Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 1
Part 8
Se noi vorrem por giú gli animi e con ragion riguardare, io mi credo che assai leggermente potrem vedere gli antichi poeti avere imitate, tanto quanto all'umano ingegno è possibile, le pedate dello Spirito santo; il quale, sí come noi nella divina Scrittura veggiamo, per la bocca di molti i suo' altissimi segreti rivelò a' futuri, facendo loro sotto velame parlare ciò che a debito tempo per opera, senza alcun velo, intendeva di dimostrare. Impercioché essi, se noi riguarderem bene le loro opere, accioché lo imitatore non paresse diverso dallo imitato, sotto coperta d'alcune fizioni, quello che stato era, o che fosse al lor tempo presente, o che disideravano, o che presumevano che nel futuro dovesse avvenire, discrissono. Per che, comeché ad un fine l'una scrittura e l'altra non riguardasse, ma solo al modo del trattare, quello del poetico stilo dir si potrebbe che della sacra Scrittura dice Gregorio, cioè che essa in un medesimo sermone, narrando, apre il testo e il misterio a quello sottoposto; e cosí ad un'ora con l'uno li savi esercita e con l'altro li semplici riconforta, e ha in publico donde li pargoli nutrichi, e in occulto serva quello onde assai le menti dei sublimi intenditori con ammirazione tenga sospese. Percioché pare essere un fiume piano e profondo, nel quale il piccioletto agnello con gli piè vada e il grande elefante ampissimamente nuoti. Ma da verificar sono le cose predette con alcune dimostrazioni.
XIX
DIMOSTRAZIONE DELLA PREDETTA SENTENZA
Intende la divina Scrittura, l'esplicazion della quale insieme con essa noi «teologia» appelliamo, quando con figura d'alcuna istoria, quando col senso d'alcuna visione, quando con lo 'ntendimento d'alcuna lamentazione, e in altre maniere assai, mostrarci molti secoli avanti esser dallo Spirito santo a' futuri nunziato l'alto misterio della incarnazione del Verbo divino, la vita di quello, le cose occorse nella sua morte, e la resurrezione vittoriosa, e la mirabile ascensione, e ogni altro suo atto, per lo quale noi ammaestrati, possiamo a quella gloria pervenire, la quale Egli e morendo e risurgendo ci aperse, lungamente stata serrata per la colpa del primo uomo. Cosí i poeti nelle loro invenzioni, quando con fizioni di vari iddii, quando con trasformazioni d'uomini in varie forme e quando con leggiadre persuasioni ne mostrarono, sotto la corteccia di quelle, le cagioni delle cose, gli effetti delle virtú e de' vizi e che fuggir dobbiamo e che seguire, accioché pervenir possiamo, virtuosamente operando, a Dio; il quale essi, che lui non debitamente conoscieno, somma salute credeano. Volle lo Spirito santo monstrare nel rubo verdissimo, nel quale Moisé vide, quasí come una fiamma ardente, Iddio, la verginitá di Colei che piú che altra creatura fu pura, e che dovea essere abitazione e ricetto del Signore della natura, non doversi per la concezione, né per lo parto del Verbo del Padre in alcuna parte diminuire. Volle per la visione veduta da Nabucdonosor, nella statua di piú metalli abbattuta da una pietra convertita poi in un monte, mostrare tutte le religioni, leggi e dottrine delle preterite etá dalla dottrina di Cristo, il qual fu ed è viva pietra, [dovere essere sommerse; e la cristiana religione, nata di questa pietra,] divenire una cosa grande, immobile e perpetua, sí come li monti veggiamo. Volle nelle lamentazioni di Ieremia l'eccidio futuro di Ierusalem dichiarare, e quello, per la sua ingratitudine e crudeltá in Cristo, avvenire.
