Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 1

Part 16

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E, oltre a questo, questa bestia è maravigliosamente vaga del sangue del becco. Intorno alla qual cosa si dee intendere in questo dimostrarsi l'appetito corrotto di coloro li quali in questa bruttura si mescolano: percioché, sí come il becco è lussuriosissimo animale, cosí, per l'usare questo vizio, piú lussurioso si diviene. Per la qual cosa alcuni miseramente, credendosi in cotal guisa sviluppare, non accorgendosene, s'inviluppano; percioché non questo, come gli altri vizi, per continuo combattimento si vince, ma per fuggire: il che ottimamente dimostrarono i poeti nella scrizione della battaglia d'Ercule e d'Anteo. E, oltre a ciò, il becco è fiatoso animale e olido, del quale questa bestia si diletta: in che si dimostra la vaghezza dei libidinosi intorno al fiatoso e abbominevole atto venereo, il quale è intanto al naso e agli occhi noioso e allo 'ntelletto umano, che se non fosse che la natura ha in quello posto maraviglioso diletto, accioché l'umana specie per non generare non venga meno, io sono d'opinione che ciascuno come fastidiosissima cosa il fuggirebbe. E la dilettazione, la quale questa bestia ha del sangue del becco, assai chiaro dimostra l'appetito che ciascuna delle parti di quegli, che a questa turpitudine si congiungono, hanno del fine di quello disonesto atto; nel quale il sangue de' miseri dannosamente tante volte, quante per altro che per generare si versa, non meno biasimevolmente, che se in una fetida sentina si gittasse, si perde. Senza che, per questo i nervi indeboliscono, il veder ne raccorcia, i membri ne diventan tremuli, e la nodosa podagra, con gravissima noia di chi l'ha, tiene tutto il corpo quasi immobile e contratto; e cosí non solamente se n'offende Iddio, ma ancora se ne guastano i miseri la persona. Per questo convenne a Gaio Antonio, poste giú l'armi, militare con l'animo dietro a Catellina; e, come che piú non me ne ridica or la memoria, non è da dubitare che i passati secoli non ne sieno stati cosí copiosí come veggiamo l'odierno.

Ultimamente dissi questo animale essere crudele, per la qual crudeltá è da intendere la crudeltá di questo peccato, il quale quegli, che piú con lui si dimesticano e congiungono, le piú delle volte conduce a crudelissime spezie di morte. Quanti robusti giovani, quante vaghe donne, mentre senz'alcun freno questo disonesto diletto hanno seguito, hanno giá la lor morte, dopo faticosa infermitá, avacciata? Quanti ancora, non potendo sofferire né por modo al loro fervente disiderio di pervenire a quello, hanno se medesimi disonestamente disfatti? Il non potere aspettare Demofonte, suo amico, condusse Fillide ad impiccarsi. La miseria di questo vizio diede ad Artabano medo vittoria sopra Sardanapalo. E qual porco crederem noi che uccidesse Adone altro che il soperchio coito con Venere, reina di Cipri, sua moglie?

Bene adunque si può questa bestia dire essere la concupiscenza carnale, la quale, lusinghevole insino alla morte, con tutte quelle mortali dolcezze ch'ella porge, facendosi incontro alla sensualitá umana, qualora l'animo, riconosciuta la tristizia di quella, da essa partir si vuole e alle divine cose tornarsi, con non piccola forza s'ingegna di ritenerlo, non partendoglisi dinanzi dal volto; quasi voglia dire: rammemorando tutte quelle persone che giá sono state amate, tutti quegli atti, tutte le parole che giá sono state piaciute; le lagrime, la promessa fede, i rotti sacramenti con pietoso aspetto ricordandogli; con false dimostrazioni suadendogli che questa castitá, questo proponimento riserbi agli anni vecchi, e non voglia ora perdere quello che mai non dee potere recuperare. Con li quali conforti, e altri molti a questi simiglianti, nel quarto dell'_Eneida_ mostra Virgilio essersi Didone ingegnata di ritenere Enea e dalla gloriosa impresa rivolgerlo, come giá assai dal buon principio hanno rivolti al doloroso fine d'eterna perdizione.

