Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 3

Part 21

Chapter 213,706 wordsPublic domain

«Ahi quanto cauti gli uomini esser denno», cioè deono, «Presso a color che non veggion pur l’opra», manifesta, «Ma per entro il pensier miran col senno!» In queste parole assai notabili, n’ammonisce l’autore e ricordane con quanto avvedimento ci convenga stare appresso a’ savi uomini; conciosiacosaché essi non solamente giudicano delle nostre affezioni per le nostre evidenti opere, ma ancora con acuto e discreto pensiero spesse volte s’accorgono de’ nostri disidèri. E queste parole dice per quello che a Virgilio vede fare, il quale, per avviso con un picciol cenno fatto con una corda, provocò a venire in publico a sé quello che egli disiderava, cioè Gerione.

E questo nelle seguenti parole dimostra Virgilio all’autore, il qual, seguendo, dice: «El disse a me:—Tosto verrá di sopra», a quest’acqua, «Ciò ch’io attendo, e», ciò, «che ’l tuo pensier sogna», cioè non certo vede, «Tosto convien ch’al viso tuo si scuopra», cioè si manifesti. E, percioché quello, che seguir dee, pare all’autor medesimo una cosa incredibile, avanti che a scriverlo pervenga, con parole escusatorie e ancora con giuramento dimostra sé volentieri averlo trapassato senza dire, se la materia l’avesse patito.

Dice adunque: «Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna», cioè che somiglia bugia, come fa quello che dir debbo, «Dee l’uom chiuder le labbra, quanto el puote», cioè tacerlo, «Peroché senza colpa», di cui che ’l dice, «fa vergogna», a quel cotal che ’l dice; in quanto color, che l’odono, si fanno beffe di lui, e dicono lui essere grandissimo bugiardo.

«Ma qui tacer non posso», che io non dica questo vero che avrá faccia di menzogna; quasi voglia dire: se io potessi, il tacerei; e appresso questo, con giuramento afferma quello esser vero che esso dice che vide: «e per le note, Di questa Commedia, lettor, ti giuro, S’elle non sien di lunga grazia vôte». Il giuramento è in sustanza questo: se io non dico il vero, che questo mio libro non duri lungamente nella grazia delle genti. Il quale è molto maggior giuramento, quanto a colui che il fa, che molti non stimano; percioché qualunque è colui che in fatica si mette di comporre alcuna cosa, il primo suo disiderio è di pervenire per quella composizione in fama e in notizia delle genti; e, appresso, è che questa fama duri lungamente, né maggior cruccio potrebbe avere che il poter credere la sua gran fatica dover brieve tempo durare. Giura adunque per questo, come detto è, e dice: «per le note di questa Commedia». «Note» son certi segni in musica, li quali hanno a dimostrare quando e quanto si debba la voce elevare e quando depriemere, li quali vedendo i cantori e l’ammaestramento di quegli seguitando, vengono ad una concordanza nel canto: e cosí nella presente _Commedia_ si posson dir «note» quelle parti estreme de’ versi, le quali, misurate di certe sillabe e lettere, si fanno intra se medesime consonanti, sí come qui di terzo in terzo verso si vede. E chiama l’autor qui questo suo libro _Commedia_, la quale è una spezie di poesia; e percioché d’essa nel principio della presente opera fu pienamente trattato, non curo qui di dirne piú avanti.

Poi l’autore, fatto il giuramento, dice quello che esso vide, e continuandosi al giuramento precedente, dice: «Ch’io vidi per quell’aer grosso», sí come pieno di vapor fetidi, li quali non avevano onde svaporare di quel luogo, «e scuro», senza luce, «Venir notando una figura in suso», per quel fiume, nel quale Virgilio aveva gittata la corda; e dice che questa figura era «Maravigliosa ad ogni cuor sicuro». Orribil cosa adunque doveva essere ed era, sí come esso medesimo dimostra nel principio del seguente canto. Appresso per una comparazion dimostra come questa figura notando venisse susa, e dice: «Sí come torna colui», cioè quel marinaio, «che va giuso», al fondo del mare, «Talvolta a solver», cioè a sciogliere, «l’áncora»: «l’áncora» è uno strumento di ferro, il quale dall’un de’ lati ha piú rampiconi, e dall’altro ha un anello, per lo quale si lega alla fune che il manda giú nel fondo del mare, e di quello il ritira sú; «ch’aggrappa», cioè piglia, «O scoglio od altro che nel mare è chiuso», cioè ascoso.

