Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 1

Part 14

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«E vederai color che son contenti Nel fuoco», della penitenza; e dice «contenti», percioché quella penitenza, che non si facesse con contentamento d'animo di colui che la facesse, non varrebbe alcuna cosa a salute; «perché speran di venire, Quando che sia», finito il tempo della penitenzia, «alle beate genti. Alle quali» beate genti, «se tu vorrai salire», però che sono in cielo, «Anima fia a ciò di me piú degna: [Con lei ti lascerò nel mio partire». E questa fia quella di Stazio poeta, con la quale egli poscia il lasciò in su la sommitá del monte di purgatorio, sopra la riva del fiume di Lete, come nel trentesimo canto del _Purgatorio_ si legge.] «Ché quello imperador», cioè Iddio, «che lassú», cioè in cielo, «regna, Perch'io fui ribellante», non seguendola, «alla sua legge», a' suoi comandamenti, «Non vuol che in sua cittá», in paradiso, «per me si vegna. In tutte parti impera», comandando, «e quivi», nel cielo empireo, «regge: Quivi è la sua cittá», nel cielo, «e l'alto seggio», reale. «O felice colui, cui quivi elegge!», per abitatore di quello, come i beati sono.--

«Io cominciai:--Poeta». In questa quinta particella l'autore, udito il consiglio di Virgilio, e approvandolo, lo scongiura che quivi il meni, dicendo: «io ti richieggio, Per quello Iddio», cioè Gesú Cristo, «che tu non conoscesti, Accioch'io fugga questo male», cioè il pericolo nel quale al presente sono, «e peggio», cioè la morte, «Che tu mi meni lá ove or dicesti», cioè in inferno e in purgatorio, «Sí ch'i' vegga la porta di san Pietro», cioè la porta del purgatorio, dove sta il vicario di san Piero: «Con quelli i quai tu fai», cioè di' essere, «cotanto mesti», cioè dolorosi, dannati alle pene eterne.--

«Allor si mosse», entrando nel cammino dimostrato; ed è atto d'uomo disposto a quello di che è richiesto, che senza eccezione il mette ad esecuzione. Ed è questa l'ultima particella delle sei, che dissi esser partita la seconda parte principale del primo canto. «Ed io gli tenni dietro», cioè il seguitai.

II

SENSO ALLEGORICO

[Lez. V]

«Nel mezzo del cammin di nostra vita», ecc. Poi che, per la grazia di Dio, è quello, che secondo il senso litterale si può, dimostrato, è da tornarsi al principio di questo canto, e quello che sotto la rozza corteccia delle parole è nascoso, cioè il senso allegorico, aprire e dichiarare. Intorno alla qual cosa credo udirete cose per le quali vi si potrebbe forse meritamente dire le parole che l'autore medesimo dice nel secondo canto del _Paradiso_, cioè: «Que' gloriosi che passâro a Colco, Non s'ammiraron, come voi farete, Quando vider Giason fatto bifolco». Percioché allora per effetto potrete vedere quanto d'arte e quanto di sentimento sia stato e sia nello stilo poetico, oltre alla stima che molti fanno. E peroché gustando con lo 'ntelletto il mellifluo e celestial sapore, nascoso sotto il velo del favoloso discrivere, forse vi dorrete il nostro poeta e gli altri avere tanta soavitá riposta, in guisa che senza difficultá aver non si puote; e direte:--Perché non diedono i poeti la loro dottrina libera e aperta ed espedita, come molti altri fanno la loro, sí che, chi volesse, ne potesse prendere frutto piú tosto?--In risponsione della qual cosa si possono due ragioni dimostrare: e la prima può esser questa.

