Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2

Part 3

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«Egli è Omero poeta sovrano». Dellʼorigine, della vita e degli studi dʼOmero, secondo che diceva Leon tessalo, scrisse un valente uomo greco, chiamato Callimaco, piú pienamente che alcun altro: nelle scritture del quale si legge che Omero fu dʼumile nazione; percioché in Ismirna, in queʼ tempi nobile cittá dʼAsia, il padre di lui in publica taverna fu venditore di vino a minuto, e la madre fu venditrice dʼerbe nella piazza, come qui fra noi son le trecche; nondimeno, come che in Ismirna i suoi parenti facessero i predetti esercizi, non si sa certamente di qual cittá esso natio fosse. È il vero che, per la sua singular sufficienza in poesi, sette nobili cittá di Grecia insieme lungamente ebber quistione della sua origine, affermando ciascuna dʼesse, e con alcune ragioni dimostrando, lui essere stato suo cittadino; e le cittá furon queste: Samos, Smirne, Chios, Colofon, Pilos, Argos, Atene. E alcune di queste furono, le quali gli feciono onorevole e magnifica sepoltura, quantunque fittizia fosse; e ciò fecero per rendere con quella a coloro, li quali non sapevano dove stato si fosse seppellito, testimonianza lui essere stato suo cittadino; e quegli di Smirne, non solamente sepoltura, ma gli fecero un notabile tempio, nel quale non altrimenti che se del numero deʼ loro iddii stato fosse, secondo il loro errore, onorarono la sua memoria per molte centinaia dʼanni. Fu nondimeno dai piú reputato che egli fosse ismirneo; o peroché, come detto è, in Smirne fu allevato, dimorandovi il padre e la madre di lui, o che di ciò gli smirnei mostrassero piú chiara testimonianza che gli altri dellʼaltre cittá; e cosí mostra di credere Lucano dove dice:

_Quantum Smirnaei durabunt vatis honores,_

dicendo dʼOmero.

Fu questo valente uomo, secondo Callimaco, nominato Omero per lo vaticinio di lui detto da un matematico, il quale per avventura intervenne, nascendo egli, il quale disse:—Colui che al presente nasce morrá cieco;—e per questo fu dal padre nominato Omero. Il quale nome è composto _ab_ «_o_», che in latino viene a dire «io», e «_mi_», che in latino viene a dire «non», ed «_ero_», che in latino viene a dire «veggio»: e cosí tuttʼinsieme viene a dire «io non veggio»; e, come nel processo apparirá, secondo il vaticinio morí cieco. Questi dalla sua fanciullezza, aiutandolo come poteva la madre, si diede agli studi; e, udite sotto diversi dottori le liberali arti, lungo tempo udí sotto un poeta chiamato Pronapide, chiarissimo in quei tempi in quella facultá; e appresso questo, partitosi di Grecia, seguendo i famosi studi, se nʼandò in Egitto, dove sotto molti valenti uomini udí poesia e filosofia e altre scienze, e massimamente sotto un filosofo chiamato Falacro, in quegli tempi sopra ogni altro famoso; ed in Egitto perseverò nel torno di venti anni, con maravigliosa sollecitudine; e quindi poi se ne tornò in Arcadia, dove per infermitá perdé il vedere. E cieco e povero si crede che componesse nel torno di tredici volumi variamente titolati, e tutti in istilo eroico, deʼ quali si trovano ancora alquanti, e massimamente la _Iliade_, distinta in ventiquattro libri, nella quale tratta delle battaglie deʼ greci e deʼ troiani infino alla morte dʼEttore, mirabilmente commendando Achille. Compose similmente lʼ_Odissea_, in ventiquattro libri partita, nella quale tratta gli errori dʼUlisse, li quali dieci anni perseverarono dopo il disfacimento di Troia. Scrisse similmente un libro delle laude deglʼiddii, il cui titolo non mi ricorda dʼaver udito. Scrisse ancora un libro, distinto in due, nel quale scrisse una battaglia, ovvero guerra, stata tra le rane eʼ topi, la qual non finse senza maravigliosa e laudevole intenzione. Compose, oltre a ciò, un libro della generazion deglʼiddii, e composene uno chiamato _Egam_, la materia del quale non trovai mai qual fosse; e similmente piú altri infino in tredici, deʼ quali il tempo ogni cosa divorante, e massimamente dove la negligenza degli uomini il permetta, ha non solamente tolta la notizia delle materie, ma ancora li loro nomi nascosi, e spezialmente a noi latini. E, accioché questo non sia pretermesso, in tanto pregio fu la sua _Iliade_ appo gli scienziati e valenti uomini, che, avendo Alessandro macedonio vinto Dario re di Persia, e presa Persida reale cittá, trovò in essa tanto tesoro che, vedendolo, obstupefece; ed essendo in quello molti e carissimi gioielli, trovò tra essi una cassetta preziosissima per maestero e carissima per ornamento di pietre e di perle; e coʼ suoi baroni, sí come scrive Quinto Curzio, il quale in leggiadro e laudevole stilo scrisse lʼopere del detto Alessandro, come cosa mirabile riguardandola, domandò qual cosa di quelle, che essi sapessero, paresse loro piú tosto che alcuna altra da servare in cosí caro vasello. Non vʼebbe alcuno che la real corona o lo scettro o altro reale ornamento dicesse; ma tutti con Alessandro insieme in una sentenza concorsono, cioè che sí preziosa cassa cosa alcuna piú degnamente serbar non potea che la _Iliada_ dʼOmero: e cosí a servar questo libro fu deputata.

