Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 3
Part 9
E, queste parole dette, ne mostra l’autore per una comparazione quello che il Minotauro allora rabbiosamente facesse, e dice: «Qual è quel toro, che si slaccia», cioè sviluppa e scioglie da’ legami postigli da coloro che uccidere il vogliono, o che ferito l’hanno, «in quella», ora, «C’ha ricevuto giá il colpo mortale. Che gir non sa», percioché, avendo dalla percossa datagli intronato il cerebro e perduta la ragione delle virtú sensitive, ed eziandio perduto l’ordine dell’appetito, il quale a niun diterminato fine ora il sa menare, e perciò non va, «ma qua e lá saltella», come l’impeto del dolore il sospigne; «Vid’io il Minotauro far cotale», cioè senza saper che si fare, o dove andare, andar saltando e furiando; «E quegli», cioè Virgilio, «accorto gridò», cioè avvedutamente mi disse:—«Corri al varco», donde vedi si può discendere, e il qual questa bestia poco avanti occupava; «Mentre ch’è ’n furia, è buon che tu ti cale», quasi voglia dire: quando in furia non fosse, sarebbe piú difficile il poter discendere; e in ciò n’ammaestra alcuno altro consiglio non essere migliore, quando l’iracundo in tanta ira s’è acceso che furioso è divenuto, che il partirsi e lasciarlo stare.
«Cosí prendemmo». Qui comincia la seconda parte del presente canto, nella quale si dimostra come discendessero, e alcuna cosa che di quella scesa gli ragiona Virgilio. Dice adunque: «Cosí prendemmo via», essendo il Minotauro in furia, «su per lo scarco, Di quelle pietre», le quali erano dalla sommitá di quello scoglio cadute, come caggiono le cose che talvolta si scaricano, «che spesso moviensi Sotto i mie’ piedi per lo nuovo carco», cioè per me, il quale andando le caricava e premeva, percioché era uomo: il che far non sogliono gli spiriti; e però dice «nuovo carco», perché non era usato per quel cammino d’andare persona viva, la qual quelle pietre col carco della sua persona premesse.
«Io giá pensando»: qui mostra Virgilio d’aver conosciuto il pensier dell’autore per avviso, non giá che altra certezza n’avesse, e però dice: «e que’ disse:—Tu pensi Forse a questa ruina, ch’è guardata Da quell’ira bestial, ch’io ora spensi», come sia potuta avvenire, avendo riguardo al luogo, nel quale tu non estimi dover potere esser quelle alterazioni, le quali sono vicino alla superficie della terra. [E oltre a ciò, percioché dice «da quella ira bestiale», potrebbe alcun dire: se quello Minotauro era iracundo, non pare che l’autore il dovesse in questo luogo discrivere, ma piú tosto di sopra nella palude di Stige, dove punisce gli altri iracundi; ma questo dubbio assai ben si mostra soluto per l’adiettivo il quale dá a questa ira, chiamandola «ira bestiale». La quale si dee intendere essere ira in tanto trapassata i termini dell’ira umana, che ella è trasandata nella bestialitá, e per conseguente convertita in ostinato odio; e perciò attamente esser posta alla scesa del cerchio settimo, nel quale si puniscono i bestiali.] Ma Virgilio, a solvere l’autore del suo pensiero [il qual, tacendo, confessa esser per quella cagione che Virgilio dice], comincia, continuandosi cosí: «Or vo’ che sappi che, l’altra fiata Ch’io discesi quaggiú nel basso inferno», come di sopra è stato detto nel canto nono, «Questa roccia non era ancor cascata»; e perciò gli dimostra quando avvisa che ella dovesse cascare, dicendo: «Ma certo poco pria, se ben discerno», immaginando, «Che venisse colui», cioè Cristo, «che la gran preda», cioè i santi padri, «Levò a Dite», cioè al principe de’ dimòni (il quale, quantunque abbia altri nomi, nondimeno talvolta da’ poeti è chiamato Dite, come appare per Virgilio nel sesto dell’_Eneida_, dove dice: «_inferni regia Ditis_»), «del cerchio su perno», cioè del limbo, il quale è il primo cerchio dello ’nferno.
