Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 1

Part 9

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Muovon molti, e intra essi alcun savi uomini, una quistion cosí fatta: che, conciofossecosaché Dante fosse in iscienza solennissimo uomo, perché a comporre cosí grande opera e di sí alta materia, come la sua _Comedia_ appare, si mosse piú tosto a scrivere in rittimi e nel fiorentino idioma che in versi, come gli altri poeti giá fecero. Alla quale si può cosí rispondere. Aveva Dante la sua opera cominciata per versi in questa guisa:

_Ultima regna canam, fluido contermina mundo, spiritibus quae lata patent, quae praemia solvunt pro meritis cuicumque suis,_ ecc.

Ma, veggendo egli li liberali studi del tutto essere abbandonati, e massimamente da' prencipi, a' quali si soleano le poetiche opere intitolare, e che soleano essere promotori di quelle; e, oltre a ciò, veggendo le divine opere di Virgilio e quelle degli altri solenni poeti venute in non calere e quasi rifiutate da tutti, estimando non dover meglio avvenir della sua, mutò consiglio e prese partito di farla corrispondente, quanto alla prima apparenza, agl'ingegni dei prencipi odierni; e, lasciati stare i versi, ne' rittimi la fece che noi veggiamo. Di che seguí un bene, che de' versi non sarebbe seguito: che, senza tôr via lo esercitare degl'ingegni de' letterati, egli a' non letterati diede alcuna cagion di studiare, e a sé acquistò in brevissimo tempo grandissima fama, e maravigliosamente onorò il fiorentino idioma.

Questo libro della _Comedia_, secondo che ragionano alcuni, intitolò egli a tre solennissimi italiani: la prima parte di quello, cioè lo _'Nferno_, ad Uguiccion della Faggiuola, il quale allora in Toscana era signor di Pisa; la seconda, cioè il _Purgatorio_, al marchese Moruello Malespina; la terza, cioè il _Paradiso_, a Federico terzo, re di Cicilia. Alcuni voglion dire lui averlo intitolato tutto a messer Can della Scala; e io il credo piú tosto, per la maniera che tenne di mandar prima a lui quello che composto avea che ad alcuno altro.

XXIV

ALTRE OPERE COMPOSTE DA DANTE

Compose ancora questo egregio autore nella venuta d'Arrigo settimo imperadore un libro in latina prosa, nel quale, in tre libri distinto, prova a bene esser del mondo dovere essere imperadore, e che Roma di ragione il titolo dello imperio possiede, e ultimamente che l'autoritá dello 'mperio procede da Dio senza alcun mezzo. Gli argomenti del quale percioché usati furono in favore di Lodovico duca di Baviera contro alla Chiesa di Roma, fu il detto libro, sedente Giovanni papa ventiduesimo, da messer Beltrando cardinal dal Poggetto, allora per la Chiesa di Roma legato in Lombardia, dannato sí come contenente cose eretiche, e per lui proibito fu che studiare alcun nol dovesse. E se un valoroso cavaliere fiorentino, chiamato messer Pino della Tosa, e messer Ostagio da Polenta, li quali amenduni appresso del legato eran grandi, non avessero al furor del legato obviato, egli avrebbe nella cittá di Bologna insieme col libro fatte ardere l'ossa di Dante[_a_].

Oltre a questi, compose il detto Dante egloghe assai belle, le quali furono intitolate e mandate da lui, per risposta di certi versi mandatigli, a maestro Giovanni del Virgilio.

Compose ancora molte canzoni distese e sonetti e ballate, oltre a quelle che nella sua _Vita nuova_ si leggono.

E sopra tre delle dette canzoni, comeché intendimento avesse sopra tutte di farlo, compose uno scritto in fiorentin volgare, il quale nominò _Convivio_, assai bella e laudevole operetta.

[Footnote _a_: Se giustamente o non, Iddio il sa di vero. _Oltre a questi_ ecc.]

Appresso, giá vicino alla sua morte, compose un libretto in prosa latina, il quale egli intitolò _De vulgari eloquentia_; e comeché per lo detto libretto apparisca lui avere in animo di distinguerlo e terminarlo in quattro libri, o che piú non ne facesse dalla morte soprappreso, o che perduti sien gli altri, piú non appariscon che i due primi.

