Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 3
Part 17
È il vero che questa dimostrazione riguarda piuttosto al rimuovere quel dubbio, che intorno alla esposizion litterale si potrebbe fare, che ad alcun senso allegorico, che sotto la lettera nascoso sia: e perciò, quantunque assai leggiermente veder si possa, per le cose dette, quello che sotto la corteccia letterale è nascoso, nondimeno, per darne alcuno piú manifesto senso, dico potersi per l’isola di Creti, posta in mezzo il mare, intendersi l’universal corpo di tutta la terra, la quale, come assai si può comprendere per li termini disegnati di sopra alle tre parti del mondo, è posta nel mezzo del mare, in quanto è tutta circundata dal mare Oceano, e cosí verrá ad essere isola come Creti; e dagli abitanti in essa tutto quello è addivenuto, che l’autore intende di dimostrare nella seguente sua fizione. E questo pare assai pienamente confermare il nome dell’isola, il quale esso appella Creta, conciosiacosaché «Creta» nulla altra cosa suoni che la «terra»; e cosí il nome si conforma, come davanti dissi, all’intenzion dell’autore, in quanto in Creti, cioè nella terra, prenda inizio quello che esso appresso dimostra, cioè negli uomini, i quali nulla altra cosa, quanto al corpo, siamo che terra.
Ma, per lasciare qualche cosa a riguardare all’altezza degl’ingegni che appresso verranno, senza piú dir del luogo nel quale l’autore disegna la sua fizione, passeremo a quello che appresso segue, lá dove dice che in una montagna chiamata Ida sta diritta la statua d’un gran veglio. Per la quale, secondo il mio giudicio, l’autore vuol sentire la moltitudine della umana generazione, quella figurando ad un monte, il quale è moltitudine di terra accumulata, o dalla natura delle cose o dall’artificio degli uomini, e chiamasi questo monte Ida, cioè formoso, in quanto, per rispetto dell’altre creature mortali, l’umana generazione è cosa bellissima e formosa; dentro alla quale l’autore dice esser diritto un gran veglio, percioché dentro all’esistenza, lungamente perseverata dell’umana generazione, si sono in vari tempi concreate le cose, le quali l’autor sente per la statua da lui discritta, la quale per ciò dice stare eretta, perché ancora que’ medesimi effetti, che, giá son piú migliaia d’anni, cominciarono, perseverano. E, fatta la dimostrazione del luogo universale, e ancora del particulare, discrive l’effetto formale della sua intenzione, il qual finge in una statua simile quasi ad una, la quale Daniel profeta dimostra essere stata veduta in sogno da Nabucdonosor re. Ma non ha nella sua l’autor quella intenzione, la qual Daniello dimostra essere in quella, la quale dice essere stata veduta da Nabucdonosor; percioché, dove in quella Daniel dimostra a Nabucdonosor significarsi il suo regno e alcune sue successioni, in questa l’autore intende alcuni effetti seguíti in certe varietá di tempi, cominciate dal principio del mondo infino al presente tempo.
Dice adunque primieramente questa statua, la qual discrive, essere d’un uomo grande e vecchio, volendo per questi due adiettivi dimostrare, per l’uno la grandezza del tempo passato dalla creazion del mondo infino ai nostri tempi, la quale è di seimila cinquecento anni, e per l’altro la debolezza e il fine propinquo di questo tempo; percioché gli uomini vecchi il piú hanno perdute le forze, per lo sangue il quale è in loro diminuito e raffreddato; e, oltre a ciò, al processo della lor vita non hanno alcuno altro termine che la morte, la quale è fine di tutte le cose. Appresso dice che tiene vòlte le spalle verso Damiata, la quale sta a Creti per lo levante; volendo per questo mostrare il natural processo e corso delle cose mondane, le quali, come create sono, incontanente volgono le spalle al principio loro, e cominciano ad andare e a riguardare verso il fine loro; e per questo riguarda verso Roma, la quale sta a Creti per occidente. E dice la guata come suo specchio: sogliono le piú delle volte le persone specchiarsi per compiacere a se medesime della forma loro; e cosí costui, cioè questo corso del tempo, guarda in Roma, cioè nelle opere de’ romani, per compiacere a se medesimo di quelle le quali in esso furon fatte, sí come quelle che, tra l’altre cose periture fatte in qualunque parte del mondo, furono di piú eccellenzia e piú commendabili e di maggior fama; e, oltre a ciò, si può dir vi riguardi per dimostrarne che, poiché le gran cose di Roma e il suo potente imperio è andato e va continuo in diminuzione, cosí ogni cosa dagli uomini nel tempo fatta, similmente nel tempo perire e venir meno.
