Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 3

Part 8

Chapter 83,859 wordsPublic domain

—«O sol, che sani». Qui comincia la quinta parte di questo canto, nella quale l’autor muove un dubbio a Virgilio, e prima capta la benivolenza sua con una piacevole laude, la quale gli dá, dicendo:—«O sol, che sani ogni luce turbata». Sono le nostre luci alcuna volta turbate dalle tenebre notturne, percioché, stanti quelle, alcuna cosa veder non possiamo; sono, oltre a questo, turbate da’ vapor grossi surgenti della terra, li quali impediscono il riguardo di quello, e non lasciano andar molto lontano; sono ancora impedite e turbate dalle nebbie e da simili cose, le quali tutte il sole rimuove e purga, percioché col suo salire nel nostro emisperio esso caccia le tenebre notturne (e cosí pare per la sua luce essere agli occhi nostri restituito il benificio del vedere, il quale turbato aveva la notturna tenebra), poi co’ suoi raggi esso ogni vapore e ogni nebbia risolve, e con questo ne fa il cielo espedito a poter in ciascuna parte liberamente guardare, quanto alla virtú visiva è possibile: e cosí pare aver sanata, cioè nella sua propria virtú rivocata, ogni luce turbata da alcuno de’ predetti accidenti. Cosí adunque, _metaphorice_ parlando, dice l’autore a Virgilio, intendendo per la chiaritá delle sue dimostrazioni cessarsi della mente sua ogni dubbio, il quale offuscasse o impedisse la luce dello ’ntelletto; e però segue: «Tu mi contenti sí, quando tu solvi», cioè apri e dimostri la ragion delle cose, le quali, a me occulte, mi son cagion di dubitare; «Che non men che ’l saver, dubbiar m’aggrata», per udir le tue chiare dimostrazioni. «Ancora un poco indietro ti rivolvi,—Diss’io», e questo fa’, accioché tu mi dichiari,—«lá dove di’ ch’usura offende La divina bontade» (la qual cosa ha detta di sopra, quivi dove dice: «Del segno suo, e Sogdoma e Caorsa), e ’l groppo solvi»,—cioè il dubbio, il quale mostrava l’autor d’avere, in quanto non discernea perché l’usuraio offendesse la natura e l’arte, le quali son cose di Dio, come dimostrato è di sopra.

—«Filosofia,—mi disse». Qui comincia la sesta parte del presente canto, nella quale l’autore mostra come da Virgilio gli sia soluto il dubbio mosso, dicendo:—«Filosofia,—mi disse», Virgilio,—«a chi la ’ntende, Nota», cioè dimostra, «non pure in una sola parte», ma in molte, «Come natura». È qui da sapere che, secondo piace a’ savi, egli è «_natura naturans_», e questa è Iddio, il quale è d’ogni cosa stato creatore e produttore; ed è «_natura naturata_», e questa è l’operazion de’ cieli potenziata e creata da Dio, per la quale ciò, che quaggiú si produce, nasce. E di questa seconda intende qui l’autore, dicendo che questa natura naturata «lo suo corso prende Dal divino intelletto», in quanto piú non adopera, se non quanto conosce essere della ’ntenzion di Dio; e percioché essa prende quindi il suo movimento all’operare, cosí ancora da quello, in quanto puote, prende la forma dell’operare: per la qual cosa l’autor dice: «e da sua arte». L’arte del divino intelletto è il producere ogni cosa perfetta e a certo e determinato fine; e in questo s’ingegna quanto può la natura d’imitarla, e fallo secondo la disposizione della materia suggetta, la quale, percioché è finita, non può ricevere intera perfezione, come riceve la materia sopra la quale se esercita la divina arte; ché, se ricevere la potesse la natura naturata, producerebbe cosí i nostri corpi perpetui, come l’arte divina produce l’anime. Nondimeno essa ogni cosa, la quale essa produce, produce a certo e determinato fine; ma non è questo fine della qualitá che è il fine al quale Iddio produce le cose, le quali esso fa con la sua arte: percioché il fine al quale Iddio produce le cose, le quali esso compone. è ad essere eterne; ma la natura le produce al fine di dovere alcuna volta venir meno, cosí come veggiamo che fanno tutte le cose prodotte da lei.