In cosí fatte cose, quali di sopra narrate sono, consumò il chiarissimo uomo quella parte del suo tempo, la quale egli agli amorosi sospiri, alle pietose lagrime, alle sollecitudini private e publiche e a' vari fluttuamenti della iniqua fortuna poté imbolare: opere troppo piú a Dio e agli uomini accettevoli che gl'inganni, le fraudi, le menzogne, le rapine e' tradimenti, li quali la maggior parte degli uomini usano oggi, cercando per qualunque via un medesimo fine, cioè di divenir ricchi, quasi nelle ricchezze ogni bene, ogni onore, ogni beatitudine stea. Oh menti sciocche, una brieve particella d'un'ora separará dal caduco corpo lo spirito, e tutte queste vituperevoli fatiche annullerá; e il tempo, nel quale ogni cosa si suol consumare, o senza indugio recherá a niente la memoria del ricco, o quella per alcuno spazio con gran vergogna di lui serverá! Il che del nostro poeta certo non avverrá; anzi, sí come noi veggiamo degli strumenti bellici avvenir, che, usandogli, piú chiari diventano ognora, cosí il suo nome, quanto piú sará stropicciato dal tempo, tanto piú chiaro e piú lucente diventerá.

XXV

SPIEGAZIONE DEL SOGNO DELLA MADRE DI DANTE

Mostrato è sommariamente qual fosser l'origine, gli studi e la vita e' costumi, e quali sieno l'opere state dello splendido uomo Dante Alighieri, poeta chiarissimo, e con esse alcuna altra cosa, facendo transgressione, secondo che conceduto m'ha Colui che d'ogni grazia è donatore. Ma la mia fatica non è ancora al suo fine venuta, rammemorandomi una particella nel processo promessa, cioè il sogno della madre del nostro poeta, quando gravida era in lui, e il significato di quello: nel quale se un pochetto mi stendessi, priego pazientemente il sófferino i lettori.

Dico adunque che la madre del nostro poeta, essendo gravida di quella gravidezza, della quale esso poi a debito tempo nacque, dormendo, le parve nel sonno vedere sé essere al piè d'uno altissimo alloro, allato a una chiara fontana, e quivi partorire un figliuolo, il quale le pareva il piú pascersi delle bache che dello alloro cadevano, e bere disiderosamente dell'acqua di quella fontana; e da questo cibo nudrito, le parea che in piccol tempo crescesse e divenisse pastore, e nella vista grandissima vaghezza mostrasse d'aver delle frondi di quello alloro, le cui bache l'avean nutricato; e, sforzandosi d'aver di quelle, avanti che ad esse giunto fosse, le pareva che egli cadesse; e, aspettando ella di vederlo levare, non lui, ma in luogo di lui le pareva vedere un bellissimo paone esser levato. Dalla qual maraviglia la gentil donna commossa, senza piú avanti vedere, ruppe il dolce sonno. Né tenne quello, che veduto aveva, nascoso, comeché, recitatolo a molti, neuno ne fosse, che quello per quel comprendesse che seguir ne dovea. Il che, poi che avvenuto è, piú leggiermente conoscer si puote, sí come io appresso mi credo mostrare[_a_].

[Footnote _a_: Opinione è degli astrolagi e di molti filosofi naturali, per la virtú e influenzia de' corpi superiori, gl'inferiori, quali che essi si sieno, e producersi e nutricarsi, e ciascheduno, secondo la qualitá della virtú infusa, essere piú utile ad alcuna o alcune cose che al rimanente dell'altre: il che assai appare negli uomini, se le loro attitudini guarderemo. Percioché noi tra molti ne vedremo alcuno, che senza dottrina, senza maestro, senza alcuna dimostrazione, sospinto solamente da uno istinto naturale, divenire ottimo cantatore; e, se quanti fabbri furono mai gli fussono d'intorno, non gli potrebbono insegnare tenere un martello in mano, non che formare una spada; e, se pure, constretto, o per molta consuetudine dell'arte fabbrile alcuna cosa imparasse o facesse, come in suo arbitrio sará, al naturale suo intento, cioè al canto, si tornerá, se da sé giá per forza della sua libertá non lasciasse il canto, e al martello s'attenesse. Cosí alcuno altro nascerá a disegnare e a intagliare sí disposto, che ogni piccola dimostrazione il fará in ciò in brevissimo tempo sommo maestro, dove in qualunque altra leggiera arte fia durissima cosa ad introdurlo. Che andrò io della varietá delle singolari disposizioni degli uomini dicendo, se non quello che il nostro poeta medesimo ne dice:

Un ci nasce Solone, ed altro Xerse, altri Melchisedech, ed altri quello che, volando per l'aere, il figlio perse?