Susseguentemente dice questa statua esser di quattro metalli e di terracotta, primieramente dimostrando questa statua avere la testa di fino oro; volendo che, come la testa è nel corpo umano il principal membro, cosí per essa noi intendiamo il principio del tempo e quale esso fosse. E noi intendiamo per lo _Genesi_ che nella prima creazione del mondo, nella quale il tempo, che ancora non era, fu creato da Dio, fu similmente creato Adamo, per lo quale e per li suoi discendenti doveva essere il tempo usato: e, percioché Adamo nel principio della sua creazione ottimamente alcuno spazio di tempo adoperò, e questo fu tanto, quanto egli stette infra’ termini comandatigli da Dio; vuole l’autore esser la testa, cioè il cominciamento del tempo, d’oro, cioè carissimo e bello e puro, sí come l’oro è piú prezioso che alcuno metallo; e cosí intenderemo, per questa testa d’oro, il primo stato dell’umana generazione, il quale fu puro e innocente, e per conseguente carissimo.
Dice appresso che puro argento sono le braccia e ’l petto di questa statua, volendo per questo disegnare che, quanto l’ariento è piú lucido metallo che l’oro, in quanto egli è bianchissimo (e il bianco è quel colore che piú ha di chiarezza); cosí, dopo la innocenza de’ primi parenti, l’umana generazione essere divenuta piú apparente e piú chiara che prima non era, intanto che, mentre i primi parenti servarono il comandamento di Dio, essi furon soli e senza alcuna successione; ma, dopo il comandamento passato, cacciati del paradiso, e venuti nella terra abitabile, generaron figliuoli e successori assai, per la qual cosa in processo di tempo apparve nella sua moltitudine la chiarezza della generazione umana, la quale, quantunque piú bellezza mostrasse di sé, non fu però cara né da pregiare quanto lo stato primo, figurato per l’oro. E per questo la figura di metallo molto men prezioso che l’oro.
Oltre a ciò, dice questa statua esser di rame infino alla ’nforcatura, volendone per questo dimostrare, in processo di tempo, dopo la chiarezza della moltitudine ampliata sopra la terra, essere avvenuto che gli uomini, dalla ammirazion de’ corpi superiori, e ancora dagli ordinati effetti della natura nelle cose inferiori, cominciarono a speculare, e dalla speculazione a formare le scienze, l’arti liberali e ancora le meccaniche, per le quali, sí come il rame è piú sonoro metallo che alcuno de’ predetti, divennero gli uomini fra se medesimi piú famosi e di maggior rinomèa che quegli davanti stati non erano. Ma, percioché, come per lo cognoscimento delle cose naturali e dell’altre gli uomini divennero piú acuti e piú ammaestrati e piú famosi, cosí ancora piú malvagi, adoperando le discipline acquistate piú tosto in cose viziose che in laudevoli; è questa qualitá di tempo discritta esser di rame, il quale è metallo molto piú vile che alcun de’ sopradetti.
Appresso dice che questa statua dalla ’nforcatura in giú è tutta di ferro eletto, volendo per questo s’intenda esser, successivamente alle predette, venuta una qualitá di tempo, nella quale quasi universalmente tutta l’umana generazione si diede all’arme e alle guerre, con la forza di quelle occupando violentamente l’uno la possessione dell’altro. E di questi, secondo che noi abbiam per l’antiche istorie, il primo fu Nino, re degli assiri, il quale tutta Asia si sottomise, e quinci discesero l’arme a’ medi e a’ persi, e da questi a’ greci e a’ macedoni e a’ cartaginesi e a’ romani, li quali con quelle l’universale imperio del mondo si sottomisero. E similmente, essendosi questa pestilenza appiccata a’ re e a’ popoli e alle persone singulari, quantunque alcuno principal dominio oggi non sia, persevera nondimeno nelle predette particulari la rabbia bellica, intanto che regione alcuna sopra la terra non si sa, che da guerra e da tribulazione infestata non sia. E, percioché gl’istrumenti della guerra il piú sono di ferro, figura l’autore questa qualitá di tempo esser di ferro: volendo, oltre a ciò, sentire che, sí come il ferro è metallo che ogni altro rode, cosí la guerra essere cosa la quale ogni mondana sustanza rode e diminuisce.
