Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 3
Part 18
«Io dissi lui:—Quanto posso ven preco», che noi siamo alquanto insieme; «E se volete che con voi m’asseggia», cioè ristea, «Faròl, se piace a costui», cioè a Virgilio, «ché va seco», come con mia guida e maestro.
—«O figliuol—disse» ser Brunetto—«qual di questa greggia», cioè di questa brigata, «S’arresta punto, giace poi cent’anni Senza arrostarsi, quando» (_supple_) avviene che «il foca il feggia», cioè il ferisca. «Però va’ oltre: io ti verrò a’ panni», cioè appresso, «E poi», che io avrò alquanto ragionato teco, «raggiugnerò la mia masnada», cioè questa brigata, con la quale al presente sono, e «Che va piangendo i suoi eterni danni»,—cioè il suo perpetuo tormento.
«Io non osava scender della strada», cioè dell’argine, «Per andar par di lui»; e la ragione era, perché egli si sarebbe cotto, se al pari di lui fosse disceso; «ma ’l capo chino Tenea», verso di lui, «com’», il tiene, «uom che riverente vada», appresso ad alcuno venerabile uomo.
«El cominciò:—Qual fortuna o destino»; vogliono alcuni che «destino» sia alcuna cosa previsa e inevitabile; «Anzi l’ultimo di», cioè anzi la morte, «quaggiú ti mena?» in inferno tra noi, «E chi è questi che mostra ’l cammino?»—
Alla qual domanda l’autor risponde:—«Lassú di sopra in la vita serena»,—cioè nel mondo, il quale è chiaro, per rispetto a questo luogo, «Rispuos’io lui,—mi smarri’ in una valle».
Di questa valle è assai detto davanti nel primo canto del presente libro, e perciò qui non bisogna di replicare. E qui notantemente dice «mi smarri’», non dice mi «perde’», per darne a sentire che le cose perdute non si ritruovan mai, ma le smarrite si, quantunque simili sieno alle perdute, tanto quanto a ritrovar si penano: e cosí coloro, li quali hanno perduta la diritta via per malizia o per dannazion perpetua, mai piú in quella non rientrano; coloro, che l’hanno smarrita per li peccati commessi, avendo spazio di potersi pêentere e ravvedere, la posson ritrovare e rientrare in quella e procedere avanti al disiderato termine. E, percioché di questi cotali era l’autore, che non era perduto ma smarrito nella selva, come di sopra è detto, dice «mi smarrí’ in una valle».
E dice che vi si smarrí: «Avanti che l’etá mia fosse piena».
Mostrato è stato, nel primo canto di questo libro, gli anni degli uomini stendersi infino al settantesimo, e che infino al trentesimo quinto continuamente, o alla statura dell’uomo, o alle forze corporali s’aggiugne, e perciò in quello tempo si dice essere l’etá dell’uomo «piena». Dice adunque l’autore che esso, avanti che egli a questa etá pervenisse, si smarrí in quella valle: il che assai ben si comprende nel predetto canto, percioché ivi mostra che, essendo alla etá piena pervenuto, si ravvedesse d’avere smarrita la via diritta e ritornasse in quella.
«Pur iermattina le volsi le spalle», partendomi d’essa: e qui dimostra esser giá stato un dí naturale in questo suo pellegrinaggio.
«Questi», del quale voi mi domandate chi egli è, «m’apparve, ritornando», io, «in quella», valle, si come uomo spaventato dalle tre bestie che davanti mi s’erano parate, «E riducemi a ca’», cioè a casa; e ottimamente dice «e riducemi a casa», per farne vedere qual sia la nostra casa, la quale è quella donde noi siamo cittadini, e noi siamo tutti cittadini del cielo, percioché in quello l’anime nostre, per le quali noi siamo uomini, come altra volta è stato detto, furon create in cielo, e però, mentre in questa vita stiamo, ci siamo si come pellegrini e forestieri: e Virgilio, cioè la ragione, è quella la quale, quando noi seguiamo i suoi consigli, ne rimena, mostrandoci il cammino della veritá, alla nostra original casa. «Per questo calle»,—cioè per questa via, la quale, come piú volte è stato mostrato, è quella che ne fa i nostri errori conoscere e conduceci alla chiarezza della veritá.