Costume generale è, di tutte le cose meritamente da aver care, il discreto uomo non tenerle in piazza, ma sotto il piú forte serrame c'ha nella sua casa, e con grandissima diligenza guardarle, e ad alquanti suoi amici, ma a pochi e rade volte, mostrarle; e questo fa, accioché il troppo farne copia non faccia quelle divenire piú vili. Il che per atto possiam tutto il dí vedere avvenire; e, se in ogni altra cosa nascosa ci fosse questa veritá, guardiamo al sole, del quale alcuna cosa sí bella, non che piú, veggiamo, né alcuna sí chiara muoversi, non tirato né sospinto, se non dal divino ordine impostogli; pieno di tanta luce, che ogni altro lucido corpo illumina, ogni terrena cosa vivifica, accresce e nutrica e al suo fine conduce: il quale, per troppo mostrarsi, è non solamente poco prezzato, ma son di quegli che di vederlo ischifano. Per la qual cosa, accioché questo non seguiti, non so qual altra cosa noi possiamo con piú certa ragion dire che sia piú cara, piú da gradire e meglio da riporre e da guardare, che sono gli alti effetti della natura e i secreti misteri e i sublimi della divinitá. Questi, se negl'intelletti universalmente del vulgo divenissero, in poco tempo ne seguirebbe che sarebbon pregiati meno che non è il sole, o che i ragionamenti meccanici e le favole delle femminelle. E per questo lo Spirito santo, d'ogni cosa dottissimo, gli alti segreti della divina mente nascose, come noi possiam vedere, nelle figure del _Vecchio Testamento_, nelle _Visioni_ di certi profeti, e ancora nell'_Apocalissi_ di Giovanni evangelista, sotto parole tanto nella prima faccia differenti dal vero e meno conformi nell'apparenza a' sensi nascosi, che per poco piú esser non potrebbono. Le vestigie del quale, con quelle forze che possono gli umani ingegni seguir la divinitá, con ogni arte s'ingegnarono di seguitare i poeti, quelle cose che essi estimavano piú degne sotto favoloso parlare nascondendo, accioché dove carissime sono, non divenissero vili ad ogni uomo, aperte lasciandole. Il che assai bene pare ne dimostri Macrobio, nel primo libro _De somnio Scipionis_, cosí dicendo: «_De diis autem, ut dixi, caeteris et de anima, non frustra se, nec ut oblectent, ad fabulosa convertunt, sed quia sciunt inimicam esse naturae apertam nudamque expositionem sui: quae, sicut vulgaribus hominum sensibus intellectum sui vario rerum tegmine operimentoque subtraxit, ita a prudentibus arcana sua voluit per fabulosa tractari. Sic ipsa mysteria figurarum cuniculis operiuntur, ne vel hoc adeptis nudam rerum talium natura se praebeat, sed summatibus tantum viris, sapientia interprete, veri arcani consciis. Contenti sint reliqui ad venerationem, figuris defendentibus a vilitate secretum_», ecc.

La seconda ragione può essere questa. Suole quello, che con difficultá s'acquista, piacer piú e guardarsi meglio che quello che senza alcuna fatica o poca si truova; e questo le grandi ereditá rimase a' nostri giovani cittadini hanno mostrato. Non essendo adunque alcun dubbio esser molta malagevolezza il trarre la nascosa veritá di sotto al fabuloso parlare, dee seguire essere incomparabile diletto, a colui che, per suo studio, vede averla saputa trovare; laonde non solamente ogni affanno avutone se ne dimentica, ma ne rimane una dolcezza nell'animo, la quale quasi con legame indissolubile ferma, nella memoria di colui che ritrovata l'ha, la veritá: dove quella che senza alcuna difficultá s'acquista, come leggiermente venne, cosí leggiermente si parte. Di che séguita che dell'avere faticato s'acquista, dove del non avere studiato l'uomo si ritruova di scienza vòto.

[La terza ragione mi pare dovere esser questa. E' non pare che alcun dubbio sia li cieli, i pianeti e le stelle esser ministri della divina potenza, e, secondo la virtú loro attribuita, i corpi inferiori generare, mediante quelle cagioni che dalla natura sono ordinate, e quegli nutrire e nel lor fine menargli. E, percioché essi corpi superiori sono in continuo moto e in diversi modi si congiungono e si separano l'uno dall'altro, par di necessitá che gli effetti da lor prodotti in diversi tempi e in materie diverse, debbano esser diversi e a diverse cose disposti; e quinci par che séguiti la diversitá degli aspetti degli uomini, de' quali non pare che alcuno alcun altro somigli; e similmente degli ofici, li quali veggiam manifestamente essere, eziandio naturalmente, diversi negli uomini. Dalla qual cosa mosso, dice il nostro autore nel _Paradiso_:

Un ci nasce Solone, ed altro Serse, altri Melchisedech, ed altri quello che, volando per l'aere, il figlio perse.