Ultimamente dice il piè destro di questa statua esser di terracotta, volendone primieramente per questo mostrare esser tempo venuto, la cui qualitá è, oltre ad ogni altra di sopra discritta, vile, e tanto piú quanto i metalli predetti sono d’alcun prezzo, e la terracotta è vilissima; e, oltre a questo, che, essendo ne’ metalli detti alcuna fermezza, alcuna natural forza, e la terracotta sia fragile, e con poca difficultá si rompa e schianti e spezzi: cosí le cose di questo ultimo tempo sian fragili, non solo naturalmente, ma ancora per la fede venuta meno, la quale soleva esser vincolo e legame, che teneva unite e serrate insieme le compagnie degli uomini. E, a dimostrarne le cose temporali esser propinque al fine suo, primieramente ne dice il piè esser di questa vil materia; il quale è l’ultimo membro del corpo, percioché, oltre a quello, alcuno inferiore non abbiamo; e, come esso è quello sopra il quale tutto il nostro corpo si ferma, cosí sopra questa vii materia tutto il lungo corso del tempo si termina; e perciò dice che il piè di questa statua, il quale è di terracotta, è il destro, e che questa statua sopra quello, piú che sopra l’altro, sta eretta, cioè fermata. Vuole adunque questo piede essere il destro, a dimostrarne che ogni cosa naturalmente si ferma sopra quella cosa, sopra la qual crede piú perseverare in essere; e perciò questa statua si ferma piú in sul destro piè, percioché nel destro piè, e in ciascuno altro membro destro, è piú di forza che ne’ membri sinistri, come di sopra è dimostrato. Ma questa fermezza non può molto durare, percioché, quantunque la terracotta sostenga alcun tempo alcuna gravezza, nondimeno, perseverando pure il peso, ella scoppia e dividesi e rompesi, e cosí cade e spezzasi ciò che sopra v’era fermato: e cosí ne dimostra il corso del tempo. fermato sopra cosí fragile materia, non dovere omai lungamente perseverare, ma, vegnendo il dí novissimo, appresso il quale Domeneddio dee, secondo che nell’_Apocalissi_ si legge, fare il ciel nuovo e la terra nuova, né piú si produceranno uomini né altri animali, verrá la fine di questo tempo. Il qual tempo percioché è stato comune ad ogni nazione, l’ha voluto in questa statua l’autore dimostrare in luogo ad ogni nazion comune, come davanti è dimostrato.
Poi, deducendosi l’autore alla intenzion sua finale, dice che ogni parte di questa statua, fuori che quella la quale è d’oro, è rotta d’una fessura, della quale gocciano lagrime, intendendo per questo mostrarne perché tutto questo, che poetando ha discritto, abbia detto, cioè per farne chiari da qual cagione nata sia l’abbondanza delle miserie infernali. La qual cagione accioché non si creda pur ne’ presenti secoli avere avuto origine, dice che incominciò infino a quella qualitá di tempo, la quale appresso della testa dell’oro di questa statua è disegnata, cioè dopo l’esser cacciati i primi parenti di paradiso; volendo per questa rottura intendersi la rottura della integritá della innocenza o della virtuosa e santa vita, le quali, col malvagio adoperare e col trapassare i comandamenti di Dio, son rotte e viziate: e da queste eccettua l’autore la parte dell’oro, mostrando in quella non essere alcuna rottura, percioché fu tutta santa e obbediente al comandamento divino. E cosí dobbiam comprendere che le malvagie operazioni e inique degli uomini, di qualunque paese o regione, sono state cagione e sono delle lagrime, le quali caggiono delle dette rotture, cioè de’ dolori e delle afflizioni, le quali per le commesse colpe dalla divina giustizia ricevono i dannati in inferno; mostrandone appresso queste cotali lagrime, cioè mortali colpe, dal presente mondo discendere nella misera valle dello ’nferno, con coloro insieme li quali commesse l’hanno; e in inferno, cioè nella dannazion perpetua, fare quattro fiumi, cioè quattro cose, per le quali si comprende l’universale stato de’ dannati. E nomina questi quattro fiumi, il primo Acheronte, il secondo Stige, il terzo Flegetonte, il quarto e ultimo Cocíto: volendo per Acheronte intendere la prima cosa, la quale avviene a’ dannati.