Segue adunque l’autore: «E se tu ben la tua _Fisica_ note», cioè riguardi e tieni a mente: e dice «la tua _Fisica_», come di sopra fece dell’_Etica_; percioché Aristotile, non l’autore, fu quegli che compose il libro della _Fisica_; «Tu troverrai», esser dimostrato, «non dopo molte carte», nel secondo libro di quella, «Che l’arte vostra», cioè quella che appo voi mortali se esercita, «quella», cioè la natura, «quanto puote Segue», in quanto, secondo che ne bastano le forze dello ’ngegno, c’ingegnamo nelle cose, le quali il naturale esempio ricevono, fare ogni cosa simile alla natura, intendendo, per questo, che esse abbiano quegli medesimi effetti che hanno le cose prodotte dalla natura, e, se non quegli, almeno, in quanto si può, simili a quegli, sí come noi possiam vedere in alquanti esercizi meccanici. Sforzasi il dipintore che la figura dipinta da sé, la quale non è altro che un poco di colore con certo artificio posto sopra una tavola, sia tanto simile, in quello atto ch’egli la fa, a quella la quale la natura ha prodotta e naturalmente in quello atto si dispone, che essa possa gli occhi de’ riguardanti o in parte o in tutto ingannare, facendo di sé credere che ella sia quello che ella non è; similmente colui che fará una statua; e il calzolaio, quanto piú conforme fará la scarpetta al piede, miglior maestro è reputato: intendendo sempre in questo che, medianti questi esercizi e le forze degl’ingegni, séguiti quel frutto all’artefice che a noi séguita dell’operazion della natura, la quale in ogni sua operazione per alcuni mezzi, sí come per istrumenti a ciò atti, è fruttuosa. E perciò aggiugne l’autore le parole seguenti, dicendo l’arte nostra seguire la natura «come il maestro fa il discente», cioè come lo scolaro fa il maestro; per che dice Virgilio: «Sí che vostr’arte a Dio quasi è nepote», cioè figliuola della figliuola; percioché la natura è figliuola di Dio, in quanto sua creatura, e l’arte nostra è figliuola della natura, in quanto si sforza di somigliarla, come il figliuolo somiglia il padre. Ma dice «quasi», e questo dice peroché propriamente dir non si può la nostra arte essere nepote di Dio, percioché conviene che la successione sia simigliante a’ suoi predecessori; il che della nostra arte dir non si può, in quanto ella è in molte cose difettiva, dove Iddio in tutte è perfettissimo.

E, questo detto, per esemplo dimostra cosí dovere essere, come di sopra ha detto, dicendo: «Da queste due», cioè da natura e da arte, «se tu ti rechi a mente Lo _Genesi_», quello libro il quale è il primo della Bibbia, «dal principio», del mondo, «conviene» all’umana generazione, «Prender sua vita», dall’un di questi, cioè dall’arte; percioché Adam, secondo alcuni vogliono, fu lavorator di terra, e cosí Cain suo figliuolo, e Abel fu pastore, e, per doversi poter nell’opportunitá sostentare, preson queste arti; e cosí, mediante la terra e il bestiame, della fatica e dello ingegno loro traevano il frutto del quale si sostentavano; «ed avanzar la gente», prendendo questa parte della natura, la quale mediante le congiunzion de’ maschi e delle femmine, produce gli animali secondo la loro spezie; e cosí ad Adam e ad Eva convenne per la lor congiunzione avanzare, cioè producere e multiplicar la gente. Ma «perché l’usuriere»; chiamasi «usuriere», percioché vende l’uso della cosa la qual di sua natura non può fare alcun frutto, cioè de’ danari: «altra via tiene», in quanto fa quello che detto è, cioè che i denari faccian frutto, li quali di sua natura in alcuno atto far non possono, e perciò tiene altra via che non fa la natura o l’arte; appare assai manifestamente che esso «Per sé», cioè dall’una parte, «natura» (_supple_) dispregia e ha a vile, «e per la», cioè dall’altra parte, «sua seguace», cioè l’arte, la quale è, come di sopra è mostrato, seguace della natura, «Dispregia», e cosí offende le cose di Domeneddio, «poiché in altro pon la spene», cioè in altra spezie d’avanzare e d’accumular danari.

