Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 3

Part 23

Chapter 233,436 wordsPublic domain

Comincia il canto sesto del _Purgatoro_. Nel qual Virgilio solve a l’autore un dubbio mossogli del pregare che gli spiriti faceano che per lor si pregasse. Poi truovan Sordello da Mantova, e appresso l’autore parla contro ad Italia; e ultimamente contro a Fiorenza.

Comincia il canto settimo del _Purgatoro_. Nel quale l’autor mostra come, poi s’ebber fatta festa insieme Virgilio e Sordello, che Sordello gli menasse in un grembo del monte, dove vide Ridolfo imperadore e piú altri magnifichi spiriti.

Comincia il canto ottavo del _Purgatoro_. Nel quale l’autor mostra come due angeli discesero da cielo a guardia del luogo dove erano; e appresso come truova giudice Nino e Currado marchese Malespina, con li quali alquanto parla.

Comincia il canto nono del _Purgatoro_. Nel quale l’autor dimostra come, adormentatosi, gli parve da una aquila esser portato infino al fuoco; per che destatosi, si trovò presso alla porta del purgatoro, dove, secondo che Virgilio gli dice, l’avea portato una donna. E quindi dice sé essere andato alla detta porta, la quale discrive come fatta sia, e similmente uno angelo che sopra quella stava, e come gli scrivesse sette P nella fronte e dentro il mettesse.

Comincia il canto decimo del _Purgatoro_. Nel quale l’autore dimostra che, entrato dentro a quello, vedesse intagliate nella ripa del monte certe istorie d’umiltá, e poi vedesse anime chinate sotto gravi pesi andare dintorno.

Comincia il canto decimoprimo del _Purgatoro_. Nel quale l’autor mostra come, trovati spiriti che sotto gravi pesi purgavano il peccato della superbia, parla con Uberto Aldobrandesco e con Odorigi da Gobbio; e alquanto grida contro alla vanagloria umana.

Comincia il canto decimosecondo del _Purgatoro_. Nel quale l’autore dimostra l’abbattimento di molti superbi essergli apparito scolpito nel pavimento; e appresso, invitati a salire nel secondo girone da uno angelo, gli è uno de’ sette P levato dalla fronte.

Comincia il canto decimoterzo del _Purgatoro_. Nel quale l’autore, venuto nel secondo girone dove si purga il peccato della ’nvidia, ode certe voci, mosse da caritá; poi truova spiriti a sedere, vestiti tutti di ciliccio e con gli occhi cigliati, tra’ quali Sapia gli favella.

Comincia il canto decimoquarto del _Purgatoro_. Nel quale l’autore nel predetto girone parla con Guido del Duca, il quale, abbominata la valle d’Arno, predice alcune cose del nepote di Rinier da Calvoli; e poi si duole di piú valenti uomini romagnuoli, venuti meno; poi ode voci in detestazion della ’nvidia.

Comincia il canto decimoquinto del _Purgatoro_. Nel quale l’autor mostra come, invitati da uno agnolo a salir nel terzo girone, Virgilio gli solve un dubbio, natogli per parole di Guido del Duca; poi mostra sé avere per vision vedute certe cose dimostranti mansuetudine, e, nel giron pervenuti, dice cominciarsi lor sopra un gran fummo.

Comincia il canto decimosesto del _Purgatoro_. Nel quale l’autor mostra come, entrato nel fummo del terzo girone, dove si purga il peccato dell’ira, truova Marco Lombardo, il quale ragiona con lui del mondo ch’è guasto e della cagione.

Comincia il canto decimosettimo del _Purgatoro_. Nel quale l’autor mostra come, vedute certe cose in visione, le quali sono in detestazion dell’ira, Virgilio gli aperse che cosa è amore e di quante spezie, essendo essi pervenuti nel quarto girone, dove si purga l’amore del bene scemo.

Comincia il canto decimottavo del _Purgatoro_. Nel quale l’autore mostra ancora come amore in noi si crea. E appresso ode cose ad incitare la sollecitudine; e poi parla con l’abate di San Zeno da Verona, e ultimamente ode cose in vitupèro della pigrizia.