E perciò dice Virgilio:—Poco prima che venisse Cristo a spogliar il limbo,—percioché, secondo che noi fermamente crediamo, Cristo morí in su la croce all’ora nona del venerdí, nella quale ora, tra l’altre cose che apparvero maravigliose, fu che la terra tutta universalmente tremò, che per alcuno altro tremuoto mai avvenne; e allora, tremando tutta, tremò infino al centro della terra; per la qual cosa non dee parer maraviglia se alcune delle sotterranee cascarono. E questo tempo fu poco prima che Cristo scendesse al limbo, percioché l’anima di Cristo non vi scese come del corpo di Cristo uscí, ma andò in paradiso, si come assai chiaro ne posson dimostrare le sue parole medesime dette su la croce al ladrone: «_Amen, dico tibi, hodie mecum eris in paradiso_», ecc. ecc. È vero che poi la domenica mattina seguente in su l’aurora, risuscitato da morte, egli andò al limbo, con insegna di vittoria coronato, percioché, risurgendo, aveva vinta la morte, e allora spogliò il limbo: sí che egli fu tanto spazio di tempo dal tremuoto universale allo spogliar lo ’nferno, quanto fu tra l’ora nona del venerdí e la prima della domenica. E questo è quel «poco prima» che Virgilio dice qui.
Poi séguita mostrando quello che Virgilio intende, e che io ho giá dichiarato, cioè: «Da tutte parti», e in questo ne dimostra l’universalitá del tremuoto, «l’alta», cioè profonda, «valle feda», puzzolente d’inferno, «Tremò sí», cioè oltremodo, «ch’io pensai che l’universo», cioè il mondo tutto, «Sentisse amor».
Qui è da ritornarsi alla memoria l’opinione, la quale di sopra raccontai nel canto quarto essere stata di Democrito, il qual tenne esser due princípi a tutte le cose, cioè odio e amore, e questo sentiva in questa forma: egli diceva essere stata una materia mista di tutte le cose, la quale egli appellava «caos», e in questa materia diceva essere i semi di tutte le cose; e quelle, che produtte vedevamo e avere certa e distinta forma dall’altre, essersi a caso separate da questo caos e perseverare nelle loro generazioni e spezie; e questo diceva essere odio, in quanto le cose prodotte s’erano dal lor principio separate, quasi come da cosa non ben convenientesi con lei. Poi diceva cosí: come ogni forma prodotta s’era da questo suo principio separata, cosí dopo molti secoli avvenire a caso tutte queste forme ritornarsi insieme, e riformare quel medesimo caos che altra volta era stato, e dal quale aveano avuto principio; e questo diceva essere amore, in quanto ciascuna cosa, sí come insieme riconciliate, si ritornava e univa col suo principio. E per questo dice Virgilio che, perché egli sentí questo tremuoto universale, il qual mai piú non avea sentito né avea udito da alcuno che sentito l’avesse, maravigliandosi credette che l’universo, cioè tutte le cose, sentissero questo amore, che detto è, e dovessersi ricongiugnere insieme, poi che ogni corpo fosse dalla propria forma risoluto.
E quinci, volendo mostrare questa non essere sua opinione, ma d’altrui, dice: «per lo quale», amore, «è chi creda», cioè Democrito e i suoi seguaci, «Piú volte il mondo in caos converso», nella maniera che di sopra è detta. «E in quel punto», che questo tremuoto universale fu, «questa vecchia roccia, Qui», dove noi siamo, «ed altrove», come appresso si dirá nel ventunesimo canto del presente libro, «tal fece riverso», qual tu puoi vedere.
