Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 1

Part 3

Chapter 33,545 wordsPublic domain

_Theologus Dantes, nullius dogmatis expers, quod foveat claro philosophia sinu: gloria musarum, vulgo gratissimus auctor, hic iacet, et fama pulsat utrumque polum: qui loca defunctis gladiis regnumque gemellis distribuit, laicis rhetoricisque modis. Pascua Pieriis demum resonabat avenis; Atropos heu laetum livida rupit opus. Huic ingrata tulit tristem Florentia fructum, exilium, vati patria cruda suo. Quem pia Guidonis gremio Ravenna Novelli gaudet honorati continuisse ducis, mille trecentenis ter septem Numinis annis, ad sua septembris idibus astra redit._

XVIII

RIMPROVERO AI FIORENTINI

Oh ingrata patria, quale demenzia, qual trascutaggine ti teneva, quando tu il tuo carissimo cittadino, il tuo benefattore precipuo, il tuo unico poeta con crudeltá disusata mettesti in fuga; o poscia tenuta t'ha? Se forse per la comune furia di quel tempo mal consigliata ti scusi; ché, tornata, cessate l'ire, la tranquillitá dell'animo, ripentútati del fatto, nol rivocasti? Deh! non ti rincresca lo stare con meco, che tuo figliuol sono, alquanto a ragione, e quello che giusta indegnazion mi fa dire, come da uomo che ti ramendi disidera e non che tu sii punita, piglierai. Párti egli essere gloriosa di tanti titoli e di tali che tu quello uno del quale non hai vicina cittá che di simile si possa esaltare, tu abbi voluto da te cacciare? Deh! dimmi: di qua' vittorie, di qua' triunfi, di quali eccellenzie, di quali valorosi cittadini se' tu splendente? Le tue ricchezze, cosa mobile e incerta; le tue bellezze, cosa fragile e caduca; le tue dilicatezze, cosa vituperevole e femminile, ti fanno nota nel falso giudicio de' popoli, il quale piú ad apparenza che ad esistenza sempre riguarda. Deh! gloriera'ti tu de' tuoi mercatanti e de' molti artisti, donde tu se' piena? Scioccamente farai: l'uno fu, continuamente l'avarizia operandolo, mestiere servile; l'arte, la quale un tempo nobilitata fu dagl'ingegni, intanto che una seconda natura la fecero, dall'avarizia medesima è oggi corrotta, e niente vale. Gloriera'ti tu della viltá e ignavia di coloro li quali, percioché di molti loro avoli si ricordano, vogliono dentro da te della nobiltá ottenere il principato, sempre con ruberie e con tradimenti e con falsitá contra quella operanti? Vana gloria sará la tua, e da coloro, le cui sentenzie hanno fondamento debito e stabile fermezza, schernita. Ahi! misera madre, apri gli occhi e guarda con alcuno rimordimento quello che tu facesti; e vergógnati almeno, essendo reputata savia come tu se', d'avere avuta ne' falli tuoi falsa elezione! Deh! se tu da te non avevi tanto consiglio, perché non imitavi tu gli atti di quelle cittá, le quali ancora per le loro laudevoli opere son famose? Atene, la quale fu l'uno degli occhi di Grecia, allora che in quella era la monarchia del mondo, per iscienzia, per eloquenzia e per milizia splendida parimente; Argos, ancora pomposa per li titoli de' suoi re; Smirna, a noi reverenda in perpetuo per Niccolaio suo pastore; Pilos, notissima per lo vecchio Nestore; Chimi, Chios e Colofon, cittá splendidissime per adietro, tutte insieme, qualora piú gloriose furono, non si vergognarono né dubitarono d'avere agra quistione della origine del divino poeta Omero, affermando ciascuna lui di sé averla tratta; e si ciascuna fece con argomenti forte la sua intenzione, che ancora la quistion vive; né è certo donde si fosse, perché parimente di cotal cittadino cosí l'una come l'altra ancor si gloria. E Mantova, nostra vicina, di quale altra cosa l'è piú alcuna fama rimasa, che l'essere stato Virgilio mantovano? il cui nome hanno ancora in tanta reverenzia, e sí è appo tutti accettevole, che non solamente ne' publici luoghi, ma ancora in molti privati si vede la sua imagine effigiata; mostrando in ciò che, non ostante che il padre di lui fosse lutifigolo, esso di tutti loro sia stato nobilitatore. Sulmona d'Ovidio, Venosa d'Orazio, Aquino di Giovenale, e altre molte, ciascuna si gloria del suo, e della loro sufficienzia fanno quistione. L'esemplo di queste non t'era vergogna di seguitare; le quali non è verisimile sanza cagione essere state e vaghe e ténere di cittadini cosí fatti. Esse conobbero quello che tu medesima potevi conoscere e puoi; cioè che le costoro perpetue operazioni sarebbero ancora dopo la lor ruina ritenitrici eterne del nome loro; cosí come al presente divulgate per tutto il mondo le fanno conoscere a coloro che non le vider giammai. Tu sola, non so da qual cechitá adombrata, hai voluto tenere altro cammino, e quasi molto da te lucente, di questo splendore non hai curato: tu sola, quasi i Camilli, i Publicoli, i Torquati, i Fabrizi, i Catoni, i Fabi e gli Scipioni con le loro magnifiche opere ti facessero famosa e in te fossero; non solamente, avendoti lasciato l'antico tuo cittadino Claudiano cader delle mani, non hai avuto del presente poeta cura; ma l'hai da te cacciato, sbandito e privatolo, se tu avessi potuto, del tuo sopranome. Io non posso fuggire di vergognarmene in tuo servigio. Ma ecco: non la fortuna, ma il corso della natura delle cose è stato al tuo disonesto appetito favorevole in tanto, in quanto quello che tu volentieri, bestialmente bramosa, avresti fatto se nelle mani ti fosse venuto, cioè uccisolo, egli con la sua eterna legge l'ha operato. Morto è il tuo Dante Alighieri in quello esilio che tu ingiustamente, del suo valore invidiosa, gli désti. Oh peccato da non ricordare, che la madre alle virtú d'alcuno suo figliuolo porti livore! Ora adunque se' di sollicitudine libera, ora per la morte di lui vivi ne' tuoi difetti sicura, e puoi alle tue lunghe e ingiuste persecuzioni porre fine. Egli non ti può far, morto, quello che mai, vivendo, non t'avria fatto; egli giace sotto altro cielo che sotto il tuo, né piú déi aspettar di vederlo giammai, se non quel dí, nel quale tutti li tuoi cittadini veder potrai, e le lor colpe da giusto giudice esaminate e punite.

