Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 3

Part 14

Chapter 143,735 wordsPublic domain

«Noi eravamo». Qui comincia la terza parte principale del presente canto, nella quale, poi che l’autore n’ha dimostrato che pena abbian coloro li quali nella propria persona usano violenza, ne dimostra una spezie di tormenti strana dalla primiera, data a certi peccatori le cui colpe non furono con quelle de’ primieri equali, percioché non in sé ma nelle lor cose usarono violenza. E dice cosí: «Noi eravamo ancora al tronco attesi, Credendo ch’altro ne volesse dire», avendo egli finito di dire quello che di sopra è scritto, «Quando noi fummo d’un romor sorpresi», il qual sentimmo farsi nella selva; e quinci per una comparazione dimostra come soprappresi fossero, dicendo: «Similemente a colui, che venire Sente il porco», salvatico, «e la caccia», cioè quegli e cani e uomini che di dietro il cacciano, «alla sua posta». Usano i cacciatori partirsi in diverse parti, e, cosí divisi, porsi in quelle parti della selva, donde stimano dover potere, fuggendo, passare quelle bestie le quali voglion pigliare; e queste cotali parti, dove si pongono, chiamano «poste»; e però colui, alla cui posta viene la bestia cacciata, se n’avvede, per ciò «Ch’ode le bestie», le cacciate e quelle che cacciano, «e le frasche», cioè i rami e le frondi della selva, «stormire», cioè far romore per lo stropiccío del porco e de’ cani e dei cacciatori.

«Ed ecco», mentre essi stavano soprappresi dal romore, «due dalla sinistra costa, Nudi e graffiati»: dice «nudi», percioché non eran dalle cortecce degli alberi rivestiti, come eran quelle anime che rilegate erano in que’ bronchi; e «graffiati» dice, percioché di sopra è detto quel bosco esser pieno «di stecchi con tosco», e chi corre tra cosí fatte piante, non potendo attendere a riguardarsi, è di necessitá che si graffi; «fuggendo sí forte», cioè sí velocemente e con tanto impeto, «Che della selva rompíeno ogni rosta», e però erano graffiati. E questo vocabolo «rosta» usiam noi in cotali fraschette o ramicelli verdi d’álbori, con le quali la state cacciam le mosche. «Quel dinanzi» _(supple)_, gridava:—«Ora accorri, accorri, Morte!»;—nelle quali parole dimostra o la gravezza della pena, o la grandezza della paura; «E l’altro, cui pareva tardar troppo», cioè esser troppo lento nel suo fuggire, per rispetto a colui che dinanzi a lui fuggiva, «Gridava», dicendo:—«Lano, sí non fûro accorte, Le gambe tue alle giostre del Toppo».—

Ad intelligenza di queste parole è da sapere che Lano fu un giovane sanese, il qual fu ricchissimo di patrimonio, e, accostatosi ad una brigata d’altri giovani sanesi, la qual fu chiamata la Brigata spendereccia, li quali similmente erano tutti ricchi, e, insiememente con loro, non spendendo ma gittando, in piccol tempo consumò ciò ch’egli avea, e rimase poverissimo. E, avvenendo per caso che i sanesi mandarono certa quantitá di lor cittadini in aiuto de’ fiorentini sopra gli aretini, fu costui del numero di quegli che v’andarono. E, avendo fornito il servigio, e tornandosene a Siena assai male ordinati e mal condotti, come pervennero alla Pieve al Toppo, furono assaliti dagli aretini, e rotti e sconfitti; e nondimeno, potendosene a salvamento venir Lano, ricordandosi del suo misero stato e parendogli gravissima cosa a sostener la povertá, sí come a colui che era uso d’esser ricchissimo, si mise in fra’ nemici, fra’ quali, come esso per avventura disiderava, fu ucciso. E perciò, in modo di rimproverare, gridava quell’altro spirito le sue gambe, cioè il suo corso, cosí presto, cioè veloce, alle giostre dal Toppo, cioè agli scontri delle lance, dalle quali fuggito non s’era, potendo; volendo in questo ricordargli la cagione la quale il fece tardo al fuggire, cioè la sua misera ed estrema povertá, nella quale per sua bestialitá era venuto. E, percioché egli non fu prodigo, ma gittatore e dissipatore del suo, il discrive l’autore in questo luogo. «E poiché forse gli fallía la lena», cioè a questo spirito, che gridava rimproverando a Lano e la morte e, per conseguente, la cagione della morte sua; «Di sé e d’un cespuglio», nato d’una di quelle anime, «fece un groppo», cioè un nodo, forse sperando per quello non doverlo di quivi poter muovere le cagne, le quali il seguivano.

