Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 3

Part 7

Chapter 73,641 wordsPublic domain

«Figliuol mio, dentro da cotesti sassi»,—li quali tu puoi veder di sotto da te, «Cominciò poi a dir,—son tre cerchietti», cioè il settimo e l’ottavo e il nono: e chiamali «cerchietti», percioché sono di circúito piccoli a rispetto di quegli di sopra: «Di grado in grado», cioè, discendendo, l’uno appresso l’altro si trovano, «come» trovati hai «quei che lassi», di sopra da noi. «Tutti», questi tre cerchietti, «son pien di spirti maladetti», cioè dannati; «Ma, perché poi ti basti pur la vista», cioè il vedergli, quando ad essi perverremo, «Intendi come e perché son costretti», gli spirti maladetti che dentro vi sono.

«D’ogni malizia ch’odio in cielo acquista». Malizia è di due maniere: o è malizia corporale, o è malizia mentale. Malizia corporale è quella la quale noi generalmente chiamiamo «infermitá o difetto di corpo»; e questa può essere ancora nelle cose insensibili, quando in esse naturalmente è alcun difetto, sí come alcuna volta è in uno albero, il quale nasce torto o noderoso, o con alcuna altra cosa meritamente biasimevole, secondo la sua qualitá. O è malizia d’anima, la qual propriamente è perversitá di pensiero e di disiderio che nelle nostre anime sia; e questa è pessima spezie di malizia, percioché d’essa mai altro che male non nasce, né può nascere. E perciò l’autore mostra di fare questa distinzione nelle sue parole, in quanto dice «d’ogni malizia ch’odio in cielo acquista», intendendo di questa ultima; percioché la prima alcun odio non acquista in cielo, quantunque ella sia in terra in odio a colui che la patisce; e per tanto dice «odio», perché l’operazioni, le quali seguono della malizia delle nostre menti, son malvagie e dispiacciono a Dio, il qual dimora in cielo; e quindi, perduta la sua grazia, meritiamo l’ira sua, la quale, perseverando noi nel male adoperare, diventa odio, se in esso male adoperare senza pentirci moiamo. «Ingiuria è il fine»; percioché quante volte i nostri maliziosi pensieri si mettono ad esecuzione, mai non si mettono se non per fare ingiuria ad alcuna persona; «ed ogni fin cotale», cioè di fare ingiuria ad alcuno, «O con forza o con frode altrui», cioè colui che riceve la ’ngiuria, «contrista», affligge e noia; mostrando in queste parole due essere i modi ne’ quali per la malizia della nostra mente si fa altrui ingiuria, cioè o violentemente o fraudolentemente.

E questo dimostrato, ne chiarisce in qual di questi due modi piú s’offenda Iddio, dicendo: «Ma perché frode è dell’uom proprio male», cioè che in esso si crea, nasce e dilibera, e in questo è «proprio male» dell’uomo; «Piú spiace a Dio», che non spiace la forza, la quale non è proprio male dell’uomo, conciosiacosaché molte cose esteriori siano all’uomo di necessitá per dovere potere usar la forza, le quali se l’uomo non le si sentirá, non si metterá a doverla usare: «e però», che la fraude spiace a Dio piú che la forza, per la ragion detta, «stan di sotto Gli frodolenti», nell’ottavo e nel nono cerchio, li quali sono di sotto al settimo, nel quale intende dimostrare esser posti e dannati coloro, li quali per forza fanno ingiuria ad altrui, «e», percioché si stanno ne’ cerchi piú inferiori, «piú dolor gli assale», cioè sono oppressi da maggior tormenti.

E, detto questo, viene alla prima parte della sua distinzione, cioè a dimostrare in quanti modi e a quante persone si possa fare per forza ingiuria altrui, e questi modi e persone dimostra esser tre: e cosí dimostra il settimo cerchio esser distinto in tre parti come apparirá. Dice adunque: «Di violenti», cioè di coloro li quali con forza fanno altrui ingiuria, «il primo cerchio è tutto», cioè il primo cerchio de’ tre, li quali mostra essere sotto quei sassi, il quale nel numero de’ cerchi dello ’nferno è settimo; e dice, «è tutto», percioché il distingue, come detto è, in tre parti, le quali tutte e tre son piene di violenti.