Appare adunque varie constellazioni a varie cose disporre gli ingegni degli uomini; e però, considerato chi fu Dante e quale la sua principale affezione, assai bene si conoscerá il cielo nella sua nativitá essere disposto a dover producere un poeta. E, perché l'alloro, come davanti avemo mostrato, è quello albero, le cui frondi testimoniano nella coronazione la facoltá del poeta, meritamente possiamo dire, l'alloro dalla donna veduto significare e la disposizione del cielo nella nativitá futura di Dante, e la precipua affezione e studio di colui che nascere dovea, sí come chiaramente n'ha dimostrato quello che appresso la nativitá di Dante è seguito. _L'essersi colui_, ecc.]

Possiamo adunque, riguardando, come di sopra è detto, l'alloro esser de' poeti ornamento, per quello dalla donna veduto intendere la disposizion celeste esser stata atta, nella concezion di Dante, a dover producere un poeta.

L'essersi colui, che nato era, delle bache che dello alloro cadevano nudrito, assai chiaramente dimostra quali dovevano essere gli studi di Dante; percioché, sí come il corpo si nutrica e cresce del cibo, cosí gl'ingegni degli uomini si nutricano e aumentano degli studi. E le bache, che frutto son dell'alloro, non vogliono altro significare che i frutti della poesia nati, li quali sono i libri da' poeti composti, e da' quali Dante senza dubbio e nutricò e aumentò il suo ingegno.

Il chiarissimo fonte, del quale pareva alla donna che bevesse il suo figliuolo, niuna altra cosa credo che voglia significare se non il copioso e abbondantissimo seno della filosofia, del quale, ciò che compor si vuole, è di necessitá che si prenda; e, sí come il poto è ordinatore e disponitor nello stomaco del cibo preso, cosí la filosofia, d'ogni cosa buona maestra verissima, con la sua dottrina è ottima componitrice d'ogni cosa a debito fine. Nelle cui scuole, come di sopra mostrammo, accioché sé e le sue invenzioni ordinare sapesse, e intender compiutamente l'altrui, il nostro poeta bevve piú tempo digestivo e salutevole beveraggio.

Appresso il parere pastor divenuto, la sublimitá del suo ingegno ne mostra, per la quale in brieve tempo divenne tanto e tale, che non solamente bastevole fu a governar sé, ma eziandio a mostrare agli altri ingegni la sua dottrina. Sono, al mio giudicio, di pastori due maniere: corporali e spirituali [_a_]. I corporali sono i pastor silvani, li re e' padri delle famiglie; li spirituali

[Footnote _a_: Li corporali similmente sono di due qualitá, l'una delle quali sono quegli che, per le selve e per gli prati, le pecore, gli buoi e gli altri armenti pascendo menano; l'altra sono gl'imperadori, i re, i padri delle famiglie, i quali con giustizia e in pace hanno a conservare i popoli loro commessi, e a trovare onde vengano a' tempi opportuni i cibi a' sudditi e a' figliuoli. Li spirituali pastori similmente dire si possono di due maniere: delle quali è l'una quella di coloro che pascono l'anime de' viventi di cibo spirituale, cioè della parola di Dio, e questi sono i prelati, i predicatori e i sacerdoti, nella cui custodia sono commesse l'anime labili di qualunque sotto il governo a ciascuno ordinato dimora; l'altra è quella di coloro, li quali in alcuna scienzia ammaestrati prima, poi ammaestrano altrui leggendo o componendo. E di questa maniera di pastori vide la madre il suo figliuolo divenuto. Lo sforzarsi ad aver delle frondi assai manifesto ne mostra essere il desiderio della laureazione, peroché ogni fatica aspetta premio, e il premio dello avere alcuna cosa poetica composta, è l'onore che per la corona dello alloro si riceve. Ma séguita che cadere il vide, quando piú a ciò si sforzava; il quale cadere niuna altra cosa fu se non quel cadimento che tutti facciamo senza levarci, cioè il morire: il che a lui avvenne quando giá avea finito quello per che meritamente la laureazione gli seguiva. Seguentemente dicea che in luogo di lui vide levarsi un paone; ove intender si dee che, dopo alla morte di ciascuno, a servare il nome suo appo i futuri surgono l'opere sue. E perciò in luogo d'Alessandro macedonico, di Iuda Maccabeo, di Scipione Affricano, abbiamo le loro vittorie e l'altre magnifiche opere; in luogo d'Aristotile, di Solone e di Virgilio, abbiamo i loro libri, le loro composizioni, eterne conservatrici de' nomi e della presenzia loro nel cospetto di que' che vivono; e cosí _in luogo di Dante_ ecc.] sono i prelati e' sacerdoti e similmente i dottori, in qualunque facultá de' quali il nostro Dante fu uno.