[Lez. XLV]
«Ma ficca gli occhi». Qui, finita la seconda parte, comincia la terza del presente canto, nella quale l’autor discrive come Virgilio gli mostrasse un fiume di sangue, e che gente d’intorno v’andasse; e dice che, poi Virgilio gli ebbe mostrata la cagione della ruina di quella roccia, alla quale esso pensava, gli dice: «Ma ficca gli occhi a valle, ché s’approccia La riviera», cioè il fiume o ’l fosso, «del sangue, in la qual bolle»; e questo, percioché quel sangue era boglientissimo; «Qual che per violenza in altrui noccia»,—rubando o uccidendo; e cosí appare questa essere la prima spezie de’ violenti, de’ quali di sopra è detto. La qual riviera del sangue come l’autor vide, cosí contra i vizi, da’ quali si può comprendere questa spezie di violenza esser causata, leva la voce, ed esclamando dice:
«O cieca cupidigia», cioè disiderio d’avere; e cosí apparirá radice di questa colpa, cioè del rubare, essere avarizia; il che assai di sopra, dove dell’avarizia si trattò, fu mostrato, il disordinato appetito d’avere, inducer gli uomini alle violenze e alle ruberie. Poi segue a dimostrarne l’altra radice dell’altra parte della violenza, la qual si fa nel sangue del prossimo, dicendo: «o ira folle», cioè pazza e bestiale, la quale è cagione dell’uccisioni che fanno i rubatori; percioché i rubatori, o da difesa fatta da colui che rubar vogliono, o da alcuna parola loro non grata commossi, vengono all’uccisione, e cosí fanno violenza nelle cose e nelle persone del prossimo. Segue adunque: «Che sí ci sproni»; e questo «sproni», il quale è in numero singulare, si riferisce primieramente a quella prima parte della esclamazione, («O cieca cupidigia»), e poi si riferisce alla seconda parte («o ira folle»), «nella vita corta», cioè in questa vita mortale, la quale, per rispetto della eternitá, quantunque lunghissima fosse, non si potrebbe dire essere un batter di ciglia; «E nell’eterna poi», cioè in quella nella quale, cosí peccando, senza penterci, siamo in eterno supplicio dannati, «sí mal c’immolle», cioè ci bagni, come appare nel tormento de’ miseri, li quali nel sangue bolliti sono. E vogliono alcuni, in questo condolersi, l’autor mostrare d’essere stato di questa colpa peccatore; e però, vedendo il giudicio di Dio, sentirsene per paura compunzione e dolore.
Ma poi che egli ha detto contro a’ due vizi, li quali son cagione della violenza che nelle cose e nella persona del prossimo si commette, ed egli piú appieno discrive la qualitá del luogo, nella quale i miseri son puniti, dicendo: «Io vidi un’ampia fossa», cioè un fiume, «in arco torta, Come quella che tutto il piano», del settimo cerchio, «abbraccia», col girar suo, «Secondo ch’avea detto la mia scorta». Dove questo Virgilio dicesse, cioè che questo fiume o fossa abbracciasse tutto il piano, non ci è: vuolsi adunque intendere lui averlo detto in alcun de’ ragionamenti di ciò da lui fatti, ma l’autore non l’avere scritto. «E tra ’l piè della ripa», la quale circundava il luogo, «ad essa», fossa, «in traccia, Venien centauri armati di saette», (_supple_) e d’archi (percioché invano si porteria la saetta, se l’uomo non avesse l’arco), «Come solean nel mondo», quando vivevano, «andare a caccia». Che animali sieno i centauri, e come nati, e perché qui posti, si dimostrerá dove si dirá il senso allegorico.
«Vedendoci calar». Qui comincia la quarta parte del presente canto, nella quale, poi che l’autore ha dimostrata la qualitá del luogo dove si puniscono i primi violenti, ne mostra come Virgilio parlasse a’ centauri che il fiume circuivano, e come uno ne fosse lor conceduto per guida. Dice adunque: «Vedendoci», i centauri; [e dice «vedendoci», percioché l’autore faceva muovere, e per conseguente sonare, tutte le pietre di quel trarupo, donde discendeva giú, sopra le quali poneva i piedi, la qual cosa far non sogliono gli spiriti; mosse i centauri per maraviglia a ristare, udendo ciò ch’usati non eran d’udire,] «calar», cioè discendere, «ciascun», de’ centauri, «ristette, E della schiera tre si dipartiro», venendo verso loro, «Con archi ed asticciuole», cioè saette, «prima elette», cioè tratte del turcasso o d’altra parte, ove per avventura le portavano. «E l’un», di que’ tre, «gridò da lungi:—A qual martiro Venite voi, che scendete la costa? Ditel costinci», ove voi siete, «se non», (_supple_) il direte, «l’arco tiro»;—quasi voglia dire: io vi saetterò.