[Lez. XLIII]

«Ma seguimi oramai». Qui comincia la settima e ultima parte del presente canto, nella quale l’autore discrive per due dimostrazioni l’ora del tempo o del dí. Dice adunque Virgilio, poi che dichiarato ha il dubbio mossogli: «Ma seguimi oramai»; quasi voglia dire: assai abbiam parlato sopra la materia del tuo dubbio; aggiugnendo ancora: «ché ’l gir mi piace». E soggiugne piacergli l’andare per l’ora che era, la qual dimostra primieramente dal luogo del sole, il qual discrive esser propinquo all’orizzonte orientale del nostro emisperio, e cosí essere in sul farsi dí; e dimostralo per questa discrizione: «Che i Pesci guizzan», cioè quel segno del cielo il quale noi chiamiamo «Pesci».

Ad evidenza della qual discrizione è da sapere che tra gli altri cerchi, li quali gli antichi filosofi immaginarono, e per esperienza compresero essere in cielo, n’è uno il quale si chiama «zodiaco»; ed è detto zodiaco da «_zoas_», _quod est_ «_vita_», in quanto da’ pianeti, li quali di quel cerchio, movendosi, non escono, prendon vita tutte le cose mortali; ed è questo cerchio non al diritto del cielo, ma alla schisa, in quanto egli si leva dal cerchio chiamato «equante», il qual divide igualmente il cielo in due parti: verso il polo artico ventitré gradi e un minuto, e altrettanto dalla parte opposita declina verso il polo antartico. E questo cerchio divisero gli antichi in dodici parti equali, le quali chiamaron «segni»; percioché in essi spazi figurarono con la immaginazione certi segni o figure, contenuti e distinti da certe stelle da lor conosciute in quel luogo, e quegli nominarono e conformarono a quegli effetti, a’ quali piú inchinevole quella parte del cielo a producere quaggiú tra noi cognobbono; e il primiero nominarono «Ariete», e il secondo «Tauro», e il terzo «Gemini», e cosí susseguentemente infino al dodicesimo, il quale nominaron «Pesci».

È il vero che essi gli discrissero al contrario del movimento del cielo ottavo; e questo fecero, percioché, come il cielo ottavo con tutti gli altri cieli insieme si muove naturalmente da levante a ponente, cosí quegli segni, o l’ordine di quegli, procede da ponente a levante, percioché per esso cerchio, nel quale i predetti segni sono discritti, fanno lor corso tutti e sette i pianeti, e naturalmente vanno da ponente a levante: per la qual cosa segue che, essendo il sole nel segno d’Ariete e surgendo dall’emisperio inferiore al superiore, si leverá prima di lui il segno de’ Pesci, e in esso sará l’aurora; e cosí vuol qui l’autore dimostrare per i Pesci, li quali dice che guizzano, cioè surgono su per l’orizzonte orientale, dimostrar la prossima elevazion del sole, e cosí essere in su il farsi dí. Ma, percioché questa dimostrazione non bastava a dimostrar questo tanto pienamente (e la ragione è perché il segno de’ Pesci potrebbe essere stato in su l’orizzonte occidentale, e cosí dimostrerebbe esser vicino di doversi far notte), aggiunge l’autore la seconda dimostrazione, la quale stante, non può il segno de’ Pesci, essendo in su l’orizzonte, dimostrare altro se non il sole esser propinquo a doversi levare sopra ’l nostro emisperio; e avendo detto: «i Pesci guizzan su per l’orizzonte», cioè su per quel cerchio che divide l’uno emisperio dall’altro, il qual si chiama «orizzonte» (che tanto vuol dire quanto «finitore del nostro vedere», percioché piú oltre veder non possiamo), dice: «E ’l carro tutto sovra il coro giace».