Lo sforzarsi ad aver delle frondi assai manifestamente ne mostra essere stato il disiderio della laureazione, nel quale mentre si faticava cadde, cioè morí.

E vide la madre in luogo di lui levarsi un paone: per che intender si dee che, dopo alla morte di ciascuno, a servare il nome suo appo i futuri surgono l'opere sue. Laonde in luogo di Dante abbiamo la sua _Comedia_, la quale ottimamente si può conformare ad un paone. Il paone, secondo che comprendere si può, ha queste proprietá: che la sua carne è odorifera e incorruttibile; la sua penna è angelica, e in quella ha cento occhi; li suoi piedi sono sozzi, e tacita l'andatura; e, oltre a ciò, ha sonora e orribile voce: le quali cose con la _Comedia_ del nostro poeta ottimamente si convengono.

Dico adunque primieramente che, cercando in assai parti lo intrinseco senso della _Comedia_, e in assai lo intrinseco e lo estrinseco, si troverá essere semplice e immutabile veritá, non di gentilizio puzzo spiacevole, ma odorifera di cristiana soavitá, e in niuna cosa dalla religione di quella scordante.

Dissi, appresso, il paone avere angelica penna, e in quella cento occhi. Certo io non vidi mai alcuno angelo; ma, udendo che voli, estimo che penne aver debba; e, non sappiendone alcuna fra questi nostri uccelli piú bella né cosí peregrina, considerata la nobiltá di loro, imagino che cosí la debbiano aver fatta, e però non da queste le loro, ma queste da quelle dinomino; e intendo per quelle, delle quali questo paon si cuopre, la bellezza della peregrina istoria che appare nella lettera della _Comedia_; e il cambiare del color di quella, secondo i vari mutamenti di questo uccello, niuna altra cosa esser sento, se non la varietá de' sensi che a quella in una maniera e in altra, leggendola, si posson dare. E i cento occhi, chi non intenderá i cento canti di quella, ne' quali ella cosí è ordinata e distinta e ornata, come ne' lor luoghi distinti mirabilmente gli occhi si veggono nel paone?

Sono e al paone i piè sozzi e l'andatura queta: le quali cose ottimamente alla _Comedia_ del nostro autor si confanno; percioché, sí come sopra i piedi pare che tutto il corpo si sostenga, cosí _prima facie_ pare che sopra il modo del parlare ogni opera in iscrittura composta si sostenga; e il parlare volgare, nel quale e sopra il quale ogni giuntura della _Comedia_ si sostiene, a rispetto dell'alto e maestrevole stilo letterale che usa ciascuno altro poeta, è senza dubbio sozzo. L'andar quieto e tacito significa l'umiltá dello stilo, il quale nelle comedie di necessitá si richiede, come color sanno che intendon che vuol dir «comedia».