È Acheronte, come di sopra alcuna volta è stato detto, interpetrato «senza allegrezza»: per la quale interpetrazione, assai chiaro si conosce colui, il quale per lo suo peccato discende in perdizione, avanti ad ogni altra cosa perdere l’allegrezza dell’eterna beatitudine, la quale gli era apparecchiata, se voluto avesse seguire i comandamenti di Dio. Appresso intende l’autore per Istige, il quale è interpetrato «tristizia», quello che il misero peccatore, avendo per le sue iniquitá perduta l’allegrezza di vita eterna, abbia acquistato, che è tristizia perpetua; percioché, come l’uom si vede perdere, dove estimava o dove gli bisognava di guadagnare, incontanente s’attrista. Ma, percioché la tristizia non è termine finale della miseria del dannato, séguita il terzo fiume chiamato Flegetonte, il quale è interpetrato «ardente»; volendo per questo ardore darne l’autore ad intendere che, poi che il peccatore è divenuto nella tristizia della sua perdizione, incontanente diviene nell’ardore della gravitá de’ supplici, li quali con tanta angoscia il cuocono e cruciano e faticano, che esso incontanente diviene nel quarto fiume, cioè nel Cocíto. Il quale è interpetrato «pianto», percioché, trafiggendo l’ardore delle pene eternali alcuno, esso incontanente comincia a piangersi e a dolersi e a rammaricarsi: e questo pianto non è a tempo, anzi, sí come lo stagno mai non si muove, cosí questo pianto infernale mai non si muove, sí come quello che dee in perpetuo perseverare. E cosí, dal cominciamento del mondo insino a questo dí, dalle malvagie operazion degli uomini si cominciarono questi quattro miseri accidenti, li quali in forma di quattro fiumi discrive, per li quali l’abbondanza delle miserie delle pene infernali e de’ ricevitori di quelle sono non solamente perseverate, ma aumentate, e continuamente s’aumentano, e stanno e staranno infino a tanto che la presente vita persevererá.
CANTO DECIMOQUINTO
[Lez. LVI]
«Ora cen porta l’un de’ duri margini», ecc. Continuasi l’autore al precedente canto, in quanto nella fine d’esso mostra che gli argini di quel ruscelletto, il quale per la rena arsiccia correa, fanno via a chi vuole giú discendere, non essendo di quegli li quali sono a quella pena dannati; e nel principio di questo dimostra come su per l’uno delli detti argini con Virgilio andava. E dividesi questo canto in due parti: nella prima discrive l’autore la qualitá del luogo, e massimamente degli argini sopra li quali andava, la qualitá di quegli dando, con alcuna dimostrazion d’esempli, ad intendere; nella seconda dimostra come da una schiera d’anime dannate in quel luogo guatato fosse, e riconosciuto da ser Brunetto Latino, e come con lui della sua fortuna futura lungamente parlasse. E comincia questa seconda quivi: «Giá eravam dalla selva».