E mostra la ragione perché in tre parti il distingua, dicendo: «Ma, perché si fa forza a tre persone», in se medesime diverse e separate, come apparirá; «in tre gironi è distinto e costrutto», questo primo cerchio. E, detto questo, mostra quali sieno le tre persone, alle quali i violenti o fanno o si sforzan di fare ingiuria, dicendo; «A Dio», il qual noi dobbiamo amare e onorare sopra ogni altra cosa, e lui solo adorare, e questi è l’una persona; «a sé» medesimo, cui noi dobbiamo, appresso a Dio, amare piú che alcuna altra cosa, e questo è la seconda persona; «al prossimo», il quale noi dobbiamo amare come noi medesimi.

[È vero che in questo prossimo ha differenza da un prossimo ad un altro, percioché a tutti gli uomini, di che che setta, di che che nazion si sieno, secondo la legge naturale, siam prossimi; percioché tutti da un principio, cioè da’ primi parenti, proceduti siamo, e però tutti ci dobbiamo amare. Ma a questa generalitá si prepone una particularitá, percioché noi dobbiamo amare piú i cristiani che l’altre sètte; conciosiacosaché noi siamo da una medesima legge, da una medesima dottrina, da quegli medesimi sagramenti costretti insieme, dove dall’altre sètte noi siam separati. E, oltre a questa, pare ancora che questa particularitá riceva alcuna divisione, in quanto pare che ciascun debba piú amare colui che con congiunzione di piú prossimana consanguinitá è congiunto, che un altro piú lontano di parentela amare; e cosí potrebbe seguire che, quanto alcun dee piú strettamente amare un che un altro, piú gravemente pecchi, se in colui, che piú dee amare, fa violenza: ma questo si rimanga al presente.]

«Si puone», cioè si puote, «Far forza»; e, detto questo, apre piú la sua intenzione, dicendo: «dico in loro», cioè nelle proprie persone de’ detti tre, «ed in lor cose, com’udirai con aperta ragione».

E cosí, di tre, paion divenute sei quelle cose nelle quali far si può violenza. E quali queste sieno, e in che maniera si possa in esse far violenza, distingue e dichiara, cosí cominciando dal prossimo: e dice che «Morte per forza», come uccidere col coltello, col veleno, col capestro, o col fuoco o in altra maniera, le quali son morti violente che si possono nel prossimo dar per forza; «e ferute dogliose Nel prossimo si dánno», cioè nella propria persona del prossimo; e quinci dimostra quello che violentemente s’adopera, o può adoperare, nelle sustanze del prossimo, dicendo: «e nel suo avere», cioè nelle sue possessioni e ricchezze, «Ruine», come è disfargli le case, «e incendi», come è ardergliele o ardergli le biade, e «tollette dannose», come è il rubargli le sue cose, tôrgli la moglie, la figliuola, il bestiame e simili sustanze. E, questo dimostrato, piú particularmente narrandogli, dimostra in qual de’ tre gironi tormentati sieno, dicendo: «Odii», cioè coloro che odio portano al prossimo, volendo per questo s’intendano coloro in questo medesimo luogo esser dannati, li quali, quantunque queste violenze non facciano, le farebbon volentieri se potessono, e, perché piú non possono, hanno in odio il prossimo; «omicide, e ciascun che mal fiere» (dice «mal fiere», a distinguer da questi cotali coloro li quali, posti per esecutori della giustizia, giustamente uccidono e feriscono); «Guastatori», come sono incendiari e simili uomini, «e predón», cioè rubatori, corsari e tiranni e simiglianti, «tutti tormenta Lo giron primo», di questo primo cerchio, e tormentali «per diverse schiere», volendo che per questo s’intenda questi cotali peccatori esser piú e men tormentati, secondo che hanno piú o meno offeso, sí come apparirá lá dove tormentati gli discrive.