Ad intelletto della qual dimostrazione è da sapere che, comeché il vento non sia altro che un semplice spirito, creato da esalazioni della terra e da fredde nuvole esistenti nell’aere, egli ha nondimeno tanti nomi, quante sono le regioni dalle quali si conosce esser mosso, e quinci molti per molti nomi il nominarono; ma ultimamente pare per l’autoritá de’ navicanti, li quali piú con essi esercitano la loro arte, essere rimasi in otto nomi, e cosí dicono essere otto venti: de’ quali il primo chiamano «settentrione» ovvero «tramontana», percioché da quella plaga del mondo spira verso il mezzodí; il seguente chiamano «vulturno» ovvero «greco», il quale è tra ’l settentrione e ’l levante; il terzo chiamano «euro» o «levante», percioché di levante spira verso ponente; il quarto chiamano «euro auster» ovvero «scilocco», il quale è tra levante e mezzodí; il quinto chiamano «austro» ovvero «mezzodí», percioché dal mezzodí soffia verso tramontana; il sesto chiamano «libeccio» ovvero «gherbino», il quale è tra ’l mezzodí e ’l ponente; il settimo chiamano «zeffiro» ovvero «ponente», percioché di ver’ ponente spira verso levante; l’ottavo chiamano «coro» ovvero «maestro», il quale è tra ponente e tramontana. E chiamasi coro, percioché compie il cerchio, il quale viene ad essere in modo di coro, cioè di quella spezie di ballo il quale è chiamato «corea». Adunque dice l’autore sopra questo coro giacere allora, cioè esser tutto riversato, il carro; la qual cosa mai in quella stagione, cioè del mese di marzo, ad alcuna ora avvenir non può, né avviene, se non quando il sole è vicino a doversi levare; e cosí questa dimostrazione ne fa aver certa fede di quello che intenda l’autore per la primiera.

Ed è questo carro un ordine di sette stelle assai chiare e belle, le quali si giran col cielo, non guari lontane alla tramontana; e per ciò sono chiamate «carro», perché le quattro son poste in figura quadrata a modo che è un carro, e le tre son poi distese, nella guisa che è il timone del carro, fuor del carro. E sono queste sette stelle poste nella figura d’uno animale, il quale gli antichi tra piú altri figurarono, immaginando essere in cielo, chiamato «Orsa maggiore», a differenza d’un’altra Orsa, la quale è ivi propinqua, e chiamasi «Orsa minore»; nella coda della quale è quella stella la qual noi chiamiamo «tramontana».

E, poiché Virgilio gli ha per queste discrizioni mostrato ch’egli è vicino al dí (donde noi possiam comprendere giá l’autore essere stato in inferno presso di dodici ore, percioché egli si mosse in sul far della notte, come nel principio del secondo canto del presente libro appare), ed egli gli soggiugne un’altra cagione, per la quale l’andare omai gli piace, dicendo: «E’l balzo», di questa ripa, «via lá oltre», lontan di qui, «si dismonta»,—volendo per questo, che non sia da star piú, poiché molta via resta ad andare.

In questo canto non è cosa alcuna che nasconda allegoria.

CANTO DECIMOSECONDO

I

SENSO LETTERALE

[Lez. XLIV]

«Era lo loco, ove a scender la riva», ecc. Continuasi il presente canto al precedente assai evidentemente, percioché, avendogli mostrato Virgilio davanti la universal disposizione dello ’nferno, e sollecitandolo a continuare il cammino, e mostratogli il balzo lontano a loro smontarsi; qui ne dimostra come, a quello luogo pervenuti, qual fosse la qualitá del luogo, per lo quale a scendere aveano. E dividesi il presente canto in sei parti: nella prima, come detto è, dimostra la qualitá del luogo per lo quale aveano a scendere, e cui sopra quello trovassero; nella seconda pone come scendessero, e alcuna cosa che di quella scesa gli ragiona Virgilio; nella terza discrive come Virgilio gli mostrasse un fiume di sangue, e che gente d’intorno v’andasse; nella quarta mostra come Virgilio parlasse a’ centauri che ’l fiume circuivano, e fossenegli un conceduto per guida; nella quinta dice come, seguendo il centauro, esso dimostrasse loro le pene de’ tiranni e de’ rubatori; nella sesta e ultima come, avendo il centauro passato l’autore dall ’altra parte del fiume, se ne tornasse indietro. La seconda comincia quivi: «Cosí prendemmo via»; la terza quivi: «Ma ficca gli occhi»; la quarta quivi: «Vedendoci calar»; la quinta quivi: «Noi ci movemmo»; la sesta e ultima quivi: «Poi si rivolse». Dice adunque: «Era lo loco», ove la lettera si vuole cosí ordinare: «Lo loco, ove venimmo a scender la riva, era alpestro». Dice la «riva», intendendo per la «ripa»; e questo dico, percioché molti fanno distinzione tra «riva» e «ripa», chiamando «riva» quella del fiume, e «ripa» gli argini che sopra le fosse si fanno, o dintorno alle castella, o ancora in luoghi declivi, per li quali d’alcun luogo alto si scende al piú basso, come era in questo luogo. E dice questo luogo essere «alpestro», cioè senza alcun ordinato sentiero o via, sí come noi il piú veggiamo i trarupi dell’alpi e de’ luoghi salvatichi. E, oltre a ciò, dice ch’è «tal, per quel ch’ivi er’anco», cioè per lo Minotauro, che in quel luogo giacea come appresso si dimostra; «Che ogni vista ne sarebbe schiva», a doverlo riguardare. E, per piú aprirne la qualitá del luogo, nel dimostra per un esempio, e dice che egli era tale, «Qual è quella ruina, che nel fianco Di lá da Trento l’Adice percosse».

