Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 3
Part 19
Dicesi costui essere stato un messer Andrea de’ Mozzi, vescovo di Firenze, il quale e per questa miseria, nella quale forse era disonesto peccatore, e per molte altre sue sciocchezze che di lui si raccontano nel vulgo; per opera di messer Tommaso de’ Mozzi, suo fratello, il quale era onorevole cavaliere e grande nel cospetto del papa, per levar dinanzi dagli occhi suoi e de’ suoi cittadini tanta abominazione, fu permutato dal papa, di vescovo di Firenze, in vescovo di Vicenza. Il che l’autore per due fiumi discrive, cioè per Arno, il quale è fiume, come si vede, che passa per mezzo la cittá di Firenze, e per Bacchiglione, il qual fiume corre lungo le mura di Vicenza: e cosí per ciascun di questi fiumi intende quella cittá donde fu trasmutato, e quella nella quale fu trasmutato. «Ove», cioè in Vicenza, «lasciò», morendo, percioché in essa morí, «li mal protesi nervi». Era questo vescovo sconciamente gottoso, in quanto che, per difetto degli omori corrotti, tutti i nervi della persona gli s’erano rattrappati, come in assai gottosi veggiamo, e nelle mani e ne’ piedi; e cosí per questa parte del corpo, cioè per li nervi, intende tutto il corpo, il quale morendo lasciò in Vicenza. [Altri vogliono altramente sentire in questa parte, volendo per quello vocabolo «protesi», non di tutti i nervi del corpo intendere, ma di quegli solamente li quali appartengono al membro virile; dicendo che «proteso» suona «innanzi teso», il quale innanzi tendere avviene in quegli nervi del viril membro, che si protendono innanzi quando all’atto libidinoso si viene, e perciò dicono essere dall’autore detti «mal protesi», percioché contro alle naturali leggi malvagiamente gli protese.]
«Di piú direi, ma ’l venir», al pari di te, «e ’l sermone Piú lungo esser non può»; e soggiugne la cagione, dicendo: «peroch’io veggio, Lá», davanti a sé, «surger nuovo fummo», forse polverio, «dal sabbione. Gente vien, con la quale esser non deggio».
[Appare per queste parole alcuna differenzia esser tra quegli che contro a natura peccarono, poiché per diverse schiere son tormentati, e non osa l’una schiera esser con l’altra; e senza dubbio differenza ci è, percioché non solamente in una maniera e con una sola spezie d’animali si commette. Commettesi adunque questo peccato quando due d’un medesimo sesso a ciò si convengono, sí come due uomini, e similmente quando due femmine; il che sovente avviene, e, secondo che alcuni vogliono, esse primieramente peccarono in questo vizio, e da lor poi divenne agli uomini. Commettesi ancora quando l’uomo e la femmina, eziandio la propria moglie col marito, meno che onestamente, e secondo la ordinaria regola della natura e ancora delle leggi canoniche, si congiungono insieme. Commettesi ancora quando con alcuno animal bruto o l’uomo o la femmina si pone; la qual cosa non solamente a Dio, ma ancora agli scellerati uomini è abominevolissima. E però dobbiam credere che, secondo che in questo piú e men gravemente si pecca, cosí i peccatori dalla divina giustizia essere piú e men gravemente puniti, e distintamente. E, percioché ser Brunetto vide venir gente, o piú o meno peccatori che si fosser di lui, dice che con loro esser non dee.]
E, dovendosi partire dall’autore, ultimamente gli dice: «Sieti raccomandato il mio _Tesoro_», cioè il mio libro, il quale io composi in lingua francesca, chiamato _Tesoro_: e questo vuole gli sia raccomandato in trarlo innanzi, e in commendarlo e onorarlo, estimando quello alla sua fama esser fatto nella presente vita, che al suo libro si fa. E in questo possiam comprendere quanta sia la dolcezza della fama, la quale, ancorché in inferno siano dannati i peccatori, né sperino mai quassú tornare, né d’inferno uscire, è pure da loro disiderata. E séguita la cagione perché, dove dice: «Nel quale io vivo ancora»; volendo per questo dire che, dove perduto fosse questo libro o non avuto a prezzo, niun ricordo sarebbe di lui. E per questo possiam vedere la fama essere una vita di molti secoli, e, quasi, dalla presente, nella quale secondo il corpo poco si vive, separata, e similmente dalla eterna, nella quale mai non si muore. [E questo fa direttamente contro a molti, li quali scioccamente dicono che la poesia non è facultá lucrativa: percioché in questo dimostrano due loro grandissimi difetti, de’ quali l’uno sta nello sciocco opinare che non sia guadagno altro che quello che empie la borsa de’ denari; e l’altro sta nella dimostrazion certissima che fanno, di non sentire che cosa sia la dolcezza della fama. E perciò m’aggrada di rintuzzare alquanto l’opinione asinina di questi cotali.]