E, mostrato della violenza che si può fare nel prossimo e nelle sue cose, dimostra quello che l’uom può fare in se medesimo e nelle sue cose, e quello che di ciò gli segua, e dice: «Puote uomo avere in sé man violenta», uccidendosi col coltello e col capestro, come molti hanno giá fatto, «E ne’ suoi beni», giucando quegli; «e però nel secondo Giron», de’ tre predetti, «convien che senza pro si penta», sostenendo gravissimi tormenti. E, questo detto, se medesimo dichiara con piú aperto parlar, dicendo: «Qualunque priva sé del vostro mondo», uccidendosi, come detto è, «Biscazza, e fonde», consuma, «la sua facultade», cioè la sua ricchezza, e, per conseguente, «E piagne», d’aver cosí fatto, «lá dove esser dee giocondo», avendole guardate e servate come si convenia.

E, mostrato della violenza, la quale l’uomo può fare in se medesimo e nelle sue cose, e quello che di ciò gli segua, viene a dimostrare come si possa far violenza a Dio e alle cose sue, e dice: «Puossi», da’ violenti, «far forza nella deitade, Col cuor negando e bestemmiando quella», come molti, o adirati o per mostrar di non temere Iddio, non che altrui, fanno; «E», appresso, si può far forza nelle cose di Dio «spregiando natura e sua bontade», cioè adoperando contro alle naturali leggi, come assai bestialmente fanno; «E però lo minor giron», de’ tre predetti, ne’ quali il primo cerchio è distinto, «suggella Del segno suo», cioè de’ tormenti che in quel sono, «e Sogdoma e Caorsa». E vuole l’autore per questi nomi di queste due cittá intendere due spezie d’uomini, li quali offendono o fanno violenza a Dio nelle cose sue, cioè nella natura e nell’arte, le quali sono sue cose, sí come appresso mostrerà l’autore: e intende per «Sogdoma» coloro li quali contro alle leggi della natura con sesso non debito lussuriosamente adoperano; e per «Caorsa» intende gli usurai, li quali fanno violenza alle leggi della natura e al buon costume dell’arte.

Ed accioché piú manifestamente appaia l’autore intender questo, è da sapere che Sogdoma, secondo si legge nel _Genesi_, fu una cittá vicina a Ierico in Soria, la qual fu abbondantissima di tutti i beni temporali; per la quale abbondanza i cittadini di quella in tanta viziosa vita trascorsono, che né legge divina né umana seguivano, e ogni vizio, quantunque detestabile fosse, era a ciascuno, secondo che piú gli piacea, lecito d’esercitare; e, tra gli altri, era in tutti generale il sogdomitico, per lo quale, e sí ancora per gli altri, meritaron l’ira di Dio. Il quale, essendo disposto a volerla insieme co’ cittadini sovvèrtere, prima il manifestò ad Abraam, il quale il pregò che non volesse fare a’ buoni sostener pena per le colpe de’ malvagi; e, promettendo Iddio di perdonare a’ malvagi per amor de’ buoni, se alquanti vi se ne trovassono, non sappiendovene Abraam trovare quantitá alcuna di quelli che domandati avea, fu contento al piacer di Dio. Per la qual cosa Iddio mandò due suoi angeli a Lot, nepote d’Abraam, il quale abitava in quella, ed era buono e onesto e santo uomo; e per loro gli comandò che di quella con la sua famiglia si dovesse partire, manifestandogli quello che di fare intendeva. Erano i due angeli, quando alla casa di Lot pervennero, in forma di due speziosissimi giovanetti, li quali da’ sogdomiti veduti, incontanente corsono alla casa di Lot, addomandando d’aver questi giovani. Lot, il quale sí come messi del suo Signore ricevuti li avea, non gli volle lor dare, ma per sodisfare all’impeto della lor lussuria, e per servare l’onore de’ giovani che a casa gli eran venuti, volle lor dare due sue belle figliuole vergini, le quali in casa aveva: ma essi, non volendole, e volendo far impeto nella casa, subitamente per divino giudicio tutti divennero ciechi. Lot con la famiglia sua poi uscí della cittá, secondo il comandamento fattogli, e incontanente sentí dietro a sé grandissima tempesta e orribili tuoni e folgori cader da cielo, le quali Sogdoma e’ suoi cittadini, e alcune altre terre le quali in simiglianti vizi peccavano, arsono e consumaron tutte, lasciando nondimeno, in detestabile memoria di sé, questo infame sopranome a tutti coloro li quali in vizio contro natura peccano.