Adunque se gli odii, l'ire e le inimicizie cessano per la morte di qualunque è che muoia, come si crede, comincia a tornare in te medesima e nel tuo diritto conoscimento; comincia a vergognarti d'avere fatto contra la tua antica umanitá; comincia a volere apparir madre e non piú inimica; concedi le debite lagrime al tuo figliuolo; concedigli la materna pietá; e colui, il quale tu rifiutasti, anzi cacciasti vivo sí come sospetto, disidera almeno di riaverlo morto; rendi la tua cittadinanza, il tuo seno, la tua grazia alla sua memoria. In veritá, quantunque tu a lui ingrata e proterva fossi, egli sempre come figliuolo ebbe te in reverenza, né mai di quello onore che per le sue opere seguire ti dovea, volle privarti, come tu lui della tua cittadinanza privasti. Sempre fiorentino, quantunque l'esilio fosse lungo, si nominò e volle essere nominato, sempre a ogni altra ti prepose, sempre t'amò. Che dunque farai? starai sempre nella tua iniquitá ostinata? sará in te meno d'umanitá che ne' barbari, li quali troviamo non solamente aver li corpi delli lor morti raddomandati, ma per riavergli essersi virilmente disposti a morire? Tu vuogli che 'l mondo creda te essere nepote della famosa Troia e figliuola di Roma: certo, i figliuoli deono essere a' padri e agli avoli simiglianti. Priamo nella sua miseria non solamente raddomandò il corpo del morto Ettore, ma quello con altrettanto oro ricomperò. Li romani, secondo che alcuni pare che credano, feciono da Linterno venire l'ossa del primo Scipione, da lui a loro con ragione nella sua morte vietate. E come che Ettore fosse con la sua prodezza lunga difesa de' troiani, e Scipione liberatore non solamente di Roma, ma di tutta Italia (delle quali due cose forse cosí propiamente niuna si può dire di Dante), egli non è perciò da posporre; niuna volta fu mai che l'armi non dessero luogo alla scienzia. Se tu primieramente, e dove piú si saria convenuto, l'esemplo e l'opere delle savie cittá non imitasti, amenda al presente, seguendole. Niuna delle sette predette fu che o vera o fittizia sepultura non facesse ad Omero. E chi dubita che i mantovani, li quali ancora in Piettola onorano la povera casetta e i campi che fûr di Virgilio, non avessero a lui fatta onorevole sepoltura, se Ottaviano Augusto, il quale da Brandizio a Napoli le sue ossa avea trasportate, non avesse comandato quello luogo dove poste l'avea, volere loro essere perpetua requie? Sermona niun'altra cosa pianse lungamente, se non che l'isola di Ponto tenga in certo luogo il suo Ovidio; e cosí di Cassio Parma si rallegra tenendolo. Cerca tu adunque di volere essere del tuo Dante guardiana; raddomandalo; mostra questa umanitá, presupposto che tu non abbi voglia di riaverlo; togli a te medesima con questa fizione parte del biasimo per adietro acquistato. Raddomandalo. Io son certo ch'egli non ti fia renduto; e a una ora ti sarai mostrata pietosa, e goderai, non riavendolo, della tua innata crudeltá. Ma a che ti conforto io? Appena che io creda, se i corpi morti possono alcuna cosa sentire, che quello di Dante si potesse partire di lá dove è, per dovere a te tornare. Egli giace con compagnia troppo piú laudevole che quella che tu gli potessi dare. Egli giace in Ravenna, molto piú per etá veneranda di te; e comeché la sua vecchiezza alquanto la renda deforme, ella fu nella sua giovanezza troppo piú florida che tu non se'. Ella è quasi un generale sepolcro di santissimi corpi, né niuna parte in essa si calca, dove su per reverendissime ceneri non si vada. Chi dunque disidererebbe di tornare a te per dovere giacere fra le tue, le quali si può credere che ancora servino la rabbia e l'iniquitá nella vita avute, e male concorde insieme si fuggano l'una da l'altra, non altramenti che facessero le fiamme de' due tebani? E comeché Ravenna giá quasi tutta del prezioso sangue di molti martiri si bagnasse, e oggi con reverenzia servi le loro reliquie, e similemente i corpi di molti magnifici imperadori e d'altri uomini chiarissimi e per antichi avoli e per opere virtuose, ella non si rallegra poco d'esserle stato da Dio, oltre a l'altre sue dote, conceduto d'essere perpetua guardiana di cosí fatto tesoro, come è il corpo di colui, le cui opere tengono in ammirazione tutto il mondo, e del quale tu non ti se' saputa far degna. Ma certo egli non è tanta l'allegrezza d'averlo, quanta la invidia ch'ella ti porta che tu t'intitoli della sua origine, quasi sdegnando che dove ella sia per l'ultimo dí di lui ricordata, tu allato a lei sii nominata per lo primo. E perciò con la tua ingratitudine ti rimani, e Ravenna de' tuoi onori lieta si glori tra' futuri.