È questa una ruina, la qual si truova andando da Trento, cittá di Lombardia, verso Tiralli su per l’Adice, la quale alla sommitá d’un monte discende tutta in su la riva dell’Adice. E la cagione di questa ruina del monte pare essere stata l’una delle tre cose: o l’essere stato il monte percosso nel lato dall’impeto del fiume, il quale, scendendo delle montagne propinque, viene ne’ tempi delle piove con velocissimo e impetuoso corso, e cosí, percotendo il monte, il qual non è di molto tenace terreno, il fece ruinare come si vede; o veramente cadde parte del detto monte per alcun tremuoto che fu nella contrada, come assai ne caggion per lo mondo; o cadde per mancamento di sostegno. È in assai parti la terra cavernosa, e in queste caverne è quasi sempre acqua, la quale, evaporando e umettando le parti superiori delle caverne, sempre le rodono e indeboliscono; per che avvien talvolta che, premute molto dal peso superiore, non potendolo sostener piú, cascano, e cosí casca quel che di sopra v’era: e quinci talvolta procedono le voragini, le quali abbiamo udito o lette essere in alcun luogo avvenute.

E avendo adunque l’autor detto: «l’Adice percosse», pone l’altre due cagioni per le quali poté avvenire, dicendo: «O per tremuoto, o per sostegno manco». È il tremuoto causato da aere rinchiuso nel ventre della terra, il quale, essendo molto e volendo uscir del luogo nel quale è racchiuso, con tanta forza alcuna volta si muove dall’una parte all’altra della caverna, che egli fa tutte le parti circunstanti tremare; ed è talvolta il triemito di tanta potenza, che egli fa cadere gli edifici e le cittá, alle quali egli è vicino.

Séguita poi l’autore a farne quel che intende, cioè chiara la qualitá del luogo, e dice: «Che da cima», cioè dalla sommitá, «del monte onde si mosse», quella ruina della qual parla, «Al piano, è sí la roccia discoscesa, Ch’alcuna via darebbe», a venir giuso al piano, «a chi su fosse», cioè sopra ’l monte: «Cotal di quel burrato»; «burrati» spesse volte si chiaman fra noi questi trarupi de’ luoghi alpigini e salvatichi; e perciò dice che di quel burrato, cioè trarupo, dove venuti erano, «era la scesa» cotale, qual del monte trarupato che dimostrato ha; «E ’n su la punta», cioè in su la sommitá, «della rotta lacca», cioè ripa, «L’infamia di Creti era distesa», cioè il Minotauro, la cui concezione fu sí fuori de’ termini naturali e abominevole, che all’isola di Creti, nella quale esso fu, secondo le favole, generato, ne seguí perpetua infamia; «Che fu concetta», questa infamia di Creti, «nella falsa vacca», cioè in una vacca di legno, come appresso dimostrerò.