Similemente li nostri poeti, fingendo Saturno aver molti figliuoli, e quegli, fuor che quattro, divorar tutti, niuna altra cosa vollono per tal fizion farci sentire, se non per Saturno il tempo, nel quale ogni cosa si produce; e come ella in esso è prodotta, cosí in esso, di tutto corrompitore, viene al niente. I quattro figliuoli dal tempo non divorati sono i quattro elementi, li quali niuna diminuzione avere per lunghezza di tempo veggiamo. Similmente fingono li nostri poeti Ercule d'uomo essere in Dio transformato, e Licaone re d'Arcadia transmutato in lupo: nulla altro volendo mostrarci, se non che, virtuosamente operando come fece Ercule, l'uomo diventa Iddio per participazione; e viziosamente operando, come Licaon fece, cade in infamia, e, quantunque nel primo aspetto paia uomo, quella bestia è dinominato, i vizi della quale sono a' suoi simiglianti: Licaone, percioché rapace e avaro e ingluvioso fu, vizi familiarissimi al lupo, in lupo transformato si disse. Li nostri poeti ancora discrissero mirabile la bellezza de' campi elisi, e in quegli dissono dopo la morte l'anime de' pietosi uomini e valenti abitare: per li quali il cristiano uomo meritamente potrá intendere la dolcezza del paradiso solamente alle pietose anime conceduta. E, oltre a ciò, oscura ed orrida e nel centro della terra finsero la cittá di Dite, e quivi sotto vari tormenti l'anime de' crudeli e malvagi uomini tormentarsi: per la quale chi sará che non prenda l'amaritudine dello 'nferno e i supplici de' dannati tanto quanto piú esser possono rimoti da Dio? Nelle quali fizioni assai chiaro mostrano d'ingegnarsi, con la bellezza dell'uno, di trar gli uomini a virtuosamente operare per acquistarlo, e, con la oscuritá dell'altro, spaventargli, accioché per paura di quella si ritraggano da' vizi e seguitin le virtú. Io lascio il tritare con piú particulari esposizioni queste cose, per non lasciarmi sí oltre nella transgression trasportare, che la principale materia patisca [_a_], e per venire a dimostrare perché di lauro si coronino i poeti.
[Footnote _a_: fidandomi ancora che gl'intendenti, per quello che detto è, conosceranno quanta forza, piú trite, al mio argomento aggiugnerieno. Assai adunque per le cose dette credo che è chiaro la teologia e la poesia nel modo del nascondere i suoi concetti con simile passo procedere, e però potersi dire simiglianti. È il vero che il subietto della sacra teologia e quello della poesia de' poeti gentili è molto diverso, percioché quella nulla altra cosa nasconde che vera, ove questa assai erronee e contrarie alla cristiana religione ne discrive: né è di ciò da maravigliarsi molto, peroché quella fu dettata dallo Spirito santo, il quale è tutto veritá, e questa fu trovata dallo 'ngegno degli uomini, li quali di quello Spirito o non ebbono alcuna conoscenza o non l'ebbono tanto piena.]
XIX^bis
PERCHÉ I POETI NASCONDONO IL VERO SOTTO FIZIONI
Io poteva per avventura procedere ad altro, se alcuni disensati ancora un pochetto intorno a questo ragionamento non mi avessero ritirato. Sono adunque alcuni li quali, senza aver mai veduto o voluto vedere poeta (o, se veduto n'hanno alcuno, non l'hanno inteso o non l'hanno voluto intendere), e di ciò estimandosi molto reputati migliori, con ampia bocca dannano quello che ancora conosciuto non hanno, cioè le opere de' poeti e i poeti medesimi, dicendo le lor favole essere opere puerili e a niuna veritá consonanti; e, oltre a ciò, se essi erano uomini d'altissimo sentimento, in altra maniera che favoleggiando dovevano la loro dottrina mostrare. Grande presunzione è quella di molti volere delle questioni giudicare prima che abbiano conosciuti i meriti delle parti: ma, poiché sofferire si conviene, a questi cotali, senza altro martirio, confesso le fizioni poetiche nella prima faccia avere niuna consonanza col vero. Ma, se per questo elle sono da dannare, che diranno costoro delle visioni di Daniello, che di quelle di Ezechiel, che dell'altre del vecchio Testamento, scritte con divina penna, che di quelle di Giovanni evangelista? Diremo, percioché somiglianza di vero in assai cose nella corteccia non hanno, sieno, come stoltamente dette, da rifiutare? Nol consentirá mai chi ficcherá gli occhi dello 'ntelletto nella midolla. E questo voglio ancora che basti per risposta alla seconda opposizione a questi giudici senza legge: cioè che, se lo Spirito santo è da commendare d'avere i suoi alti misteri dato sotto coverta, accioché le gran cose poste con troppa chiarezza nel cospetto di ogni intelletto non venissono in vilipensione, e che la veritá, con fatica e perspicacitá d'ingegno tratta di sotto le scrupolose ma ponderose parole, fosse piú cara e piú e con piú diletto entrasse nella memoria del trovatore; perché saranno da biasimare i poeti, se sotto favolosi parlari avranno nascosi gli alti effetti della natura, le moralitá e i gloriosi fatti degli uomini, mossi dalle sopradette cagioni? Certo io nol conosco.