XIX

BREVE RICAPITOLAZIONE

Cotale, quale di sopra è dimostrata, fu a Dante la fine della vita faticata da' vari studi; e, percioché assai convenevolemente le sue fiamme, la familiare e la publica sollecitudine e il miserabile esilio e la fine di lui mi pare avere secondo la mia promessa mostrate, giudico sia da pervenire a mostrare della statura del corpo, dell'abito, e generalmente de' piú notabili modi servati nella sua vita da lui; da quegli poi immediatamente vegnendo all'opere degne di nota, compilate da esso nel tempo suo, infestato da tanta turbine quanta di sopra brievemente è dichiarata.

XX

FATTEZZE E COSTUMI DI DANTE

Fu adunque questo nostro poeta di mediocre statura, e, poi che alla matura etá fu pervenuto, andò alquanto curvetto, ed era il suo andare grave e mansueto, d'onestissimi panni sempre vestito in quell'abito che era alla sua maturitá convenevole. Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso. Per la qual cosa avvenne un giorno in Verona, essendo giá divulgata pertutto la fama delle sue opere, e massimamente quella parte della sua _Comedia_, la quale egli intitola _Inferno_, ed esso conosciuto da molti e uomini e donne, che, passando egli davanti a una porta dove piú donne sedevano, una di quelle pianamente, non però tanto che bene da lui e da chi con lui era non fosse udita, disse all'altre donne:--Vedete colui che va nell'inferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di coloro che lá giú sono?--Alla quale una dell'altre rispose semplicemente:--In veritá tu déi dir vero: non vedi tu com'egli ha la barba crespa e il color bruno per lo caldo e per lo fummo che è lá giú?--Le quali parole udendo egli dir dietro a sé, e conoscendo che da pura credenza delle donne venivano, piacendogli, e quasi contento ch'esse in cotale opinione fossero, sorridendo alquanto, passò avanti.

Ne' costumi domestici e publici mirabilmente fu ordinato e composto, e in tutti piú che alcun altro cortese e civile.