[È adunque da sapere, come di sopra nel quinto canto di questo libro, dove si tratta di Minos, è detto, che, volendo Minos andare sopra gli ateniesi a vendicare la morte d’Androgeo, suo figliuolo, il quale essi e’ megarensi avevano per invidia ucciso; domandò a Giove, suo padre, che gli piacesse mandargli alcuno animale, il quale, sí come degna vittima, a lui sacrificasse nella sua andata: al cui priego Giove gli mandò un toro bianchissimo e bello, il qual toro piacque tanto a Minos che esso non l’uccise, ma guardollo per averne allievi tra gli armenti suoi. Di che seguí che Venere, la quale odiava tutta la schiatta del Sole, percioché da lui era stato manifestato a Vulcano, suo marito, e agli altri iddii l’adulterio nel quale ella stava con Marte, fece che Pasife, moglie di Minos e figliuola del Sole, s’innamorò di questo toro cosí bello; e, andato Minos ad Atene, ella pregò Dedalo, il quale era ingegnosissimo uomo, che le trovasse modo per lo quale essa potesse giacere con questo toro. Per la qual cosa Dedalo fece una vacca di legno vota dentro, e, fatta uccidere una vacca, la qual parea che oltre ad ogni altra dell’armento piacesse a questo toro, e presa la pelle di quella, ne coperse la vacca del legno, e fece Pasife entrarvi entro e stare in guisa che, estimando il toro questa esser la vacca amata da lui, si congiunse con Pasife; del qual congiungimento dicono si creò, e poi nacque, una creatura la quale era mezza uomo e mezza toro. Il qual cresciuto, e divenuto ferocissimo animale e di maravigliosa forza, dicono che Minos il fece rinchiudere in una prigione chiamata «laberinto», e in quella mandava a lui tutti coloro li quali voleva far crudelmente morire; e questo Minotauro gli uccideva e divorava. Ed essendovi, sí come in sorte toccato gli era, venuto Teseo, figliuolo d’Egeo, re d’Atene, e quivi dimorato alcun dí, e in quegli Adriana, figliuola di Minos e di Pasife, innamoratasi di lui, e avendo avuta la sua dimestichezza, e per questo avendo compassion di lui, gl’insegnò come dovesse fare quando giugnesse a questo Minotauro, e come dietro ad uno spago se ne tornasse fuori della prigione. La qual cosa Teseo fece; e, giunto al Minotauro, il quale con la gola aperta gli si fece incontro, gli gittò in gola una palla di certa composizione viscosa, la quale mentre il Minotauro attendeva a divorare, Teseo, datogli d’un bastone sopra la testa e uccisolo, secondo l’ammaestramento datogli da Adriana, dietro allo spago che portato avea tornandosene, e cosí uscito del laberinto, con Adriana e con Fedra, sua sorella, occultamente partitosi di Creti, se ne tornò ad Atene. E cosí, predetta questa favola, piú lievemente comprender si può il testo che segue, il qual dice:]

«E quando», quel Minotauro, «vide noi», che venivamo, «se stesso morse, Si come quei», si morde, «cui l’ira dentro fiacca», cioè rompe e divide dalla ragione, dalla quale lasciato, in se medesimo bestialmente incrudelisce.

Ed è qui per questo bestiale animale primieramente da comprendere qual sia la qualitá de’ peccatori, che nel cerchio dove discendono si punisca; la quale assai manifestamente si può comprendere essere bestiale, poiché, per l’animal preposto al luogo, convenientemente, sí per la generazione e sí per gli atti, la bestialitá si discrive. Appresso è da comprendere quello nella entrata di questo cerchio settimo opporsi all’autore, che negli altri cerchi superiori è dimostrato continuamente opporsi, cioè alcun dimonio, il quale o con atti o con parole si sforzi di spaventar l’autore, e di ritrarlo per paura dal suo buon proponimento; dal qual senza dubbio piú volte sarebbe stato rimosso, se i buoni conforti e l’aiuto della ragione non l’avesse, nella persona di Virgilio, aiutato.

Séguita adunque quel che Virgilio incontro alla rabbia, la quale questa fiera bestia mordendosi, a reprimer quella dicesse, accioché spazio desse di passare all’autore, e però dice: «Lo savio mio Virgilio gridò», cioè parlò forte verso il Minotauro: «—Forse Tu credi, che qui sia ’l duca d’Atene», cioè Teseo, «Che su nel mondo la morte ti porse?», come nella fine della favola detta di sopra si contiene. «Partiti, bestia», del luogo dove tu se’ per impedire il passo a costui che mi segue, «che questi», il qual tu vedi meco, «non viene Ammaestrato dalla tua sorella», cioè Adriana, come venne Teseo, il qual t’uccise, «Ma vassi», come è piacer di Dio, «per veder le vostre pene»,—di te e degli altri.