Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 3
Part 13
«Io son colui che tenni ambo le chiavi». Qui dimostra lo spirito chi egli è, ma nol dichiara per lo propio nome, ma per alcuna circunlocuzione, nella quale egli intende di dimostrare la preeminenza la quale ebbe in questa vita, e, oltre a ciò, la cagione che da quella il togliesse, e fosse cagione della sua morte; e ancora dimostra la innocenza sua, credendo per questa circunlocuzione essere assai ben conosciuto. E però, accioché con men fatica s’intenda questa sua circunlocuzione, è da sapere che costui fu maestro Piero dalle Vigne della cittá di Capova, uomo di nazione assai umile, ma d’alto sentimento e d’ingegno; e fu ne’ suoi tempi reputato maraviglioso dettatore, e ancora stanno molte delle pistole sue, per le quali appare quanto in ciò artificioso fosse; e per questa sua scienza fu assunto in cancelliere dell’imperador Federigo secondo, appo il quale con la sua astuzia in tanta grazia divenne, che alcun segreto dello ’mperadore celato non gli era, né quasi alcuna cosa, quantunque ponderosa e grande fosse, senza il suo consiglio si deliberava; per che del tutto assai poteva apparire costui tanto potere dello ’mperadore, che nel suo voler fosse il sí e il no di ciascuna cosa. Per la qual cosa gli era da molti baroni e grandi uomini portata fiera invidia; e, stando essi continuamente attenti e solleciti a poter far cosa, per la quale di questo suo grande stato il gittassero, avvenne, secondo che alcuni dicono, che avendo Federigo guerra con la Chiesa, essi, con lettere false e con testimoni subornati, diedero a vedere allo ’mperadore questo maestro Piero aver col papa certo occulto trattato contro allo stato dello ’mperadore, e avergli ancora alcun segreto dello ’mperadore rivelato. E fu questa cosa con tanto ordine e con tanta e sí efficace dimostrazione fatta dagl’invidi vedere allo ’mperadore, che esso vi prestò fede, e fece prendere il detto maestro Pietro e metterlo in prigione: e, non valendogli alcuna scusa, fu alcuna volta nell’animo dello ’mperadore di farlo morire. Poi, o che egli non pienamente credesse quello che contro al detto maestro Piero detto gli era, o altra cagione che ’l movesse, diliberò di non farlo morire, ma, fattolo abbacinare, il mandò via. Maestro Piero, perduta la grazia del suo signore, e cieco, se ne fece menare a Pisa, credendo quivi men male che in altra parte menare il residuo della sua vita, sí perché molto gli conosceva divoti del suo signore, e sí ancora perché forse molto serviti gli avea, mentre fu nel suo grande stato. Ed essendo in Pisa, o perché non si trovasse i pisani amici come credeva, o perché dispettar si sentisse in parole, avvenne un giorno che egli in tanto furor s’accese, che disiderò di morire; e, domandato un fanciullo il quale il guidava, in qual parte di Pisa fosse, gli rispuose il fanciullo:—Voi siete per me’ la chiesa di San Paolo in riva d’Arno;—il che poi che udito ebbe, disse al fanciullo:—Dirizzami il viso verso il muro della chiesa.—Il che come il fanciullo fatto ebbe, esso, sospinto da furioso impeto, messosi il capo innanzi a guisa d’un montone, con quel corso che piú poté, corse a ferire col capo nel muro della chiesa, e in questo ferí di tanta forza, che la testa gli si spezzò, e sparseglisi il cerebro, uscito del luogo suo; e quivi cadde morto. Per la quale disperazione l’autore, sí come contro a se medesimo violento, il dimostra in questo cerchio esser dannato.
Dice adunque cosí: «Io son colui, che tenni ambo le chiavi Del cuor di Federigo», imperadore. E vuole in queste parole dire: io son colui il quale, con le mie dimostrazioni, feci dire sí e no allo ’mperadore di qualunque cosa, come io volli, percioché, sí come le chiavi aprono e serrano i serrami, cosí io apriva il volere e ’l non volere dell’animo di Federigo. E però segue: «e che le volsi Serrando e disserrando sí soavi», cioè con tanto suo piacere e assentimento, «Che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi», in tanto gli erano accette le mie dimostrazioni. E, questo detto, vuoi dimostrare che meritamente avea ogni altro tolto dal segreto dello ’mperadore, dicendo: «Fede portai al glorioso ufizio», cioè d’essere suo secretario, per lo qual quasi si poteva dir lui essere l’imperadore, «Tanta, ch’io ne perdei il sonno e’ polsi». Perdesi il sonno per l’assidue meditazioni, le quali costui vuol mostrare che avesse in pensar sempre a quello che onore e grandezza fosse del signor suo; e in ciò dimostrava singulare affezione e intera fede verso di lui. I polsi son quelle parti nel corpo nostro, nelle quali si comprendono le qualitá de’ movimenti del cuore, e in queste piú e men correnti si dimostrano le virtú vitali, secondo che il cuore è piú o meno oppresso da alcuna passione; e perciò, dicendo costui sé averne perduti i polsi, possiamo intendere lui voler mostrare sé con sí assidua meditazione avere data opera alle bisogne del suo signore, che gli spiriti vitali, o per difetto di cibo o di sonno o d’altra cosa, ne fossero indeboliti talvolta, e cosí essersi perduta la dimostrazione, la quale de’ lor movimenti fanno ne’ polsi.
E, detto questo, dimostra la cagione del suo cadimento e della sua morte, dicendo: «La meretrice», cioè la ’nvidia, la quale perciò chiama «meretrice», perché con tutti si mette, come quelle femmine le quali noi volgarmente chiamiamo «meretrici»; vogliendo in questo che, come quelle femmine hanno alcun merito da coloro a’ quali elle si sottomettono, cosí la ’nvidia aver per merito il disfacimento di colui al quale ella è portata. [Ma, percioché ancora in parte alcuna non s’è singulare ragionamento avuto di questo vizio, percioché ancora al luogo dove si puniscono gl’invidiosi non s’è pervenuto, poiché qui cosí efficacemente in poche parole ne parla, sará utile, secondo quello che di questo vizio sentono i poeti, dire alcuna cosa.]
[Discrive adunque questo pessimo vizio Ovidio nel suo maggior volume in questa forma:
_... Domus est imis in vallibus huius_ _abdita, sole carens, non ulli pervia vento: tristis et ignavi plenissima frigoris et quae igne vacet semper, caligine semper abundet._
E poco appresso séguita:
_... Videt intus edentem_ _vipereas carnes, vitiorum alimenta suorum, invidiam, visamque oculis avertit: at illa surgit humo pigre, semesarumque relinquit corpora serpentum, passuque incedit inerti._
E poco appresso:
_Pallor in ore sedens, macies in corpore toto, nusquam recta acies, livent rubigine dentes, pectora felle virent, lingua est suffusa veneno: risus abest, nisi quem visi fecere dolores; nec fruitur somno, vigilantibus excita curis: sed videt ingratos, intabescitque videndo, successus hominum; carpitque et carpitur una: suppliciumque suum est_, ecc.]
[Nella quale discrizione se noi sanamente riguarderemo, assai appieno vedremo i pestiferi effetti di questo vizio. Essa, secondo che noi veggiamo da Ovidio scritto, abita nelle valli, cioè, secondo il giudicio dello ’nvidioso, nelle piú misere fortune, percioché allo ’nvidioso pare sempre che coloro, alli quali esso porta invidia, sieno in maggiore e migliore e piú rilevata fortuna di lui; e, oltre a ciò, nell’abitazione dell’invidia, cioè nel petto dello invidioso, non luce mai sole, né vi spira alcun vento, cioè non v’entra mai alcuna cognizione di veritá, né buon consiglio, né parole salutifere d’alcuno, ma sempre è pieno di tristizia, ed è freddissimo, si come quello nel quale stare non può alcun caldo di caritá. E in quanto dice i suoi cibi essere carni di vipere, dobbiamo intendere la crudeltá de’ suoi pensieri e de’ suoi divisi appetiti, de’ quali, miseramente aspettando, esso pasce la dolorosa anima.]
[Poi dice questa invidia andar con pigro passo: per la qual cosa possiam comprendere il peso e la gravezza del vizio opprimere tanto colui che compreso n’è, che ad ogni altro movimento, che a quel solo al quale il tira il corrotto appetito, esso sia tardo e lento; e che esso sia palido e magro, assai convenientemente è detto, a dimostrare quanta sia la forza della passione, la quale dentro l’affligge, in tanto che, dando impedimento alla virtú nutritiva, causa la pallidezza e la magrezza.]
[E, in quanto scrive la invidia in parte alcuna non guarda diritto, ne dimostra il giudicio dello ’nvidioso esser perverso, e contro ad ogni ragione e dirittura; e l’avere essa i denti rugginosi, ne dichiara il rado uso che allo ’nvidioso pare avere nel poter divorare coloro alli quali porta invidia, quantunque egli in continuo esercizio ne sia; e l’avere il petto verde per lo fiele, il quale è abitacolo dell’ira, ci si dichiara mai nel petto dello ’nvidioso seccarsi o venir meno, ma sempre vivere e starvi verde l’iracundia, la qual sempre, sí come offeso dall’altrui felicitá, lo stimola a vendetta, e al disfacimento di colui a cui invidia porta; e cosí ancora avere la lingua sempre bagnata di veleno, dobbiam comprendere il continuo esercizio dello ’nvidioso, il quale, dove con altro offender non può, non si vede mai stanco di raccontar cose nocive e di seminare scandalo. Oltre a tutto questo, non ride mai lo ’nvidioso, se egli non ride del danno altrui, e sempre vegghia, e sta attento ad ogni cosa colla quale nuocer potesse, con grandissimo suo dolore vedendo coloro alli quali invidia porta e i lieti avvenimenti degli uomini.]
E, percioché nelle corti de’ gran prencipi han sempre di quegli che sono messi avanti, o degni o non degni che sieno, e di quegli ancora che sono lasciati addietro; e questo vizio non è altro che una passione ricevuta per l’altrui felicitá, senza offesa di colui che la passion riceve; par di necessitá le corti doverne esser piene, e tanto piú quanto maggior sono. Per la qual cosa meritamente dice l’autore questa meretrice non aver mai «torti gli occhi», cioè vòlti in altra parte, dall’ospizio dello ’mperadore, e lei esser vizio e morte comune delle corti.
Adunque con cosí fatto nemico ebbe il maestro Piero a fare, sí come qui nel testo si dimostra, dove dice l’autore: «La meretrice», cioè la ’nvidia, «che mai dall’ospizio Di Cesare non torse gli occhi putti», cioè malvagi e disleali; «Morte comune», d’ogni uomo, cioè vizio deducente a morte, «e delle corti vizio; Infiammò contro a me», cioè accese, «gli animi tutti», de’ cortigiani; «E gl’infiammati infiammâr sí Augusto», cioè lo ’mperador Federigo, «Che i lieti onor», posseduti per lo glorioso oficio, «tornâro in tristi lutti», in quanto esso fu privato della grazia dello ’mperadore e dell’uficio e del vedere, e cacciato via. «L’animo mio, per disdegnoso gusto», il quale, come di sopra è mostrato, fu tanto che il fece in furia divenire, e, «Credendo col morir fuggire sdegno», cioè non essere reputato degno d’avere ricevuta la repulsa dello ’mperadore; «Ingiusto fece me», tanto che egli ne meritò esser dannato a quella pena, «contra me giusto»: volendo per avventura in queste parole intendere che, dove egli stimò, uccidendosi, mostrare la sua innocenza, avvenne che molti opinarono lui non averlo per ciò fatto, ma averlo fatto sospinto dalla coscienza, la quale il rimordea del fallo commesso. E però, a purgare questo intendimento, séguita: «Per le nuove radici»; chiamale «nuove», percioché non molto tempo davanti ucciso s’era, e in quel luogo convertito in pianta, «d’esto legno», nel quale voi mi vedete trasformato, «Vi giuro che giammai non ruppi fede Al mio signor, che fu d’onor sí degno». E poi, parendogli con questo giuramento aver certificati della sua innocenza, segue: «E, se di voi alcun nel mondo riede, Conforti la memoria mia», cioè la fama, «che giace Ancor del colpo, che ’nvidia mi diede»,—quello apponendomi che io mai fatto non avea.
«Un poco attese», Virgilio dopo queste parole, «e poi: Dacché ’l si tace,—Disse ’l maestro mio,—non perder l’ora, Ma parla, e chiedi a lui s’altro ti piace»,—di sapere.
«Ond’io a lui:—Domandal tu ancora Di quel che credi ch’a me satisfaccia, Ch’io non potrei», domandarlo io, «tanta pietá m’accora»,—cioè mi prieme il cuore. Ed è possibile l’autore questa pietá tanto non avere avuta per compassione che avuta avesse dello ’nfortunio dello spirito, ma per se medesimo, il qual conosceva similmente per invidia, non per suo difetto, dover ricevere delle noie, delle quali aveva maestro Piero ricevute, e state gli eran predette, come di sopra appare.
«Perciò ricominciò». Qui comincia la parte ottava di questa seconda parte principale del presente canto, nella quale il domanda Virgilio come in quelle piante si lega, e se alcuna se ne scioglie mai. Dice adunque: «Perciò», cioè per quello che io avea detto, «ricominciò», a parlar Virgilio e dire:—«Se l’uom ti faccia Liberamente ciò che ’l tuo dir priega» (cioè di confortare la memoria tua che giace, ecc.), «Spirito incarcerato», in cotesto tronco, «ancor ti piaccia», oltre alle cose che dette n’ hai, «Di dirne come l’anima si lega In questi nocchi», cioè in questi legni nocchiosi; «e dinne, se tu puoi, S’alcuna», anima, «mai di tai membri», quali sono questi nocchi, «si spiega»,—cioè si sviluppa o si scioglie.
«Allor soffiò». Qui comincia la nona parte della seconda parte principale del presente canto, nella quale lo spirito risponde alla dimanda fatta da Virgilio, e dice cosí: «Allor», cioè udita la domanda e volendo rispondere, «soffiò lo tronco forte», per questo dimostrando parergli amaro e noioso, non il dire come l’anime diventin bronchi, ma il rammemorarsi della cagione perché esso fosse tronco divenuto; «e poi», che soffiato ebbe, «Si convertí quel vento», che uscí fuori del tronco nel soffiare, «in cotal voce», cioè:—«Brievemente sará risposto a voi». E, dopo queste parole, séguita la risposta alla domanda fatta, dicendo: «Quando si parte l’anima feroce»: è l’anima di quegli, che se medesimi uccidono, «feroce», cioè di costume e maniera di fiera, in quanto crudelmente e ferocemente contro a se medesima adopera, quel corpo uccidendo, il quale per albergo e per istanza l’è dato dalla natura per insino allo estremo della vita sua; «Del corpo ond’ella stessa s’è divelta», cioè cacciata e separata uccidendolo; «Minos», quel dimonio il quale nel quinto canto scrive l’autore essere esaminatore delle colpe e giudicatore de’ luoghi a quelle convenientisi, «la manda alla settima foce», cioè al settimo cerchio dello ’nferno, nel quale si puniscono i violenti. «Cade», questa anima mandata da Minos, «in la selva», la qual tu vedi qui, «e non l’è parte scelta», una piú che un’altra, nella quale ella debba il supplicio determinatole ricevere; «Ma lá dove fortuna», cioè caso, «la balestra», la gitta o fa cadere; «Quivi germoglia», cioè nascendo fa cesto, «come gran di spelta». È la spelda una biada, la qual, gittata in buona terra, cestisce molto, e perciò ad essa somiglia il germogliare di queste misere piante; e, dopo questo germogliare, dice che «Surge in vermena», cioè in una sottil verga, come tutte le piante fanno ne’ lor principi, «ed in pianta silvestra»: la pianta è maggiore che la vermena, in quanto la vermena non pare ancora atta a trapiantare per la sua troppa sottigliezza, dove la pianta, essendo giá piú ferma e piú cresciuta, è atta a trapiantare; e però è chiamata quella verga degli alberi, che giá ha alcuna fermezza, «pianta».
«L’arpie pascendo poi delle sue foglie»: che animali o vero uccelli l’arpie sieno, si dirá dove il senso allegorico si sporrá. E qui vuole questo spirito, poi che mostrato ha come quivi nascano, mostrare la qualitá del lor tormento, il quale mostra che stea nel rompere che fanno l’arpie delli loro ramuscelli: e cosí par quel tormento esser simile a quello che nella presente vita si dá a’ disleali e pessimi uomini, in quanto sono attanagliati; e cosí dice che «pascendo», cioè rompendo e schiantando l’arpie le foglie di queste piante, fanno dolore all’anime rilegate in quelle piante, come le tanaglie fanno a’ corpi. E, percioché queste anime son tutte intorniate e chiuse dalla corteccia dell’albero loro, e però d’alcuna parte spirar non possono; a tôr via il dubbio da qual parte esse mandin fuori l’angoscia, la qual per lo dolor sentono (e che l’autore aveva udita, senza vedere chi se la facesse), detto che queste arpie, troncandole, «Fanno il dolore», dice che esse similmente, con le rotture dello schiantare, fanno «ed al dolor finestra», cioè dánno per quelle rotture l’uscita alle dolorose voci, le quali esse, per lo dolore il qual sentono, mandan fuori.
E, questo dichiarato, dichiara la seconda parte della domanda, cioè «s’alcuna mai da tai membri si spiega»; e dice: «Come l’altre» anime verranno tutte il dí del giudicio a riprendere li lor corpi, cosí noi «verrem per nostre spoglie», cioè per li nostri corpi, li quali sono «spoglie» dell’anima, cosí come i vestimenti sono spoglie del corpo; «Ma non però, ch’alcun», di noi, «se ne rivesta», di quelle spoglie; cioè non però, quantunque noi vegniamo per li nostri corpi, che alcuna delle nostre anime rientri in quegli. E la cagione perché alcuna di noi non rientra nel corpo suo, è per ciò «Che non è giusto aver ciò ch’uom si toglie»: noi, uccidendoci, ci togliemmo i corpi, e però non è giusta cosa che noi gli riabbiamo. E per questo, senza rivestirglici, «Qui», cioè per questa selva, «gli strascineremo», cioè strazieremo; e, oltre a ciò, poiché strascinati gli aremo, «e per la mesta», cioè dolorosa, «Selva saran li nostri corpi», de’ quali io parlo, «appesi, Ciascuno al prun dell’ombra sua molesta», cioè inimica. E in questo finisce la sua dimostrazione.
[Lez. L]
[Ma qui è attentamente da riguardare, percioché, quello che questo spirito dice, è dirittamente contrario alla verità cattolica, per la qual noi abbiamo che tutti risurgeremo e riprenderemo i nostri corpi, e con essi risuscitati verremo al giudicio universale a udire l’ultima sentenzia; e chi dice «tutti», non eccettua alcuno, dove questi dice che l’anime di coloro, che se medesimi uccisono, non rientreranno ne’ corpi, e per conseguente non risurgeranno, e cosí contradice alla nostra fede.]
[È qui da credere che l’autore non ha qui fatte narrar queste parole a questo spirito, sí come ignorante degli articoli della nostra fede, percioché tutti esplicitamente gli seppe, sí come nel _Paradiso_ manifestissimamente appare; ma, dovendo questo error recitare, ha qui usata una cautela poetica, la quale è che quante volte i poeti voglion porre una opinione contraria alla veritá, essi si guardano di recitarla essi in propria persona, ma inducono alcun altro, e a lui, sí come quello cotale, ch’è indotto, tenesse, la fanno raccontare. Il che Virgilio fa in alcun luogo: percioché, volendo d’una opinione, la quale esso non teneva esser vera, compiacere a’ romani, li quali al suo tempo erano nel colmo della loro grandezza, egli nel primo libro dell’_Eneida_ induce Giove (non quel Giove, il quale esso alcuna volta vuole intendere per lo vero Iddio, ma quello che i gentili scioccamente credevano essere iddio), e dice che, parlandogli Venere, sua figliuola e madre d’Enea, sí come sollecita degli avvenimenti d’Enea (il quale era dalla fortuna del mare, volendo venire in Italia, dove doveva essere il regno di lui e de’ suoi successori, trasportato in Cartagine), tra l’altre cose le risponde cosí:
_His ego nec metas rerum, nec tempora pono: imperium sine fine dedi,_ ecc.;
e non si cura Virgilio di far mentitore costui, il quale egli avea per iddio falso e bugiardo. Ma in quelle parti ove essi vogliono quello ch’essi estimano esser vero, essi in propria persona il profferano, sí come Virgilio medesimo fa sopra questa medesima materia dello ’mperio de’ romani, toccando alcuna cosa intorno alla fine del secondo della _Georgica_, dove dice:
_Illum non populi fasces, non purpura regum Flexit,_ ecc. _Non res Romanae, perituraque regna_
(_supple_) _Romana_, ecc. Il quale imitando l’autore, come in assai altre cose fa, fa a questo spirito dannato raccontare questa opinione erronea; e ciò non fa senza cagione, ma il fa, volendo con questa opinione ritrar coloro, che l’udiranno, dal detestabile peccato della disperazione; percioché assai volte avviene gli uomini, piú per paura della pena che per amor della virtú, guardarsi dalle cose scellerate.]
[È il vero, che che a’ poeti gentili giá conceduto si fosse, non pare che la religion cristiana permetta ad alcun poeta cristiano, né in sua persona, né in altrui, raccontare o far raccontare _assertive_ alcuna erronea cosa, e che contraria sia alla cattolica veritá; e però non par qui assai essere scusato l’autore per aver fatto ad uno spirito dannato raccontar questo errore.]
[Ma a questo si può cosí rispondere, accioché si conosca l’autore in questo non avere errato: dobbiamo adunque sapere esser due maniere di pena, nelle quali, o nell’una delle quali, la giustizia di Dio condanna coloro che male hanno adoperato; e chiamasi l’una delle maniere di queste pene «pena illativa», e l’altra «pena privativa». La pena illativa si pone nella propria persona di colui che ha peccato, sí come è tagliargli alcun membro, o farlo d’alcuna spezie di morte morire; la pena privativa è quella la quale s’impone nelle cose esteriori di colui il quale ha peccato, sí come nelle sue sustanze, negli onori, negli stati, nella cittadinanza, privandolo d’alcuna di queste, o di parte d’alcuna, o di tutte. E però si può dir qui: percioché le leggi temporali non hanno in alcuna cosa potuto punire quegli che se medesimi uccidono, percioché il corpo morto non può ricever pena; e, quantunque esse vogliano che i corpi cosí uccisi sieno gittati a divorare alle fiere, questa non è pena all’ucciso, ma è vergogna a chi di lui rimane; e, se vogliam dire egli è infamia al nome dell’ucciso, questa infamia perisce sotto l’occupazione di maggiore infamia, peroché molto maggiore infamia è l’essersi ucciso che non è l’essere poi gittato via a guisa d’un cane; oltre a ciò, le leggi temporali non possono nelle sue cose punirlo, percioché chi se medesimo priva della vita, si priva d’ogni altra sua cosa, sí che, perché le leggi facessero ogni suo bene occupare, a lui non monta niente; e deesi credere che chi di se medesimo non s’è curato, non si curi d’alcuna altra sua cosa, e quella non si può dirittamente dir pena, la quale non affligge colui al quale è imposta; e, volendo la divina giustizia che impunito non rimanga cosí grande eccesso, quello, che non può far la temporale, si dee credere che essa supplisce, e vuole che in questi cotali sia la pena illativa, sí come ella è nell’altre anime de’ dannati, e, oltre a ciò, vi sia la privativa. Ma, percioché ad alcuno passato di questa vita non si può alcuna cosa tôrre che sua sia, se non solamente il corpo, vuole la divina giustizia che questi cotali si credano non dovere riavere il corpo loro, come l’altre anime riaranno, comeché nella veritá essi il riaranno come l’altre. E se forse si domandasse: in che sentono però queste anime dannate piú pena, avendo questa opinione, che l’altre non l’hanno? Si può cosí dire: che, come l’anime de’ beati disiderano i corpi loro, accioché, come essi furono in questa vita partefici delle fatiche ad acquistar la gloria di vita eterna, cosí sieno con loro insieme partefici della gloria; cosí l’anime dannate ardentemente disiderano di riavere i corpi loro, accioché, sí come strumenti delle loro malvagie operazioni furono in questa vita, cosí in quella dannazione gli sentano punire, e sostenere pene come sostengono esse; e perciò quegli, che di questo loro disiderio estimano d’esser privati, sentono, oltre alla pena illativa, similmente la privativa. E però avvedutamente l’autore fa questa opinione raccontare ad una di quelle anime, alle quali la giustizia di Dio permette di stare in lor maggior pena in questa erronea opinione; e cosí, senza aver detto contro alla veritá, si può dir l’autore avere come cristian poeta scritto].