[Empiono la borsa o la cassa l’arti meccaniche, le mercatanzie, le leggi civili e le canoniche; ma queste, semplicemente al guadagno adoperate, non posson prolungare, né prolungano un dí la vita al guadagnatore, sí come quelle che dietro a sé non lasciano alcuna ricordanza o fama laudevole del guadagnatore. Ricerchinsi l’antiche istorie, ispieghinsi le moderne, scuotansi le memorie degli uomini, e veggasi quello che di colui, il quale ha atteso ad empiere l’arche d’oro e d’argento, si truova. Truovasi di Mida, re di Frigia, con grandissimo suo vituperio; truovasi di Serse, re di Persia, con molta sua ignominia; truovasi di Marco Crasso, con perpetuo vituperio del nome suo: e questo basti aver detto dell’antiche. Delle piú ricenti non so che si truovi. Stati sono, per quel che si crede, nella nostra cittá di gran ricchi uomini: ritruovisi, se egli si può, il nome d’alcuno che giá è cento anni fosse ricco. Egli non ci se ne troverá alcuno, e, se pure alcun se ne trovasse, o in vergogna di lui si troverá, come degli antichi, o lui per le ricchezze non esser principalmente ricordato. Per la qual cosa appare questi cotali avere acquistata cosa che insieme col corpo e col nome loro s’è morta e convertita in fummo, quasi non fosse stata.]
[Ma a veder resta quello che della poesia si guadagni, la quale essi dicono non essere lucrativa, credendosi con questo vituperarla e farla in perpetuo abominevole. La poesia, la qual solamente a’ nobili ingegni se stessa concede, poiché con vigilante studio è appresa, non dirizza l’appetito ad alcuna ricchezza, anzi quelle, sí come pericoloso e disonesto peso, fugge e rifiuta; e prestando diligente opera alle celestiali invenzioni ed esquisite composizioni, in quelle con ogni sua potenzia, che l’ha grandissima, si sforza di fare eterno il nome del suo divoto componitore. E, se eterno far noi puote, gli dá almeno per premio della sua fatica quella vita, della qual di sopra dicemmo, lunga per molti secoli, rendendolo celebre e splendido appo i valorosi uomini, sí come noi possiamo manifestissimamente vedere e negli antichi e ancor ne’ moderni. E’ son passati oltre a duemila secento anni che Museo, Lino e Orfeo vissero famosi poeti; e, quantunque la lunghezza del tempo e la negligenzia degli uomini abbiano le loro composizioni lasciate perire, non hanno potuto per tutto ciò li loro nomi occultare né fare incogniti, anzi in quella gloriosa chiarezza perseverano, che essi, mentre corporalmente vivean, faceano. Omero, poverissimo uomo e di nazione umilissima, fu da questa in tanta sublimitá elevato, ed è sempre poi stato, che le piú notabili cittá di Grecia ebbero della sua origine quistione: i re, gl’imperadori, e’ sommi prencipi mondani hanno sempre il suo nome quasi quello d’una deitá onorato, e infino a’ nostri dí persevera, con non piccola ammirazione di chi vede e legge i suoi volumi, la gloria della sua fama.]