Comincia il canto decimonono del _Purgatoro_. Nel quale l’autore discrive una vision d’una femina contrafatta, veduta da lui; e appresso come perviene nel quinto girone, ove si purga il peccato dell’avarizia; e quivi truova peccatori a giacere vòlti in giú e legati, e parla con un papa di que’ dal Fiesco.

Comincia il canto vigesimo del _Purgatoro_. Nel quale l’autore mostra d’aver parlato tra gli avari con Ugo Ciappetta, il quale gli dice come di lui son discesi li presenti reali di Francia, e, oltre a ciò, alcune vituperevoli opere fatte e che far debbono, e, oltre a ciò, gli mostra come il dí cantano laudevoli cose della povertá, e la notte vituperevoli dell’avarizia; e ultimamente come sentí tutto tremare il monte.

Comincia il canto vigesimoprimo del _Purgatoro_. Nel quale l’autor mostra come Stazio, apparito tra loro, dice la cagion del tremar del monte, e poi se medesimo manifesta, e conosce Virgilio.

Comincia il canto vigesimosecondo del _Purgatoro_. Nel quale l’autore mostra come, venuti nel sesto girone, e andando Virgilio e Stazio ragionando di varie cose, trovarono uno albero nella strada, del quale sentîro certe voci venire verso loro, le quali sonavano in laude della sobrietá.

Comincia il canto vigesimoterzo del _Purgatoro_. Nel quale l’autore mostra purgarsi il vizio della gola; e, trovato Forese Donati, ode da lui certe cose, e, tra l’altre, alcune cose future, contra la disonestá delle donne fiorentine.

Comincia il canto vigesimoquarto del _Purgatoro_. Nel quale l’autore, continuando il suo ragionar con Forese, ode nominare piú altri spiriti che quivi erano, tra’ quali Bonagiunta Orbicciani gli predice lui doversi innamorare in Lucca, e similmente Forese il disfacimento d’alcun fiorentino. Poi truova un altro albero, e ode cose in vitupèro della gola, e da uno agnolo sono inviati al girone superiore.

Comincia il canto vigesimoquinto del _Purgatoro_. Nel quale l’autore scrive come Stazio, per dichiarargli come si dimagri dove non è uopo di nudrimento, gli disegna come generati siamo, e come dopo la morte i nostri spiriti piglin corpo dell’aere. E appresso dice l’autore come nel settimo giron pervennero, nel quale in fiamme dice si purga il peccato della lussuria.

Comincia il canto vigesimosesto del _Purgatoro_. Nel quale l’autore mostra nelle fiamme aver piú spiriti veduti, e tra gli altri riconosciuto Guido Guinizelli e Arnaldo, e parlato con loro.

Comincia il canto vigesimosettimo del _Purgatoro_. Nel quale l’autor mostra come, passato un fuoco, e veduta la notte una visione, pervenne in su la sommitá del monte, dove Virgilio in suo arbitrio rimise che quel facesse che piú gli aggradisse.

Comincia il canto vigesimottavo del _Purgatoro_. Nel quale l’autore mostra come, pervenuto nel paradiso delle delizie, truova il fiume di Letè; e, parlando con una donna che da l’altra parte del fiume gli apparve, ode da lei la cagione che fa muovere le frondi degli alberi di quel luogo; e mostragli l’origine di Letè e d’Eunoè.

Comincia il canto vigesimonono del _Purgatoro_. Nel quale l’autor disegna come venir vedesse il celestial triunfo.

Comincia il canto trigesimo del _Purgatoro_. Nel quale l’autore dimostra come Beatrice sopra il triunfal carro gli apparí, e come, essendo Virgilio partito, ella il chiamò per nome e gravemente il riprese, mostrando poi alle sante creature, che dintorno al carro erano, perché degno era di riprensione.

Comincia il canto trigesimoprimo del _Purgatoro_. Nel quale l’autore distesamente discrive la grave riprension fattagli da Beatrice, e il dolore che per quella sentí; e appresso come, fuor di sé essendo e risentendosi, si trovò tirato dalla donna, che prima trovata avea, nel fiume, e in quello da lei tuffato; e avendo dell’acqua bevuta, fu dalle quattro donne presentato a Beatrice, e come lei, levato dal viso il velo, apertamente vide.