«Ed egli a me:—Se tu segui tua stella». Tocca in queste parole l’autore l’opinione degli astrologhi, li quali sogliono talvolta nella nativitá d’alcuni fare certe loro elevazioni, e per quelle vedere qual sia la disposizion del cielo in quel punto che colui nasce, per cui fanno la elevazione. E tra l’altre cose che essi piú puntalmente riguardano, è l’ascendente, cioè il grado, il quale nella nativitá predetta sale sopra l’orizzonte orientale della regione; e, avuto questo grado, considerano qual de’ sette pianeti è piú potente in esso; e quello che truovano essere di piú potenzia in quello, quel dicono essere signore dell’ascendente e significatore della nativitá. E secondo la natura di quel pianeto, e la disposizion buona e malvagia, la quale allora v’ha nel cielo per congiunzioni o per aspetti o per luogo, giudicano della vita futura di colui, per cui la elevazione è stata fatta. E però vuol qui l’autore mostrare che la sua stella, cioè il pianeto, il quale fu significatore della sua nativitá, fosse tale e si disposta, che essa avesse a significar di lui mirabili e gloriose cose, si come eccellenzia di scienza e di fama e benivolenza di signori e altre simili. E però séguita ser Brunetto, e dice: se tu séguiti gli effetti della tua stella, cioè quello adoperando che essa mostra che tu déi adoperare, senza storti da ciò per caso che t’avvegna, tu «Non puoi fallire al glorioso porto», cioè di pervenire in gloriosa fama. Il che assai bene gli è avvenuto, percioché non solamente nella nostra cittá, ma per gran parte del mondo, e nel cospetto di molti eccellenti uomini e grandissimi prencipi, per questo suo libro egli è in maravigliosa grazia e in fama quasi inestinguibile. E questo dice ser Brunetto dovergli avvenire: «Se ben m’accorsi nella vita bella», cioè nella presente.
E puossi per queste parole comprendere ser Brunetto voler dimostrare che esso fosse astrolago, e per quell’arte comprendesse ne’ corpi superiori ciò che egli al presente gli dice; o potrebbesi dire ser Brunetto, si come uomo accorto, aver compreso in questa vita gli costumi e gli studi dell’autore esser tali, che di lui si dovesse quello sperare che esso gli dice; percioché, quando un valente uomo vede un giovane continuar le scuole, perseverar negli studi, usare con gli uomini scienziati, assai leggiermente puote estimare lui dover divenire eccellente in iscienzia. Ma che questo gli venga dalle stelle, quantunque Iddio abbia lor data assai di potenzia, nol credo; anzi credo venga da grazia di Dio, il quale esso di sua propria liberalitá concede a coloro, li quali, faticando e studiando, se ne fanno degni.
«E s’io non fossi si per tempo», cioè cosí tosto, «morto», cioè di quella vita passato a questa, «Veggendo il cielo a te cosí benigno», intorno alle cose pertinenti alla scienza e alla fama, alla quale per la scienza si perviene. «Dato t’avrei all’opera conforto», sollecitandoti e dimostrandoti di quelle cose, le quali tu ancora per te non potevi cognoscere.
E, poi che ser Brunetto gli ha detto questo, accioché il conforti al ben perseverare nel bene adoperare, ed egli si deduce a dimostrargli quello che la fortuna gli apparecchia, cioè il suo esilio; e accioché esso con minor noia ascolti quello che dir gli dee; gli premette la cagione, mostrando quella essere tale, che la ’ngiuria della fortuna, la quale gli s’apparecchia, non gli avverá per suo difetto, come a molti avviene, ma per difetto di coloro li quali gliele faranno. E dice: «Ma quello ’ngrato popolo e maligno», il quale è oggi divenuto fiorentino; e chiamalo «ingrato», per certe operazioni precedenti, da esso fatte verso coloro li quali l’avevano servito e onorato, e quasi trattolo di servitudine e di miseria; e percioché il popolo, secondo il romano costume, è universalmente tutta la cittadinanza di qualunque cittá, accioché di tutti i fiorentini non s’intenda esser questa infamia d’ingratitudine, distingue, dicendo sé dire di quel popolo maligno, «Che discese di Fiesole ab antico».