[Io lascerò stare i fulgidi nomi d’Euripide, d’Eschilo, di Simonide, di Sofocle e degli altri che fecioro nelle loro invenzioni tutta Grecia maravigliare, e ancor fanno; e similmente Ennio brundisino, Plauto sarsinate, Nevio, Terenzio, Orazio Flacco, e gli altri latini poeti, li quali ancora nelle nostre memorie con laudevole ricordazion vivono; per non dire del divin poeta Virgilio, il cui ingegno fu di tanta eccellenzia, che, essendo egli figliuolo d’un lutifigolo, con pari consentimento di tutto il senato di Roma, il quale allora alle cose mondane soprastava, fu di quella medesima laurea onorato che Ottavian Cesare, di tutto il mondo imperadore. E di tanta eccellenzia furono e sono l’opere da lui scritte, che non solamente ad ammirazion di sé, e in favore della sua fama, li prencipi del suo secolo trassero, ma esse hanno con seco insieme infino ne’ dí nostri fatta non solamente venerabile Mantova, sua patria, ma un piccol campicello, il quale i mantovani affermano che fu suo, e una villetta chiamata Piectola, nella quale dicon che nacque, fatta degna di tanta reverenzia, che pochi intendenti uomini sono che a Mantova vadano, che quella quasi un santuario non visitino e onorino.]
[E, accioché io a’ nostri tempi divenga, non ha il nostro carissimo cittadino e venerabile uomo, e mio maestro e padre, messer Francesco Petrarca, con la dottrina poetica riempiuta ogni parte, dove la lettera latina è conosciuta, della sua maravigliosa e splendida fama, e messo il nome suo nelle bocche, non dico de’ prencipi cristiani, li quali i piú sono oggi idioti, ma de’ sommi pontefici, de’ gran maestri, e di qualunque altro eccellente uomo in iscienzia? Non il presente nostro autore, la luce del cui valore per alquanto tempo stata nascosa sotto la caligine del volgar materno, è cominciato da grandissimi letterati ad esser disiderato e ad aver caro? E quanti secoli crediam noi che l’opere di costoro serbin loro nel futuro? Io spero che allora perirá il nome loro, quando tutte l’altre cose mortali periranno. Che dunque diranno questi nostri, che solamente alloccano il denaio? Diranno che la poesia non sia lucrativa, la quale dá per guadagno cotanti secoli a coloro che a lei con sincero ingegno s’accostano, o diranno che pur l’arti meccaniche sien quelle delle quali si guadagna? Vergogninsi questi cotali di por la bocca alle cose celestiali da lor non conosciute, e intorno a quelle s’avvolghino, le quali appena dalla bassezza del loro ingegno son da loro conosciute! e negli orecchi ricevano un verso del nostro venerabil messer Francesco Petrarca:
_Artem quisque suam doceat, sus nulla Minervam._
Ora, come io ho detto de’ poeti, cosí intendo di qualunque altro componitore in qualunque altra scienza o facultá, percioché ciascuno meritamente nelle sue opere vive.] E questa è quella vita nella quale ser Brunetto Latino dice che ancor vive, cioè nella composizion del suo _Tesoro_, avendo per morte quella vita nella quale vive lo spirito suo. Poi segue: «e piú non cheggio»;—quasi dica: questo mi sará assai.
«Poi si rivolse»; detto questo, «e parve di coloro, Che corrono a Verona ’l drappo verde Per la campagna». Secondo che io ho inteso, i veronesi per antica usanza fanno in una lor festa correre ad uomini ignudi un drappo verde, al qual corso, per téma di vergogna, non si mette alcuno se velocissimo corridor non si tiene; e, percioché, partendosi ser Brunetto dall’autore, velocissimamente correa, l’assomiglia l’autore a questi cotali che quel drappo verde corrono: e, accioché ancora piú veloce il dimostri, dice: «e parve di costoro», cioè di quegli che corrono, «Quegli che vince», essendo davanti a tutti gli altri, «e non colui che perde», rimanendo addietro.
L’allegoria del presente canto, cioè, come la pena, scritta per l’autore che a questi che peccarono contra natura è data, si conformi con la colpa commessa, si dimostrerá nel diciassettesimo canto, dove si dirá di tutta questa spezie de’ violenti.