Comincia il canto trigesimosecondo del _Purgatoro_. Nel quale l’autore discrive come il triunfo celeste si volse a tornare indietro, e come, ad un albero senza foglie smontata Beatrice del carro, esso vi fu legato dal grifone; e appresso come s’addormentò, e, svegliato, vide il grifone esser partito e Beatrice rimasa, la quale gli fa rimirare il carro, sopra ’l quale per figura vede certe cose alla Chiesa di Dio avvenute e che doveano avvenire.

Comincia il canto trigesimoterzo del _Purgatoro_. Nel quale l’autore significa certe cose future a lui da Beatrice predette, e come, da Matelda bagnato in Eunoè, puro tornò a Beatrice.

Qui finisce la seconda parte della _Cantica_, overo _Commedia_, di Dante Alighieri, chiamata _Purgatoro_.

PARADISO

Comincia la terza parte della Cantica, overo Comedia, chiamata Paradiso, del chiarissimo poeta Dante Alighieri di Firenze. E di questa terza parte comincia il canto primo. Nel quale l’autore, poi che dimostrato ha sommariamente quello che in essa intende di trattare e fatta la sua invocazione, discrive come appresso a Beatrice se ne salisse nel primo cielo, e come ella gli solvesse un dubbio per lo suo veloce montare venutogli.

Comincia il canto secondo del Paradiso. Nel quale l’autore, poi che a quegli che meno sofficienti sono alla presente considerazione ha detto che si rimangano, dimostra la cagione de’ segni bui, li quali nel corpo della luna veggiamo.

Comincia il canto terzo del _Paradiso_. Nel quale l’autore parla con madonna Piccarda; e ella gli solve un dubbio, mostrandogli ciascuna anima esser contenta nel luogo dove posta è in paradiso; e poi gli mostra Costanza imperadrice.

Comincia il canto quarto del _Paradiso_. Nel quale Beatrice solve il dubbio della doppia volontá e del tornar dell’anime alle stelle.

Comincia il canto quinto del _Paradiso_. Nel quale Beatrice dichiara all’autore se per alcuna permutazione si può adempiere il boto fatto. E quindi, saliti nel secondo cielo, vede l’autore molti spiriti gloriosi, de’ quali uno, offertoglisi, domanda chi el sia.

Comincia il canto sesto del _Paradiso_. Nel quale Giustiniano imperadore se medesimo manifesta all’autore, mostrando appresso molte cose magnifiche fatte sotto il segno dell’aquila, e quanto falli chi quello senza giustizia s’apropri; e ultimamente dice quivi esser l’anima di Romeo.

Comincia il canto settimo del _Paradiso_. Nel quale Beatrice chiarisce all’autore come giusta vendetta fosse giustamente vengiata; e appresso perché a Dio, a rilevare l’umana generazione dalla colpa del primo padre, piacque piú di dare se medesimo che altro modo; e ultimamente perché gli elementi sieno corruttibili.

Comincia il canto ottavo del _Paradiso_. Nel quale l’autor mostra come salisser nel terzo cielo; e quivi parla con Carlo Martello, il quale gli dichiara come di dolce seme possa nascere amaro frutto.

Comincia il canto nono del _Paradiso_. Nel quale l’autor discrive come madonna Cuniza alcune cose gli predice contra i lombardi, e appresso Folco contro a’ pastori della Chiesa.

Comincia il canto decimo del _Paradiso_. Nel quale l’autor discrive come nel cielo del sole pervenissero, dove gli parla Tommaso d’Aquino, e nominagli piú altri spiriti, li quali tutti furon gran letterati; e tra gli altri gli nomina Alberto di Cologna, Salomone e Boezio.

Comincia il canto decimoprimo del _Paradiso_. Nel quale Tommaso d’Aquino mirabilmente commendando onora san Francesco.

Comincia il canto decimosecondo del _Paradiso_. Nel quale Bonaventura da Bagnorea mirabilmente parla di san Domenico, e nomina piú altri beati spiriti, li quali quivi dice gloriarsi.

Comincia il canto decimoterzo del _Paradiso_. Nel quale l’autore mostra come san Tommaso d’Aquino gli chiarisse quello che di Salamon detto avea: «non surse il secondo».