[Fu Omero nel mangiare e nel bere moderatissimo, e non solamente fu di breve e poco sonno, ma quello prese con gran disagio; percioché, o povertá o astinenza che ne fosse cagione, il suo dormire era in su un pezzo di rete di funi, alquanto sospeso da terra, senza alcuni altri panni. Fu, oltre a ciò, poverissimo tanto, che, essendo cieco, non aveva di che potesse dare le spese ad un fanticello che il guidasse per la via, quando in parte alcuna andar volesse: e la sua povertá era volontaria, percioché delle temporali sustanze niente si curava. Fu di piccola statura, con poca barba e con pochi capelli; di mansueto animo e dʼonesta vita e di poche parole. Fu, oltre a ciò, alcuna volta fieramente infestato dalla fortuna, e, tra lʼaltre, essendo in Atene ed avendo parte della sua _Iliade_ recitata, il vollero gli ateniesi lapidare, percioché in essa, poeticamente parlando, aveva scritto glʼiddii lʼun contro allʼaltro aver combattuto, non sentendo gli ateniesi ancora quali fossero i velamenti poetici, né quello che per quelle battaglie deglʼiddii Omero sʼintendesse: e per questo, credendosi lui esser pazzo, il vollero uccidere; e, se stato non fosse un valente uomo e potente nella cittá, chiamato Leontonio, il quale dal furioso émpito degli ateniesi il liberò, senza dubbio lʼavrebbono ucciso. La quale bestiale ingiuria il povero poeta non lasciò senza vendetta passare, percioché, appresso questo, egli scrisse un libro il cui titolo fu _De verbositate Atheniensium_, nel quale egli morse fieramente i vizi degli ateniesi, mostrando nel vulgo di quegli nulla altra cosa essere che parole. E altra fiata, essendo chiamato da Ermolao, re ovvero tiranno dʼAtene, quasi sprezzandolo, disse che, per lui né per tutto il suo regno, non vorrebbe perdere una menoma sillaba dʼun suo verso, e che esso coʼ suoi versi possedeva maggior regno che Ermolao non faceva con la sua gente dʼarme. Per la qual cosa, turbato, Ermolao il fece prendere e crudelmente battere e poi metterlo in pregione; nella quale avendolo otto mesi tenuto, né per questo vedendolo piegarsi in parte alcuna dalla libertá dellʼanimo suo, il fece lasciare; né poté fare che con lui volesse rimanere.]

[Della morte sua, secondo che scrive Callimaco, fu uno strano accidente cagione; percioché, essendo egli in Arcadia ed andando solo su per lo lito del mare, sentí pescatori, li quali sovra uno scoglio si stavano, forse tendendo o racconciando lor reti: li quali esso domandò se preso avessero, intendendo seco medesimo deʼ pesci. Costoro risposero che quegli, che presi aveano, avean perduti, e quegli, che presi non aveano, se ne portavano. Era stata fortuna in mare, e però, non avendo i pescatori potuto pescare, come loro usanza è, sʼerano stati al sole, e i vestimenti loro aveano cerchi e purgati di queʼ vermini che in essi nascono: e quegli, che nel cercar trovati e presi aveano, gli aveano uccisi, e quegli, che presi non aveano, essendosi neʼ vestimenti rimasi, ne portavan seco. Omero, udita la risposta deʼ pescatori, ed essendogli oscura, mentre al doverla intendere andava sospeso, per caso percosse in una pietra, per la qual cosa cadde, e fieramente nel cader percosse, e di quella percossa il terzo dí appresso si morí. Alcuni voglion dire che, non potendo intender la risposta fattagli daʼ pescatori, entrò in tanta maninconia, che una febbre il prese, della quale in pochi dí si morí, e poveramente in Arcadia fu seppellito; onde poi, portando gli ateniesi le sue ossa in Atene, in quella onorevolmente il seppellirono].