«Di dietro a loro», cioè a questi che fuggivano, «era la selva piena Di nere cagne, bramose e correnti, Come veltri ch’uscisser di catena. In quel che s’appiattò», cioè in questo secondo, che avea fatto un groppo di sé e d’un cespuglio, «miser li denti», quelle cagne, «E quel dilacerâro a brano a brano, Poi sen portâr quelle membra dolenti», del dilacerato.

«Presemi allor lo mio duca per mano, E», lasciato stare maestro Piero delle Vigne, «menommi al cespuglio», col quale colui s’era aggroppato, «che piangea, Per le rotture sanguinenti», fattegli nello schiantar de’ rami, che avvenne nell’impeto delle cagne, «invano»: perciò dice che esso piagneva invano, percioché non dovea per lo pianto suo minuirgli la pena. E poi dimostra l’autore quello che questo spirito piagnendo diceva, cioè:—«O Giacomo—dicea—da Sant’Andrea»; cosí mostra che fosse nominato quello spirito, il quale le cagne avevano lacerato.

Fu adunque costui Giacomo della cappella di Santo Andrea di Padova, il quale rimase di maravigliosa ricchezza erede, e quella tutta dissipò e gittò via; e tra l’altre sue bestiali operazioni si racconta che, disiderando di vedere un grande e bel fuoco, fece ardere una sua ricca e bella villa; ultimamente divenne in tanta povertá e in tanta miseria, quanto alcuno altro divenisse giammai. Laonde creder si può che esso molte volte piagnesse quello che stoltamente avea consumato, e di che egli dovea consolatamente poter vivere; e perciò il pone l’autore, sí come peccatore che usò man violenta nelle proprie cose, in questo cerchio. E segue poi l’autore il rammarichío del cespuglio, dicendo che dicea il cespuglio: «Che t’è giovato di me fare schermo?», quasi dica: niente, percioché tu non se’ scampato da’ denti delle cagne che ti seguivano, e a me hai aggiunta pena. E ancor séguita: «Che colpa ho io della tua vita rea?»—cioè, se tu sapesti, vivendo, sí mal governare il tuo, che tu ne sii dannato a questa pena?

«Quando ’l maestro fu sovr’esso fermo», cioè sopra questo cespuglio, «Disse:—Chi fosti, che per tante punte», delle cime del suo albero schiantate, «Soffi», cioè soffiando mandi fuor per quelle punte, «con sangue doloroso sermo?».—

«E quegli a noi», disse:—«O anime, che giunte», cioè pervenute, «Siete a veder lo strazio disonesto», fatto di quel peccatore, il quale a questo mio bronco s’era aggroppato, e «C’ha le mie fronde sí da me disgiunte, Ricoglietele al piè del tristo cesto», di questo mio cespuglio. E quinci, senza nominarsi, dice solamente la cittá lá onde egli fu, e ancora qual quella fosse mostra per alcuna circunscrizione, dicendo: «Io fui della cittá che nel Batista Mutò il primo padrone».

[Lez. LI]