Comincia il canto decimoquarto del _Paradiso_. Nel quale primieramente l’autore mostra come chiarito fosse come, dopo la universal resurrezione, i santi avranno quello medesimo splendore che al presente hanno, e forza visiva a riguardarlo; e appresso come, nel quinto cielo salito, vide in quello una croce, e in quella lampeggiar Cristo.

Comincia il canto decimoquinto del _Paradiso_. Nel quale l’autore mostra come con festa ricevuto fosse da messer Cacciaguida, suo antico, e come da lui udisse certe cose degli antichi costumi fiorentini, e dove e a che tempo nascesse, e dove abitasse, e poi morisse.

Comincia il canto decimosesto del _Paradiso_. Nel quale messer Cacciaguida mostra all’autore quali fossero le piú notabili famiglie di Firenze al suo tempo.

Comincia il canto decimo settimo del _Paradiso_. Nel quale messer Cacciaguida, domandato, predice all’autore il suo futuro esilio, e che per quello gli debba seguire; e confortalo a scrivere le cose vedute e udite, a cui che elle si debbano parer gravi.

Comincia il canto decimottavo del _Paradiso_. Nel quale messer Cacciaguida nomina piú famosi spiriti che in quello cielo son gloriosi. E appresso l’autore, mostrato come nel sesto cielo salito sia, discrive molti santi spiriti ne’ loro movimenti fare diverse figure di lettere, e quelle finire in una M, e di quella farsi una aquila.

Comincia il canto decimonono del _Paradiso_. Nel quale mostra l’autor dalla sopradetta aquila essergli dichiarato quello che creder [si de’] d’uno non battezzato e che mai di Cristo alcuna cosa non udí ragionare, ma per ogni altra cosa è buono; e ultimamente quello che contro a piú cristiani dicesse la predetta aquila.

Comincia il canto vigesimo del _Paradiso_. Nel quale l’autor discrive come la detta aquila gli nominò alquanti degli spiriti che in essa erano gloriosi; e appresso gli mostrò come Traiano imperadore e Rifeo troiano, li quali da lei erano stati nominati, non moriron pagani come esso stimava.

Comincia il canto vigesimoprimo del _Paradiso_. Nel quale l’autor dimostra come, pervenuto nel settimo cielo, vide una scala altissima, per la quale salivano e scendevano molti spiriti; de’ quali venne a lui Pietro Dammiano, il quale, ad alcuna sua domanda avendo risposto, alcune cose dice contro a’ pastori della Chiesa.

Comincia il canto vigesimosecondo del _Paradiso_. Nel quale l’autore narra come parlò con san Benedetto, il quale piú altri santi spiriti contemplativi gli nominò, e piú cose gli disse in vitupèro de’ presenti religiosi; poi dietro a lui su per la scala se ne salí nell’ottavo cielo; e quindi vòlto in giú, discrive quali vedesse la terra e tutti gli altri cieli.

Comincia il canto vigesimoterzo del _Paradiso_. Nel quale l’autore discrive come la celeste milizia mirabil festa facesse dintorno alla Vergine Maria.

Comincia il canto vigesimoquarto del _Paradiso_. Nel quale l’autore, con san Pietro parlando, mostra quello che è fede e quello ch’ e’ crede.

Comincia il canto vigesimoquinto del _Paradiso_. Nel quale l’autore scrive come, da sa’ Iacopo apostolo domandato, dice che cosa è speranza; e appresso come, essendo sopravenuto san Giovanni evangelista, ode da lui non essere in cielo alcuno altro col proprio corpo che Cristo e la madre.

Comincia il canto vigesimosesto del _Paradiso_. Nel quale l’autore, a domanda di san Giovanni evangelista, dice che cosa è caritá; e appresso come, con Adam parlando, da lui ode quando creato fosse, quanto vivesse, e dove.

Comincia il canto vigesimosettimo del _Paradiso_. Nel quale l’autore primieramente racconta parole dette da san Piero contro alli moderni pastori; e appresso discrive come pervenisse nel nono cielo.

Comincia il canto vigesimottavo del _Paradiso_. Nel quale l’autore di scrive la gloriosa festa de’ nove cori degli angeli.