Caorsa è una cittá di Proenza, ovvero in Tolosana, secondo che si racconta, sí del tutto data al prestare a usura, che in quella non è né uomo né femmina, né vecchio né giovane, né piccol né grande che a ciò non intenda; e non che altri, ma ancora le serventi, non che il lor salario, ma se d’altra parte sei o otto denari venisser loro alle mani, tantosto gli dispongono e prestano ad alcun prezzo. Per la qual cosa è tanto questo lor miserabile esercizio divulgato, e massimamente appo noi, che, come l’uom dice d’alcuno:—Egli è caorsino,—cosí s’intende ch’egli sia usuraio.

Séguita poi: «E chi spregiando Iddio col cuor favella», percioché in questo fa violenza alla divinitá, ché in altro non può; percioché andar non si può in cielo a far violenza a Dio nella persona, fassi adunque qui in quel che si può, bestemmiandolo, dispettandolo, avvilendolo e negandolo, come di sopra è detto.

«La frode, ond’ogni coscienza». Poi che Virgilio ha pienamente mostrato all’autore i gironi del primo cerchio, e ancora quegli che in essi son tormentati, che sono la prima spezie d’uomini che a fine di fare ingiuria usano violenza; ed esso diviene a dimostrare la seconda spezie, la quale esso chiama i «fraudolenti», che non con violenza manifesta, come i sopradetti, ma con fraude e occultamente s’ingegnano di fare altrui ingiuria. Dice adunque: «La frode»; che cosa sia fraude si mostrerá appresso nel principio del diciassettesimo canto; «onde», dalla quale, «ogni coscienza è morsa», cioè offesa, «Può l’uomo usare». Intende qui l’autore di dimostrare esser due spezie principali di fraude, delle quali dice l’una esser quella fraude la quale si commette contro a coloro li quali non si fidano di colui che poi con fraude l’inganna; e l’altra esser quella che si commette contra coloro li quali si fidano di colui che poi fraudolentemente gl’inganna; e perciò vuole queste due spezie di fraudolenti ne’ due seguenti cerchi, li quali sono li due ultimi dello ’nferno; e vuole nel superiore, il quale è il secondo de’ tre predetti, sien puniti que’ fraudolenti li quali ingannano chi di lor non si fida, e nell’inferiore, il quale è il piú profondo dello ’nferno, sien puniti i fraudolenti, li quali ingannano chi si fida di loro. E però dice: «Può l’uomo usare», fraude, «in colui», cioè contra colui, «che si fida», e questa è l’una spezie e la peggiore, «E», puolla ancora usare, «in quello che fidanza non imborsa». cioè con tra colui il quale non ha fidanza nel fraudolente. «Questo modo di dietro», cioè d’ingannare chi non si fida, «par che uccida», cioè offenda, «Pur lo vincol d’amor, che fa natura», cioè quel legame col quale la natura tutti ci lega e costrigne a doverci amare, in quanto tutti siamo animali d’una medesima spezie e discesi da un medesimo principio; «Onde», cioè per la qual cagione, «nel cerchio secondo», de’ tre di sopra dimostrati, che dice che son sotto quei sassi, «s’annida», cioè l’è data per istanza, sí come all’uccello il nido, «Ipocrisia, lusinghe e chi affattura; Falsitá, ladroneccio e simonia, Ruffian, baratti e simile lordura»: delle quali tutte partitamente si dirá, dove appresso de’ tormenti attribuiti ad esse si tratterá.