Fu adunque costui estimato il piú solenne poeta che avesse Grecia, né fu pure appo i greci in sommo pregio, ma ancora appo i latini in tanta grazia, che per molti eccellenti uomini si trova essere stato maravigliosamente commendato: e intra gli altri nel quinto delle sue _Quistioni tusculane_ scrive Tullio cosí di lui: «_Traditum est etiam Homerum caecum fuisse: at eius picturam, non poësin videmus. Quae regio, quae ora, qui locus Graeciae, quae species formae, quae pugna quaeque artes, quod remigium, qui motus hominum, qui ferarum non ita expictus est, ut quae ipse non viderit, nos ut videremus effecerit?_», ecc. Né si sono vergognati i nostri poeti di seguire in molte cose le sue vestigie, e massimamente Virgilio; per la qual cosa meritamente qui il nostro autore il chiama «poeta sovrano».

[Fiorí adunque questo mirabile uomo, chiamato da Giustiniano cesare padre dʼogni virtú, secondo lʼopinione dʼalcuni, neʼ tempi che Melanto regnava in Atene, ed Enea Silvio regnava in Alba. Eratostene dice che egli fu cento anni poi che Troia fu presa. Aristarco dice lui essere stato dopo lʼemigrazion ionica cento anni, regnante Echestrato re di Lacedemonia e Latino Silvio re dʼAlba. Altri voglion che fosse dopo questo tempo detto, essendo Labot re di Lacedemonia ed Alba Silvio re dʼAlba. Filocoro dice che egli fu aʼ tempi di Archippo, il quale era appo gli ateniesi nel supremo maestrato, cioè centonovanta anni dopo la presura di Troia. Archiloco dice che egli fu corrente la ventitreesima olimpiade, cioè cinquecento anni dopo il disfacimento di Troia. Apollodoro grammatico ed Euforbo istoriografo testimoniano Omero essere stato avanti che Roma fosse fatta, centoventiquattro anni: e, come dice Cornelio Nepote, avanti la prima olimpiade cento anni, regnante appo i latini Agrippa Silvio ed in Lacedemonia Archelao. Del quale per ciò cosí particulare investigazion del suo tempo ho fatta, perché comprender si possa, poi tanti valenti uomini di lui scrissero, quantunque concordi non fossero, ciò avvenuto non poter essere se non per la sua preeminenza singulare].

[Nota: Lez. XIII]

«Lʼaltro è Orazio satira, che viene». Orazio Flacco fu di nazione assai umile e depressa, percioché egli fu figliuolo dʼuomo libertino: e «libertini» si dicevan quegli, li quali erano stati figliuoli dʼalcun servo, il quale dal suo signore fosse stato in libertá ridotto, e chiamavansi questi cotali «liberti»; e fu di Venosa, cittá di Puglia, e nacque sedici anni avanti che Giulio Cesare fosse fatto dettatore perpetuo. Dove si studiasse, e sotto cui, non lessi mai che io mi ricordi; ma uomo dʼaltissima scienza e di profonda fu, e massimamente in poesia fu espertissimo. La dimora sua, per quello che comprender si possa nelle sue opere, fu il piú a Roma, dove venuto, meritò la grazia dʼOttavian Cesare, e fugli conceduto dʼessere dellʼordine equestre, il quale in Roma a queʼ tempi era venerabile assai. Fu, oltre a ciò, fatto maestro della scena; e singularmente usò lʼamistá di Mecenate, nobilissimo uomo di Roma ed in poesia ottimamente ammaestro. Usò similmente quella di Virgilio e dʼalcuni altri eccellenti uomini; e fu il primiero poeta che in Italia recò lo stile deʼ versi lirici, il quale, come che in Roma conosciuto non fosse, era lungamente davanti da altre nazioni avuto in pregio, e massimamente appo gli ebrei; percioché, secondo che san Geronimo scrive nel proemio _libri Temporum_ dʼEusebio cesariense, il quale esso traslatò di greco in latino, in versi lirici fu daʼ salmisti composto il salterio. E questo stile usò Orazio in un suo libro, il quale è nominato _Ode_. Compose, oltre a ciò, un libro chiamato _Poetria_, nel quale egli ammaestra coloro, li quali a poesia vogliono attendere, di quello che operando seguir debbono e di quello da che si debbon guardare, volendo laudevolmente comporre. Negli altri suoi libri, sí come nelle _Pistole_ e nei _Sermoni_, fu acerrimo riprenditore deʼ vizi; per la qual cosa meritò dʼessere chiamato poeta «satiro». Altri libri deʼ suoi, che i quattro predetti, non credo si truovino. Morí in Roma dʼetá di cinquantasette anni, secondo Eusebio dice _in libro Temporum_, lʼanno trentasei dello ʼmperio dʼOttaviano Augusto.