Questa adunque si parò davanti al nostro autore, per doverlo fare nelle abbandonate tenebre ritornare; il quale dall'ora del tempo e dalla dolce stagione prese speranza di vincere questo vizio oppostosi alla sua salute. Per la quale ora del principio del dí credo sia da prendere l'ora o 'l tempo nel quale Cristo prese carne umana; il quale prender di carne, fu senza alcun dubbio il principio della nostra salute il principio della riconciliazione del nostro signore Iddio con la nostra umanitá, il principio del tempo accettevole, il quale per tante migliaia d'anni fu aspettato. E questo, percioché in quel proprio dí fu, cioè di venticinque di marzo, nel quale, sí come apparirá appresso, il nostro autore dice sé essere risentito dal sonno mortale. E cosí vuole adunque l'autore darne a vedere che, di ciò ricordandosi, prendesse buona speranza della misericordia di Colui, senza la quale non si puote avere d'alcun vizio vittoria. La stagione del tempo similmente gli die' buona speranza, conoscendo che in quella stagione era cominciato il tempo della grazia, e aperta la via alla nostra salute, lungamente stata serrata, ed il nemico della umana generazione abbattuto: per che sperar si dovea di poter similmente abbattere i suoi ministri.

La seconda bestia, la qual si fece incontro al nostro autore, fu un leone, il quale dissi essere inteso per la superbia, alla quale, come egli si confaccia, ne mostreranno alcune delle sue proprietá, a quelle del vizio poi equiparate. È il lione non solamente audace ma temerario; e appresso è rapace e soprastante; ed è ancora altisono nel ruggir suo, intanto che egli spaventa le bestie circunvicine che l'odono: e, come che assai piú ce n'abbia, queste tre bastino a mostrare per lui ottimamente potersi intendere il vizio della superbia.

Dissi adunque il lione essere non solamente audace ma temerario; percioché, senza misurare le forze sue, non è alcuno animale sí forte (che ne sono assai piú forti di lui), il quale egli non presuma d'assalire; di che egli talvolta con gran suo danno è ributtato indietro. Ed Aristotile nel terzo dell'_Etica_, lá dove parla della fortezza, dice che l'esser temerario è vizio, in quanto il temerario presume, oltre alle sue forze, quello che a lui non s'appartiene. E questo vizio è il presumere alcuno di combattere con due o con tre o con piú; conciosiacosaché ciascuno debba credere uno poter quanto un altro, e con quell'uno mettersi a combattere è ardire e segno di fortezza; dove l'andar contro a piú, potendogli schifare, è temeritá. In questo l'uomo superbo è simigliante al leone, percioché il disiderio del superbo è tanto di parer quello che egli non è, che cosa non è alcuna sí grave, che egli non presuma di fare, quantunque a lui non si convenga, sol che egli creda per quello essere reputato magnanimo. E questa cechitá ha giá messo in distruzione molti regni, molte province e molte genti; questa fu cagione al primo agnolo d'esser cacciato di paradiso con tutti i suoi seguaci; questa fu cagione a Capaneo d'esser fulminato e gittato dalle mura di Tebe in terra; questa fu cagione a Golia d'essere ucciso da David, come la Scrittura ne dice.

Dissi ancora che il lione era rapace e soprastante: la qual cosa è quanto piú può propria del superbo, al quale, quantunque ricco sia, non soffera l'animo d'esser contento al suo, ma continuamente prieme e oppressa i minori, ruba l'avere, occupa le possessioni, batte e ferisce i resistenti, e in ciascun suo atto è violento e pieno d'ogni nequizia, e in ogni cosa vuol soprastare agli altri, estimando per questo lo stato suo divenir maggiore, esser piú temuto e di piú eccellente animo reputato. La qual cosa condusse Giugurta, re di Numidia, ad essere del sasso Tarpeio gittato nel Tevero; e Iezzabel ad essere della torre sospinta, e da' cavalli e da' carri e dagli uomini scalpitata, e divenir loto e sterco della vigna di Nabaoth: e Antioco re d'Asia e di Siria essere oltre al monte Tauro da' romani rilegato.