CANTO DECIMOSESTO
[Lez. LVIII]
«Giá era il loco, ove s’udia il rimbombo». ecc. Continuasi il presente canto al superiore, in questa guisa: noi dobbiamo intendere che, partito ser Brunetto, l’autore e Virgilio incontanente con piú veloce passo cominciarono a continuare il lor cammino; il quale continuando, mostra l’autore, nel principio del presente canto, loro esser pervenuti in quella parte, dove il fiumicello, su per l’argine del quale andavano, cadeva nell’ottavo cerchio dello ’nferno; e quindi séguita, discrivendo quello che, in quella parte, dove pervennero, vedesse. E dividesi il presente canto in nove parti: nella prima per alcun segno dimostra il luogo dove venissero; nella seconda dice come tre ombre, di lontano correndo verso loro, gli chiamavano; nella terza dice come Virgilio gl’impone che aspetti tre ombre le quali il venivan chiamando; nella quarta scrive chi questi tre fossero; nella quinta dimostra quello che esso alle tre ombre dicesse; nella sesta dimostra una domanda fatta da loro e la sua risposta; nella settima pone un priego fattogli da loro e la lor partita; nella ottava come, piú avanti procedendo, trovarono la caduta di quel fiumicello; nella nona pone come, per opera di Virgilio, la Fraude venisse alla riva, alla quale essi erano pervenuti. E comincia la seconda quivi: «Quando tre ombre»; la terza quivi: «Alle lor grida»; la quarta quivi: «Ricominciâr, come noi»; la quinta quivi: «S’io fossi»; la sesta quivi:—«Se lungamente»; la settima quivi:—«Se l’altre volte»; la ottava quivi: «Io il seguiva»; la nona quivi: «Io avea una».
Comincia adunque cosí: «Giá era il loco», al quale pervenuti eravamo, «ove s’udia il rimbombo Dell’acqua», cioè di quel fiumicello del quale ha detto di sopra; e chiamiam noi «rimbombo» quel suono, il quale rendono le valli, d’alcun suono che in esse si faccia; e questo rimbombo, perché l’acqua di quel fiumicello «cadea nell’altro giro», cioè nel cerchio ottavo dello ’nferno; il quale rimbombo, dice l’autore, era «Simile a quel che l’arnie fanno rombo», cioè era simile a quel rombo che l’arnie fanno, cioè gli alvei o i vasi ne’ quali le pecchie fanno li lor fiari, il quale è un suon confuso, che simigliare non si può ad alcun altro suono.
«Quando tre ombre». Qui comincia la seconda parte di questo canto, nella qual, poi che l’autore ha discritto il luogo dove pervenuti erano, dice come Virgilio gl’impose che aspettasse tre ombre, le quali il venivan chiamando, e dice cosí: «Quando tre ombre insieme si partîro, Correndo», verso loro, «d’una turba», d’anime, «che passava», ivi vicino a loro, «Sotto la pioggia dell’aspro martíro», cioè di quelle fiamme. «Venían ver’ noi», correndo; «e ciascuna gridava:—Sóstati tu, che all’abito ne sembri Essere alcun di nostra terra prava»,—cioè di Firenze. E puossi in queste parole comprendere, in quanto dicono che «all’abito ne sembri», che quasi ciascuna cittá aveva un suo singular modo di vestire distinto e variato da quello delle circunvicine; percioché ancora non eravam divenuti inghilesi né tedeschi, come oggi agli abiti siamo.
«Aimè! che piaghe», cotture, come hanno quegli che con le tenaglie roventi sono attanagliati, «vidi ne’ lor membri, Ricenti e vecchie, dalle fiamme accese», fatte. «Ancor men duol, pur ch’io me ne rimembri», cioè ricordi. Suole l’autore nelle parti precedenti sempre mostrarsi passionato, quando vede alcuna pena, della quale egli si sente maculato: non so se qui si vuole che l’uomo intenda per questa compassione avuta di costoro, che esso si confessi peccatore di questa scellerata colpa; e però il lascio a considerare agli altri.
«Alle lor grida», le quali chiamando facevano, «il mio dottor s’attese»; e, conosciutigli, «Volse il viso ver’ me, e:—Ora aspetta,—Disse;—a costor si vuole esser cortese», cioè d’aspettargli e d’udirgli. E in ciò mostra sentire costoro essere uomini autorevoli e famosi, li quali, quantunque dannati sieno, nondimeno quelle cose, che valorosamente operarono, gli fanno degni d’alcuna onorificenza. E poi segue: «E se non fosse il fuoco che saetta La natura del luogo», sí come la divina giustizia vuole, «io dicerei che meglio stesse a te», andando loro incontro, «ch’a lor la fretta»,—di correr verso di te.