«Lo mio maestro disse:—La risposta Farem noi a Chirón», cioè a quel centauro il quale è preposto di voi. E poi, in detestazion della sua troppa domanda, con alcune parole il contrista, come di sopra aveva fatto al Minotauro, dicendo: «Mal fu», per te, «la voglia tua sempre sí tosta»,—cioè frettolosa. «Poi mi tentò e disse:—Quegli», al quale io ho ora risposto, «è Nesso, Che morí per la bella Deianira, E fe’ di sé la vendetta egli stesso»,—posciaché fu morto.
[Fu questo Nesso, tra’ centauri famosissimo, figliuolo d’Issione e d’una nuvola, come gli altri, ed essendo insieme co’ fratelli in Tessaglia alle nozze di Peritoo, con gli suoi insieme riscaldati di vivanda e vino, volle tôrre la moglie a Peritoo; alla difesa della quale si levò Teseo, amico di Peritoo, e un popolo il quale si chiamava lapiti, e ucciserne assai. Dalla qual zuffa fuggendo pauroso Nesso, gli disse un de’ suoi compagni, chiamato Astilo, il quale sapeva vaticinare:—Nesso, non ti bisogna cosí frettolosamente fuggire, percioché la tua morte è riservata da’ fati alle mani d’Ercule.—Per la qual cosa egli se n’andò in Calidonia, e quivi allato ad un fiume chiamato Eveno abitando, amò Deianira, figliuola del re Oeneo di Calidonia. La quale, come appresso si dirá, essendo divenuta moglie d’Ercule, ed Ercule con lei insieme tornandosi verso la patria, trovarono per le piove fieramente cresciuto questo fiume Eveno; e vedendolo Nesso star sospeso per Deianira, pensò che tempo gli fosse prestato a dover potere avere il disiderio suo di Deianira; e fattosi avanti, quasi pronto a’ servigi d’Ercule, disse: —Ercule, dove tu creda poter notando passare il fiume, io, dove ti piaccia, sopra la groppa mia ti passerò bene e salvamente di la Deianira.—Alla qual profferta Ercule fu contento. Per la qual cosa, notando Ercule, Nesso con Deianira velocemente passò il fiume, e cominciò velocissimamente a fuggir con essa; per la qual cosa Ercule turbato, e pervenuto all’altra riva, non correndo, ma con una delle sue saette il seguitò e ferillo. Laonde Nesso, sentendosi ferito mortalmente, percioché sapea le saette d’Ercule tutte essere intinte nel sangue della idra, la quale uccisa avea, e casi essere velenosissime, pensò in vendetta della sua morte subitamente una strana malizia; e spogliatasi la camiscia, la quale giá era sanguinosa tutta del sangue avvelenato uscito della sua piaga, disse:—Deianira, io non ho al presente che ti poter donare, in riconoscenza del grande amore il quale io t’ho portato e porto, se non questa mia camiscia, la qual se tu serverai senza farla lavare, ed egli avvenga che Ercule in altra femmina ponga amore, dove tu possi fare vestirgli questo vestimento, egli incontanente rimoverá il suo amore da ogni altra femmina, e ritornerallo in te.—Deianira, credendo questo dovere esser vero, prese la camiscia e guardolla; e ivi a certo tempo, avendo Ercule quasi dimentica lei, e amando ardentissimamente una giovane chiamata Iole, figliuola d’Eurito, re d’Etolia, occultamente adoperò che egli questo vestimento si mise in dosso; e andato a cacciare in sul monte Octa, e per la fatica della caccia riscaldatosi e sudando forte, col sudore bagnò il sangue secco, e quello, liquefatto, gli entrò per i pori, e misegli una sí fatta rabbia addosso, che esso, composto un gran fuoco, volontariamente per morire vi si gittò dentro e in quel morí. E cosí fece Nesso, dopo la sua morte, la vendetta di sé egli stesso.]