«Ovidio è il terzo». Publio Ovidio Nasone fu nativo della cittá di Sulmona in Abruzzo, sí come egli medesimo in un suo libro, il quale si chiama _De tristibus_, testimonia, dicendo:

_Sulmo mihi patria est, gelidis uberrimus undis, milia qui decies distat ab Urbe novem._

E, secondo che Eusebio _in libro Temporum_ dice, egli nacque nella patria sua il primo anno del triumvirato di Ottaviano Cesare: e fu di famiglia assai onesta di quella cittá, e dalla sua fanciullezza maravigliosamente fu il suo ingegno inchinevole agli studi della scienza. Per la qual cosa, sí come esso mostra nel preallegato libro, il padre piú volte si sforzò di farlo studiare in legge, sí come faceva un suo fratello, il quale era di piú tempo di lui; ma, traendolo la sua natura agli studi poetici, avveniva che, non che egli in legge potesse studiare, ma, sforzandosi talvolta di volere alcuna cosa scrivere in soluto stile, quasi senza avvedersene, gli venivano scritti versi; per la qual cosa esso dice nel detto libro:

_Quidquid conabar scribere, versus erat._

Della qual cosa il padre, dice, che piú volte il riprese, dicendo:

_Saepe pater dixit:—Studium quid inutile temptas? Maeonides nullas ipse reliquit opes.—_

Per la qual cosa, eziandio contro al piacer del padre, si diede tutto alla poesia; e, divenuto in ciò eruditissimo uomo, lasciata la patria, se ne venne a Roma, giá imperando Ottaviano Augusto, dove singularmente meritò la grazia e la familiaritá di lui; e per la sua opera fu ascritto allʼordine equestre, il quale, per quello che io possa comprendere, era quel medesimo che noi oggi chiamiamo «cavalleria»; e, oltre a ciò, fu sommamente nellʼamore deʼ romani giovani.

Compose costui piú libri, essendo in Roma, deʼ quali fu il primo quello che chiamiamo lʼ_Epistole_. Appresso ne compose uno, partito in tre, il quale alcuno chiama _Liber amorum_, altri il chiamano _Sine titulo_: e può lʼun titolo e lʼaltro avere, percioché dʼalcunʼaltra cosa non parla che di suoi innamoramenti e di sue lascivie usate con una giovane amata da lui, la quale egli nomina Corinna; e puossi dire similmente Sine titulo, percioché dʼalcuna materia continuata, della quale si possa intitolare, non favella, ma alquanti versi dʼuna e alquanti dʼunʼaltra, e cosí possiamo dir di pezzi, dicendo, procede. Compose ancora un libro, il quale egli intitolò _De fastis et nefastis_, cioè deʼ dí neʼ quali era licito di fare alcuna cosa e di quegli che licito non era, narrando in quello le feste eʼ dí solenni deglʼiddii deʼ romani, ed in che tempo e giorno vengano, come appo noi fanno i nostri calendari; e questo libro è partito in sei libri, nei quali tratta di sei mesi: e per questo appare non esser compiuto, o che piú non ne facesse, o che perduti sien gli altri. Fece, oltre a questo, un libro, il quale è partito in tre, e chiamasi _De arte amandi_, dove egli insegna e aʼ giovani ed alle fanciulle amare. E, oltre a questo, ne fece un altro, il quale intitolò _De remedio_, dove egli sʼingegna dʼinsegnare disamorare. E fece piú altri piccioli libretti, li quali tutti sono in versi elegiati, nel quale stilo egli valse piú che alcun altro poeta. Ultimamente compose il suo maggior volume in versi esametri, e questo distinse in quindici libri; e secondo che esso medesimo scrive nel libro _De tristibus_, convenendogli di Roma andare in esilio, non ebbe spazio dʼemendarlo.