«Ricominciâr, come noi ristemmo, ei», cioè essi, «L’antico verso», cioè chiamandoci; «e, quando a noi fûr giunti, Fêro una ruota di sé tutti e trei».
«Qual soleano i campion far nudi ed unti, Avvisando lor presa e lor vantaggio». Usavano gli antichi, e massimamente i greci, molti giuochi e di diverse maniere, e questi quasi tutti facevano nelli lor teatri, accioché da’ circunstanti potessero esser veduti; e quella parte del teatro, dove questi giuochi facevano, chiamavan «palestra». E tra gli altri giuochi, usavano il fare alle braccia, e questo giuoco si chiamava «lutta». E a questi giuochi non venivano altri che giovani molto in ciò esperti, e ancora forti e atanti delle persone, e chiamavansi «atlete», li quali noi chiamiamo oggi «campioni»; e, per potere piú espeditamente questo giuoco fare, si spogliavano ignudi, accioché i vestimenti non fossero impedimento o vantaggio d’alcuna delle parti; ed, oltre a questo, accioché piú apertamente apparisse la virtú del piú forte, s’ugnevan tutti o d’olio o di sevo o di sapone: la quale unzione rendeva grandissima difficultá al potersi tenere, percioché ogni piccol guizzo, per opera dell’unzione, traeva l’uno delle braccia all’altro; e cosí unti, avanti che venissero al prendersi, si riguardavan per alcuno spazio, per prendere, se prender si potesse, alcun vantaggio nella prima presa. E questo è ciò che l’autore in questa comparazione vuol dimostrare.
E poi, per compiere la comparazion, segue: «Prima che sien tra lor battuti e punti». Parla qui l’autore _metaphorice_, percioché a questo giuoco non interviene alcuna battitura o puntura corporale, ma mentale puote intervenire, in quanto colui, che ha il piggior del giuoco, è battuto e punto da vergogna.
Poi segue: «Cosí, rotando», volgevansi questi tre in modo di ruota, per non istar fermi, e come che si volgessono, sempre tenevano il viso vòlto verso l’autore e con lui parlavano; e questo è quello che vuol dire: «ciascuna il visaggio Drizzava a me; sí che ’n contrario il collo Faceva a’ piè continuo viaggio»; in quanto il collo si torceva verso l’autore, ove i piedi talvolta si volgevano, e secondo che il moto circulare richiedeva, verso il sabbione.
E, cosí rotandosi, cominciò l’un di loro a dire all’autore:—«E se miseria d’esto luogo sollo», cioè non tanto fermo, percioché di sopra la rena, la quale è di sua natura rara, è malagevole a fermare i piedi; «Rende in dispetto noi», facendoci parere degni d’essere avuti poco a pregio, e per conseguente, «e’ nostri prieghi,—Cominciò l’uno», di loro a dire, e, oltre a ciò,—«il tristo aspetto e brollo», in quanto siamo dal continuo fuoco cotti e disformati; ma, non ostante questa deformitá, «La fama nostra», la qual di noi nel mondo lasciammo, «il tuo animo pieghi», a compiacerne di questo, cioè «A dirne chi tu se’, che i vivi piedi Cosí sicuro per lo ’nferno freghi»; quasi voglia dire: percioché questo ne fa assai maravigliare.
E, accioché esso renda l’autore liberale a dover far quello che addomanda, prima che la risposta abbia di ciò, che egli addomanda, nomina i compagni suoi e sé, dicendo: «Questi, l’orme di cui pestar mi vedi», dice di colui che davanti gli andava, l’orme del quale conveniva a lui, che il seguiva correndo, pestare, cioè scalpitare, «Tutto», cioè posto, «che nudo e dipelato vada», percioché le fiamme, le quali cadevano accese, gli avevano tutta arsa la barba e’ capelli, e però dice «dipelato»; «Fu di grado maggior», di nobiltá di sangue e di stato e d’operazioni, «che tu non credi», vedendolo cosí pelato e cotto: «Nepote fu della buona Gualdrada», cioè figliuolo del figliuolo di questa Gualdrada, e cosí fu nepote.