Nel cibo e nel poto fu modestissimo, sí in prenderlo all'ore ordinate e sí in non trapassare il segno della necessitá, quel prendendo; né alcuna curiositá ebbe mai piú in uno che in uno altro: li dilicati lodava, e il piú si pasceva di grossi, oltremodo biasimando coloro, li quali gran parte del loro studio pongono e in avere le cose elette e quelle fare con somma diligenzia apparare; affermando questi cotali non mangiare per vivere, ma piú tosto vivere per mangiare.

Niuno altro fu piú vigilante di lui e negli studi e in qualunque altra sollecitudine il pugnesse; intanto che piú volte e la sua famiglia e la donna se ne dolfono, prima che, a' suoi costumi adusate, ciò mettessero in non calere.

Rade volte, se non domandato, parlava, e quelle pesatamente e con voce conveniente alla materia di che diceva; non pertanto, lá dove si richiedeva, eloquentissimo fu e facundo, e con ottima e pronta prolazione.

Sommamente si dilettò in suoni e in canti nella sua giovanezza, e a ciascuno che a que' tempi era ottimo cantatore o sonatore fu amico e ebbe sua usanza; e assai cose, da questo diletto tirato compose, le quali di piacevole e maestrevole nota a questi cotali facea rivestire.

Quanto ferventemente esso fosse ad amor sottoposto, assai chiaro è giá mostrato. Questo amore è ferma credenza di tutti che fosse movitore del suo ingegno a dovere, prima imitando, divenir dicitore in volgare; poi, per vaghezza di piú solennemente mostrare le sue passioni, e di gloria, sollecitamente esercitandosi in quella, non solamente passò ciascuno suo contemporaneo, ma in tanto la dilucidò e fece bella, che molti allora e poi di dietro a sé n'ha fatti e fará vaghi d'essere esperti.

Dilettossi similemente d'essere solitario e rimoto dalle genti, accioché le sue contemplazioni non gli fossero interrotte; e se pure alcuna che molto piaciuta gli fosse ne gli veniva, essendo esso tra gente, quantunque d'alcuna cosa fosse stato addomandato, giammai infino a tanto che egli o fermata o dannata la sua imaginazione avesse, non avrebbe risposto al dimandante: il che molte volte, essendo egli alla mensa, ed essendo in cammino con compagni, e in altre parti, domandato, gli avvenne.

Ne' suoi studi fu assiduissimo, quanto è quel tempo che ad essi si disponea, in tanto che niuna novitá che s'udisse, da quegli il poteva rimuovere. E, secondo che alcuni degni di fede raccontano di questo darsi tutto a cosa che gli piacesse, egli, essendo una volta tra l'altre in Siena, e avvenutosi per accidente alla stazzone d'uno speziale, e quivi statogli recato uno libretto davanti promessogli, e tra' valenti uomini molto famoso, né da lui stato giammai veduto, non avendo per avventura spazio di portarlo in altra parte, sopra la panca che davanti allo speziale era, si pose col petto, e, messosi il libretto davanti, quello cupidissimamente cominciò a vedere. E comeché poco appresso in quella contrada stessa, e dinanzi da lui, per alcuna general festa de' sanesi si cominciasse da gentili giovani e facesse una grande armeggiata, e con quella grandissimi romori da' circustanti (sí come in cotal casi con istrumenti vari e con voci applaudenti suol farsi), e altre cose assai v'avvenissero da dover tirare altrui a vedersi, sí come balli di vaghe donne e giuochi molti di giovani; mai non fu alcuno che muovere quindi il vedesse, né alcuna volta levare gli occhi dal libro: anzi, postovisi quasi a ora di nona, prima fu passato vespro, e tutto l'ebbe veduto e quasi sommariamente compreso, che egli da ciò si levasse; affermando poi ad alcuni, che il domandavano come s'era potuto tenere di riguardare a cosí bella festa come davanti a lui s'era fatta, sé niente averne sentito; per che alla prima maraviglia non indebitamente la seconda s'aggiunse a' dimandanti.

Fu ancora questo poeta di maravigliosa capacitá e di memoria fermissima e di perspicace intelletto, intanto che, essendo egli a Parigi, e quivi sostenendo in una disputazione _de quolibet_ che nelle scuole della teologia si facea, quattordici quistioni da diversi valenti uomini e di diverse materie, con gli loro argomenti pro e contra fatti dagli opponenti, senza mettere in mezzo raccolse, e ordinatamente, come poste erano state, recitò; quelle poi, seguendo quello medesimo ordine, sottilmente solvendo e rispondendo agli argomenti contrari. La qual cosa quasi miracolo da tutti i circustanti fu reputata.

D'altissimo ingegno e di sottile invenzione fu similmente, sí come le sue opere troppo piú manifestano agl'intendenti che non potrebbono fare le mie lettere.