Perché sotto cosí fatta forma i poeti dessero la loro dottrina, oltre a ciò che detto n'è, ne possono le ragioni essere queste: o per imitare piú nobile autore, o perché forse in altra forma non erano ammaestrati. Ma di questo non mi pare da dovere far troppo agra quistione, conciosiacosaché ciascuno in cosí fatte elezioni piú tosto il suo giudicio séguiti che l'altrui; e però piú tosto si potrá dimandare se cotal tradizione è utile o disutile. Alla quale mi pare che rispondere si possa questa utile essere stata, dove i nostri giudici nel gridare la dimostrano disutile; e la ragione puote essere questa. Certissima cosa è che, come gli ingegni degli uomini sono diversi, cosí esser convengono diverse le maniere del dare la dottrina. Assai se ne sono giá veduti, a' quali niuna sillogistica dimostrazione ha potuto far comprendere il vero d'alcuna conclusione; la qual poi per ragioni persuasive hanno subitamente compresa. Che dunque con questi cotali varrá il sillogizzare d'Aristotile? Certo, niente. Cosí al contrario alcuni vilipendono tanto le persuasioni, che nulla crederanno essere vero, se sillogizzando non ne son convinti. Sono altri, li quali solo il nome della filosofia, non che la dottrina, spaventa, e che con sommo diletto alle lezioni delle favole correranno, non estimando sotto quella alcuna particella di filosofia potersi nascondere; ché, se 'l credessero, non le vorrebbono udire. Di questi cotali, non è dubbio, giá assai, dalla novitá delle favole mossi, divennero investigatori della veritá e domestici della filosofia, del cui nome altra volta aveano avuto paura. In questi cotali adunque non furono dannosi i poeti, né disutile il modo del loro trattare, il qual per certo, a chi non lo intende, non può dare altro piacere che faccia il suono della cetera all'asino. E questo al presente basti; e vegniamo a mostrare perché i poeti si coronino d'alloro. _Tra l'altre genti_ ecc.]
XX
DELL'ALLORO CONCEDUTO AI POETI
Tra l'altre genti, alle quali piú aprí la filosofia i suoi tesori, i greci si crede che fosser quegli li quali d'essi trassero la dottrina militare e la vita politica, oltre alla notizia delle cose superiori; e, tra l'altre cose, la santissima sentenzia di Solone nel principio della presente operetta discritta; la quale ottimamente e lungo tempo servarono, fiorendo la loro republica. Alla quale osservare, considerati con gran diligenzia i meriti degli uomini, con publico consentimento ordinarono che, per piú degno guidardon che alcuno altro, sí come a piú utile e piú onorevole fatica alla republica, li poeti dopo la vittoria delle lor fatiche, cioè dopo la perfezione de' lor poemi, e, oltre a ciò, gl'imperadori dopo la vittoria avuta de' nimici della republica, fossono coronati d'alloro; estimando dovere d'un medesimo onore esser degno colui per la cui virtú le cose publiche erano e servate e aumentate, e colui per li cui versi le ben fatte cose eran perpetuate, e vituperate le avverse. La quale remunerazione poi parimente con la gloria dell'arme trapassò a' latini, e ancora, e massimamente nelle coronazioni de' poeti, come che rarissimamente avvengano, vi dimora. Ma perché a tal coronazion piú l'alloro, che fronda d'altro albero, eletto sia [_a_], pare la ragion questa.