E questo si dee cognoscere muovere dal divino intelletto, il quale cognosce una universitá, come è quella dell'umana generazione, non poter consistere in sé, se non avesse diversitá d'ufici. E perciò, accioché dell'altre cose lasciamo al presente stare, alcun ci nasce atto a filosofia, alcuno ad astrologia, alcuno a poesia e alcuni altri ad altre scienze. Colui, che nasce atto a poesia, séguita, quanto può e sa, d'esercitarsi nel poetico oficio; e, quantunque da Dio sia alle nostre anime, le quali esso _immediate_ crea, data la ragione e il libero arbitrio, per lo quale, non ostante la forza de' cieli, ciascun può far quello che piú gli aggrada, pare che il piú seguitin gli uomini quello a che essi sono atti nati. Laonde quegli che al poetico oficio è nato, eziandio volendo, non pare che possa fare altro che quello che a tale oficio s'appartiene; e, percioché a quello oficio s'appartiene quello che di sopra è detto, se egli in quello laudevolmente s'esercita, non è per avventura da maravigliarsene]. E perciò non si rammarichi alcuno, se dai poeti è sotto favole nascosa la veritá, ma piú tosto si dolga della sua negligenza, per la quale e' perde o ha perduto quello che il farebbe lieto, faticandosi d'avere ritrovata la cara gemma nella spazzatura nascosa. E questo basti avere a questa parte risposto.

Fu adunque il nostro poeta, sí come gli altri poeti sono, nasconditore, come si vede, di cosí cara gioia, come è la cattolica veritá, sotto la volgare corteccia del suo poema. [Per la qual cosa si può meritamente dire questo libro essere poliseno, cioè di piú sensi. De' quali è il primo senso quello il quale egli ha nelle cose significate per la lettera, sí come voi potete aver di sopra, nella esposizion litterale, udito; e chiamasi questo senso «litterale», e cosí è. Il secondo senso è allegorico o vero morale, il quale, accioché voi comprendiate meglio, esemplificando vel dichiarerò in questi versi: «_In exitu Israël de Aegypto, domus Iacob de populo barbaro: facta est Iudea sanctificatio eius, Israël potestas eius_». Da' quali, se noi guarderemo a quello che la lettera suona solamente, vedremo esserci significato l'uscimento de' figliuoli di Israel d'Egitto al tempo di Moisé; e se noi guarderemo alla alligoria, vedremo esserci mostrata la nostra redenzione fatta per Cristo; e se noi guarderemo al senso morale, vedremo esserci mostrata la conversione dell'anima nostra dal pianto e dalla miseria del peccato allo stato della grazia; e se noi guarderemo al senso anagogico, vedremo esserci dimostrato l'uscimento dell'anima santa dalla corruzione della presente servitudine alla libertá della gloria eternale. E cosí come questi sensi mistici sono generalmente per vari nomi appellati, tutti nondimeno si possono appellare «allegorici», conciosiacosaché essi sieno diversi dal senso litterale o vero istoriale: e questo è, percioché «allegoria» è detta da un vocabolo greco, detto «_aileon_», il quale in latino suona «alieno», ovvero diverso; e perciò dissi questo libro esser poliseno, percioché tutti questi sensi, da chi tritamente volesse guardare, gli si potrebbono in assai parti dare]. E per questo, agutamente pensando, forse potremmo del presente libro dir quello che san Gregorio dice, nel proemio de' suoi _Morali_, della Santa Scrittura, cosí scrivendo: «_Sacra Scriptura locutionis suae morem transcendit, quia in uno eodemque sermone dum narrat textum prodit mysterium, et sic mysterio sapientes exercet, sic superficie simplices refovet. Habet in publico unde parvulos nutriat, servat in secreto unde mentes sublimium in admiratione suspendat. Quasi quidem quippe est fluvius, ut ita dixerim, planus et allus, in quo et agnus ambulet, et elephans natet_», ecc.; percioché, recitando della presente opera la corteccia litterale, con quella insieme narriamo il misterio delle cose divine e umane, sotto quella artificiosamente nascose, e in questa maniera intorno al senso allegorico si possono i savi esercitare, e intorno alla dolcezza testuale nudrire i semplici, cioè quelli li quali ancora tanto non sentono, che essi possano al senso allegorico trapassare: cosí possiam vedere questo libro avere in publico donde nutrir possa gl'ingegni di quegli che meno sentimento hanno, e donde egli sospenda con ammirazione le menti de' piú provetti. E ancora, quantunque alla Sacra Scrittura del tutto agguagliar non si possa, se non in quanto di quella favelli, come in assai parti fa, nondimeno, largamente parlando, dir si può di questo, quello esserne che san Gregorio afferma di quello: cioè questo libro essere un fiume piano e profondo, nel quale l'agnello puote andare e il leofante notare, cioè in esso si possono i rozzi dilettare e i gran valenti uomini esercitare.