Vaghissimo fu e d'onore e di pompa per avventura piú che alla sua inclita virtú non si sarebbe richiesto. Ma che? qual vita è tanto umile, che dalla dolcezza della gloria non sia tócca? E per questa vaghezza credo che oltre a ogni altro studio amasse la poesia, veggendo, comeché la filosofia ogni altra trapassi di nobiltá, la eccellenzia di quella con pochi potersi comunicare, e esserne per lo mondo molti famosi: e la poesia piú essere apparente e dilettevole a ciascuno, e li poeti rarissimi. E perciò, sperando per la poesí allo inusitato e pomposo onore della coronazione dell'alloro poter pervenire, tutto a lei si diede e istudiando e componendo. E certo il suo disiderio veniva intero, se tanto gli fosse stata la fortuna graziosa, che egli fosse giammai potuto tornare in Firenze, nella quale sola sopra le fonti di San Giovanni s'era disposto di coronare; accioché quivi, dove per lo battesimo aveva preso il primo nome, quivi medesimo per la coronazione prendesse il secondo. Ma cosí andò che, quantunque la sua sufficienzia fosse molta, e per quella in ogni parte, ove piaciuto gli fosse, avesse potuto l'onore della laurea pigliare (la quale non iscienzia accresce, ma è dell'acquistata certissimo testimonio e ornamento); pur, quella tornata, che mai non doveva essere, aspettando, altrove pigliar non la volle; e cosí, senza il molto disiderato onore avere, si morí. Ma, percioché spessa quistione si fa tra le genti, e che cosa sia la poesí e che il poeta, e donde sia questo nome venuto e perché di lauro sieno coronati i poeti, e da pochi pare essere stato mostrato; mi piace qui di fare alcuna transgressione, nella quale io questo alquanto dichiari, tornando, come piú tosto potrò, al proposito.

XXI

DIGRESSIONE SULL'ORIGINE DELLA POESIA

La prima gente ne' primi secoli, comeché rozzissima e inculta fosse, ardentissima fu di conoscere il vero con istudio, sí come noi veggiamo ancora naturalmente disiderare a ciascuno. La quale veggendo il cielo muoversi con ordinata legge continuo, e le cose terrene avere certo ordine e diverse operazioni in diversi tempi, pensarono di necessitá dovere essere alcuna cosa, dalla quale tutte queste cose procedessero, e che tutte l'altre ordinasse, sí come superiore potenzia da niun'altra potenziata. E, questa investigazione seco diligentemente avuta, s'immaginarono quella, la quale «divinitá» ovvero «deitá» nominarono, con ogni cultivazione, con ogni onore e con piú che umano servigio esser da venerare. E perciò ordinarono, a reverenza del nome di questa suprema potenzia, ampissime ed egregie case, le quali ancora estimarono fossero da separare cosí di nome, come di forma separate erano, da quelle che generalmente per gli uomini si abitavano; e nominaronle «templi». E similmente avvisarono doversi [ordinar] ministri, li quali fossero sacri e, da ogni altra mondana sollecitudine rimoti, solamente a' divini servigi vacassero, per maturitá, per etá e per abito, piú che gli altri uomini, reverendi; gli quali appellarono «sacerdoti». E oltre a questo, in rappresentamento della immaginata essenzia divina, fecero in varie forme magnifiche statue, e a' servigi di quella vasellamenti d'oro e mense marmoree e purpurei vestimenti e altri apparati assai pertinenti a' sacrifici per loro istabiliti. E, accioché a questa cotale potenzia tacito onore o quasi mutolo non si facesse, parve loro che con parole d'alto suono essa fosse da umiliare e alle loro necessitá rendere propizia. E cosí come essi estimavano questa eccedere ciascuna altra cosa di nobilitá, cosí vollono che, di lungi da ogni plebeio o publico stilo di parlare, si trovassero parole degne di ragionare dinanzi alla divinitá, nelle quali le si porgessero sacrate lusinghe. E oltre a questo, accioché queste parole paressero aver piú d'efficacia, vollero che fossero sotto legge di certi numeri composte, per li quali alcuna dolcezza si sentisse, e cacciassesi il rincrescimento e la noia. E certo, questo non in volgar forma o usitata, ma con artificiosa ed esquisita e nuova convenne che si facesse. La qual forma li greci appellano «_poetes_»; laonde nacque, che quello che in cotale forma fatto fosse s'appellasse «_poesis_»; e quegli, che ciò facessero o cotale modo di parlare usassono, si chiamassero «poeti».

Questa adunque fu la prima origine del nome della poesia, e per consequente de' poeti, comeché altri n'assegnino altre ragioni, forse buone: ma questa mi piace piú.