Vogliono coloro, li quali le virtú e le nature delle piante hanno investigate, il lauro, sí come noi medesimi veggiamo, giammai verdezza non perdere: per la quale perpetua viriditá vollero i greci intendere la perpetuitá della fama di coloro che di coronarsi d'esso si fanno degni. Appresso affermano li predetti investigatori non trovarsi il lauro essere stato mai fulminato, il che d'alcuno altro albero non si crede: e per questo vollono gli antichi mostrare che l'opere di coloro, che di quello si coronano, esser di tanta potenza dotate da Dio, che né il fuoco della 'nvidia, né la folgore della lunghezza del tempo, la quale ogni altra cosa consuma, quelle debba potere offuscare, rodere o diminuire. Dicono, oltre a ciò, i predetti quello che noi tutto il giorno sentiamo, cioè il lauro essere odorifero molto: e per quello vogliono intendere i passati, l'opere di colui, che degnamente se ne corona, sempre dovere esser piacevoli e graziose e odorifere di laudevole fama [_b_]. E perciò era non senza cagione
[Footnote _a_: non dovrá parere a udire rincrescevole.
Sono alcuni li quali credono, percioché Dafne, amata da Febo e in lauro convertita, fu da lui eletta a coronare le sue vittorie, e i poeti sono a lui consacrati, quindi tale coronazione avere origine avuta: la quale opinione non mi spiace, né niego cosí poter essere stato; ma tuttavia mi muove altra ragione. Secondo che _vogliono coloro_, ecc.]
[Footnote _b_: Similemente una quarta proprietá, e maravigliosa, gli aggiungono; e questa è che dicono essere una specie di lauro, la cui pianta non fa mai che tre radici, delle frondi del quale qualunque persona n'avesse alla testa legate e dormisse, vedrebbe veracissimi sogni delle cose future mostranti: per la quale proprietá intesero i nostri maggiori una dimostrarsene, la quale essere ne' poeti si vede. Perciò i poeti, discrivendo l'operazioni d'alcuno, delle quali solamente gli effetti nudi avrá uditi, cosí le particulari incidenzie mai non vedute né udite discriverá, come se all'operazione fosse stato presente; e percioché veridichi in ciò assai volte sono stati trovati, parendo quella essere stata specie di divinazione, furono chiamati «vati», cioè profeti, ed estimarono gli uomini loro di lauro coronare, a mostrare la proprietá della divinazione, nella quale paiono al lauro simiglianti. _E perciò_, ecc.] il nostro Dante, sí come merito poeta, di questa laurea disioso. Della quale percioché assai avem parlato, estimo sia onesto di tornare al proposito.
XXI
CARATTERE DI DANTE
Fu adunque il nostro poeta, oltre alle cose di sopra dette, d'animo altiero e disdegnoso molto: tanto che, cercandosi per alcuno amico come egli potesse in Firenze tornare, né altro modo trovandosi, se non che egli per alcuno spazio di tempo stato in prigione, fosse misericordievolmente offerto a San Giovanni, calcato ogni fervente disio del ritornarvi, rispose che Iddio togliesse via che colui, che nel seno della filosofia cresciuto era, divenisse cero del suo comune.
Oltre a questo, di se stesso presunse maravigliosamente tanto, che essendo egli glorioso nel colmo del reggimento della republica, e ragionandosi tra' maggior cittadini di mandar, per alcuna gran bisogna, ambasciata a Bonifazio papa ottavo, e che prencipe dell'ambasciata fosse Dante, ed egli a ciò in presenza di tutti quegli, che sopra ciò consigliavan, richiesto, avvenne che, soprastando egli alla risposta, alcun disse:--Che pensi?--Alle quali parole egli rispose:--Penso: se io vo, chi rimane? e se io rimango, chi va?--quasi esso solo fosse colui che tra tutti valesse e per cui tutti gli altri valessero.
Appresso, comeché il nostro poeta nelle sue avversitá paziente o no si fosse, in una fu impazientissimo: egli infino al cominciamento del suo esilio, come i suoi passati, stato guelfissimo, non essendogli aperta la via a ritornare in casa sua, sí fuor di modo diventò ghibellino, che ogni femminella, ogni piccol fanciullo, e quante volte avesse voluto, ragionando di parte e la guelfa preponendo alla ghibellina, l'avrebbe non solamente fatto turbare, ma a tanta insania commosso, che, se taciuto non fosse, a gittar le pietre l'avrebbe condotto.