Fiesole, secondo che alcuni vogliono, è antichissima cittá, e quella dicono essere stata edificata da non so quale Atalante de’ discendenti di Iafet, figliuol di Noé, prima che altra cittá d’Europa: la qual cosa creder non posso che vera sia; nondimeno chi che si fosse l’edificatore, o quando, ella fu, secondo cittá mediterranea, assai notabile. E, secondo che questi medesimi dicono, avendo seguita la parte di Catellina, quando congiurò contro alla salute publica di Roma, fu per li romani disfatta, e parte de’ suoi cittadini ne vennero ad abitare in Firenze, la quale per li romani in quegli medesimi tempi si fece e fu abitata di romani: e cosí fu abitata primieramente di questi due popoli, cioè di romani e di fiesolani. Poi vogliono che, in processo di tempo, Firenze fosse disfatta da Attila flagello, e la detta cittá di Fiesole reedificata, e cosí quegli fiesolani, che in Firenze abitavano, essersi tornati ad abitare nell’antica lor cittá. Poi susseguentemente, essendo imperadore Carlo magno, affermano Firenze essere stata contro al piacere de’ fiesolani reedificata, e abitata di romani e di quelle reliquie che per la contrada si trovarono de’ discendenti di coloro, li quali, quando da Attila fu disfatta, l’abitavano.
Appresso dicono essere state lunghe guerre e dannose tra’ fiesolani e’ fiorentini, le quali all’una parte e all’altra rincrescendo, vennero a lunghissime triegue, e, come finivano, le rinnovavano, e sicuramente usavano l’uno nella cittá dell’altro. Sotto la qual sicurtá i fiorentini, non guardandosi di ció i fiesolani, occuparono e presono Fiesole, fuori che la ròcca; e, patteggiati si i fiesolani con loro di dovere abitare in Firenze, e di due popoli divenire uno, fu Fiesole disfatta al tempo del primo Arrigo imperadore; e i fiesolani tornati in Firenze, di due segni comuni fecero uno, il quale ancora in Firenze si tiene in un gran gonfalone bianco e vermiglio; e insieme raccomunarono gli ufici publici, e con parentadi e con usanze, quanto poterono, insieme s’unirono. Nondimeno mostra qui l’autore, quella acerbezza antica e nimichevole animo esser sempre perseverata di discendente in discendente de’ fiesolani, e ancora stare; e per questo dice che quel popolo fiesolano, che in Firenze venne ad abitare. «E tiene ancor del monte e del macigno»: «del monte», in quanto rustico e salvatico, e «del macigno», in quanto duro e non pieghevole ad alcuno liberale e civil costume. E, dice, questo cotal popolo disceso di Fiesole, «Ti si fará, per tuo ben far, nemico», si come quello al quale è in odio la vertú e l’operazioni degne di laude; e, di questo fartisi nimico, seguirá che tu sarai cacciato di Firenze. «Ed è cagion», che tu da lor sia cacciato, per ciò «che tra li lazzi sorbi, Si disconvien», cioè non è convenevole, «fruttar», cioè fruttificare, «lo dolce fico». Vuol sotto questa metafora l’autore intendere non esser convenevole che tra uomini rozzi, duri, ingrati e di malvagia condizione, abiti e viva un uom valoroso, di gentile animo e di grande eccellenzia.