Ma, avendo giá l'una delle due parti in questo primo canto mostrata, cioè come quegli, che di minor sentimento sono, si possano intorno al senso litterale non solamente dilettare, ma ancora e nudrire e le lor forze crescere in maggiori; è da dimostrare la seconda, intorno alla quale si possano gl'ingegni piú sublimi esercitare: la qual cosa si fará aprendo quello che sotto la crosta della lettera sta nascoso. Intorno alla qual cosa sono da considerare, quanto è alla prima parte del presente canto, dieci cose: delle quali la prima será il veder quello che il nostro autore voglia sentire per lo sonno, il quale dice che ricordar nol lascia come nella selva oscura s'entrasse; la seconda, come noi in questo sonno ci leghiamo; la terza, qual fosse la diritta via la quale per questo sonno dice d'avere smarrita; la quarta, qual cosa potesse essere quella che il movesse a ravvedersi che esso avesse la diritta via smarrita; la quinta, perché piú nel mezzo del cammino di nostra vita che in altra etá; la sesta, quello che egli intenda per quella selva tanto oscura e malagevole, quanto dimostra esser quella nella quale dice si ritrovò; la settima, perché piú nel principio del dí che ad altra ora scriva d'essersi ravveduto; la ottava, quello che vuole s'intenda per li raggi del sole apparitigli e per lo monte nella sommitá del quale gli apparvero; la nona, quello che esso senta per la considerazione avuta, poi che alquanto la paura gli cessò; la decima, quello che noi dobbiam sentire per le tre bestie le quali lo impedivano a salire al monte. E, queste vedute, procederemo alla seconda parte del presente canto.

La prima cosa, la qual dissi si voleva investigare, accioché il senso allegorico, nascoso sotto la lettera della prima parte di questo canto, si manifesti, è quello che il nostro autore voglia sentire per lo sonno, il qual dice che ricordar nol lascia come egli entrasse nell'oscura selva. Ad evidenzia della quale è da sapere che 'l sonno, che alla presente materia appartiene, è di due maniere: l'una è sonno corporale, l'altra è sonno mentale. Il sonno corporale si può in due maniere distinguere. Delle quali l'una è naturale, e puossi dire esser quella la quale naturalmente in noi si richiede in nudrimento e conservazione della nostra sanitá: il quale, occupandoci, lega e quasi oziose rende tutte le nostre forze (ovvero potenze) sensitive e le intellettive, percioché, perseverante esso, né sentiamo né intendiamo alcuna cosa; di che a' morti simili divegnamo. Ma, poi che la natura ha preso per la sua indigenza quello che l'è opportuno a restaurazione delle virtú faticate nella vigilia e in conforto della vegetativa virtú, eziandio senza essere da alcuno escitati, da questo per noi medesimi ci sciogliamo. E di questo alcuna cosa piú distesamente diremo nel principio del quarto canto del presente libro. L'altra maniera del corporal sonno è quella, dalla quale vinta ogni corporal potenza, si separa l'anima dal corpo, e senza alcuna cosa sentire o potere o sapere, immobili giacciamo, e giaceremo infino al dí novissimo, senza poterci levare. E di questo intende il salmista, quando dice: «_Cum dederit dilectis suis somnum_».