Certo io mi vergogno di dovere con alcun difetto maculare la chiara fama di cotanto uomo; ma il cominciato ordine delle cose in alcuna parte il richiede, percioché, se nelle cose meno laudevoli mi tacerò, io torrò molta fede alle laudevoli giá mostrate. A lui medesimo adunque mi scuso, il quale per avventura me scrivente con isdegnoso occhio d'alta parte del ciel mi riguarda.
Tra cotanta vertú, tra cotanta scienza, quanta dimostrato è di sopra essere stata in questo mirifico poeta, trovò ampissimo luogo la lussuria, e non solamente ne' giovani anni, ma ancora ne' maturi. E questo basti al presente de' suoi costumi piú notabili aver contato, e all'opere da lui composte vegniamo.
XXII
LA «VITA NUOVA» E LA «COMMEDIA» INCIDENTI OCCORSI NELLA COMPOSIZIONE DI QUESTA OPERA
Compose questo glorioso poeta piú opere ne' suoi giorni, tra le quali si crede la prima un libretto volgare, che egli intitola _Vita Nuova_: nel quale egli e in prosa e in sonetti e in canzoni gli accidenti dimostra dell'amore, il quale portò a Beatrice.
Appresso piú anni, guardando egli della sommitá del governo della sua cittá, e veggendo in gran parte qual fosse la vita degli uomini, quanti e quali gli error del vulgo, e i cadimenti ancora de' luoghi sublimi come fussero inopinati, gli venne nell'animo quello laudevol pensiero che a' compor lo 'ndusse la _Comedia_. E, lungamente avendo premeditato quello che in essa volesse descrivere, in fiorentino idioma e in rima la cominciò: ma non avvenne il poterne cosí tosto vedere il fine, come esso per avventura imaginò; percioché, mentre egli era piú attento al glorioso lavoro, avendo giá di quello sette canti composti, de' cento che diliberato avea di farne, sopravvenne il gravoso accidente della sua cacciata, ovver fuga, per la quale egli, quella e ogni altra cosa abbandonata, incerto di se medesimo, piú anni con diversi amici e signori andò vagando.
Ma non poté la nimica fortuna al piacer di Dio contrastare. Avvenne adunque che alcun parente di lui, cercando per alcuna scrittura in forzieri, che in luoghi sacri erano stati fuggiti nel tempo che tumultuosamente la ingrata e disordinata plebe gli era, piú vaga di preda che di giusta vendetta, corsa alla casa, trovò un quadernuccio, nel quale scritti erano li predetti sette canti. Li quali con ammirazion leggendo, né sappiendo che fossero, del luogo dove erano sottrattigli, gli portò ad un nostro cittadino, il cui nome fu Dino di messer Lambertuccio, in quegli tempi famosissimo dicitore in rima, e gliel mostrò. Li quali avendo veduti Dino, e maravigliatosi sí per lo bello e pulito stilo, sí per la profonditá del senso, il quale sotto la ornata corteccia delle parole gli pareva sentire, senza fallo quegli essere opera di Dante imaginò; e, dolendosi quella essere rimasa imperfetta, e dopo alcuna investigazione avendo trovato Dante in quel tempo essere appresso il marchese Moruello Malespina, non a lui, ma al marchese, e l'accidente e il desiderio suo scrisse, e mandògli i sette canti. Gli quali poi che il marchese, uomo assai intendente, ebbe veduti, e molto seco lodatigli, gli mostrò a Dante, domandandolo se esso sapea cui opera stati fossero. Li quali Dante riconosciuti, subito rispose che sua. Allora il pregò il marchese che gli piacesse di non lasciar senza debito fine sí alto principio.--Certo--disse Dante--io mi credea nella ruina delle mie cose questi con molti altri miei libri aver perduti; e perciò, sí per questa credenza, e sí per la moltitudine delle fatiche sopravvenute per lo mio esilio, del tutto avea la fantasia, sopra questa opera presa, abbandonata. Ma, poiché inopinatamente innanzi mi son ripinti, e a voi aggrada, io cercherò di rivocare nella mia memoria la imaginazione di ciò prima avuta, e secondo che grazia prestata mi fia, cosí avanti procederò.--Creder si dee lui non senza fatica aver la intralasciata fantasia ritrovata; la qual seguitando, cosí cominciò:
Io dico, seguitando, ch'assai prima, ecc.;
dove assai manifestamente, chi ben guarda, può la ricongiunzione dell'opera intermessa riconoscere.