[La bella Deianira fu figliuola d’Oeneo, re di Calidonia, e fu ragguardevole vergine per singular bellezza, tanto che molti giovani nobili la disiderarono e domandaron per moglie; ma, dopo molte cose, essendo stata promessa ad Acheloo fiume, e ultimamente conceduta ad Ercule domandantela, nacque guerra tra Acheloo ed Ercule; ma, essendo Acheloo vinto da Ercule, ne rimase Ercule in pacifica possessione. Dice Teodonzio che la guerra, la qual fu tra Ercule e Acheloo fiume, fu in questa maniera, che, rigando Acheloo Calidonia con due alvei, e per questo molto alcuna volta per le piove la provincia, crescendo, guastasse, fu ad Ercule, addomandante Deianira, posta da Oeneo, padre di lei, questa condizione, che egli la poteva avere dove recasse Acheloo in un solo alveo, e quello sí d’argini forti chiudesse, che egli crescendo non potesse guastare la contrada: la qual cosa Ercule con grandissima fatica fece, e cosí, essendo vincitore del geminato corso d’ Acheloo, ebbe Deianira, Costei è quella di cui di sopra è detto, che ad Ercule mandò la camiscia di Nesso.]
«E quel», centauro, «di mezzo ch’al petto si mira. È ’l gran Chirone, il qual nudrí Achille». [Questo Chirone non fu de’ figliuoli d’Issione, ma fu, secondo che ad alcun piace, figliuolo di Saturno e di Fillira, comeché Lattanzio dica che la madre di lui fosse Pelopea; e della sua origine si recita questa favola: che Saturno, preso della bellezza di Fillira, e avendola presa, avvenne, secondo che dice Servio, che, giacendo egli con esso lei, sopravvenne nel luogo Opis, sua moglie, e perciò, accioché da lei conosciuto non fosse, subitamente si trasformò in un cavallo; per la qual cosa Fillira, avendo di lui conceputo, partorí un figliuolo, il quale infino al bellico era uomo, e da indi in giú era cavallo; il qual cresciuto, se ne andò alle selve e in quelle abitò e in quelle nudrí Achille, come di sopra si disse, dove d’Achille si fece menzione nel quinto canto. Poi, essendo stato dal padre creato immortale, ed essendogli stato da Ociroe, sua figliuola profetante, predetto che esso ancora disidererebbe d’esser mortale; avvenne che, avendolo visitato Ercule, per caso gli cadde sopra il piè una delle saette d’Ercule, le quali, come di sopra è detto, tutte erano avvelenate nel sangue di quella idra lernea, la quale uccisa avea; ed essendo dalla detta saetta fedito e gravemente dal veleno tormentato, accioché compiuto fosse il vaticino della figliuola, cominciò a pregar gl’iddii che il facessero mortale, accioché egli potesse morire: la qual grazia gli fu conceduta. Laonde egli si morí, e dopo la morte sua fu dagl’iddii trasportato in cielo, e fu posto nel cerchio del zodiaco, ed è quel segno il quale noi chiamiamo Sagittario.]
«Quell’altro è Folo, che fu sí pien d’ira». Di questo Folo niuna cosa abbiamo se non che esso fu figliuolo d’Issione e d’una nuvola, come gli altri centauri.
«Dintorno al fosso», nel quale i violenti bollono nel sangue, «vanno a mille a mille, Saettando quale anima», de’ miseri dannati, «si svelle Del sangue», cioè esce, «piú che sua colpa sortille». E per queste parole, e ancora per piú altre seguenti, appare che, secondo che la violenza commessa è stata piú e men grave, ha la giustizia di Dio voluto l’anime in quel sangue bogliente essere piú e meno tuffate.
«Noi ci appressammo a quelle fiere snelle», cioè leggieri; e chiamagli «fiere», percioché sono mezzi uomini e mezze bestie. «Chirón prese uno strale», cioè una saetta, «e con la cocca», di quello, «Fece la barba», la quale gli ricuopriva la bocca, «indietro alle mascelle»; e ciò fece, accioché essa non impedisse le sue parole.
«Quando s’ebbe scoperta la gran bocca, Disse ai compagni:—Siete voi accorti Che quel di dietro», che era l’autore, «muove», co’ piedi, «ciò che tocca?» andando. «Cosí non soglion fare i piè de’ morti», cioè dell’anime partite da’ corpi morti.
«E ’l mio buon duca, che giá gli era al petto», pervenuto, «Ove le due nature», cioè l’umana e la bestiale, «son consorti», per congiunzione, «Rispose:—Ben è vero», che egli muove ogni cosa che tocca, percioché egli è vivo, «e sí soletto», come tu mi vedi, «Mostrargli mi convien la valle buia», d’inferno; «Necessitá il conduce», in quanto, come altra volta è detto, è di necessitá in questa forma, nella quale va l’autore, andare a chi vuole uscire della prigione del diavolo; «e non diletto», ce lo conduce, che egli abbia di veder queste pene e questi dannati.