Usano i marinari quando vengono ne’ porti con li lor legni, accioché il vento non li sospinga in terra, gittare in mare, nella parte opposita alla terra, alcune ancore, e queste co’ rampiconi loro si ficcano nel fondo del mare; ed essi poi quella sartia, con la quale l’áncora è legata, legano alla nave, e cosí la nave è ritenuta da poter discorrere in terra. Ora avvien talvolta che, non trovando l’áncora fondo da potersi aggrappare, e il vento movendo la nave, questa ancora seguendola, ara il fondo tanto, che per ventura ella truova o scoglio o altro dove ella s’appiglia; e, quando questo avviene, volendosi con lor legno partire i naviganti, non è molto agevole a riaver l’ancora, come sarebbe se semplicemente nella rena o nella terra del fondo del mare fitta si fosse. Conviene adunque che alcuno insino laggiú discenda, e sviluppila da’ luoghi ove avviluppata è, accioché sÙ tirar si possa. Li quali poi, insú ritornando, fanno l’atto il quale qui l’autor dice che faceva questa fiera, sú venendo alla sommitá del fiume per lo segno fatto da Virgilio. E l’atto di questo cotale dice che è: «Che ’nsu si stende», con le braccia, dalla spessezza dell’acqua aiutato a ritirarsi insú, quel facendo, «e da piè si rattrappa», cioè dalle parti del corpo inferiori, le quali si raccolgono insú, e raccolte fierono la spessezza dell’acqua, e quella gli presta aiuto a sospignerlo in alto.

L’allegorie le quali in questo canto sono, cioè il supplicio di quelle anime dannate, con le quali l’autor mostra che lungamente parlasse, sono una medesima cosa con quella, la quale è nel canto quindicesimo, precedente a questo, e ancora con quella che è nel quattordicesimo; delle quali, percioché d’una medesima qualitá sono con quella che ancora è a recitare, e che è nel canto seguente, come altra volta di sopra è detto, si riserva a dimostrare dove appresso della terza spezie di coloro che a Dio e alle sue cose fanno violenza si tratterá: e però qui non curo dirne alcuna cosa. Appresso, quello che nella fine del presente canto si discrive della corda data a Virgilio dall’autore, e dello animale che, per lo cenno da Virgilio fatto, venne sopra ’l fiume, percioché ad un medesimo fine aspetta con quella fiera della quale l’ autor tratta nel principio del seguente canto, per non fare d’una medesima materia due diversi sermoni, riserverò a dire dove di quella fiera diremo.

CANTO DECIMOSETTIMO

[Lez. LX]

—«Ecco la fiera con la coda aguzza», ecc. Il presente canto si continua col precedente assai evidentemente, in quanto nella fine del precedente ha dimostrato come, per lo segno fatto da Virgilio, vedesse sotto l’acqua una figura, la qual notando veniva insú, cioè verso la sommitá del fiume; e nel principio di questo dimostra questa figura esser pervenuta a riva. E dividesi il presente canto in tre parti: nella prima discrive la forma della figura venuta; nella seconda dimostra l’afflizione degli usurieri; nella terza dimostra come, salito sopra le spalle di quella figura, insieme con Virgilio fosse passato, e trasportato del settimo cerchio dello ’nferno nell’ottavo. La seconda comincia quivi: «Quivi ’l maestro»; la terza quivi: «Ed io, temendo».