Dice adunque primieramente: «Ora cen porta l’un de’ duri margini». E in quanto dice «cen porta», parla impropriamente, percioché il portare appartiene alle cose mobili, come sono i cavalli, gli uomini e le navi e le carra e simili cose, e non alle cose che non si muovono, ché san di quelle quei margini; e perciò si dee intendere che essi, se medesimi portando, andavano su per l’uno de’ detti margini. E dice «l’uno», percioché nel precedente canto ha mostrato quegli essere due. E similmente dice «duri», perché questo ancora ha davanti mostrato, che ambo le pendici, cioè gli argini o margini del predetto fiumicello, erano divenuti di pietra. E, a rimuovere un dubbio, il quale alcun potrebbe muovere, dicendo: come andavan costoro sotto lo ’ncendio delle fiamme, le quali continuamente in quel luogo cadevano? segue e dice: «E ’l fummo del ruscel», cioè che surgea del ruscello, come veggiamo di molti fiumi e altre acque fare, «di sovra aduggia», cioè ricuoprendo fa uggia, la quale, come nel precedente canto ha detto, ammorta le dette fiamme che sopra esso cadessero, «Sí che dal fuoco salva l’acqua e gli argini», infra li quali s’inchiude. E sono questi argini grotte fatte per forza alle rive de’ fiumi, accioché, crescendo essi, l’acqua non allaghi i campi vicini. E, accioché egli dea piú piena notizia di questi argini, per due esempli dimostra la lor qualitá, primieramente dicendo:
«Quale i fiamminghi tra Guzzante e Bruggia»; due terre di Fiandra poste sopra il mare Oceano, il quale è tra Fiandra e l’isola d’Inghilterra; «Temendo ’l fiotto», del mare, «che ver’ lor s’avventa», sospinto dall’impeto del moto naturale del mare Oceano, «Fanno lo schermo», cioè il riparo, il quale è gli argini altissimi e forti, «perché ’l mar si fúggia», cioè, poi che percosso ha ne’ detti margini, senza piú venire avanti, si ritragga indietro. È qui da sapere che il mare Oceano, essendone, secondo che alcuni vogliono, cagione il moto della luna, sempre infra ventiquattro ore, le quali sono un dí naturale, si muove due volte di levante inver’ ponente, e altrettante si torna di ponente inver’ levante; e quando di ver’ levante viene inver’ ponente, viene con tanto impeto, che esso, giugnendo alle marine a lui contermine, si sospigne avanti infra terra in alcuni luoghi per molto spazio, e cosí poi, ritraendosi, lascia quelle terre espedite, le quali aveva occupate. E questo suo movimento entra con tanta forza nel mare Mediterraneo, che in assai luoghi, e massimamente nella cittá di Vinegia, si pare. E chiamano i navicanti questo movimento il «fiotto»: e questo è quello del quale l’autore intende qui, e contro al quale dice che i fiamminghi fanno riparo.
Appresso dimostra l’autore, per lo secondo esemplo, la qualitá degli argini del detto fiumicello, dicendo: «E quale i padovan lungo la Brenta». Padova è una cittá molto antica, la quale Tito Livio, il qual fu cittadino di quella, e Virgilio e altri molti dicono che, dopo la distruzione di Troia, fu composta da Anténore troiano, il quale, partitosi da Troia, con certi popoli chiamati eneti, stati di Paflagonia, quivi dopo lunga navigazione pervenne, e, cacciati della contrada gli antichi abitanti, li quali si chiamavano euganei, compose la detta cittá, e fu il suo nome Patavo; e, oltre a questo, occupò una gran provincia, sí come da Padova infino a Bergamo e poi da Padova infino al Friuli, e quella da’ suoi eneti, aggiunta una lettera al nome loro, chiamò Venezia. Allato a questa cittá corre un fiume il qual si chiama Brenta, e nasce nelle montagne di Chiarentana, la quale è una regione posta nell’Alpi, che dividono Italia dalla Magna. La qual contrada è freddissima, e caggionvi grandissime nevi, le quali non si risolvono infino a tanto che l’aere non riscalda, del mese di maggio o all’uscita d’aprile; e allora, risolvendosi, cascano l’acque di quelle nella Brenta, e fannola maravigliosamente crescere; e, se racchiusa non fosse, come discende al piano, infra alti e fortissimi argini, li quali quelli della contrada fanno, essa allagherebbe tutta la contrada, e guasterebbe le strade, le biade e il bestiame, del quale v’ha grandissima quantitá. E perciò dice l’autore che i padovani, cioè quegli del distretto di Paùova, fanno simiglianti schermi che i fiamminghi, cioè argini, «Per difender lor ville e lor castelli», cioè i campi e’ lavorii delle villate e delle castella, le quali per lo piano di Padova sono; e questo fanno «Anziché Chiarentana», cioè la neve la quale è in Chiarentana, «il caldo senta», della state, la quale s’appropinqua. E, questi due esempli posti, dice che «A tale immagine», cioè similitudine, «eran fatti quelli», li quali lungo questo fiumicello erano, «Tutto», cioè posto, «che né si alti né sí grossi», come quegli che fanno i fiamminghi e’ padovani, «Qual che si fosse, lo maestro félli», cioè gli fece.