Appresso, qual che la cagion si fosse, venuto in indegnazione dʼOttaviano, per comandamento di lui ne gli convenne, ogni sua cosa lasciata, andare in una isola, la quale è nel Mar maggiore, chiamata Tomitania: ed in quella relegato da Ottaviano, stette infino alla morte. E questa isola nella piú lontana parte che sia nel Mar maggiore nella foce dʼun fiume deʼ colchi, il quale si chiama _Phasis_. E in questo esilio dimorando, compose alcuni libri, sí come fu quello _De tristibus_, in tre libri partito. Composevi quello, il quale egli intitolò _In Ibin_. Composevi quello che egli intitola _De Ponto_, e tutti sono in versi elegiati, come quelli che di sopra dicemmo.

La cagione per la quale fu da Ottaviano in Tomitania rilegato, sí come egli scrive nel libro _De tristibus_, mostra fosse lʼuna delle due o amendue; e questo mostra scrivendo:

_Perdiderunt me cum duo crimina, carmen et error._

La prima adunque dice che fu lʼaver veduta alcuna cosa dʼOttavian Cesare, la quale esso Ottaviano non avrebbe voluto che alcuno veduta avesse: e di questa si duol molto nel detto libro, dicendo:

_Cur aliquid vidi, cur lumina noxia feci?_

Ma che cosa questa si fosse, in alcuna parte non iscrive, dicendo convenirgliele tacere, quivi:

_Alterius facti culpa silenda mihi est._

La seconda cagione dice che fu lʼavere composto il libro _De arte amandi_, il quale pareva molto dover adoperare contro aʼ buon costumi deʼ giovani e delle donne di Roma. E di questo nel detto libro si duol molto, e quanto può sʼingegna di mostrare questo peccato non aver meritata quella pena. Alcuni aggiungono una terza cagione, e vogliono lui essersi inteso in Livia moglie dʼOttaviano, e lei esser quella la quale esso sovente nomina Corinna; e di questo essendo nata in Ottaviano alcuna sospezione, essere stata cagione dello esilio datogli. Ultimamente, essendo giá dʼetá di cinquantotto anni, lʼanno quarto di Tiberio Cesare, secondo che Eusebio _in libro Temporum_ scrive, nella predetta isola Tomitania finí i giorni suoi, e quivi fu seppellito.

Sono nondimeno alcuni li quali mostrano credere lui essere stato rivocato da Ottaviano a Roma: della qual tornata molti romani facendo mirabil festa, e per questo a lui ritornante fattisi incontro, fu tanta la moltitudine, la quale senza alcuno ordine, volendogli ciascun far motto e festa, che nel mezzo di sé inconsideratamente stringendolo, il costrinse a morire.