Comincia adunque cosí:—«Ecco la fiera»; chiamala «fiera» dal suo fiero e crudele effetto; «con la coda aguzza», cioè aguta e pugnente piú che alcun ferro, «che passa i monti», cioè le durissime e grandi cose, «e rompe i muri», della cittá e di qualunque fortezza, «e l’armi» (_supple_) passa e rompe di qualunque fortissimo e ardito cavaliere; «Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza»,—cioè corrompe e guasta col suo iniquo è fraudolente adoperare. E dice «ecco» _demonstrative_, percioché, allora quando Virgilio cominciò a parlare, giugneva questa fiera sopra l’acqua del fiume dal lato loro. «Si cominciò», come detto è, «lo mio duca a parlarmi». Poi dice: «Ed accennolle», poi che cosí ebbe detto, «che venisse a proda», cioè sopra la riva del fiume, «Vicino al fin de’ passeggiati marmi». Pon qui la spezie per lo genere, cioè «marmi» per «pietre»: è il marmo, come noi veggiamo, una spezie di pietra bianchissima e forte. E dice «passeggiati marmi», percioché, passeggiando, eran venuti su per l’argine del fiume infin quivi; il qual argine ha di sopra dimostrato che era divenuto pietra: vuol dunque qui dire che Virgilio le fece cenno che ella venisse insino al luogo dove essi, passeggiando, erano pervenuti.

«E quella sozza immagine di froda». Manifesta l’autore qui di che cosa questa fiera fosse immagine, e dice che era «di froda»: la qual froda che cosa sia si dimostrerá appresso. «Sen venne», per lo cenno fattole da Virgilio, «ed arrivò», cioé mise sopra la riva, «la testa e ’l busto», cioè il rimanente del corpo; «Ma ’n su la riva non trasse la coda»; e cosí mostra che quella si rimanesse coperta nell’acqua.

«La faccia sua», di questa fiera, «era faccia d’uom giusto, Tanto benigna», mansueta e piacevole, «avea di fuor la pelle», cioè l’apparenza; «E d’un serpente» era «tutto l’altro fusto», della persona di questa fiera. «Due branche», cioè due piedi artigliati, come veggiamo che a’ dragoni si dipingono, «avea pelose infin l’ascelle», cioè infino sotto le ditella; «Lo dosso e ’l petto ed amendue le coste», cioè tutto il corpo, fuor che la testa e ’l collo e la coda, «Dipinte avea», ornate, come naturalmente hanno molti animali, «di nodi», cioè di composti, li quali parevano nodi, «e di rotelle», di figure ritonde.

«Con piú color sommesse e sopraposte», a variazion dell’ornamento, «Non fer mai drappi tartari né turchi», li quali di ciò sono ottimi maestri, si come noi possiam manifestamente vedere ne’ drappi tartareschi, li quali veramente sono si artificiosamente tessuti, che non è alcun dipintore che col pennello gli sapesse fare simiglianti, non che piú belli.

Sono i tartari......................... ................................

IV

ARGOMENTI IN TERZA RIMA ALLA “DIVINA COMMEDIA” DI DANTE ALIGHIERI

ALL’INFERNO

«Nel mezzo del cammin di nostra vita», smarrito in una valle l’autore, e la sua via da tre bestie impedita,

Virgilio, dei latin poeti onore, 5 da Beatrice gli apparve mandato liberator del periglioso errore.

Dal qual poi che aperto fu mostrato a lui di sua venuta la cagione, e ’l tramortito spirto suscitato,

10 senza piú far del suo andar quistione, dietro gli va, ed entra in una porta ampia e spedita a tutte persone.

Adunque, entrati nell’aura morta, l’anime triste vider di coloro 15 che senza fama usâr la vita corta;

io dico de’ cattivi: eran costoro da moscon punti, e senza alcuna posa correndo givan, con pianto sonoro.

Quindi, venuti sopra la limosa 20 riva d’un fiume, vide anime assai, ciascuna di passar volenterosa.

A cui Caròn:—Per qui non passerai!— di lontan grida; appresso, un gran baleno gli toglie il viso e l’ascoltar de’ guai.

25 Dal qual tornato in sé, di stupor pieno, di lá da l’acqua in piú cocente affanno, non per la via che l’anime teniéno,

si ritrovò; e quindi avanti vanno, e pargoletti veggon senza luce 30 pianger, per l’altrui colpa, eterno danno.

Dietro alle piante poi del savio duce passa con altri quattro in un castello, dove alcun raggio di chiarezza luce.

Quivi vede seder sovr’un pratello 35 spiriti d’alta fama, senza pene, fuor che d’alti sospiri, al parer d’ello.

Da questo loco discendendo, viene dove Minós esamina gli entranti, fier quanto a tanto officio si conviene.