A dichiarazione delle quali parole è da sapere che, secondo che alcuni hanno opinione, quando la cittá di Firenze fu da prima posta, era signor dell’ascendente Marte; e per questo, coloro li quali la posono, essendo pagani, presero per loro protettore e maggiore iddio Marte, e quello fecioro scolpire di macigno a cavallo e armato, e poserlo sopra una colonna in quel tempio il qual noi chiamiamo oggi San Giovanni, e in quello fu onorato di riverenzia e di sacrifici mentre in questa cittá perseverò il paganesimo; poi, essendo qui seminata la veritá evangelica, e lasciato da’ cittadini, divenuti cristiani, l’error gentilizio, fu questa statua di Marte tratta dal detto tempio. E, percioché pure ancora sentivano alcuna cosa del pristino errore, non la volloro disfare né gittar via, ma, fatto sopra la coscia del ponte Vecchio un pilastro, la vi poser suso. [Comeché Giovanni Villani scriva questa non essere stata la prima pòsta della statua di Marte quando fu tratta del tempio detto, ma che egli fu posto sopra un’alta torre vicina ad Arno; e questo fu fatto, percioché temevano d’alcuni vaticíni de’ loro antichi, nelli quali si leggeva questa statua esser fatta sotto costellazione che, qualora in meno che onorevole luogo tenuta fosse, o fattole alcuna violenza, gran danno ne seguirebbe alla cittá; e in su quella torre dimorò insino al tempo che Attila disfece la cittá. E allora, o che la torre, sopra la quale era, cadesse, o che per altra maniera sospinta fosse, questa statua di Marte cadde in Arno, e in quello dimorò tanto, quanto la cittá si penò a redificare; poi, riedificata al tempo dello ’mperio di Carlo magno, fu ripescata e ritrovata, ma non intera, percioché dalla cintola insú la immagine di Marte era rotta, e quella parte non si ritrovò mai; e, cosí diminuita, dicono che fu posta, come di sopra è detto, sopra ad un pilastro in capo del ponte Vecchio. Del quale poi, essendo negli anni di Cristo milletrecentotrentatré, oltre al ricordo d’ogni uomo, non giá per molte gran piove, ma per qual che cagion si fosse, cresciuto Arno, e tutta la cittá avesse allagata, e giá i due inferiori ponti menatine, similmente ne menò via il ponte Vecchio e il pilastro e la statua, la qual mai poi né si ritrovò né si ricercò.]

Adunque in questa guisa tratta del tempio predetto la detta statua, fu il tempio consecrato al vero Iddio, sotto il titolo di San Giovanni Battista, ed esso san Giovanni fu assunto in lor padrone e protettore da’ cittadini: e cosí fu «il primo padrone», cioè Marte, trasmutato in san Giovanni.

«Ond’e’ per questo», essere stato Marte lasciato per san Giovanni, «Sempre con l’arte sua la fará trista». In queste parole e nelle seguenti tocca l’autore una opinione erronea, la qual fu giá in molti antichi, cioè che, per la detta permutazione, Marte con guerre e con battaglie, le quali aspettano all’«arte sua», cioè al suo esercizio, abbia sempre poi tenuta questa cittá in tribulazione e in mala ventura. [La qual cosa non è solamente sciocchezza, ma ancora eresia a credere che alcuna costellazion possa nelle menti degli uomini porre alcuna necessitá; né sarebbe della giustizia di Dio che alcuno, lasciando un malvagio consiglio e seguendone un buono, dovesse per questo sempre essere in fatica e in noia; ma si dee piú tosto credere che di molti pericoli n’abbia la divina misericordia tratti, ne’ quali noi saremmo venuti, se questa buona e santa operazione non fosse stata fatta da’ nostri passati. Poi séguita, continuandosi a quel che cominciato ha a dire di questa iniqua opinione, dicendo:] «E se non fosse che ’n sul passo d’Arno», cioè in sul pilastro sopra detto, «Rimane ancor di lui», cioè di Marte, «alcuna vista», alcuna dimostrazione: e ben dice «alcuna», percioché [come di sopra dissi,] questa statua [era diminuita dalla cintola in su, senza che essa tutta] era per l’acque e per li freddi e per li caldi molto rósa per tutto, tanto che quasi, oltre al grosso de’ membri, né dell’uomo né del cavallo alcuna cosa si discernea; e per quello se ne potesse comprendere, ella fu piccola cosa, per rispetto alla grandezza d’uno uomo a cavallo, e di rozzo e grosso maestro; «Que’ cittadin che poi la rifondârno», Firenze, «Sovra ’l cener che d’Attila rimase, Avrebber fatto lavorare indarno», cioè invano.