«E lʼultimo è Lucano». Il nome di costui, secondo che Eusebio _in libro Temporum_ scrive, fu Marco Anneo Lucano. Dove nascesse, o in Corduba, donde i suoi furono, o in Roma, non è assai chiaro. Fu figliuolo di Lucio Anneo Mela e dʼAtilla sua moglie; il quale Anneo Mela fu fratel carnale di Seneca morale, maestro di Nerone. Giovane uomo fu e di laudevole ingegno molto, sí come nel libro _Delle guerre cittadine_ tra Cesare e Pompeo, da lui composto, appare. Fu alquanto presuntuoso in estimare della sua sufficienza, oltre al convenevole; percioché si legge che, avendo egli alcuna volta con gli amici suoi conferito, leggendo, del suo libro, dovette una volta dire:—Che dite? mancaci cosa alcuna ad essere equale al Culice?—Culice fu un libretto metrico, il quale compose Virgilio, essendo ancora giovanetto: e posto che sia laudevole e bello, non è però da comparare allʼ_Eneida_: e quantunque Lucano il Culice nominasse, fu assai bene dagli amici compreso (in sí fatta maniera il disse) che egli voleva che sʼintendesse se alcuna cosa pareva loro che al suo lavoro mancasse ad essere equale allʼ_Eneida_; della qual cosa esso maravigliosamente se medesimo ingannò. Appresso fu costui, che cagion se ne fosse, assai male della grazia di Nerone, in tanto che per Nerone fu proibito che i suoi versi non fossono da alcun letti. Sono, oltre a ciò, e furono assai, li quali estimarono e stimano costui non essere da mettere nel numero deʼ poeti, affermando essergli stata negata la laurea dal senato, la quale come poeta addomandava: e la cagione dicono essere stata, percioché nel collegio dei poeti fu determinato costui non avere nella sua opera tenuto stilo poetico, ma piú tosto di storiografo metrico: e questo assai leggermente si conosce esser vero a chi riguarda lo stilo eroico dʼOmero o di Virgilio, o il tragedo di Seneca poeta, o il comico di Plauto o di Terenzio, o il satiro dʼOrazio o di Persio o di Giovenale, con quello deʼ quali quello di Lucano non è in alcuna cosa conforme: ma come chʼeʼ si trattasse, maravigliosa eccellenza dʼingegno dimostra. Esso, ancora assai giovane uomo, fu da Nerone Cesare trovato essere in una congiurazione fatta contro a lui da un nobile giovane romano chiamato Pisone, con molti altri consenziente: e ritenuto per quella, avendo veduto, secondo che Cornelio Tacito scrive, una femmina volgare chiamata Epicari, avere tutti i tormenti vinti, e ultimamente uccisasi, avanti che alcun deʼ congiurati nominar volesse; non solamente alcuno nʼaspettò per non accusare se medesimo, ma eziandio non sofferse di vedere né i tormenti né i tormentatori, ma, come domandato fu se in questa congiurazione era colpevole, prestamente il confessò, e non solamente gli bastò dʼavere accusato sè, ma con seco insieme accusò Atilla sua madre. Per la qual cosa morto giá Lucio Anneo Seneca, suo zio, essendo a Marco Annenio commesso da Nerone che morire il facesse, si fece in un bagno aprir le vene; e, sentendo giá per lo diminuimento del sangue le parti inferiori divenir fredde, secondo che scrive il predetto Cornelio, ricordatosi di certi versi giá composti da lui dʼuno uom dʼarme, il quale per perdimento di sangue morire si vedeva, quegli aʼ circustanti raccontò, ed in quegli lʼultime sue parole e la vita finirono.

«Peroché ciascun», di questi quattro nominati, «meco si conviene», cioè si confá o è conforme, «nel nome che sonò la voce sola», cioè quella che dice che udí: «Onorate lʼaltissimo poeta». Nella qual voce «sola» non è alcun altro nome sustantivo se non «poeta»: nel qual nome dice questi quattro convenirsi con lui, in quanto ciascun di questi quattro è cosí chiamato poeta come Virgilio: ma in altro con lui non si convengono; percioché le materie, delle quali ciascun di loro parlò, non furono uniformi con quella di che scrisse Virgilio: in quanto Omero scrisse delle battaglie fatte a Troia e degli errori dʼUlisse, Orazio scrisse ode e satire, Ovidio epistole e trasformazioni, Lucano le guerre cittadine di Cesare e di Pompeo, e Virgilio scrisse la venuta dʼEnea in Italia e le guerre quivi fatte da lui con Turno re deʼ rutoli. «Fannomi onore, e di ciò fanno bene». Convenevole cosa è onorare ogni uomo, ma spezialmente quegli li quali sono dʼuna medesima professione, come costoro erano con Virgilio.

«Cosí», come scritto è, «vidi adunar», cioè congregare, essendosi Virgilio congiunto con loro, «la bella scuola». «Scuola» in greco viene a dire «convocazione» in latino, percioché per essa son convocati coloro li quali disiderano sotto lʼaudienza deʼ piú savi apprendere; il qual vocabolo, conciosiacosaché sia alquanto discrepante da quello che lʼautore mostra di voler sentire, cioè non adunarsi la convocazione, ma i convocati, nondimeno tollerar si può per licenza poetica, ed intender per la «convocazione» i «convocati». «Di queʼ signor», cioè maestri e maggiori, «dellʼaltissimo canto», cioè del parlar poetico, il quale senza alcun dubbio ogni altro stilo trapassa, sí come nelle parole seguenti lʼautor medesimo dice. «Che sopra ogni altro come aquila vola». Cioè, come lʼaquila vola sopra ogni altro uccello, cosí il canto poetico, e massimamente quello di questi poeti, vola sopra ogni altro canto, e ancora sopra quello che alcun altro poeta da costoro in fuori avesse fatto: il che, posto che dʼalcuni, non credo di tutti si verificasse.