«Giá eravam dalla selva rimossi», cioè dal bosco, del quale di sopra ha detto nel canto decimoterzo; «Tanto, ch’ io non avrei visto», cioè veduto, «dov’era, Per ch’io ’ndietro rivolto mi fossi», a riguardare; e ciò fu «Quando incontrammo d’anime», dannate, «una schiera», cioè molte, «Che venien lungo l’argine», sopra’l quale andavamo, «e ciascuna», di quelle, «Ci riguardava come suol da sera», cioè nel crepuscolo, che non è dí e non è notte, «Guardare uno», cioè alcuno, «altro», cioè alcuno altro, «sotto nuova luna», cioè essendo la luna nuova, la quale, percioché poca luce puote ancora avere o dare, non ne fa tanta dimostrazione quanto alla vera conoscenza delle cose bisognerebbe; «E si», cioè e cosí, «ver’ noi aguzzavan le ciglia. Come vecchio sartor fa nella oruna», dell’ago, quando il vuole infilare. Questo avviene per difetto degli spiriti visivi, li quali, o da grossezza o da altra cagione impediti, quando non posson ben comprendere le cose opposite, ne stringono ad aguzzar le ciglia, percioché in quello aguzzar le ciglia ristrignamo in minor luogo la virtú visiva, e, cosí ristretta, diviene piú acuta e piú forte al suo uficio; cosí dunque, dice, facevan quelle anime per lo luogo nel quale era poca luce. «Cosí», come di sopra è dimostrato, «adocchiato», cioè riguardato, «da cotal famiglia», quale era quella che quivi passava, «Fui conosciuto da un», di loro, «che mi prese Per lo lembo», del vestimento (è il lembo la estrema parte del vestimento, dalla parte inferiore), «e gridò», questo cotal che mi prese, dicendo: _-«Qual maraviglia?»—(_supple_), è questa che io ti veggio qui.
«Ed io, quando ’l suo braccio a me distese», prendendomi, «Gli occhi ficcai», cioè fiso mirai, «per lo cotto aspetto», cioè abrusciato dall’incendio, il quale continuamente cadea; «Si» gli occhi ficcai, «che’l viso abrusciato», e però alquanto trasformato, «non difese», cioè non tolse, «La conoscenza sua», cioè di lui, «al mio intelletto; E», perciò, «chinando la mano alla sua faccia, Rispuosi:—Siete voi qui, ser Brunetto?»-quasi parlando _admirative_. «E quegli» (_supple_) pregò dicendo:—«O figliuol mio, non ti dispiaccia», non ti sia grave, «Ser Brunetto Latino un poco teco», cioè d’aver me alquanto teco.
Questo ser Brunetto Latino fu fiorentino, e fu assai valente uomo in alcune delle liberali arti e in filosofia, ma la sua principal facultá fu notaria, nella quale fu eccellente molto: e fece di sé e di questa sua facultá si grande stima, che, avendo, in un contratto fatto per lui, errato, e per quello essendo stato accusato di falsitá, volle avanti esser condannato per falsario che egli volesse confessare d’avere errato; e poi, per isdegno partitosi di Firenze, e quivi lasciato in memoria di sé un libro da lui composto, chiamato _Il tesoretto_, se n’andò a Parigi, e quivi dimorò lungo tempo, e composevi un libro, il quale è in volgar francesco, nel quale esso tratta di molte materie spettanti alle liberali arti e alla filosofia morale e naturale, e alla metafisica, il quale egli chiamò _Il tesoro_; e ultimamente credo si morisse a Parigi. E, percioché mostra l’autore il conoscesse per peccatore contro a natura, in questa parte il discrive, dove gli altri pone che contro a natura bestialmente adoperarono.
Séguita adunque il priego suo, il quale ancora nelle parole superiori non era compiuto, e dice: «Ritorna indietro»; eragli per avventura alquanto innanzi l’autore, e perciò il priega che ritorni; «e lascia andar la traccia»,—di queste anime, le quali tutte ti riguardano, le qual forse l’autore con piú studioso passo seguiva per conoscerne alcuna, e per domandare degli altri che a quella pena eran dannati.