Vuole adunque questo spirito mostrare quella pietra essere stata di tanta potenza che, per l’esserle quella particella d’onor fatto, cioè d’esser riservata e posta sopra quel pilastro, che ella abbia conservata in essere la cittá nostra, poi che ella fu reedificata, la quale altramenti, da che che caso si fosse avvenuto, sarebbe stata disfatta e disolata. [Ma, come davanti è detto, a creder questo è grandissima sciocchezza e peccato, percioché a Domeneddio appartiene la guardia delle cittá, e non alle pietre intagliate, o ad alcun pianeto o stella: e, se Domeneddio si ritrarrá dalla guardia d’alcuna, tutto il cielo, né quanti pianeti sono o stelle, non la potranno conservare un’ora.]

[Ma, percioché dice: «Sovra ’l cener che d’Attila rimase», è da sapere che, essendo Attila, re de’ goti, passato in Italia, in esterminio e ultima distruzione del nome romano, ed avendo molte cittá in Lombardia e in Romagna giá guaste e disfatte, secondo che piace a Giovanni Villani, esso passò in Toscana, dove similmente piú ne disfece, e tra l’altre Firenze, la quale dice che occupò in questa maniera, che, avendola per molto tempo assediata, e non potendola per forza prendere, volse l’ingegno agl’inganni, e con molte e false promessioni prese gli animi de’ cittadini, li quali, troppo creduli, sperando quello dovere loro essere osservato che era promesso, il ricevettoro dentro alla cittá, e per sua stanza gli assegnarono il Capitolio, nel quale esso dopo alcuno spazio di tempo fece convocare un dí i maggiori cittadini della terra, e quegli facendo passare d’una camera in un’altra, ad uno ad uno tutti gli fece ammazzare, e i corpi loro gittare in una gora, la quale dal fiume d’Arno dirivata, passava sotto il Capitolio. Né di questo inganno alcuna cosa si sentia per la cittá, né per avventura sarebbe sentita, se l’acqua della gora, al rimettere in Arno, non si fosse veduta vermiglia del sangue degli uccisi: per che giá facendone romore i cittadini, e Attila sentendolo, mandata fuori del Capitolio certa quantitá di sua gente armata, comandò loro che ad alcuno grande né piccolo, maschio né femmina perdonassono; e cosí, quantunque molti chi qua e chi lá ne fuggissono, fu il rimanente de’ fiorentini crudelmente ucciso, e tra gli altri il vescovo di Firenze, chiamato Maurizio, uomo di santissima vita. E, fatta questa occisione, comandò che la cittá fosse tutta disfatta e arsa, e cosí fu ogni cosa convertita in cenere e in favilla. E, secondo dice lo scrittore di questa istoria, questo fu fatto il dí ventotto di giugno, l’anno di Cristo quattrocentocinquanta, e, poi che ella era stata edificata, cinquecentoventi anni.]

[Poi piú volte tentarono i discendenti de’ cittadini fuggiti di doverla reedificare; ed essendo le lor forze piccole, sempre furono impediti da’ fiesolani e da certi nobili uomini d’attorno, li quali estimavano la reedificazion di quella doversi in lor danno convertire, sí come poi avvenne. Ma pure, perseverando essi antichi cittadini in questo volere, essendo imperador Carlo magno, mandarono chi supplicasse in lor nome, e allo ’mperadore e al popolo di Roma, che con la lor forza la cittá antica si potesse rifare. Ottennero la dimanda loro, e, oltre a ciò, scrive Giovanni Villani che i romani mandarono molti nobili della lor cittá a doverla riabitare; e cosí con la forza dello ’mperadore e de’ romani, e ancora de’ discendenti degli antichi cittadini, che tutti a ciò concorsero, fu «sopra il cenere», cioè sopra l’arsioni rimase d’Attila, reedificata Firenze, e abitata l’anno di Cristo ottocentodue, all’entrata del mese d’aprile.]

