, impulso dall'impeto del venire del leone, indietro si traeva, il quale è atto di chi fugge. Con questo mostrava, impropriamente parlando, di aver paura di lui.

«Ed una lupa» (questo è il terzo ostaculo, il quale il suo salire impediva) «che di tutte brame Pareva carca nella sua magrezza». Brama è propriamente il bestiale appetito di manicare, peroché oltremodo pieno di voler si mostra; lo quale essere in questa lupa testimonia la magrezza sua, della quale noi prosumiamo quello animale, in cui la veggiamo, esser male stato pasciuto, e per conseguente magro e indi bramoso. «Che molte genti fe' giá viver grame», cioè dolorose. «Questa» lupa «mi porse tanto di gravezza», cioè di noia, «Colla paura ch'uscía di sua vista», cioè era sí orribile nello aspetto, che ella porgea paura altrui, «Ch'io perdei la speranza dell'altezza», cioè di poter pervenire alla sommitá del monte, sopra le cui spalle avea veduti i raggi del sole.

«E quale è que' che volentieri acquista». Per questa comparazione ne dimostra l'autore qual divenisse per lo impedimento pórtogli da questa bestia, dicendo: «E quale è que'», o mercatante o altro, «che volentieri acquista», cioè guadagna, «E giugne 'l tempo che perder lo face», qual che sia la cagione, «Che 'n tutti i suoi pensier», ne' quali si solea guadagnando rallegrare, perdendo «piange e s'attrista; Tal mi fece la bestia senza pace», cioè questa lupa, la qual dice esser animale senza pace, percioché la notte e 'l dí sempre sta attenta e sollecita a poter predare e divorare: «Che venendomi incontro», come soglion fare le bestie che vogliono altrui assalire, «a poco a poco», tirandom'io indietro, «Mi ripignea lá ove il sol tace», cioè nella oscura selva, della quale io era uscito. Ed è questo, cioè «dove 'l sol tace», improprio parlare, e non l'usa l'autore pur qui, ma ancora in altre parti in questa opera, sí come nel canto quinto quando dice: «I' venni in luogo d'ogni luce muto». Assai manifesta cosa è che il sole non parla, né similemente alcuno luogo, de' quai dice qui che l'un tace, cioè il sole, e il luogo è muto di luce; e sono questi due accidenti, il tacere e l'esser muto, propriamente dell'uomo (quantunque il Vangelo dica che uno avea un dimonio addosso, e quello era muto): ma questo modo di parlare si scusa per una figura, la qual si chiama «acirologia». Vuole adunque dir qui l'autore, che la paura, ch'egli avea di questo animale, il ripignea lá dove il sol non luce, cioè in quella oscuritá, la quale egli disiderava di fuggire.

«Mentre ch'io rovinava in basso loco». Qui dissi si cominciava la seconda parte di questo canto, nella quale l'autor dimostra il soccorso venutogli ad aiutarlo uscire di quella valle. E fa in questa parte sei cose: egli primieramente chiede misericordia a Virgilio quivi apparitogli, quantunque nol conoscesse; appresso, senza nominarsi, per piú segni dimostra Virgilio chi egli è; poi l'autore, estollendo con piú titoli Virgilio, s'ingegna di accattare la benivolenza sua, e mostragli di quello che egli teme; oltre a ciò, Virgilio gli dichiara la natura di quella lupa, e il disfacimento di lei, consigliandolo della via, la quale dee tenere; appresso, l'autore priega Virgilio che gli mostri quello che detto gli ha; ultimamente, movendosi Virgilio, l'autore il segue. E segue la seconda quivi: «Ed egli a me»; la terza quivi: «Or se' tu quel Virgilio»; la quarta quivi: «A te conviene»; la quinta quivi: «Ed io a lui:--Poeta»; la sesta quivi: «Allor si mosse».

Dice adunque nella prima: «Mentre ch'io rovinava», cioè tornava, «in basso loco», cioè nella valle della quale era cominciato a partire, «Dinanzi agli occhi mi si fu offerto Chi per lungo silenzio parea fioco». Il che avviene, o perché da alcuna secchezza intrinsica è sí rasciutta la via del polmone, dal quale la prolazione si muove, che le parole non ne possono uscire sonore e chiare, come fanno quando in quella via è alquanta d'umiditá rivocata; o è talvolta che il lungo silenzio, per alcun difetto intrinsico dell'uomo, provoca tanta umiditá viscosa in questa via, che similemente rende l'uomo meno espeditamente parlante, infino a tanto che o rasciutta o sputata non è. [Ma non credo l'autore questo intenda qui, ma piú tosto, per difetto delli nostri ingegni, i libri di Virgilio essere intralasciati giá e tanto tempo, che la chiara fama di loro è quasi perduta o divenuta piú oscura che esser non solea.]