«Tal si partí da cantare _alleluia_»: e questa fu Beatrice, la quale, lasciato il cielo, venne nel limbo a sollecitar Virgilio, che al soccorso dell’autore andasse, come di sopra nel secondo canto è stato detto.
[«_Alleluia_» è dizione ebraica, e secondo alcuni è «_interiectio laetantis_»; ma Papia dice che «_alleluia_» in latino vuol dire «laude di Dio»; o vero che ella abbia ad espriemere «laudate Iddio»; e oltre a ciò, questa dizione s’interpetra in due modi, de’ quali è l’uno: «cantate a colui il quale è», e cosí c’invita alla laude di questo Iddio il quale è, percioché per addietro cantavamo, essendo gentili, a quegli iddii li quali non erano: e l’altro modo è: «Iddio, benedicci tutti in uno»; e questo percioché tutti siamo insieme in uno per fede e umanitá, e cosí siam degni d’essere benedetti da Dio. Altri ne fanno loro interpretazioni, le quali sarebbon molto lunghe, volendole tutte mostrare.]
«Che mi commise quest’ufficio nuovo», e disusato, cioè d’accompagnare uom vivo per lo ’nferno. E, déttogli questo, risponde alla domanda poco avanti fatta da Nesso, quando domandò «a qual martíro venite voi», mostrandogli che essi non discendono ad alcun martíro, e però dice: «Non è ladron», costui il qual io guido; e dice «ladrone», percioché nell’ottavo cerchio si puniscono i ladroni; «né io anima fuia», quasi dica: né io altresí son ladrone; percioché noi quelle femmine, le quali son fure, noi chiamiam «fuie». E, poiché egli gli ha discoverta la lor condizione, ed egli il priega gli dea alcun pedoto al cammino, e che trapassi l’autore al valico del fossato, e dice: «Ma per quella virtú, per cui io muovo Li passi miei per sí selvaggia strada», cioè per la virtú di Dio, «Danne un de’ tuoi», centauri, «a cui noi siamo a provo», cioè allato; accioché da alcuno altro non possiamo essere impediti, e «Che ne dimostri lá dove si guada», questo fiume, «E che porti costui in su la groppa», accioché al passar non si cuoca, «Che non è spirto che per l’aer vada»,—come fo io e gli altri.
«Chíron si volse in su la destra poppa», udito il priego di Virgilio, «E disse a Nesso:—Torna, e si gli guida, E fa’ cansar», cioè cessare, «s’altra schiera v’intoppa»,—cioè vi si scontra, di centauri.
[Lez. XLVI]
«Noi ci movemmo». Qui comincia la quinta parte di questo canto, nella quale, avendo Virgilio certificati i centauri della lor qualitá, dice l’autore come, seguendo il centauro, esso dimostrasse loro le pene de’ tiranni e de’ rubatori. E comincia: «Noi ci movemmo con la scorta fida», cioè con Nesso, «Lungo la proda del bollor vermiglio», cioè del sangue il quale in quella fossa bolliva, «Ove i bolliti faceano alte strida», per lo dolore il qual sentivano. «Io vidi», in quel sangue bogliente, «gente sotto infino al ciglio», cioè infino a tutti gli occhi, «E’ l gran centauro», cioè Nesso, «disse:—E’ son tiranni», quegli che bollono e che fanno cosí alte strida, per ciò «Che dier nel sangue», uccidendo ingiustamente il prossimo, «e nell’aver», del prossimo, «di piglio», rubando e occupando come non dovevano. «Quivi si piangon gli spietati danni», da questi cotali tiranni dati nelle persone e nell’avere del prossimo; «Quivi», tra questi tiranni che io ti dico che piangono, «è Alessandro».
Non dice l’autore quale, conciosiacosaché assai tiranni stati sieno, li quali questo nome hanno avuto; e, peroché nel maggiore si contengono tutti i mali fatti da’ minori, credo sia da intendere che egli abbia voluto dire d’Alessandro re di Macedonia; e perciò, di lui sentendo, chi el fosse e delle sue opere succintamente diremo.