Comincia il canto vigesimonono del _Paradiso_. Nel quale Beatrice dimostra all’autore l’ordine della creazione delle cose; e appresso ragiona della natura angelica; e ultimamente parla contro alla vanitá d’assai moderni predicatori.

Comincia il canto trigesimo del _Paradiso_. Nel quale l’autore scrive sé esser salito nel decimo cielo; dove prima in forma d’un fiume, poi in forma d’una rosa, vede la celeste corte, e in quella la sedia d’Arrigo imperadore; del quale e di Clemente papa Beatrice alcuna cosa gli predice.

Comincia il canto trigesimoprimo del _Paradiso_. Nel quale l’autore dice come, in luogo di Beatrice, trovò san Bernardo, il quale gli mostrò lei sedere nel luogo a’ suoi meriti sortito; ed egli le fece orazione; poi, dicendogliel san Bernardo, volse gli occhi alla letizia de’ gloriosi.

Comincia il canto trigesimosecondo del _Paradiso_. Nel quale l’autor narra come san Bernardo gli mostrasse la Vergine Maria e Eva e nominatamente piú altri santi uomini e donne, e la letizia dell’agnolo Gabriello, e poi lui ad orare con seco, per grazia impetrar, disponesse.

Comincia il canto trigesimoterzo del _Paradiso_. Nel quale discrive l’autore l’orazione fatta da san Bernardo, e come con lo sguardo penetrasse alla divina essenzia; e fa fine.

Qui finisce la terza e ultima parte della _Cantica_, overo _Commedia_, di Dante Alighieri, chiamata _Paradiso_.

NOTA

I

VITA DI DANTE

Il testo è riveduto sul cod. 104. 6 della Biblioteca capitolare di Toledo, il quale da tempo vien giudicato molto autorevolmente di mano del Boccaccio (cfr. M. BARBI, _Vita Nuova_ di Dante, 1907, p. LIV sg. per la descrizione del cod., e p. CLXXI sg. per la dimostrazione dell’autografia). Chi paragoni la presente edizione col testo critico di Fr. Macrí-Leone, vedrá quante lezioni risultino piú chiare e piú persuasive, in grazia appunto del codice toledano.

Un’accurata revisione della punteggiatura, favorita anch’essa dal manoscritto, ha pure aiutato in piú punti a raggiungere una piú esatta interpetrazione del pensiero dell’autore.

Si è mantenuto all’operetta il titolo tradizionale di _Vita di Dante_. Il codice toledano offrirebbe però questo titolo piú analitico: «_De origine vita studiis et moribus clarissimi viri Dantis Aligerii Florentini poëtae illustris et de operibus compositis ab eodem_»; e un’espressione del _Comento_ (presente ediz., I, 118) condurrebbe a intitolare l’operetta _Trattatello in laude di Dante_.

La suddivisione dei paragrafi è generalmente quella assegnata dal citato codice.

Dei sottotitoli quelli che corrispondono alle partizioni adottate nelle precedenti edizioni, sono riportati da queste o modificati; gli altri son nuovi. Il Boccaccio non usò sottotitoli.

La grafia del ms. è stata rispettata fin quanto consentivano le norme di questa collezione[1].

II

REDAZIONI COMPENDIOSE DELLA VITA DI DANTE

Il testo del cosí detto _Secondo compendio_ è riveduto sul cod. L. V. 176 della Biblioteca Chigiana, giudicato di mano del Boccaccio, come quello toledano, e piú recente. A piè di pagina ho riportato dalla eccellente edizione di E. Rostagno (_La Vita di Dante, testo del cosí detto Compendio attribuito a_ G. B., Bologna, Zanichelli, 1899) quei tratti che il cosí detto _Primo compendio_ ha in piú o di lezione diversa. Son trascurate soltanto leggerissime differenze formali; sicché il lettore trova in questa edizione le due redazioni, si può dire, integralmente. Ho curato, dov’era possibile, che i capiversi agevolino i riscontri tra queste redazioni e la _Vita_.

Ho stampato queste _Redazioni compendiose_ dopo la _Vita_, perché, come si comprende dal titolo stesso che do loro, io preferisco all’ipotesi, che fa di esse uno schema o traccia o primo getto della _Vita_, l’altra che tende a dimostrarle stesura piú tarda, come piú tardo sarebbe l’autografo chigiano, che contiene il _Secondo compendio_, rispetto al toledano, che contiene la _Vita_[2].

Le differenze di contenuto, in quanto a sostanza biografica, dati, giudizi e apprezzamenti sui casi e sull’opera di Dante, e le novitá di distribuzione e di ordinamento della materia, non sono trascurabili; ma non bastano a dare una fisonomia diversa al lavoro, la quale si delinea assai nettamente per la omissione di esclamazioni, interrogazioni, apostrofi, ripetizioni e simili luoghi tipici di rettorica scolastica, che infiorano le pagine della _Vita_. Per via di tale sfrondamento, che al Boccaccio non dovette costare alcuna fatica, mentre lo stile lussureggiante della _Vita_ ci richiama ai romanzi giovanili, quello dei _Compendi_ si riavvicina al _Comento_, ch’è opera degli ultimi anni di lui.

III

COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»

Il testo è riveduto sui quattro codici fiorentini Magliabechiani II. IV. 58 (M¹), II. I. 51 (M²)[3], VII. 1050 (S)[4] e Riccardiano 1053 (R)[5], tutti del principio del secolo decimoquinto. Non si è tenuto conto del Magliab. VII. 805, che è una copia tratta da R dall’erudito settecentesco Anton Maria Biscioni.

È materialmente sicuro che nessuno dei quattro codici è copia dell’altro, perché le molte omissioni, che tutti presentano (e che si spiegano quasi sempre pel ritorno della stessa parola a poche righe di distanza nella stessa colonna), non hanno riscontro a volta a volta negli altri tre.

M¹ e R presentano una maggiore conformitá esteriore, perché recano chiose a margine e numeri progressivi delle lezioni, che mancano in M² e S; ma l’insieme dell’analisi porta a credere che sian tutti e quattro apografi di quel medesimo «originale», dal quale M¹ esplicitamente si afferma copiato a p. 71, e al quale si riferisce M² a c. 27 r, col. 2ª, allo stesso proposito del precedente, cioè per giustificare come la digressione sulla «fama» (pres. ediz., I, 215-217) non fosse stata copiata a suo posto[6].

Altre prove piú o meno esplicite[7] dan modo di constatare che l’«originale» presentava frequenti aggiunte in calce o a margine o forse in intere pagine intercalate, le quali aggiunte non sempre conformemente i vari codici hanno inserito a loro posto, e talun d’essi ha talvolta trascurato.

Son tutti maravigliosamente scorretti, nei nomi, nelle date, nelle citazioni latine, che l’amanuense di M², che sapeva poco di grammatica, sopprime addirittura, o taglia, o riduce male in italiano. La morfologia verbale e la fonetica son trattate individualmente a capriccio. Eppure, nonostante ciò, l’assiduo, paziente e accorto confronto dei quattro codici consente di ricostruire il testo dell’«originale» con abbastanza genuinitá e fedeltá.

Senonché io mi sono dovuto persuadere che di tale «originale» i «24 quaderni» e i «14 quadernetti», ne’ quali il B. lasciò, morendo, la contrastata ereditá delle sue lezioni di Santo Stefano di Badia, rappresentano una parte soltanto. Tutto il resto, che estensivamente può sommare a poco meno che altrettanto, è sviluppo di rimandi al proprio scritto biografico su Dante, che il B. lasciò segnati sull’autografo, e di altri consimili e piú numerosi rimandi alle proprie opere di erudizione, interpetrati con larghezza eccedente il proposito e con intelligenza inadeguata; è svolgimento di appunti e compimento di ragionamenti avviati; sono chiose teologiche e di dottrina chiesastica, per le quali non pare che il B. avesse né competenza né gusto; son tratti cavati da Eusebio, da Giustino, dal lessico di Papia e da altri volumi in uso nelle scuole; sono (e qui segnatamente è caduta in inganno la critica di questo testo nostra e straniera) pagine ricavate da altri commentatori di Dante, posteriori al Boccaccio.