Ultimamente questo spirito, avendo dimostrato di qual cittá fosse, dice di che morte s’uccidesse, dicendo: «Io fe’ giubbetto», cioè forche, «a me delle mie case»,—e cosí mostra s’impicasse per la gola nella sua medesima casa: la quale dice avere a sé fatto «giubbetto», percioché cosí si chiama a Parigi quel luogo dove i dannati della giustizia sono impiccati. Né è costui dall’autor nominato, credo per l’una delle due cagioni: o per riguardo de’ parenti che di questo cotale rimasero, li quali per avventura sono onorevoli uomini, e perciò non gli vuole maculare della infamia di cosí disonesta morte; ovvero, percioché in que’ tempi, quasi come una maladizione mandata da Dio, nella cittá nostra piú se ne impiccarono, accioché ciascun possa apporlo a qual piú gli piace di que’ molti.

II

SENSO ALLEGORICO

[Lez. LII]

«Non era ancor di lá Nesso arrivato», ecc. Avendo la ragione nel superior canto mostrato all’autore qual sia la colpa di coloro, li quali violenza usano nel prossimo o nelle sue cose, piú avanti per lo settimo cerchio procedendo, gli dimostra a qual pena dannati son coloro, li quali in se medesimi crudelmente adoperano, e le lor cose bestialmente gittano e consumano, discrivendogli primieramente quegli che contro a sé, uccidendosi, hanno bestialmente adoperato, essere a perpetua pena dannati. E la pena è questa, che essi, dalla divina giustizia gittati in inferno, quivi diventano salvatiche piante, e che delli loro rami e frondi l’arpie schiantando si pascono: di che intollerabile dolor sentono, il quale per quelle rotture con dolorosi lamenti mandan fuori; dicendo ancora esse arpie sopra li loro rami fare i nidi loro; e in accrescimento della lor doglia mostra loro essere nella loro opinione privati della speranza di doversi di lor corpi rivestire al dí del giudicio, come tutte l’altre faranno.

È adunque da sapere, accioché si conosca qual ragione movesse l’autore a fingere l’anime di questi dannati convertirsi in piante, l’anime nostre avere tre potenzie principali, delle quali è la prima potenzia «vegetativa», la quale ne dá la natura come generati siamo, in quanto cominciamo per questa potenza a prender nutrimento, per lo quale l’esser nostro si conserva e aumenta: e in questa potenza comunichiam noi con l’erbe e con gli alberi e con ogni altra creatura insensibile. La seconda potenza è la «sensitiva», la quale l’anima nostra, avanti che noi nasciamo, riceve dalla natura, in quanto noi cominciamo a sentire e a muoverci nel ventre della nostra madre, comeché questa potenzia non ci sia nel principio conceduta perfetta, ma poi in processo di tempo, dopo il nostro nascimento, riceve perfezione; e in questa potenzia comunichiamo noi con gli animali bruti, cioè con le bestie e con gli uccelli e co’ pesci e con qualunque altro animale ha sentimento. La terza e ultima potenzia è la «razionale», la quale da Dio n’è infusa, e di singular grazia donata, dotata di ragione, di volontá e di memoria, e gli effetti veri di questa potenzia non appariscono in noi se non nella perfetta etá, percioché allora sono gli organi, per li quali le sue virtú si dimostrano, compiuti ed espediti; e in questa siamo simiglianti a Dio e con gli angeli comunichiamo.

Ora, percioché chi se medesimo uccide appare assai manifestamente aver cacciato da sé e perduto ogni ordine di ragione e di sana volontá, non pare che animale razional si possa chiamare, conciosiacosaché l’animal razionale con ogni sollecitudine curi di conservare il suo essere e di farlo sempre migliore, e a suo potere in piú lunghezza di tempo distenderlo; come che d’alcuni si legge essersi giá uccisi, non, _prima facie_, come bestiali, ma mossi da alcuna ragione, sí come ne scrive Valerio Massimo, _De institutis antiquis_, di quella donna antica, la qual diceva nel suo tempo non aver veduta contra di sé la fortuna turbata, e però con volontaria morte volea pervenire a non doverla vedere. Alcuni altri _ex proposito_ si sono uccisi per tedio della presente vita, sperando di trapassare a migliore, sí come di Catone uticense leggiamo, il quale, prima feditosi, e, sentito da’ suoi servidori, aiutato e fasciato e ancora toltagli ogni materia da potersi uccidere; leggendo nel mezzo del silenzio della notte quel libro, nel quale Platone scrive _Della eternitá dell’anima_, sfasciatosi e con le mani proprie ampliata la piaga, constrinse lo spirito ad abbandonare il misero corpo. Alcuni altri ancora, non per tedio della presente vita, ma per disiderio e con isperanza di migliore s’uccisono, sí come si legge di coloro li quali, udita la dottrina di Ferecide in Egitto, nella quale esso con tanta efficacia di sermone dimostrava la beatitudine della vita futura, corsono inconsideratamente alla morte. Ma con che cagione si muovesse qualunque si fosse, stoltamente e bestialmente adoperarono: percioché, secondo ne dimostra Tullio nel _Sogno di Scipione_, lo spirito «è da rendere e non da cacciare».