[Lez. LVII]
Poi segue: «Vecchia fama nel mondo gli chiama orbi», cioè ciechi. Della qual fama si dice esser cagione questo: che, andando i pisani al conquisto dell’isola di Maiolica, la quale tenevano i saracini, e a ciò andando con grandissimo navilio, e per questo lasciando la lor cittá quasi vòta d’abitanti, non parendo loro ben fatto, pensarono di lasciare la guardia di quella al comun di Firenze, del quale essi erano a que’ tempi amicissimi. E, di ciò richiestolo, e ottenuto quello che disideravano, promisono, dove vittoriosi tornassero, di partire col detto comune la preda che dell’acquisto recassono. E, avendo i fiorentini con grandissima onestá servata la cittá, e i pisani tornando vincitori, ne recarono due colonne di porfido vermiglio bellissimo, e porti, di tempio o della cittá che fossero, di legno, ma nobilissimamente lavorate: e di queste fecero due parti, che posero dall’una parte le porti e dall’altra le due colonne coperte di scarlatto, e diedero le prese a’ fiorentini, li quali, senza troppo avanti guardare, presono le colonne. Le quali venutene in Firenze, e spogliate di quella veste scarlatta, si trovarono essere rotte, come oggi le veggiamo davanti alla porta di San Giovanni. Or voglion dire alcuni che i pisani, essendo certi che i fiorentini prenderebbono le colonne, accioché essi non avesser netto cosí fatto guiderdone, quelle abbronzarono, e in quello abbronzare, quelle esser cosí scoppiate, e, accioché i fiorentini di ciò non s’ accorgessono, le vestirono di scarlatto: e perciò, per questo poco accorgimento de’ fiorentini, esser loro stato allora imposto questo sopranome, cioè ciechi, il quale mai poi non ci cadde. Ma, quanto è a me, non va all’animo questa essere stata la cagione, né quale altra si sia potuta essere non so. Seguono, appresso, troppo piú disonesti cognomi: e volesse Iddio che non si verificassero ne’ nostri costumi, piú che si verifichi il sopradetto!
Dice adunque: «Gente avara, invidiosa e superba». I fiorentini essere avarissimi appare ne’ lor processi. E, se ad altro non apparisse, appare al male osservare delle nostre leggi, le quali, ancora che con difficultá alcuna se ne ottenga, guardando ciascuno che il suo consentimento ha a prestare a confermazion di quella, non al comun bene, ma alla sua particularitá; se pur si ferma, adoperando la innata cupiditá, della quale tutti siam fieramente maculati, per li componitor medesimi di quella, con astuzie diaboliche, si truova via e modo che il suo valore diventa vano e frivolo, salvo se in alcuni men possenti non si stendesse. Appresso, ne’ publici offici si fa prima la ragion del guadagno che seguir ne dee a chi il prende, che della onorevole e leale esecuzion di quello. Lascio stare le rivenderie, le baratterie, le simonie e l’altre disonestá moventi da quella; e, perché troppo sarebbe lungo il ragionamento, dell’usure, delle falsitá, de’ tradimenti e di simili cose mi piace lasciare stare. Sono, oltre a ciò, i fiorentini oltre ad ogni altra nazione invidiosi. Il che si comprende ne’ nostri aspetti turbati, cambiati e dispettosi, come o veggiamo o udiamo che alcuno abbia alcun bene; e per contrario nella dissoluta letizia e festa, la qual facciamo sentendo alcuno aver avuta la mala ventura o essere per averla. Parsi ne’ nostri ragionamenti, ne’ quali noi biasimiamo, danniamo e vituperiamo i costumi e l’opere laudevoli di qualunque buono uomo, raccontiamo i vitupèri e le vergogne e’ danni di ciascheduno; parsi nelle operazioni, nelle quali noi siamo, troppo piú che nelle parole, nocevoli. Che piú? Superbissimi uomini siamo, in ogni cosa ci pare esser degni di dovere avanti ad ogni altro esser preposti, facendo di noi maravigliose stime, non credendo che alcuno altro vaglia, sappia o possa, se non noi. Andiamo con la testa levata, nel parlare altieri e presuntuosi nelle ’mprese, e tanto di noi medesimi ingannati, che sofferir non possiamo né pari né compagnone; teneri piú che ’l vetro, per ogni piccola cosa ci turbiamo e divegnam furiosi, e in tanta insania divegnamo, che noi ardiamo di preporre le nostre forze a Dio, di bestemmiarlo e d’avvilirlo. De’ quali vizi, esso permettendolo, non che da lui, ma bene spesso da molto men possente che non siam noi, ci troviamo sgannati.