Il sonno mentale, allegoricamente parlando, è quello quando l'anima, sottoposta la ragione a' carnali appetiti, vinta dalle concupiscenze temporali, s'addormenta in esse, e oziosa e negligente diventa, e del tutto dalle nostre colpe legata diviene, quanto è in potere alcuna cosa a nostra salute operare. E questo è quel sonno, dal quale ne richiama san Paolo, dicendo: «_Hora est iam nos de somno surgere_». E questo sonno può essere temporale e può esser perpetuo. Temporale è quando ne' peccati e nelle colpe nostre inviluppati dormiamo; e il salmista dice: «_Surgite postquam sederitis, qui manducatis panem doloris_»; e in altra parte san Paolo, dicendo: «_Surge, qui dormis, et exurge a mortuis, et illuminabit te Christus_». E talvolta avviene per sola benignitá di Dio che noi ci risvegliamo, e, riconosciuti i nostri errori e le nostre colpe, per la penitenzia levandoci, ci riconciliamo a Dio, il quale non vuole la morte dei peccatori; e, a lui riconciliati, ripognamo, mediante la sua grazia, la ragione, sí come donna e maestra della nostra vita, nella suprema sedia dell'anima, ogni scellerata operazione per lo suo imperio scalpitando e discacciando da noi. Perpetuo è quel sonno mentale, il quale, mentre che ostinatamente ne' nostri peccati perseveriamo, ne sopraggiugne l'ora ultima della presente vita, e in esso addormentati, nell'altra passiamo, lá dove, non meritata la misericordia di Dio, in sempiterno coi miseri in tal guisa passati, dimoriamo. Li quali si dicon «dormire nel sonno della miseria», in quanto hanno perduto il poter vedere, conoscere e gustare il bene dello 'ntelletto, nel qual consiste la gloria de' beati. È adunque questo sonno mentale quello del quale il nostro autor vuole che qui allegoricamente s'intenda; nel qual, ciascuno che si diletta piú di seguir l'appetito che la ragione, è veramente legato, e ismarrisce, anzi perde la via della veritá, alla quale in eterno non può ritornare.

La seconda cosa che era da vedere dissi che era come noi in questo sonno mentale ci leghiamo. E, percioché i lacciuoli sono infiniti, li quali la carne, il mondo e 'l dimonio tendono alla nostra sensualitá, pienamente dire non se ne potrebbe per lingua d'uomo; ma ad un de' modi, il quale è quasi universale, riducendoci, dico che, dalla nostra puerizia, noi il piú dirizziamo i piedi, cioè le nostre affezioni, in questi lacci, e, quasi non accorgendocene (percioché piú i sensi che la ragione abbiamo allora per guida), sí c'inveschiamo, che poi o non ci sciogliamo da quegli, o non senza grande difficultá, volendo, ce ne sviluppiamo. A questa etá i nostri tre predetti nemici con ogni sollecitudine stendono le reti loro. E la ragione è questa: l'etá, come detto è, è tenera e nuova e vaga, e la sensualitá è in essa fortissima, percioché la ragione non v'è ancora assai perfetta; e, secondo che pare che la esperienza ne dimostri, dalla gola, alla quale quella etá è inchinevole, par che prenda inizio la nostra ruina. E la ragione pare assai manifesta: sono generalmente i fanciulli vaghi del cibo, sospignendogli a ciò la natura che il suo aumento disidera; e gustando, come spesso avviene, le saporite e dilicate vivande e i vini esquisiti, a pian passo procedendo ed ausando il gusto a quello che non gli bisognerebbe, cominciano, quantunque piccoli e fanciulli sieno, ad aver men cari quegli cibi, che, quantunque rozzi, soleano satisfare alla fame e alla sete loro, e i piú preziosi desiderano e domandano, e dal disiderio ad ottenergli si sforzano; e con questo nella etá piú piena procedendo, quasí come da naturale ordine tirati, nel vizio della lussuria discorrono. Questa, la quale non solamente i giovani, ma i vecchi fa se medesimi sovente dimenticare, loro con tante e tali lusinghe diletica, che, potendo all'appetito la vigorosa etá dell'adolescenza sodisfare, con ogni pensiero e con ardentissima affezione quello vituperevole diletto seguendo, tutti si mettono. E quinci, per compiacere, negli ornamenti del corpo discorrono, non altrimenti assai sovente ornandosi, che se vender si volessono al mercato de' poco savi. Le quali cose, percioché senza denari esercitar pienamente non si possono, gli sospingono nel disiderio d'aver denari, e, per quegli ogni coscienza posposta, senza alcuna difficultá ad ogni disonesto guadagno si dispongono, e quinci giucatori, ladri, barattieri, simoniaci, ruffiani e disleali divengono. E giá ad etá piú piena d'anni venuti, veggendo gli onori, la pompa, la potenza e la grandigia de' re, de' signori, de' gran cittadini, di quegli s'accendono, e quinci invidiosi, superbi, crudeli e ambiziosi divengono. Le quali cose, e altre molte, cosí successivamente, e talora con altro ordine cresciute, e multiplicate e abituate in noi, nel sonno della oblivione dei comandamenti di Dio ci legano e tengon sí stretti, che, quasi convertite in natura, per romore che fatto ci sia in capo, destare non ci lasciano. Le quali cose accioché a' lacedemoni avvenir non potessero, per legge comandò Licurgo che i lor figliuoli, ecc. (vedi Giustino, nel terzo libro, poco dopo il principio). [Né è mia intenzione il modo da addormentare i miseri nel sonno de' peccati lasciare.] Percioché molti aguati hanno gli avversari nostri, con li quali, se creduti sono, ogni matura e robusta etá adoppiano: ma perciò mi piacque far singular menzione di questa, perché, in questo modo presi, ci abituiamo ne' peccati; e por giú l'abito preso è difficilissimo; e, se pur si rimuove l'uomo talvolta dal peccare, con molta meno difficultá v'è rivocato colui che abituato vi fu, che colui che non vi fu abituato, e alcuna volta da essa memoria delle colpe giá commesse v'è ritirato.