Similemente dissi che il leone era altisono nel ruggir suo e ch'egli spaventa le bestie circunstanti; il che Amos profeta dice: «_Leo rugiet, quis non timebit?_». Al qual romore il vizio della superbia è evidentissimamente simigliante, in quanto l'uomo superbo sempre usa parole altiere, spaventevoli e oltraggiose in ogni suo fatto; sempre parla di sé e de' suoi gran fatti, e dilettasi e vuole che altri ne parli; quello estimando d'essere che i paurosi ragionano per piacergli. Per la qual bestialitá, Nabucdonosor, di se medesimo per divina operazione ingannato, lasciato il solio reale, n'andò a pascer l'erbe ne' boschi; Simon mago cadde d'aria e fiaccossi la coscia; Roboam, re de' giudei, de' dodici tribi d'Israel ne perdé nove.

Le quali cose sanamente considerate, assai aperto dimostrano noi dover potere per lo leone, al nostro autore apparito, intendere il vizio della superbia, la quale all'uomo, che da lei e dall'altre nequizie si vuol partire e tornare nel cammino delle virtú, si para dinanzi agli occhi della mente, non lusingandolo, ma spaventandolo, col mostrargli che, dove egli la sua maggioranza, il suo altiero stato abbandoni, egli diverrá un menomo plebeio; né sará mai ad alcuna gran cosa chiamato, e intra' suoi di niuna reputazione avuto, sará dispettato, e da coloro, li quali esso ha giá premuti, offeso e scalpitato, rubato e spogliato; e, se egli ancora del suo stato scende, non vi potrá, quando vorrá, risalire. [Para ancora la gloria della preminenza, la potenza del levare in alto e d'abbassare secondo il suo volere, la pompa degli onori, e simili cose assai.] Le quali cose senza alcun dubbio hanno molto a muovere le tenere menti e a renderle timide di cadere, e per conseguente a farle ritirare indietro dalla laudevole impresa. Ma a queste due, dice l'autore essere ancora ad impedire il suo cammino sopravvenuta una lupa, e quella, piú che l'altre due, averlo spaventato e ripintolo indietro.

La terza bestia, che davanti all'autore si parò, fu una lupa, fiero animale e orribile, il quale, come davanti dissi, è inteso per l'avarizia, con la quale come costei si convenga, come nell'altre due abbiam fatto, alcune delle sue proprietá prese, e con quelle del vizio conformatole, il mostreranno. Manifesta cosa è la lupa essere animale famelico e bramoso sempre; appresso, quando quel tempo viene, nel quale ella è atta a dovere concépere, avendo molti lupi dietro continuamente, a quello il quale piú misero di tutti le pare, gli altri schifati, si concede; e, oltre a ciò, il lupo è animale sospettissimo, continuo si guarda d'intorno, e quasi in parte alcuna non si rende sicuro, credo dalla coscienza sua medesima accusato.

Dico adunque la lupa essere famelico e bramoso animale, e quel medesimo essere l'uomo avaro; percioché, quantunque l'uomo avaro abbia quello che gli bisogna, onestamente e in qualunque guisa ragunato, forse con molta sollecitudine e gran suo pericolo, non sta a quel contento; ma, da maggior cupiditá acceso e da nuova sete stimolato, in ciascun suo esercizio piú che mai si mostra affamato; e, per sodisfare a questa insaziabile fame, niun pericolo è, niuna disonestá, niuna falsitá o altra nequizia, nella qual'e' non si mettesse. Per la qual cosa Virgilio, nel terzo dell'_Eneida_, fieramente la sgrida, dicendo:

_... Quid non mortalia pectora cogis, auri sacra fames?_

Secondariamente il vizio dell'avarizia si mette in uomini cattivi e pusillanimi; il che appare, in quanto in alcun valente uomo o magnanimo non si vede giammai; e che essi sieno cosí, le loro operazioni il dimostrano. Metterassi l'avaro in una piccola casetta, e in quella, in continua dieta per non spendere, dimorando senza muoversi, dieci e venti anni presterá ad usura, vestirá male e calzerá peggio, rifiuterá gli onori per non onorare, e, dove egli dovrebbe de' suoi acquisti esser signore, esso diventa de' suoi tesori vilissimo servo; e, quanto maggiore strettezza fa del suo, tanto tien gli occhi piú diritti all'altrui. Sempre è pieno di rammarichii, sempre dice sé esser povero, e mostrasi; e, brievemente, facendosi dei beni della fortuna tristissima parte, quanto l'animo suo sia piccolo e misero manifestamente dimostra. Nelle quali cose si può comprendere l'avarizia accompagnarsi con la piú misera condizione d'uomini che si trovi, come la lupa col piú tristo de' lupi si congiugne.

Appresso questo, dissi il lupo essere sospettoso animale: la qual cosa esser l'avaro, i suoi costumi il dimostrano. Esso con alcun suo amico non comunica la quantitá de' suoi beni, sospicando non la gran quantitá palesata gli generi agguati o invidia. E, oltre a ciò, niuna fede presta all'altrui parole; sempre suspica che viziatamente gli sia parlato per sottrargli alcuna cosa; in niuna parte estima essere assai sicuro, e di ciascuno, che guarda la porta della sua casa, teme non per doverlo rubare la riguardi. Alcun sonno non puote avere intero, né riposata alcuna notte; ogni piccol movimento di qualunque menomo animale suspica non andamento sia di ladroni; e, non fidandosi delle casse ferrate, i suoi danari fida alle cave e fosse sotterranee. Chi potrebbe assai pienamente narrare i sospetti de' miseri avari, li quali tutti in sé convertono i lacciuoli, li quali giá hanno tesi ad altrui?

E perciò, dovendo bastare quello che detto n'è, credo assai convenientemente l'avarizia o l'avaro convenirsi alla lupa, la quale piena di spavento si para davanti a colui, il quale i disonesti guadagni e l'altre men che buone opere vuole lasciare, per dovere in miglior via ritornare. E nel cuore gli mette cotali pensieri:--Che fai tu, misero? ove vuo' tu andare? da qual parte comincerai tu a rendere i furti, le ruberie e le baratterie e i denari in mille modi male acquistati? vuo' tu lasciare quello che tu hai, per quello che tu non sai se tu l'avrai? vuo' tu avere tanta fatica, tanto tempo perduto, quanto tu hai messo in ragunare? vuo' tu venire alla mercé degli uomini? come faranno i figliuoli tuoi? vuogli tu vedere morir di fame? come fará la tua bella donna, e tu, misero, come farai? Tu diventerai favola del vulgo, tu sarai schernito, e non sará chi ti voglia vedere né udire. Tu puoi ancora indugiare; ogni volta, eziandio morendo, puo' tu lasciare il tuo a coloro da' quali tu l'hai avuto. Egli sará il meglio che tu attenda a guadagnare.--

E con questa e con simili dimostrazioni, che il misero fa per sudducimento e opera del dimonio, il quale alla nostra salute sempre s'oppone quanto può, spesse volte siamo frastornati; e, avuta poco a prezzo la grazia di Dio, nella nostra miseria ricaggiamo, e per conseguente in eterna perdizione ruiniamo. Né a guardarcene mai c'induce l'etá piena d'anni; percioché, quantunque gli altri vizi invecchino con gli uomini, solo l'avarizia inringiovenisce. E di ciò furono verissimi testimoni Tantalo, Mida e Crasso, li quali, morendo, prima lei abbandonarono che essa da loro, vivendo, fosse abbandonata.