Poi segue ser Brunetto ammaestrandolo, e dice: «Da’ lor costumi fa’ che tu ti forbi», cioè ti servi immaculato. «La tua fortuna», cioè il celeste corso, «tanto ben ti serba», in laudevole fama, in sufficienza, in amicizie di grandi uomini. «Che l’una parte e l’altra», cioè i fiesolani e’ fiorentini, «avranno fame Di te», cioè disiderio, poi che cacciato t’avranno: «ma lungi fia dal becco l’erba», cioè l’effetto dal disiderio, percioché essi non ti riavranno mai. «Faccian le bestie fiesolane», cioè gli stolti uomini fiesolani, «strame Di lor medesme», cioè rodan se medesimi con li loro malvagi pensieri e con le lor malvagie operazioni, «e non tocchin la pianta», per roderla, «S’alcuna surge ancor nellor letame», cioè nel luogo della loro abitazione, la qual somiglia al letame, percioché di sopra l’ ha chiamate bestie; «In cui riviva», cioè per buone operazioni risurga, «la sementa santa, Di que’ roman che vi rimaser»; volendo qui mostrare li romani, li quali vennero ad abitar Firenze, essere stati quali furon quegli antichi, per le cui giuste e laudevoli opere si ampliò e magnificò il romano imperio (ma in ciò non sono io con l’autore d’una medesima opinione, percioché infino a’ tempi de’ primi imperadori era Roma ripiena della feccia di tutto il mondo, ed era dagl’imperadori preposta a’ nobili uomini antichi, giá divenuti cattivi): «quando fu Fatto il nido di malizia tanta»; e chiama qui Fiorenza «il nido di malizia tanta», e questo non indecentemente, avendo riguardo a’ vizi de’ quali ne mostra esser maculati.
—«Se fosse tutto pieno il mio dimando—Rispos’io lui,—voi non sareste ancora. Dell’umana natura», la quale per eterna legge ciò che nasce fa morire, «posto in bando», cioè di quella vita cacciato, anzi sareste ancora vivo; e quinci gli dice la cagion perché esso questo dimanderebbe, perciò «Che in la mente m’è fitta», cioè con fermezza posta, «ed or m’accora», cioè mi va al cuore, «La cara buona imagine paterna, Di voi», verso di me, «quando nel mondo», vivendo voi, «ad ora ad ora. Mi mostravate come l’uom s’eterna», per lo bene e valorosamente adoperare. E cosí mostra l’autore che da questo ser Brunetto udisse filosofia, gli ammaestramenti della quale, si come santi e buoni, insegnano altrui divenire eterno e per fama e per gloria. «E quanto io l’abbo in grado», quello che giá mi dimostraste, «mentr’io vivo, Convien che nella mia lingua si scema», percioché sempre vi loderò, sempre vi commenderò.
«Ciò che narrate di mio corso», cioè della mia futura fortuna, «scrivo», nella mia memoria, «E serbolo a chiosar con altro testo», cioè a dichiarare con quelle cose insieme, le quali gli avea predette Ciacco e messer Farinata, «A donna», cioè a Beatrice, «che saprá, s’a lei arrivo», chiosare e dichiarare e l’altre cose e quelle che dette m’avete. «Tanto vogl’io che vi sia manifesto, Purché mia coscienza non mi garra», cioè non mi riprenda, se per avventura alcuna ingiuria piú pazientemente che il convenevole sostenessi, «Ch’alla fortuna», cioè a’ casi sopravvegnenti, «come vuol, son presto», a ricevere e a sostenere. «Non è nuova agli orecchi miei tale arra», cioè tale annunzio, quale è quello il quale mi fate, percioché da Ciacco e da messer Farinata m’è stato predetto: «Però giri Fortuna la sua ruota», cioè faccia il suo uficio di permutare gli onori e gli stati, «Come le piace, e ’l villan la sua marra».—Queste parole dice per quello che ser Brunetto gli ha detto de’ fiesolani, che contro a lui deono adoperare, li quali qui discrive in persona di villani, cioè d’uomini non cittadini, ma di villa; e in quanto dice «la sua marra», intende che essi fiesolani, come piace loro, il lor malvagio esercizio adoperino, come il villano adopera la marra.
«Lo mio maestro allora in su la gota», cioè in su la parte «Destra, si volse indietro, e riguardommi. Poi disse:—Bene ascolta», cioè non invano ascolta, «chi la nota»,—con effetto, la parola la quale tu al presente dicesti (cioè «giri Fortuna come le piace la sua rota», ecc.), volendo per questo confortarlo a dover cosí fare, come esso dice di fare.
«Né per tanto di men», cioè perché Virgilio cosí dicesse, «parlando vommi, Con ser Brunetto, e dimando chi sono Li suoi compagni», co’ quali egli poco davanti andava, «piú noti», a lui, «e piú sommi», per fama.