40 Quivi le strida sente e gli alti pianti di quei che furon peccator carnali, infestati da venti aspri e sonanti,

dove Francesca e Polo li lor mali contano. E quindi Cerbero latrante 45 vede sopra a’ gulosi, infra li quali

Ciacco conosce; e, procedendo avante, truova Plutone, e’ prodighi e gli avari vede giostrar con misero sembiante.

Che sia Fortuna e la cagion de’ vari 50 suoi movimenti Virgilio gli schiude: e, discendendo poi con passi rari,

truovan di Stige la nera palude, la qual risurger vede di bollori, da’ sospir mossi d’alme in essa nude,

55 dove gli accidiosi peccatori, e gl’iracundi, gorgogliando in quella, fanno sentir li lor grevi dolori.

Sopra una fiamma poi doppia fiammella subito vede, ed una di lontano 60 surgere ancora e rispondere ad ella.

Quivi Flegias, adirato, il pantano oltre gli passa, nel qual vede strazio far di Filippo Argenti, e non invano.

E appena era di tal mirare sazio, 65 ch’a piè della cittá di Dite giunti, senza esser lor d’entrarvi dato spazio,

si vide, e quindi da disdegno punti per la porta serrata lor nel petto da li spiriti piú da Dio disiunti.

70 E mentre quivi stavan con sospetto, le tre Furie infernai sovra le mura Tesifon, vider, Megera ed Aletto.

Appresso, acciò che l’orribil figura del Gorgon non vedesse, il buon maestro 75 gli occhi gli chiuse, e fennegli paura.

Di scender poi per lo cammin silvestro, per cui la porta subito s’aprio, mostra, e ’l passare a loro in quella, destro.

Quivi dolenti strida ed alte udio, 80 che de’ sepolcri uscivano affocati, de’ qual pieno era tutto il loco rio:

in quegli essere intese i trascutati eresiarci, e tutti quelli ancora ch ’a Epicuro dietro sono andati.

85 Lì, ragionando, picciola dimora con Farinata e con un altro face, ch’alquanto a l’arca pareva di fora.

Disegna poi come lo ’nferno giace, da indi in giú, distinto in tre cerchietti, 90 e poi dimostra con ragion vivace

perché dentro alle mura i maladetti spiriti sien di Due, e nel suo cerchio, piú che color che ha di sopra detti.

Centauri truova poi sovr’al coperchio 95 d’un’altra valle sovra Flegetonte, nel qual chi fe’ al prossimo soverchio

bollir vede per tutto; e perché cónte le vie salvagge, a passar la riviera Nesso gli fa della sua groppa ponte.

100 Oltre passati, in una selva fiera di spirti, in bronchi noderosi e torti mutati, entraron per via straniera.

Tutti se stessi i miseri avien morti, che li piangean, divenuti bronconi; 105 dove gli fe’ Pier delle Vigne accorti

delle dolenti lor condizioni e delle sue; e nella selva stessa, dopo gli uditi miseri sermoni,

da nere cagne un’anima rimessa 110 vide sbranare, e seppe a tal martiro dannato chi la sustanzia, commessa

all’util suo, biscazza. E quindi giro piú giú, dove piovean fiamme di foco, fuor della selva, sovra un sabbion diro;

115 lá dove Campaneo, curante poco, vider giacer sotto la pioggia grave con piú molti arroganti; e ’n questo loco,

seguendo, mostra con rima soave d’una statua, ch’ è di piú metalli, 120 l’acqua cadere in quelle valli prave,

e quattro fiumi per piú intervalli nel mondo occulto fare, infino al punto piú basso assai che tutte l’altre valli.

Poi ser Brunetto abbrusciato e consunto 125 sotto l’orribil pioggia correr vede, col quale alquanto, parlando, congiunto,

di sua futura vita prende fede. Poi, Guido Guerra e Tegghiaio Aldobrandi, Iacopo Rusticucci, infino al piede

130 di lui venuti, a’ lor nuovi dimandi sodisfa presto; e quinci procedette dove anime trovò con tasche grandi

sedere a collo, sotto le fiammette, di loro alcuni a l’arme conoscendo 135 stati usurieri, e per tre render sette.