«Per l’altro modo». cioè per l’usar frode in colui che d’altrui si fida, «quell’amor s’oblia», cioè si mette in non calere, «Che fa natura», del quale poco dianzi è detto, «e», obliasene, «quel», amore, «ch’è poi aggiunto», al naturale, o per amistá o per benefici ricevuti o per parentado; «Di che», cioè delle quali cose, «La fede spezial si cria», cioè la singulare e intera confidenza che l’un uomo prende dell’altro, per singulare amicizia congiuntogli: «Onde», cioè, e perciò, «nel cerchio minore», de’ tre sopra detti, «ov’è il punto», cioè il centro, «Dell’universo» (piú volte s’è di sopra detto il centro della terra essere centro di tutto il mondo, cioè del cielo ottavo e degli altri cieli e degli elementi tutti), «in su che Dite siede» fondata, sí come tutte l’altre cittá e edifici, li fondamenti delle quali, se con diritta linea si tireranno al centro della terra, tutti si troveranno sovra quello esser fondati o fermati. O puossi intendere per lo Lucifero, il quale ha quel medesimo nome, secondo i poeti, che ha la cittá sua, cioè Dite, il quale, come nella fine del presente libro si vedrá, dimora sí in sul centro della terra bilanciato, che egli non può né piú in su farsi, né piú in giú scendere, percioché il piú in giú non v’è. Adunque, secondo che l’autor vuole, in questo cerchio ultimo, «Qualunque trade», cioè fraudolentemente adopera contro a colui che di lui si fida, «in eterno è consunto», cioè tormentato. E cosí ha ottimamente l’autore distinti e dichiarati i tre cerchi, li quali Virgilio dice essere sotto a quei sassi, li quali presente a sé gli dimostra.

«Ed io:—Maestro». Qui comincia la terza parte del presente canto, nella quale l’autore muove un dubbio a Virgilio, domandando perché i peccatori, che ne’ seguenti cerchi sono, sieno puniti dentro alla cittá di Dite, piú che quegli de’ quali di sopra ha parlato; e primieramente concede assai bene essere stato dimostrato da lui quello che detto ha de’ tre cerchi inferiori, dicendo: «Ed io:—Maestro, assai chiaro procede La tua ragione», nel dimostrare, «ed assai ben distingue Questo baratro», cioè questo inferno, il quale è da quinci in giù, «e», similmente distingue bene, «il popol che ’l possiede», cioè i peccatori li quali in esso son tormentati. «Ma dimmi: Que’ della palude pingue», cioè gl’iracundi e gli accidiosi, li quali son tormentati nella palude di Stige, la quale cognomina «pingue» per la sua grassezza del loto e del fastidio il quale v’è dentro; e quegli «Che mena il vento», cioè i lussuriosi, che son di sopra nel secondo cerchio, «e» quegli «che batte la pioggia», cioè i golosi, li quali sono di sopra nel terzo cerchio, «E» quegli «che s’incontran con sí aspre lingue», cioè gli avari e’ prodighi, li quali sono nel quarto cerchio (e dice «si scontran con sí aspre lingue», cioè mordaci, in quanto dicono l’un contro all’altro:—«Perché tieni?»—e«Perché burli?»—). «Perché non dentro della città roggia», cioè rossa per lo fuoco, il quale, facendola rovente, la fa di nera divenir rossa, «Son e’ puniti», come son costoro, de’ quali tu mi ragioni, «se Dio gli ha in ira?», cioè se Dio è adirato contro a loro; «E se non gli ha», in ira, «perché sono a tal foggia?»,—cioè puniti, come di sopra abbiam veduto.