Ricominciato adunque Dante il magnifico lavoro, non forse, secondo che molti stimano, senza piú interromperlo il perdusse a fine; anzi piú volte, secondo che la gravitá de' casi sopravvegnenti richiedea, quando mesi e quando anni, senza potervi adoperare alcuna cosa, interponeva; intanto che, piú avacciar non potendosi, avanti che tutto il publicasse il sopraggiunse la morte. Egli era suo costume, come sei o otto canti fatti n'avea, quegli, prima che alcun gli vedesse, mandare a messer Can della Scala, il quale egli oltre ad ogni altro uomo in reverenza avea; e, poi che da lui eran veduti, ne faceva copia a chi la volea. E in cosí fatta maniera avendogliele tutti, fuori che gli ultimi tredici canti, mandati, ancora che questi tredici fatti avesse, avvenne che senza farne alcuna memoria si morí; né, piú volte cercati da' figliuoli, mai furon potuti trovare; per che Iacopo e Piero, suoi figliuoli, e ciascun dicitore, dagli amici pregati che l'opera terminasser del padre, a ciò, come sapean, s'eran messi. Ma una mirabile visione a Iacopo, che in ciò piú era fervente, apparita, lui e 'l fratello non solamente della stolta presunzion levò, ma mostrò dove fossero li tredici canti tanto da lor cercati.
Raccontava uno valente uom ravignano, il cui nome fu Pier Giardino, lungamente stato discepolo di Dante, grave di costumi e degno di fede, che dopo l'ottavo mese dal dí della morte del suo maestro, venne una notte, vicino all'ora che noi chiamiamo «mattutino», alla casa sua Iacopo di Dante, e dissegli sé quella notte poco avanti a quell'ora avere nel sonno veduto Dante suo padre, vestito di candidissimi vestimenti e d'una luce non usata risplendente nel viso, venire a lui; il quale gli parea domandare se 'l vivea, e udire da lui per risposta di sí, ma della vera vita, non della nostra. Per che, oltre a questo, gli pareva ancor domandare se egli avea compiuta la sua opera avanti il suo passare alla vera vita; e, se compiuta l'avea, dove fosse quello che vi mancava, da loro giammai non potuto trovare. A questo gli pareva similemente udir per risposta:--Sí, io la compie';--e quinci gli parea che il prendesse per mano, e menasselo in quella camera dove era uso di dormire quando in questa vita vivea, e toccando una parte di quella, diceva:--Egli è qui quello che voi tanto avete cercato.--E, questa parola detta, ad un'ora il sonno e Dante gli parve che si partissono. Per la qual cosa affermava sé non esser potuto stare senza venirgli a significare ciò che veduto avea, accioché insieme andassero a cercare il luogo mostrato a lui, il quale egli ottimamente nella memoria avea segnato, a vedere se vero spirito o falsa delusione questo gli avesse disegnato. Per la qual cosa, comeché ancora assai fosse di notte, mossisi insieme, vennero alla casa nella quale Dante quando morí dimorava; e, chiamato colui che allora in essa stava e dentro da lui ricevuti, al mostrato luogo n'andarono, e quivi trovarono una stuoia al muro confitta, sí come per lo passato continuamente veduta v'aveano. La quale leggiermente in alto levata, vidon nel muro una finestretta da niun di loro mai piú veduta, né saputo che ella vi fosse, e in quella trovaron piú scritte, tutte per l'umiditá del muro muffate e vicino al corrompersi se guari piú state vi fossero; e quelle pianamente dalla muffa purgate, vider segnate per numeri, e conobbero quello, che in esse scritto era, esser de' rittimi della _Comedia_: per che, secondo l'ordine dei numeri continuatele, insieme li tredici canti, che alla _Comedia_ mancavan, ritrovâr tutti. Per la qual cosa lietissimi quegli riscrissono e, secondo l'usanza dell'autore, prima gli mandarono a messer Cane, e poi alla imperfetta opera gli ricongiunson, come si convenía; e in cotal maniera l'opera, in molti anni compilata, si vide finita.
XXIII
PERCHÉ DANTE COMPOSE LA «COMMEDIA» IN VOLGARE A CHI EGLI LA DEDICÒ