Poi, sovra Gerion giú discendendo, in Malebolge vene, ove i baratti in diece vede, senza pro piangendo.

De’ quali i primi da dimòn son tratti 140 con grandi scoreggiate per lo fondo, scherniti e lassi, vilmente disfatti;

lá dove alcun ch’avea veduto al mondo vi riconobbe, ch’era bolognese, Venedico, e ruffiano; a cui secondo

145 Iason venia, che tolse il ricco arnese a’ colchi. E quindi Alesso Interminelli in uno sterco vide assai palese

pianger le sue lusinghe; e quindi quelli che sottosopra in terra son commessi 150 per simonia; e li par che favelli

con un papa Nicola; ed, oltre ad essi, travolti vede quei che con fatture gabbarono non ch’altrui, ma se istessi.

Quindi discendon lá ove l’oscure 155 pegole bollon chi baratteria vivendo fece, e di quelle misture,

mentre che van con fiera compagnia di diece diavol, parla un che fu tratto da Graffiacan per la cottola via,

160 sé navarrese dicendo e baratto; quinci com’el fuggi delle lor mani racconta chiaro, e de’ diavoli il fatto.

Sotto le cappe rance i pianti vani degl’ipocriti poi racconta, e mostra 165 Anna e ’l suo suocer nelli luoghi strani

crocifissi giacer. Poi, nella chiostra di Malebolge seguente, brogliare fra’ serpi vede della gente nostra,

quivi dannati per lo lor furare: 170 Agnolo e ’l Cianfa ed altri e Vanni Fucci; li quai mirabilmente trasformare,

dopo nuovi atti, parlamenti e crucci, e d’uomo in serpe, e poi di serpe in uomo, in guisa tal, che mai vista non fucci,

175 discrive. E poi chi mal consiglio, comoda, come Ulisse, in fiamme acceso andando, vede riprender dattero per pomo.

Pria con Ulisse, e poscia ragionando col conte Guido, passa; e, pervenuto 180 su l’altra bolgia, vede gente andando

tutta tagliata sovente e minuto, per lo peccato della scisma reo da lor nel mondo falso in suso avuto.

Lì Maometto fesso discernéo, 185 e quel Beltram che giá tenne Altaforte, e Curio e ’l Mosca, e molti qual potéo.

Appresso vide piú misera sorte degli alchimisti fracidi e rognosi, u’ seppe da Capocchio l’agra morte,

190 e Mirra e Gianni Schicchi e piú lebbrosi vide, ed i falsator per fiera sete ritruopichi fumare stando oziosi:

tra’ quali in quella inestricabil rete vide Sinón, ed il maestro Adamo 195 garrir con lui, come legger potete.

Quindi, lasciando l’uno e l’altro gramo, dal mezzo in su gli figli della terra uscir d’un pozzo vede, ed al richiamo

del gran poeta intramendue gli afferra 200 Anteo, e lor sovr’al freddo Cocito posa, nel quale in quattro parti serra

il ghiaccio i traditor: quivi ghermito Sassol de’ Mascheron nella Caina, e ’l Camiscion de’ Pazzi, ebbe sentito.

205 Poscia nell’Antenora, ivi vicina, tra gli altri dolorosi vide il Bocca, e di Gian Soldanier l’alma meschina,

ed altri molti, ch’ora a dir non tocca, si come l’arcivescovo Ruggieri, 210 ed il conte Ugolino, anima sciocca.

Piú oltre andando pe’ freddi sentieri, spiriti truova nella Ptolomea giacer riversi ne’ ghiacci severi.

Quivi, racconta, l’alma si vedea 215 di Brancadoria e di frate Alberico, che senza pro de’ frutti si dolea.

Appresso vede l’Avversario antico nel centro fitto, e Iuda Scariotto, e Cassio e Bruto, di Cesar nemico,

220 nell’infima Iudecca star di sotto. Quindi, pe’ velli del fiero animale discendendo, e salendo, il duca dotto

lui di fuor tira da cotanto male per un pertugio, onde le cose belle 225 prima rivide, e per cotali scale

usciron quindi «a riveder le stelle».