Questa Gualdrada, secondo che soleva il venerabile uomo Coppo di Borghese Domenichi raccontare, al qual per certo furono le notabili cose della nostra cittá notissime, fu figliuola di messer Bellincion Berti de’ Ravignani, nostri antichi e nobili cittadini: ed essendo per avventura in Firenze Otto quarto imperadore, e quivi per farla piú lieta della sua presenza andato alla festa di San Giovanni, avvenne che insieme con l’altre donne cittadine, sí come nostra usanza è, la donna di messer Berto venne alla chiesa, e menò seco questa sua figliuola, chiamata Gualdrada, la quale era ancor pulcella. E postesi da una parte con l’altre a sedere, percioché la fanciulla era di forma e di statura bellissima, quasi tutti i circunstanti si rivolsero a riguardarla, e tra gli altri lo ’mperadore, il quale, avendola commendata molto e di bellezza e di costumi, domandò messer Berto, il quale era davanti da lui, chi ella fosse. Al quale messer Berto, sorridendo, rispose:—Ella è figliuola di tale uomo, che mi darebbe il cuore di farlavi basciare, se vi piacesse.—Queste parole intese la fanciulla, sí era vicina a colui che le dicea, e, alquanto commossa della opinione che il padre aveva mostrata d’aver di lei, che ella, quantunque egli volesse, si dovesse lasciar basciare ad alcuno men che onestamente; levatasi in piede, e riguardato alquanto il padre, e un poco per vergogna mutata nel viso, disse:—Padre mio, non siate cosí cortese promettitore della mia onestá, ché per certo, se forza non mi fia fatta, non mi bascerá mai alcuno, se non colui il quale mi darete per marito.—Lo ’mperadore, che ottimamente la ’ntese, commendò maravigliosamente le parole e la fanciulla, affermando seco medesimo queste parole non poter d’altra parte procedere che da onestissimo e pudico cuore; e perciò subitamente venne in pensiero di maritarla. E, fattosi venir davanti un nobil giovane chiamato Guido Beisangue, che poi fu chiamato conte Guido vecchio, il quale ancora non avea moglie, e lui confortò e volle che la sposasse: e donògli in dote un grandissimo territorio in Casentino e nell’Alpi, e di quello lo intitolò conte. E questi poi di lei ebbe piú figliuoli, tra’ quali ebbe il padre di colui di cui qui si ragiona, il quale volle che nominato fosse Guido, percioché il primo suo figliuolo fu. E, percioché questa Gualdrada fu valorosa e onorabile donna, la cognomina qui l’autor «buona»; e perciò da lei dinomina il nipote, perché per avventura estimò lei essere stata donna da molto piú che il marito non fu uomo.
Appresso questo, dice l’autore il nome di questo nepote della Gualdrada, dicendo: «Guido Guerra ebbe nome». Il sopranome di questo Guido si crede venisse da un disiderio innato d’arme, il quale si dice che era in lui, d’esser sempre in opere di guerra. «Ed in sua vita Fece col senno assai e con la spada».
Ragionasi che questo Guido Guerra fosse col re Carlo vecchio, quando combatté col re Manfredi, e che con ottimi consigli, e poi con la spada in mano, egli adoperasse molto in dare opera alla vittoria, la quale ebbe il re Carlo; senzaché, in altre simili vicende, sempre si portò, dovunque si trovò, valorosamente; per la qual cosa la fama sua s’ampliò molto.
«L’altro, ch’appresso me la rena trita», cioè scalpita, «È Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce», cioè nominanza o fama, «Nel mondo sú dovrebbe esser gradita», percioché furon l’opere sue laudevoli.
Fu costui messer Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari, cavaliere di graride animo e d’operazion commendabili e di gran sentimento in opera d’arme; e fu colui, il quale del tutto sconsigliò il comun di Firenze che non uscisse fuori a campo, ad andare sopra i sanesi; conoscendo, sí come ammaestratissimo in opera di guerra, che danno e vergogna ne seguirebbe, se contro al suo consiglio si facesse; dal quale non creduto né voluto, ne seguí la sconfitta a Monte Aperti.
«Ed io, che posto son con loro in croce», cioè a questo tormento, «Iacopo Rusticucci fui». Fu costui messer Iacopo Rusticucci, il qual non fu di famosa famiglia, ma, essendo ricco cavaliere, fu tanto ornato di belli costumi e pieno di grande animo e di cortesia, che assai ben riempie’ dove, per men notabile famiglia, pareva vòto.