Puote adunque apparere, quelli cotali, che se medesimi uccidono, aver perduto quello per che chiamati debbiamo essere «animali razionali». Oltre a questo, percioché ogni animale non razionale ma sensibile, quanto puote naturalmente fugge non solamente la morte, ma ogni passion nociva, sí come contraria e nimica al senso; non pare che colui, il quale contro a questa universal natura delle cose sensibili adopera, sí come color fanno li quali se medesimi feriscono e uccidono, si possa o si debba giustamente dire «sensibile animale». E percioché pure animale è, resta ad essere animale di quella spezie, la qual non ha né ragione né sentimento, cioè vegetativo. E perciò l’autore in forma di vegetativo in questo luogo dimostra coloro che se medesimi uccisono, cioè in forma d’albero: il qual discrive noderoso e avvolto e pieno di stecchi, volendo per questo significare il nudrimento della potenzia vegetativa essere stato in cosa del tutto trasvolta dalla ragione, e contro ad ogni diritto sentimento aspra e spinosa.

Che l’arpie sieno loro cagione di doglia e di tormento, può esser questa la ragione. Viene tanto a dire in latino questo vocabolo «arpia», quanto «rapacitá» o «rapina»; e, percioché la cagione della perdizion di queste anime è la rapina, la quale a se medesime fecero della presente vita, uccidendosi; conoscendo esse ciò, e rammemorandosene, se ne dolgono e attristano con perpetui guai; e cosí questa rapina le fa dolorose, e ancora le costrigne a rammaricarsi e a far sentire il suo rammarichío. E non solamente gli attristano di questo, ma ancora, col toccar loro, gli rendon brutti e fetidi: intendendo per questo l’abominevole atto della uccisione aver del tutto ogni lor fama maculata e renduta orribile e biasimevole nel cospetto delle genti. E in quanto fanno i nidi sopra le lor dolorose piante, vuole mostrare cosí il lor dolore doversi continuamente aumentare, come la quantitá de’ tormentatori s’accresce nidificando e figliando. [Della loro erronea opinione è assai detto nella esposizion testuale.] E questo sia detto quanto al senso allegorico di coloro che se medesimi uccisono.

Resta a vedere della pena di coloro li quali bestialmente consumaron le lor sustanzie, la qual dice che è l’essere i miseri da nere cagne seguitati e sbranati e lacerati; la cui significazione è assai leggiere a poter vedere, conciosiacosaché coloro li quali di ricchezza, per lor male adoperare, vengono in estrema povertá, sia n continuamente afflitti e stimolati, anzi nelle coscienze loro stracciati da amarissime rimorsioni del lor bestialmente aver gittato quello che dovea, quanto la lor vita durasse, sostentare e aiutare: e son questi cotali o da tante cagne morsi, o in tante parti sbranati, quante sono le passioni le quali lor sopravvengono per la loro inopia, sí come è la fame, la sete, la indigenzia del vestimento, del calzamento, le infermitá, i disagi, i rimproveri, le beffe, le quali di sé o veggono o odon fare, o credon che fatte sieno. E son queste cagne tutte nere, cioè tutte piene di tristizia, la qual per lo color nero è significata; correnti e velocissime, in quanto subitamente, in qualunque parte si sieno, gli giungono e affliggono, in tanto che esse fanno loro spessissimamente disiderare e chiamar la morte. E questo basti alla parte seconda.

CANTO DECIMOQUARTO

I

SENSO LETTERALE