Ultimamente dico che la voce del paone è sonora e orribile; la quale, comeché la soavitá delle parole del nostro poeta paia e sia molta, nondimeno chi bene in alcune parti riguarderá, ottimamente conoscerá confarsi con la voce della _Comedia_, e massimamente dove con acerbissime invezioni grida ne' vizi d'alcuni, oppur, distesamente procedendo, d'alcuni altri morde le colpe o gastiga i miseri peccatori. E niuna è piú orrida voce di quella del gastigante, e massimamente a colui che ha commesso o a colui che, a mandare i suoi appetiti ad effetto, schifa l'ostacolo del riprensore. Per la qual cosa e per l'altre di sopra mostrate assai appare, colui che fu, vivendo, pastore, dopo la morte esser divenuto paone, sí come creder si puote essere stato per divina spirazione nel sonno mostrato alla cara madre[_a_].

[Footnote _a_: Questa esposizione del sogno della madre del nostro poeta conosco essere assai superficialmente per me fatta; e questo per piú cagioni. Primieramente, perché per avventura la sufficienzia, che a tanta cosa si richiederebbe, non c'era; appresso, posto che stata ci fosse, piú tosto altro luogo per sé richiedeva che questo, ad altra materia congiunta; ultimamente, quando la sufficienzia ci fosse stata, e la materia l'avesse patito, era ben fatto, piú che detto sia, non essere detto da me, accioché ad altrui piú di me sufficiente e piú vago di ciò alcun luogo si lasciasse di dire. _La mia picciola barca_, ecc.]

XXVI

CONCLUSIONE

La mia picciola barca è pervenuta al porto, al quale ella drizzò la proda partendosi dallo apposito lito; e, comeché il peleggio sia stato piccolo e il mare basso e tranquillo, nondimeno, di ciò che senza impedimento è venuta, ne sono da render grazie a Colui che felice vento ha prestato alle sue vele. Al Quale con quella umiltá e divozione che io posso maggiore, non cosí grandi come si converrieno, ma quelle che io posso, rendo, benedicendo in eterno il nome suo.

III

COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»

PROEMIO

[Lez. I]

«Nel mezzo del cammin di nostra vita», ecc. La nostra umanitá, quantunque di molti privilegi dal nostro Creatore nobilitata sia, nondimeno di sua natura è sí debile, che cosa alcuna, quantunque menoma sia, fare non può né bene né compiutamente, senza la divina grazia. La qual cosa gli antichi valenti uomini e' moderni considerando, a quella supplicemente addomandare e con ogni divozione a nostro potere impetrare, almeno ne' princípi d'ogni nostra operazione, pietosamente e con paterna affezione ne confortano. Alla qual cosa dee ciascuno senza alcuna difficultá divenire, leggendo quello che ne scrive Platone, uomo di celestiale ingegno, nel fine del prologo del suo _Timeo_, per sé dicendo: «_Nam cum omnibus mos sit et quasi quaedam religio, qui vel de maximis rebus, vel de minimis aliquid acturi sunt, precari divinitatem ad auxilium; quanto nos aequius est, qui universitatis naturae substantiaeque rationem praestaturi sumus, invocare divinam opem, nisi plane quodam saevo furore atque implacabili raptemur amentia?_». E, se Platone confessa sé, piú che alcun altro, avere del divino aiuto bisogno, io che debbo di me presumere, conoscendo il mio intelletto tardo, lo 'ngegno piccolo e la memoria labile? E spezialmente, sottentrando a peso molto maggiore che a' miei ómeri si convegna, cioè a spiegare l'artificioso testo, la moltitudine delle storie, e la sublimitá de' sensi nascosi sotto il poetico velo della _Commedia_ del nostro Dante; e massimamente ad uomini d'alto intendimento e di mirabile perspicacitá, come universalmente solete esser voi, signori fiorentini: certo, oltre ogni considerazione umana, debbo credere abbisognarmi. Adunque, accioché quello che io debbo dire sia onore e gloria dell'altissimo nome di Dio, e consolazione e utilitá degli auditori, intendo, avanti che io piú oltre proceda, quanto piú umilmente posso, ricorrere ad invocare il suo aiuto; molto piú della sua benignitá fidandomi che d'alcuno mio merito. E, impercioché di materia poetica parlar dovemo, poeticamente quello invocherò con Anchise troiano, dicendo que' versi che nel secondo del suo _Eneida_ scrive Virgilio:

_Iupiter omnipotens, precibus si flecteris ullis, aspice nos: hoc tantum: et, si pietate meremur, da deinde auxilium, pater,_ ecc.