«Ed egli a me:—Saper d’alcuno è buono». E fagli ser Brunetto questa risposta alla domanda che l’autore fece, dicendo «e piú sommi»; quasi voglia ser Brunetto dire (si come assai bene appare appresso): se io ti volessi dire i piú sommi, sarebbe troppo lungo, percioché tutti furono uomini di nome e famosi. E, detto d’alcuno, «Degli altri fia laudevole tacerci». Volendo forse per questo dire: egli v’ha si fatti uomini, che lo ’nfamargli di cosí vituperevole peccato, come questo è, e per lo qual dannati sono, potrebbe esser nocivo; e, se non per loro, per coloro li quali di loro son rimasi. Comeché egli altra ragione n’assegni, perché sia laudevole il tacersi, dicendo: «Ché ’l tempo», che conceduto m’è star teco, «saria corto», piccolo o brieve, «a tanto suono», cioè a cosí lungo ragionare, come, ragionando di costoro, si converrebbe fare. E, questo detto, prima gli dice in generale chi essi sono, poi discende a nominarne alcuno in particulare, e dice: «In somma», cioè su brevitá, «sappi che tutti fûr cherci, E letterati grandi e di gran fama, D’un peccato medesmo», cioè di sogdomia, «al mondo lerci», cioè brutti.
Pare adunque, per queste parole, i cherici e gli scienziati esser maculati di questo male. Il che puote avvenire l’aver piú destro, e con minor biasimo, del mescolarsi in questa bruttura col sesso mascolino che col femminino, [conciosiacosaché l’usanza de’ giovani non paia disdicevole a qualunque onesto uomo, ove quella delle femmine è abominevole molto]; e, per questo comodo, questi cosí fatti uomini, cherici e letterati, piú in quel peccato caggiono che per altro appetito non farebbono.
«Priscian sen va con quella turba grama», cioè dolente. Fu Prisciano della cittá di Cesarea di Cappadocia, secondo che ad alcuni piace, e grandissimo filosafo e sommo grammatico, il quale, venuto a dimorare a Roma, ad istanzia di Giuliano apostata compose in grammatica due notabili libri: nell’uno trattò diffusamente e bene _Delle parti dell’orazione_, nell’altro sub brevitá trattò _Delle costruzioni_. Non lessi mai né udi’ che esso di tal peccato fosse peccatore, ma io estimo abbia qui voluto porre lui, accioché per lui s’intendano coloro li quali la sua dottrina insegnano; del qual male la maggior parte si crede che sia maculata, percioché il piú hanno gli scolari giovani, e per l’etá temorosi e ubbidienti, cosí a’ disonesti come agli onesti comandamenti de’ lor maestri; e per questo comodo si crede che spesse volte incappino in questa colpa.
«E Francesco d’Accorso anche vedervi», tra loro avresti potuto, «S’avessi avuto di tal tigna brama», cioè disiderio.
Messer Francesco fu figliuolo di messer Accorso, amenduni fiorentini, e amenduni grandissimi e famosi dottori in legge, in tanto che messer Accorso chiosò tutto ’l _Corpo di ragion civile_, e furon le sue chiose tanto accette, che elle si posono e sono e ancora s’usano per chiose ordinarie nel _Codice_ e negli altri libri legali. E questo messer Francesco, mentre visse, sempre lesse ordinariamente in Bologna, dove si crede che ultimamente morisse.
Appresso dice che ancora v’avrebbe potuto vedere «Colui [potei], che dal servo de’ servi», cioè dal papa, il qual se medesimo nelle sue lettere chiama «servo de’ servi di Dio». E questo titolo primieramente per vera umiltá si pose san Gregorio primo, essendo papa, conoscendo che a lui, e a ciascun che nella sedia di san Piero siede, s’appartiene di ministrare e di servire nelle cose spirituali agli amici e servi di Dio, quantunque menomi; la qual cosa esso sollecitamente facea, predicando loro e aprendo la dottrina evangelica, sí come nelle sue _Omelie_ appare, le quali sono le prediche sue, e il nome loro il dimostra: percioché «omelia» non vuole altro dire, se non «sermone al popolo». Come i successori suoi questo faccino, Dio ne sa la veritá. Ma questo di cui qui l’autor dice, dice che «Fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione».