Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2

Part 7

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«E Platone». Platone fu per origine nobilissimo ateniese. Egli fu figliuolo dʼAristone, uomo di chiara fama, e di Perissione sua moglie; e, secondo che alcuni affermano, esso fu deʼ discendenti del chiaro legnaggio di Solone, il quale ornò di santissime leggi la cittá di Atene. E volendo Speusippo, figliuolo della sorella, e che dopo la sua morte le scuole sue ritenne insieme con Clearco e con Anassalide, stati suoi uditori, nobilitare la sua origine, sí come essi nel secondo libro della _Filosofia_ scrivono, finsero Perissione, madre di lui, essere stata oppressa da una sembianza dʼ Apolline; volendo che per questo sʼintendesse, lui per opera del padre, il quale gli antichi estimarono essere iddio della sapienza, avere avuta la divina scienza, la quale in lui uomo mortale fu conosciuta. Fu costui, oltre ad ogni altro suo contemporaneo, eloquentissimo; e fu tanta dolcezza e tanta soavitá nella sua prolazione, che quasi pareva piú celestial cosa che umana, parlando. La qual cosa per due assai evidenti segni, avanti che a quella perfezion divenisse, fu dimostrata. Primieramente, essendo egli ancora picciolissimo fanciullo e nella culla dormendo, furono trovate api, le quali sollecitamente studiandosi, non altrimenti che in uno loro fiaro, gli portavano mèle, senza dʼalcuna cosa offenderlo. Secondariamente, quella notte che precedente fu al dí che Aristone lui giovanetto menò a Socrate, accioché della sua dottrina lʼammaestrasse, parve nel sonno a Socrate vedere di cielo discendere un cigno, e porglisi sopra le ginocchia, e pascersi di quello che da esso Socrate gli era dato. Per che, come Socrate vide Platone il dí seguente, cosí estimò lui esser quel cigno che nel sonno veduto avea. E il cigno, secondo che questi fisiologi scrivono, è uccello, il quale soavissimamente canta: per la qual dolcezza di canto assai bene si può comprendere essere stata dimostrata la dolcezza della sua futura eloquenza.

Fu costui nominato Plato, secondo che Aristotile afferma, dalla ampiezza del petto suo. Esso, poiché piú anni ebbe udito Socrate, secondo che Agostino racconta nel quarto della _Cittá di Dio_, navicò in Egitto, e quivi apprese ciò che per gli egiziaci si poteva mostrare. E quindi, tirato dalla fama della dottrina pittagorica, venutosene in Italia, da quegli dottori, li quali allora in essa fiorivano, assai agevolmente apprese ciò che per loro si tenea. Della sua scienza fu fatta, [ed è ancora], maravigliosa stima quasi da tutti quegli che aʼ tempi chʼeʼ romani erano nel colmo del lor principato, eran famosi uomini; e ancora ne la fanno i cattolici filosofi, affermando in molte cose la sua dottrina esser conforme alla veritá cristiana. Fu, oltre a ciò, in costumi splendido e nel cibo temperatissimo. Fu oltremodo dalla concupiscenza della carne stimolato, intanto che, per poterla alquanto domare, e vita solitaria disiderando, potendo in altre parti assai eleggere la sua solitudine, alcuna altra non ne volle che una villetta, chiamata Accademia, la qual non solamente rimota era da ogni umano consorzio, ma ella era per pessimo aere pestilente: e questa ad ogni altra prepose, estimando la sua infezione dovere poter porre modo a domare la libidine sua. Quivi di ricchezze né dʼumana pompa curandosi, visse infino nellʼetá di anni ottantuno, secondo che scrive Seneca a Lucillo nella sessantunesima epistola; avendo molti libri scritti e scrivendo continuamente, si morí, lasciati appresso di sé molti deʼ suoi uditori solennissimi filosofi.

«Che innanzi agli altri», sí come piú degni filosafi, «piú presso gli stanno».

«Democrito» (_supple_) vidi. Democrito fu ateniese, e fu il padre suo sí abbondante di ricchezze, che si legge lui aver dato un pasto al re Serse, quando venne in Grecia, e con lui a tutto il suo esercito, che scrive Giustino fosse un milione dʼuomini dʼarme. Dopo la morte del quale, Democrito, dato tutto aʼ filosofici studi, riserbatasi di sí gran ricchezza una piccola quantitá, tutto il rimanente donò al popolo dʼAtene, dicendo quella essere impedimento al suo studio. Esso, secondo che Giovenale scrive, essendo nella piazza, era usato di ridere di ciò che esso vedeva agli uomini fare; e, domandato alcuna volta della cagione, rispose:—Io rido della sciocchezza di tutti quegli li quali io veggio, percioché io mʼaccorgo che con lʼanimo e col corpo tutti faticano intorno a cose, che né onor né fama lor posson recare, né con loro, oltre a ciò, far lunga dimora.—Costui, percioché estimò il vedere esser nimico delle meditazioni, e grandissimo impedimento degli studi per poter liberamente a questi vacare, si fece cavar gli occhi della testa. Altri dicono lui aver ciò fatto, perché il vedere le femmine gli era troppo grande stimolo e incitamento inespugnabile al vizio della carne. E, domandato alcuna volta che utilitá si vedesse dʼaverlo fatto, nulla altro rispose, se non che, per quello, era dʼuno piú che lʼusato accompagnato, e questo era un fanciul che ʼl guidava: benché Tullio, nel quinto delle _Quistioni tusculane_, dice questa essere stata risposta dʼAsclepiade, il quale fu assai chiaro filosofo e similmente cieco. Fu nondimeno uomo di grande studio e di sottile ingegno, quantunque deʼ principi delle cose tenesse unʼopinione strana e varia da tutte quelle degli altri filosofi. Esso estimava tutte le cose procedere dallʼuno deʼ due principi, o da odio o da amore: e poneva una materia mista essere, nella quale i semi di tutte le cose fossero, e quella diceva chiamarsi «caos», il che tanto suona quanto «confusione»; e di questa affermava che a caso, non secondo la diliberazione dʼalcuna cosa, ogni animale, ogni pianta, ogni cosa che noi veggiamo, nascere. E questo chiamava «odio», in quanto le cose che nascevano, dal lor principio, sí come da nimico, si separavano; poi, dopo certo spazio di tempo corrompendosi, tutte si ritornavano in questa materia chiamata «caos», e questo appellava «tempo dʼamore e dʼamistá». E cosí teneva questi esser due principi formali, essendo questo caos principio materiale. Fu, oltre a questo, costui grandissimo magico, e dopo Zoroaste, re deʼ batriani, trovatore di questa iniqua arte, molto lʼaumentò e insegnò. Dice adunque per le predette opinioni lʼautor di lui «cheʼl mondo a caso pone» esser creato e fatto, e senza alcuna movente cagione: del quale Tullio nel quinto libro delle _Quistioni tusculane_ dice: «_Democritus, luminibus amissis, alba scilicet discernere et atra non poterat: at vero bona, mala, aequa, iniqua, honesta, turpia, utilia, inutilia, magna, parva poterat; et sine varietate colorum licebat vivere beate, sine notione rerum non licebat; atque hic vir impediri animi aciem aspectu oculorum arbitrabatur: et cum alii persaepe quod ante pedes esset non viderent, ille infinitatem omnem pervagabatur, ut nulla in extremitate consisteret_».

«Diogene». Diogene cui figliuol fosse, o di qual cittá, non mi ricorda aver letto, ma lui essere stato solenne filosofo, e uditore di Anassimandro, molti il testimoniano: e similmente lui essere rimaso di ricchissimo padre erede. Il quale, come la veritá filosofica cominciò a conoscere, cosí tutte le sue gran ricchezze donò agli amici, senza altra cosa serbarsi che un bastone per sostegno della sua vecchiezza e una scodella per poter bere con essa: la qual poco tempo appresso gittò via, veggendo un fanciullo bere con mano ad una fonte. E cosí, ogni cosa donata, primieramente cominciò ad abitare sotto i portici delle case e deʼ templi; poi, trovato un doglio di terra, abitò in quello; e diceva che esso meglio che alcun altro abitava, percioché egli aveva una casa volubile, la quale niuno altro ateniese aveva: e quella nel tempo estivo e caldo volgeva a tramontana, e cosí avea lʼaere fresco senza punto di sole; e il verno il volgeva a mezzogiorno, e cosí aveva tutto ʼl dí i raggi del sole che ʼl riscaldavano. Fu negli studi continuo e sollecito mostratore agli uditori suoi. Tenne una opinione istrana dagli altri filosofi, cioè che ogni cosa onesta si doveva fare in publico; ed eziandio i congiungimenti deʼ matrimoni, percioché erano onesti, doversi fare nelle piazze e nelle vie: il quale perché atto di cani pareva, fu cognominato «cinico» e principe della setta deʼ cinici.

Di costui si raccontano cose assai, e non men piacevoli che laudevoli; per che non sará altro che utile lʼaverne alcuna raccontata. Dice Seneca, nel libro quinto deʼ _Benefici_, che Alessandro, re di Macedonia, sʼingegnò molto di poterlo avere appresso di sé, e con grandissimi doni e profferte molte volte il fece sollicitare: le quali tutte ricusò, alcuna volta dicendo che egli era molto maggior signore che Alessandro, in quanto egli era troppo piú quello che egli poteva rifiutare, che quello che Alessandro gli avesse potuto donare. E dice Valerio Massimo che, essendo un dí Alessandro venuto alla casa di Diogene, e per avventura postosegli davanti al sole, e offerendosi a lui se alcuna cosa volesse, gli rispose che quello, che egli voleva da lui, era che egli si levasse dal sole e non gli togliesse quello che dare non gli potea. Similmente aveva Dionisio, tiranno di Siragusa, molto cercato dʼaverlo, né mai venir fatto gli era potuto; per che, essendo Diogene andato in Cecilia a considerare lʼincendio di Mongibello, avvenne che, lavando lattughe salvatiche ad una fonte presso a Siragusa per mangiarlesi, passò un filosofo chiamato Aristippo, al quale Dionisio facea molto onore, e, veggendo Diogene gli disse:—Se tu volessi, Diogene, credere a Dionisio, non ti bisognerebbe al presente lavare coteste lattughe;—quasi volesse dire:—Tu averesti deʼ fanti e deʼ servidori, che te le laverebbono.—A cui Diogene subitamente rispose:—Aristippo, se tu volessi lavar delle lattughe come fo io, non ti bisognerebbe di lusingar Dionisio.—Altra volta, essendo per avventura menato da un ricchissimo uomo, il quale aveva il viso turpissimo, a vedere una sua bella casa, la quale era ornatissima di dipinture e dʼoro e dʼaltre care cose, e non che le mura eʼ palchi, ma eziandio il pavimento di quella; volendo Diogene sputare, sʼaccostò a colui che menato lʼaveva e sputògli nel viso. Per che quegli, che presenti erano, dissero:—Perché hai tu fatto cosí, Diogene?—Aʼ quali Diogene prestamente rispose:—Percioché io non vedeva in questa casa parte alcuna cosí vile, come quella nella quale sputato ho.—Oltre a ciò, secondo che Seneca racconta nel terzo libro dellʼ_Ira_, avvenne che, leggendo Diogene del vizio dellʼira, un giovane gli sputò nel viso. Di che Diogene prudentemente e con pazienza portando lʼingiuria, niunʼaltra cosa disse, se non:—Io non mʼadiro, ma io dubito se sará bisogno o no dʼadirarsi.—Di che questo medesimo, tiratosi in bocca uno sputo ben grasso, nel mezzo della fronte da capo gliele sputò. Il quale sputo poi che Diogene ebbe forbito, disse: —Per certo coloro, che dicono che tu non hai bocca, sono fieramente ingannati.—Fu, secondo che Aulo Gellio scrive _in primo libro Noctium Atticarum_, Diogene una volta preso: e, volendolo colui, che preso lʼaveva, vendere, venne un per comperarlo e dimandollo di che cosa sapeva servire. Al quale Diogene rispose:—Io so comandare agli uomini liberi.—E, accioché noi trapassiamo da queste laudevoli sue opere al fine della vita sua, secondo che scrive Tullio nel primo libro delle _Quistioni tusculane_, essendo Diogene infermo di quella infermitá della quale si morí, fu domandato da alcuno deʼ discepoli suoi, quello che voleva si facesse, poi che egli fosse morto, del corpo suo. Subitamente rispose:—Gittatelo al fosso.—Alla qual risposta colui, che domandato avea, seguí:—Come, Diogene? vuoi tu che i cani e le fiere salvatiche e gli uccelli ti manuchino?—Al quale Diogene rispose:—Pommi allato il baston mio, sí che io abbia con che cacciargli.—A cui questo addimandante disse:—O come gli caccerai, che non gli sentirai?—Disse allora Diogene:—Se io non gli debbo sentire, che fa quello a me perché eʼ mi mangino?—E cosí si morí: il dove non so.

«Anassagora». Anassagora fu nobile uomo ateniese, e fu uditore di Anassimene e famoso filosofo. Percioché sostener non poteva i costumi e le maniere deʼ trenta tiranni, li quali in Atene erano, si fuggí dʼAtene e seguí gli studi pellegrini tanto tempo, quanto la signoria deʼ predetti durò. Poi, tornando ad Atene, e vedendo le sue possessioni, che erano assai, tutte guaste e occupate daʼ pruni e da malvage piante, disse:—Se io avessi voluto guardar queste, io avrei perduto me.—Questi nella morte dʼun suo figliuolo, assai della sua fortezza dʼanimo e della sua scienza mostrò; percioché essendogli nunziata, niuna altra cosa disse a colui che gliele palesò:—Niuna cosa nuova o da me non aspettata mi racconti, percioché io sapeva che colui, che di me era nato, era mortale.—Ed essendo infermo di quella infermitá della quale egli morí, e giacendo lontano alla cittá, fu domandato se gli piacesse dʼessere portato a morire nella cittá. Rispose che di ciò egli non curava, percioché egli sapeva che altrettanta via era dal luogo dove giaceva in inferno, quanta dalla cittá in inferno.

«E Tale». Tale fu asiano, figliuolo dʼuno che si chiamò Essamite, sí come Eusebio scrive _in libro Temporum_; e, secondo che Pomponio Mela dice nel primo libro della _Cosmografia_, egli fu dʼuna cittá chiamata Mileto, la quale fu in una provincia dʼAsia, chiamata Ionia: e, sí come santo Agostino dice nel libro ottavo della _Cittá di Dio_, egli fu prencipe deʼ filosofi ioni, e fu massimamente ammirabile in quanto, essendo da lui compresi i numeri delle regole astrologiche, non solamente conobbe i diffetti del sole e della luna, ma ancora gli predisse. E, secondo che alcuni vogliono, essa fu il primo che conobbe la immobilitá, o brevissimo circúito di moto della stella la qual noi chiamiamo «tramontana», e che da essa preso dimostrò lʼordine, il quale ancora servano i marinari nel navicare, quel segno seguendo. Fu sua opinione che lʼacqua fosse principio di tutte le cose, e da essa tutti gli elementi ed esso mondo tutto e quelle cose che in esso si generano procedessono, sí come santo Agostino nel preallegato libro dimostra. E, percioché esso fu deʼ primi filosofi di Grecia e, avanti che il nome del filosofo si divulgasse, fosse chiamato «savio», come sei altri suoi contemporanei e valenti uomini furono; avvenne che, essendo daʼ pescatori presa pescando, e tratta di mare, una tavola dʼoro, ed essendo diliberato che al piú savio mandata fosse, e per conseguente mandata a lui; fu di tanta e sì discreta umiltá, che ricevere non la volle, ma la mandò ad uno degli altri sei. Recusò, secondo che alcuni scrivono, dʼaver moglie, e ciò dice che faceva per non avere ad amare i figliuoli. Credomi che questo fuggiva, percioché troppo intenso e forse non molto ordinato amor gli parea. Ultimamente assai utili libri lasciando, essendo giá dʼetá di settantotto anni, morí. Ma, secondo che scrive Eusebio _in libro Temporum_, pare che egli vivesse anni novantadue. Fiorí neʼ tempi che Ciro re per forza trasportò in Persia lʼimperio deʼ medi.

«Empedocles». Empedocles fu ateniese, secondo Boezio, del quale, credo piú per difetto del tempo, che ogni cosa consuma, e della trascutaggine degli uomini, che negligentemente servano le scritture, che perché egli solenne filosofo degno di laude non fosse, alcuna cosa non si truova che istorialmente di lui raccontar si possa; quantunque alcuni dicano lui essere stato ottimo cantatore, ed il suo canto avere avuta tanta di melodia che, correndo impetuosamente un giovane appresso ad un suo nemico per ucciderlo, udendo la dolcezza del canto di costui, il quale per avventura allora in quella parte cantava, per la quale il giovane seguiva il suo nemico, dimenticato lʼodio, si ritenne ad ascoltarlo. Costui, secondo che scrive Papia, investigando il luogo della montagna di Mongibello in Cicilia, disavvedutamente cadde in una fossa di fuoco, e in quella, non potendosi aiutare, fu ucciso dal fuoco. Fiorí regnante Artaserse.

«Eraclito». Eraclito è assai appo gli antichi filosofi famoso; ma di lui altro nella mente non ho, se non che quegli libri, li quali egli compose, furono con tanta oscuritá di parole e di sentenze scritti da lui, che pochi eran coloro li quali potessero deʼ suoi testi trar frutto; per la qual cosa fu cognominato «tenebroso». Dove vivesse, o quello che egli adoperasse, o di che etá morisse, o dove, non trovai mai; quantunque alcuni dicono lui essere stato contemporaneo di Democrito.

E «Zenone». Furono due eccellenti filosofi, deʼ quali ciascuno fu nominato Zenone; ma, percioché qui non si può comprendere di quale lʼautor si voglia dire, brievemente diremo dʼamenduni. Fu adunque lʼuno di questi chiamato Zenone eracleate. Costui, potendosi in pace e in quiete riposare in Eraclea, sua cittá, e in sicura libertá vivere, avendo allʼaltrui miseria compassione, se ne andò a Girgenti in Cicilia, in queʼ tempi da miserabile servitudine oppressa, soprastantele la crudel tirannia di Falaris, volendo quivi esperienza prendere del frutto che dar potesse la sua scienza. Ed essendosi accorto il tiranno piú per consuetudine di signoreggiare che per salutevol consiglio, tenere il dominio, con maravigliose esortazioni i nobili giovani della citta infiammò in disiderio di libertá. La qual cosa pervenuta agli orecchi di Falaris, fece di presente prender Zenone, e lui nel mezzo della corte posto al martorio, il domandò quali fossero coloro che del suo consiglio eran partefici. Deʼ quali Zenone alcuno non ne nominò; ma in luogo di essi nominò tutti quegli che piú col tiranno eran congiunti, e neʼ quali esso piú si fidava: e in tal guisa renduti gli amici suoi sospetti a Falaris, fieramente cominciò a mordere e a riprendere la tristizia e la timiditá deʼ giovani circustanti: e quantunque dʼetá vecchio fosse, riscaldò sí con le sue parole i cuori deʼ giovani di Gergenti, che, mosso il popolo a romore, uccisero con le pietre il tiranno e la perduta libertá racquistâro. E questo ho, senza piú, che poter dire del primo Zenone.

Lʼaltro Zenone chi si fosse altrimenti né donde non so; ma quasi una medesima costanza di animo alla precedente nʼ ho che raccontare. Essendo adunque questo Zenone, secondo che Valerio Massimo scrive nel terzo libro, fieramente tormentato da un tiranno chiamato Clearco, il quale, per forza di tormenti, sʼingegnava di sapere chi fossero quegli che con lui congiurati fossero nella sua morte, della quale Zenone tenuto avea consiglio; dopo alquanto, senza averne alcuni nominati, disse sé essere disposto a manifestargli quello che esso addomandava, ma essere di necessitá che alquanto in disparte si traessero. Per che, cosí da parte tiratisi, Zenone prese Clearco per lʼorecchio coʼ denti, né mai il lasciò, prima che tronca gliele avesse, come che egli daʼ circustanti amici del tiranno ucciso fosse.

«E vidi ʼl buon accoglitor del quale», cioè della qualitá dellʼerbe; e che esso intenda dellʼerbe, si manifesta per lo filosofo nominato, il quale intorno a quelle fu maravigliosamente ammaestrato: «Dioscoride dico». Dioscoride né di che parenti né di qual cittá natio fosse, non lessi giammai; e di lui niunʼaltra cosa ho che dire, se non che esso compuose un libro, nel quale ordinatamente discrisse la forma di ciascuna erba, cioè come fossero fatte le frondi di quelle, come fosser fatte le loro radici, come fosse fatto il gambo e come i fiori e come i frutti di ciascuna e come il nome, e similmente la virtú di quelle.

«E vidi Orfeo». Orfeo, secondo che Lattanzio, _in libro Divinarum institutionum in gentiles_ scrive, fu figliuolo dʼApolline e di Calliope musa, e a costui scrive Rabano, _in libro Originum_, che Mercurio donò la cetera, la quale poco avanti per suo ingegno avea composta: la quale esso Orfeo si dolcemente sonò, secondo che i poeti scrivono, che egli faceva muovere le selve deʼ luoghi loro, e faceva fermare il corso deʼ fiumi, faceva le fiere salvatiche e crudeli diventar mansuete. Di costui, nel quarto della _Georgica_, racconta Virgilio questa favola, cioè lui avere amata una ninfa, chiamata Euridice, ed avendola con la dolcezza del canto suo nel suo amore tirata, la prese per moglie. La quale un pastore, chiamato Aristeo, cominciò ad amare: e un giorno, andandosi ella diportando insieme con certe fanciulle su per la riva dʼun fiume chiamato Ebro, Aristeo la volle pigliare; per la qual cosa essa cominciò a fuggire, e, fuggendo, pose il piè sopra un serpente, il quale era nascoso nellʼerba; per che, sentendosi il serpente priemere, rivoltosi, lei con un velenoso morso trafisse, di che ella si morí. Per la qual cosa Orfeo piangendo discese in inferno, e con la cetera sua cominciò dolcissimamente a cantare, pregando nel canto suo che Euridice gli fosse renduta. E conciofossecosaché esso non solamente i ministri infernali traesse in compassione di sé, ma ancora facesse allʼanime deʼ dannati dimenticare la pena deʼ lor tormenti, Proserpina, reina dʼinferno, mossasi, gli rendé Euridice, ma con questa legge: che egli non si dovesse indietro rivolgere a riguardarla, infino a tanto che egli non fosse pervenuto sopra la terra; percioché, se egli si rivolgesse, egli la perderebbe, senza mai poterla piú riavere. Ma esso, con essa venendone, da tanto disiderio di vederla fu tratto, che, essendo giá vicino al pervenire sopra la terra, non si poté tenere che non si volgesse a vederla. Per la qual cosa, senza speranza di riaverla, subitamente la perdé; laonde egli lungamente pianse, e del tutto si dispose, poiché lei perduta avea, di mai piú non volerne alcunʼaltra, ma di menar vita celibe, mentre vivesse. Per la qual cosa, si come dice Ovidio, avendo il matrimonio di moltʼaltre, che il domandavano, ricusato, cominciò a confortare gli altri uomini che casta vita menassero. Il che sapendo le femmine, il cominciarono fieramente ad avere in odio; e multiplicò in tanto questo odio, che, celebrando le femmine quel sacrificio a Bacco, che si chiama «orgia», allato al fiume chiamato Ebro, coʼ marroni e coʼ rastri e con altri stromenti da lavorar la terra lʼuccisono e isbranaron tutto, e il capo suo e la cetera gittate nellʼEbro, infino nellʼisola di Lesbo furono dallʼacque menate: e, volendo un serpente divorare la testa, da Apolline fu convertito in pietra: e la sua cetra, secondo che dice Rabano, fu assunta in cielo e posta tra lʼaltre imagini celestiali.