«Ed egli a me». Qui comincia la quarta parte del presente canto, nella quale Virgilio, mostrandogli la ragione per la quale quello avviene di che egli domanda, gli solve il dubbio mossogli. Dice adunque: «Ed egli a me» (_supple_), rispose, alquanto commosso e dicendo:—«Perché tanto delira,—Disse—lo ’ngegno tuo da quel ch’e’ suole?», cioè, perché esce tanto della diritta via piú che non suole? «_Lira lirae_» sí è il solco il quale il bifolco arando mette diritto co’ suoi buoi, e quinci viene «_deliro deliras_», il quale tanto viene a dire quanto «uscire dal solco»; e però, _metaphorice_ parlando, in ciascuna cosa uscendo della dirittura e della ragione, si può dire e dicesi «delirare». E cosí qui vuol Virgilio dire all’autore: tu suogli nelle cose dirittamente giudicare; questo perché avviene ora, che tu non giudichi cosí? E perché questo suole avvenire dall’una delle due cose (cioè il non giudicar dirittamente delle cose e però muoverne dubbio), o per ignoranza o per l’aver l’animo impedito d’altro pensiero, e perciò segue: «Ovver la mente», tua, «dove altrove mira?». E, questo déttogli, gli ricorda quello di che esso si dovea ricordare, ed, essendosene ricordato, non avrebbe mosso il dubbio, e dice: «Non ti rimembra di quelle parole, Con le quai la tua _Etica_ pertratta».

_Etica_ è un libro, il quale Aristotile compose in filosofia morale, il quale Virgilio dice qui all’autore esser «suo», non perché suo fosse, come detto è, ma per darne a vedere questo libro fosse familiarissimo all’autore e ottimamente da lui inteso: e tratta Aristotile in piú luoghi di queste tre disposizioni, e massimamente nel settimo. E quinci segue: «Le tre disposizion», d’uomini, «che il ciel non vuole», cioè recusa, sí come reprobi e malvagi. E quinci dimostra quali quelle disposizioni sieno, dicendo: «Incontinenza»: questa è l’una per la qual noi dagli appetiti naturali inchinati e provocati, non potendo contenerci, pecchiamo e offendiamo Iddio; «malizia»: questa è l’altra disposizione la quale il ciel non vuole, e questa non procede da operazion naturale, ma da iniquità d’animo, ed è dirittamente contro alle virtù, secondo che Aristotile mostra nel sesto dell’_Etica_; ma in questa opera intende l’autore questa malizia esser gravissimo vizio e opposto alla bontà divina, come appresso apparirà; «e la matta Bestialitade?»: e questa è la terza disposizione che ’l ciel non vuole. Questo adiettivo «matta», pose qui l’autore piú in servigio della rima, che per bisogno che n’avesse la bestialità, percioché bestialità e mattezza si posson dire essere una medesima cosa. È adunque questa «bestialità» similmente vizio dell’anima opposto, secondo che piace ad Aristotile nel settimo dell’_Etica_, alla divina sapienza, il quale, secondo che l’autor mostra di tenere, non ha tanto di gravezza quanto la malizia, sí come nelle cose seguenti apparirà. «E come incontinenza Men Dio offende», che non fanno le due predette, «e piú biasimo accatta?» negli uomini, li quali il piú giudicano delle cose esteriori e apparenti, percioché le intrinseche e nascose son loro occulte, e per questo non le posson cosí biasimare e dannare; e i peccati, li quali noi commettiamo per incontinenza, son quasi tutti negli occhi degli uomini, dove gli altri due il piú stanno serrati nelle menti di coloro che li commettono, quantunque poi pure appaiono; e sono, oltre a ciò, piú rade volte commessi che quegli degli appetiti carnali, li quali continuamente ne ’nfestano. «Se tu riguardi ben questa sentenza», cioè che la incontenenza offenda meno Iddio che l’altre due; «E rechiti alla mente chi son quegli Che su di fuor», della cittá di Dite, «sostengon penitenza», per le colpe commesse; «Tu vedrai ben perché da questi félli». cioè malvagi, «Sien dipartiti», percioché tu conoscerai questi cotali, de’ quali io ti dico che di fuor di Dite son puniti, tutti esser peccatori, li quali hanno peccato per incontinenza; «e perché men crucciata La divina giustizia li martelli»,—cioè tormenti; e dice «men crucciata», imitando nel parlare il costume umano, il quale quanto piú di cruccio porta verso alcuno, tanto piú crudelmente il batte.