La terza cosa, la qual dissi era da cercare, è di veder qual sia la via la quale l'autore dice d'avere per questo sonno smarrita. Egli è il vero che le vie son molte, ma tra tutte non è che una che a porto di salute ne meni, e quella è esso Iddio, il quale di sé dice nell'Evangelio: «_Ego sum via, veritas et vita_»; e questa via tante volte si smarrisce (dico «smarrisce», perché poi chi vuole la può ritrovare, mentre nella presente vita stiamo), quante le nostre iniquitá dai piaceri di Dio ne trasviano, mostrandoci nelle cose labili e caduche esser somma e vera beatitudine. E questa via, per la quale i nostri avversari ci ritorcono, danna il salmista, dicendo: «_Beatus vir qui non abiit in consilio impiorum, et in via peccatorum non stetit_», ecc.; ed in altra parte dice pregando: «_Viam iniquitatis amove a me, et in lege tua miserere mei_». Chiamasi ancora la vita presente «via»; e di questa dice il salmista: «_Beati immaculati in via_»; e in altra parte: «_De torrente in via bibit_».

Ma, come detto è, accioché di molt'altre lasciamo istare il ragionare, la prima è quella per la quale, se la gloria eterna vogliamo, ci conviene andare: e da questa si smarrisce ciascuno il quale nel sonno de' peccati si lega. E, percioché, come di sopra è mostrato, lusinghevolmente sottentrano i vizi, e cominciano in etá nella quale pienamente conosciuti non sono, dice l'autore non ricordarsí come questa via diritta abbandonasse. E credibile è. Chi sará colui che pienamente della origine delle sue colpe si possa ricordare? Conciosiacosaché esse vengano con diletto della sensualitá, e, quel passato, quasi state non fossero, leggiermente in dimenticanza si mettono.

La quarta cosa, la qual propuosi da essere da investigare, fu qual cosa potesse esser quella che l'autor movesse a ravvedersi che esso avesse la diritta via smarrita. E questa, senza alcun dubbio, si dee credere che fosse la grazia di Dio, il quale ci ama assai piú che non ci amiamo noi medesimi, e sempre è alla nostra salute sollecito; il che assai bene ne mostra Giovenale, dicendo:

_Nam pro iocundis aptissima quaeque dabunt dii: carior est homo illis, quam sibi_, ecc.