[Poterono adunque questi vizi essere all'autore in singularitá cagione di resistenza e di paura. Ma che direm noi, in generalitá, che questi tre animali significhino in altri assai, che, dal vizio partendosi, vogliono alla virtú ritornare? Nulla altra cosa m'occorre, alla quale queste tre bestie si possano meglio adattare, che sia quello il che è a tutti comune, che alli tre nostri principali nemici, cioè la carne, il mondo, il diavolo; e per la carne intender la lonza, per lo mondo il leone, e 'l diavolo per la lupa. Questi tre continuamente vegghiano e stanno intenti alla nostra dannazione. La carne ne lusinga con la dolcezza de' diletti temporali, sotto a' quali è nascoso il veleno infernale, il qual noi, come il pesce con l'ésca piglia l'amo, cosí quasi sempre co' diletti prendiamo, e, di ciò velenati, miseramente moiamo. Per la qual cosa il nostro Salvador n'ammaestra e sollecita di stare attenti a non lasciarci ingannare, quando dice: «_Vigilate, et orate: spiritus quidem promptus, caro autem infirma_». E san Paolo similemente ne rende avveduti e cauti, quando dice: «_Spiritus concupiscit adversus carnem, et caro adversus spiritum_»; vogliendone per questo ammaestrare che noi siamo e avveduti e forti a resistere alle tentazioni carnali. Il simigliante fa il mondo: questi ne para dinanzi gli splendor suoi, gl'imperi, i regni, le province, gli stati e la pompa secolare, gli onori e la peritura gloria; nascondendo sotto la sua falsa luce i tradimenti, le violenze, gl'inganni, le guerre, l'uccisioni, l'invidie e i furori e i cadimenti e altre cose assai, senza le quali né pigliare né tenere si possono queste preeminenze, questi fulgori, queste grandezze temporali: le quali tutte, e ciascuna, n'ha a privare di pace e di riposo e della eterna beatitudine. Susseguentemente il dimonio, rapacissimo ed insaziabile divoratore, pieno d'ingegno e d'avvedimento nel male adoperare, ne minaccia e spaventa di ruine, di tempeste, di tribulazioni, se della sua via usciremo; attorniandoci sempre con agguati, non forse da quelle volessimo deviare. E in tanta ansietá con le sue dimostrazioni assai volte ci reca, che, toltoci lo sperare della divina misericordia, a volontaria morte c'induce: e cosí impedisce tanto chi vuole alla via della veritá ritornare, che egli nelle tenebre eterne il conduce. E queste sono le paure, questi sono gl'impedimenti e le noie che preparate e date da' nostri nemici ne sono, e il nostro ben volere adoperare impedito e frastornato, come nella corteccia della lettera l'autore ne dimostra.]

«Mentre ch'io ruinava in basso loco». Nella precedente parte di questo canto è stato dimostrato, per opera della divina grazia il peccatore aver conosciuto il suo stato, e disiderar d'uscir di quello, e tornare alla via della veritá, da lui per lo mentale sonno smarrita; e, oltre a ciò, quali sieno le cose le quali il suo tornare alla diritta via impediscono: in questa parte dimostra il divino aiuto al suo scampo mandatogli, accioché, schifato lo 'mpedimento delli detti vizi, esso possa quel cammin prendere e seguire che opportuno è alla sua salute. E come questo mandato gli fosse, piú distintamente si mostrerá nel canto seguente. E, percioché, come noi per esperienza veggiamo, coloro i quali delle infermitá si lievano, esser deboli e male atanti della persona; cosí creder dobbiamo esser l'anima, la quale dalla infermitá del peccato levandosi, s'ingegna di tornare alla sua sanitá. E, come il nostro corpo infermo, senza l'aiuto d'alcun bastone sostener non si puote, né muoversi ad alcuno atto utile; cosí l'anima nostra, dal peccato vinta e stanca, senza alcuno aiuto della divina clemenza non può cosa alcuna aoperare in sua salute. E perciò intende qui l'autore di mostrarci come Iddio, il quale ha sempre gli occhi della sua pietá diritti a' nostri bisogni, ne mandi la sua seconda grazia, cioè la cooperante, con l'aiuto e colla dimostrazione della quale noi prendiam forza e noi medesimi ordiniamo; e, riconosciute con piú avvedimento le nostre colpe, nel timor di Dio torniamo, e della terza grazia, perseverando, ci facciam degni, e quindi della quarta.

Le quali cose in questa parte l'autore sotto il velame de' suoi versi intende, sentendo per Virgilio questa seconda grazia cooperante; e lui prende come sofficiente, sí per discrezione, e sí per iscienza, e sí ancora per laudevoli costumi atto a tanto uficio; e, oltre a ciò, percioché Virgilio, quantunque con altro senso, in parte trattò quella medesima materia, la quale egli intende di trattare; e ancora, percioché il trattato dee essere poetico, era piú conveniente un poeta che alcuno altro sublime uomo; e però prese lui, piú tosto che alcun altro, percioché egli tra' latini ottiene il principato.