AL PURGATORIO

«Per correr miglior acqua alza le vele» qui lo autore, e, seguendo Virgilio, pe’ dolci pomi sale e lascia il fiele.

Catón primier, fuor dell’eterno esilio, 5 truovano e seco parlan, procedendo; poi dánno effetto al suo santo consilio.

Su la marina vede, discendendo nell’aurora, piú anime sante, e ’l suo Casella, al cui canto attendendo,

10 mentre l’anime nuove tutte quante givan con lor, rimorsi da Catone, fuggendo al monte ne girono avante.

Incerti quivi della regione, truovan Manfredi ed altri, che moriro 15 per colpa fuor di nostra comunione

col perder tempo, adequare il martiro alla lor colpa; e quindi, ragionando, del solar corso gli solve il desiro

l’alto poeta sedendosi, quando 20 Belacqua vider per negghienza starsi; e giá levati verso l’alto andando,

Bonconte ed altri molti incontro farsi vider, li quali infino all’ultim’ora, uccisi, a Dio penáro a ritornarsi.

25 Quindi Sordel trovar sol far dimora, il qual, poi che l’autor molto ha parlato contro ad Italia, il gran Virgilio onora.

Poi mena loro in un vallone ornato d’erbe e di fior, nel qual, cantando, addita, 30 a Virgilio Sordello stando allato,

spiriti d’alta fama in questa vita, tra’ quai discesi, il Gallo di Gallura riceve l’autor; quindi, finita

del di la luce, vede dell’altura 35 due angeli con due spade affocate discender ad aver di costor cura.

Poscia, dormendo, con penne dorate gli par che ’n alto un’aquila nel porti d’infino al foco; quindi, alte levate

40 le luci, spaventato, da’ conforti fatto sicur di Virgilio, Lucia gli mostra quivi loro avere scorti.

Del purgatorio gli addita la via, dove venuti, qual fosse disegna 45 la porta, e’ gradi onde a quel si salía,

chi fosse il portinaio, che veste tegna, e quai fosser le chiavi, e che scrivesse nella sua fronte, e che far si convegna

a chi passa lá dentro pone _expresse_. 50 E quindi come en la prima cornice dichiara con fatica si giugnesse;

ed intagliate in alta parte dice di quella istorie d’umiltá verace: poi spirti carchi dall’una pendice

55 vede venir cantando, ed orar pace per sé e per altrui, purgando quello che ne’ mortal superbia sozzo face;

tra’ quali Umberto ed Odorisi, ad ello appresso, e simil Provinzan Silvani 60 piangendo vide sotto il fascio fello.

Oltre passando pe’ sentieri strani, sotto le piante sue effigiati vide gli altieri spiriti mondani.

Da uno splendido angiolo invitati 65 piú leggier salgono al giron secondo, perché li «P» l’autor trovò scemati.

Lí alte voci, mosse dal profondo ardor di caritá, udir volanti per l’aere puro del levato mondo;

70 e poi che giunti furon piú avanti, videro spirti cigliati sedere, vestiti di ciliccio tutti quanti,

perché la invidia lor tolse il vedere: Guido del Duca, Sapia e Rinieri 75 da Calvol truova lí piangere, e vere

cose racconta di tutti i sentieri onde Arno cade, e simil di Romagna; quindi altri suon sentiron piú severi.

Ed oltre su salendo la montagna, 80 da un altro angelo invitati foro, parlando dell’orribile magagna

d’invidia, e dell’opposito, fra loro, e, di sé tratto andando, vide cose pacefiche in aspetto; né dimoro

85 fe’ guari in quelle, che ’n caliginose parti del monte entraron, dove l’ira molti piangean con parole pietose.

Quivi gli mostra Marco quanto mira nostra potenzia sia, e quanto possa 90 di sua natura, e quanto dal ciel tira.

Appresso usciti dall’aria grossa, imaginando vede crudi effetti venuti in molti da ira commossa.

Quivi gl’invia un angel; per che, stretti 95 alla grotta amendue, a non salire dalla notte vegnente fur costretti.

Posti a sedere incominciaro a dire insieme dell’amor del bene scemo, che ’n quel giron s’empieva con martire,

100 dove, sí come noi veder potemo, distintamente Virgilio ragiona come si scemi in uno ed altro estremo,