[Invocata adunque la divina clemenzia che alla presente fatica ne presti della sua grazia, avanti che alla lettera del testo si venga, estimo sieno da vedere tre cose, le quali generalmente si soglion cercare ne' princípi di ciascuna cosa che appartenga a dottrina: la primiera è di mostrare quante e quali sieno le cause di questo libro; la seconda, qual sia il titolo del libro; la terza, a qual parte di filosofia sia il presente libro supposto.]

[Le cause di questo libro son quattro: la materiale, la formale, la efficiente e la finale. La materiale è, nella presente opera, doppia, cosí come è doppio il suggetto, il quale è colla materia una medesima cosa; percioché altro suggetto è quello del senso letterale, e altro quello del senso allegorico, li quali nel presente libro amenduni sono, sí come manifestamente apparirá nel processo. È adunque il suggetto secondo il senso letterale: lo stato dell'anime dopo la morte de' corpi semplicemente preso; percioché di quello, e intorno a quello, tutto il processo della presente opera intende. Il suggetto secondo il senso allegorico è: come l'uomo, per lo libero arbitrio meritando e dismeritando, è alla giustizia di guiderdonare e di punire obbligato. La causa formale è similmente doppia, percioch'egli è la forma del trattato e la forma del trattare. La forma del trattato è divisa in tre, secondo la triplice divisione del libro. La prima divisione è quella secondo la quale tutta l'opera si divide, cioè in tre cantiche; la seconda divisione è quella secondo la quale ciascuna delle tre cantiche si divide in canti; la terza divisione è quella secondo la quale ciascun canto si divide in rittimi. La forma, o vero il modo del trattare, è poetico, fittivo, discrittivo, digressivo e transuntivo; e con questo, difinitivo, divisivo, probativo, reprobativo e positivo d'esempli. La causa efficiente è esso medesimo autore Dante Alighieri, del quale piú distesamente diremo appresso, dove del titolo del libro parleremo. La causa finale della presente opera è: rimuovere quegli che nella presente vita vivono, dallo stato della miseria, allo stato della felicitá.]

[La seconda cosa principale, che è da vedere, è qual sia il titolo del presente libro, il quale secondo alcuni è questo: «Incomincia la _Commedia_ di Dante Alighieri fiorentino»; alcun altro, seguendo piú la 'ntenzione dell'autore, dice il titolo essere questo: «Incominciano le cantiche della _Commedia_ di Dante Alighieri fiorentino». La quale, percioché, come detto è, è in tre parti divisa, dice il titolo di questa prima parte essere: «Incomincia la prima cantica delle cantiche della _Commedia_ di Dante Alighieri»; volendo per questa mostrare dovere il titolo di tutta l'opera essere: «Cominciano le cantiche della Commedia di Dante» ecc., come detto è.]

[Ma, perché questo poco resulta, il lasceremo nell'albitrio degli scrittori, e verremo a quello per che all'autore dové parere di doverlo cosí intitolare, dicendo la cagione del titolo secondo, percioché in quello si conterrá la cagione del primo, il quale quasi da tutti è usitato. E ad evidenzia di questo, secondo il mio giudicio, è da sapere, sí come i musici ogni loro artificio formano sopra certe dimensioni di tempi lunghe e brievi, e acute e gravi, e della varietá di queste, con debita e misurata proporzione congiunta, e quello poi appellano «canto»; cosí i poeti, non solamente quelli che in latino scrivono, ma eziandio coloro che, come il nostro autore fa, volgarmente dettano: componendo i lor versi, secondo la diversa qualitá d'essi, di certo e diterminato numero di piedi, intra se medesimi, dopo certa e limitata quantitá di parole, consonanti: sí come nel presente trattato veggiamo che, essendo tutti i rittimi d'equal numero di sillabe, sempre il terzo piè nella sua fine è consonante alla fine del primo, che in quella consonanza finisce. Per che pare che a questi cotali versi, o opere composte per versi, quello nome si convenga che i musici alle loro invenzioni dánno, come davanti dicemmo, cioè «canti», e per conseguente quella opera, che di molti canti è composta, doversi «cantica» appellare, cioè cosa in sé contenente piú canti.]