E costui, dice, gli apparve «nel gran diserto», cioè in quella parte dove l'anima sua, timida di non essere dalle lusinghe e dagli spaventamenti de' suoi viziosi pensieri ritirata nel profondo delle miserie, del quale del tutto era disposto d'uscire, si ritrovava senza consiglio alcuno e senza conforto.

Ed è in questa parte da intendere in questa forma: che Virgilio, lá dove bisogno será, nella presente opera s'intenda per la ragione a noi conceduta da Dio, e per la quale noi siamo chiamati «animali razionali»; percioché la ragione è quella parte dell'uomo, nella quale si dee credere questa seconda grazia ricevere e abitare, conciosiacosaché essa ne sia da Dio data non solamente a cooperare con l'altre nostre potenze animali e intellettive, ma a dirizzare e a guidare ogni nostra operazione in bene. La qual cosa ella fa, mossa e ammaestrata dalla divina grazia, quante volte è da noi lasciata esser donna e imperadrice de' nostri sensi; ma, quando la sensualitá, per le nostre colpe, la caccia del luogo suo e signoreggia ella, la ragion tace e diventa mutola, non comanda, non dispon piú secondo il suo consiglio le nostre operazioni. E, percioché sotto i piedi della sensualitá era nell'autore lungo tempo giaciuta, si può dire che nel primo muover delle sue parole paresse «fioca».

Questa adunque, come il disiderio della virtú torna, abbattuta la sensualitá, risurge e torna nella sua sedia e manifestasi alla destituta anima, constituta «nel diserto», cioè nel luogo d'ogni virtú, d'ogni buona operazione, vacuo, pronta e apparecchiata ad ogni sua opportunitá: [e, avanti ad ogni altra cosa, fa in se medesima maravigliar l'anima riconosciuta; per che, lasciando di salire a Cristo, il quale è principio e cagione d'intera beatitudine, si lascia dallo spaventamento dei vizi sospignere allo 'nferno. Della qual cosa segue che la ragione, mostrandole apertamente che cosa sia l'avarizia, e qual sia il fine suo, cioè che dalla liberalitá, la quale è morale e laudevole virtú, ella fia scacciata, superata e vinta, e in inferno rimessa lá onde il diavolo, per invidia della gloriosa vita promessa all'umana generazione, la trasse e menolla nel mondo, accioché per la sua opera, l'anime, create ad essere beate, fossero laggiú traboccate, onde ella era stata menata]. E di questo séguita che, poiché, per lo impedimento dei vizi, quella via piú propinqua di salire a Dio gli era tolta, che a lui conveniva, e a ciascun convenirsi che vuole uscir della via del peccato e a Dio ritornarsi, seguire la ragione, dimostratrice della veritá, a vedere que' luoghi che nel testo si leggono.

Intorno alla qual cosa è da sapere non essere senza misterio, volendo uscire dello stato della miseria e ritornar nella grazia, tenere il cammino che la ragion dimostra all'autore convenirsi tenere. E la ragione può esser questa: opportuno è a ciascuno, il quale vuol fare quello che detto è, primieramente conoscere le colpe sue; alle quali, conosciute, e veduto come dalla giustizia di Dio siano quelle colpe punite, non è dubbio seguire nell'anima ben disposta il timor di Dio, il quale è principio della sapienza, come il salmista ne dice. Questo timore di Dio incontanente fa seguire nelle nostre menti contrizione e pentimento delle cose non ben fatte; dalla quale, secondo che la censura ecclesiastica ne dimostra, si viene [alla confessione, e da quella] alla satisfazione, dopo la quale si sale alla gloria, come possiamo ordinatamente comprendere, nel cammino che il nostro autore tiene, seguire. E tutte queste cose, insino al salire alla gloria, ne può la nostra ragion dimostrare; percioché tutti sono atti civili e morali e reduttibili agli spirituali.