Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2
Part 26
«Allora tese al legno», quella anima, «ambo le mani»; e questo si dee credere quella anima aver fatto sí come iracundo, il quale per vaghezza di vendetta avrebbe voluto offendere e noiare, se potuto avesse, lʼautore, percioché ingiurioso si reputava lʼautore aver detto di conoscerlo, quantunque egli fosse tutto fangoso. «Per che ʼl maestro accorto», della intenzione di questʼanima adirata, «lo sospinse», cioè il rimosse della barca, «Dicendo:—Via costá con gli altri cani!»,—deʼ quali, adirati e commossi, è usanza di stracciarsi le pelli coʼ denti, come quivi dice si stracciavano glʼiracundi.
[Nota: Lez. XXXIV]
«Lo collo poi». Qui comincia la seconda particella della seconda parte principale, nella quale Virgilio fa festa allʼautore, percioché ha avuto in dispregio lo spirito fangoso. [E mostra in questa particella lʼautore una spezie dʼira, la quale non solamente non è peccato ad averla, ma è meritorio a saperla usare: la quale vertú, cioè sapere usare questa spezie dʼira, Aristotile nel quarto dellʼ_Etica_ chiama «mansuetudine», e quegli cotali, che questa virtú hanno, dice che sʼadirano per quelle cose e contro a quelle persone, contro alle quali è convenevole dʼadirarsi, e ancora come si conviene, e quando, e quanto tempo; e questi, che questo fanno, dice che sono commendabili. E séguita che i mansueti vogliono essere senza alcuna perturbazione, e non vogliono esser tirati da alcuna passione, ma quello solamente fare che la ragione ordinerá: cioè in quelle cose nelle quali sʼadira, tanto tempo essere adirato, quanto la ragione richiederá. Questa cotale spezie dʼira nʼè conceduta daʼ santi. Dice il salmista: «_Irascimini, et nolite peccare_»; volendo per queste parole che ne sia licito il commuoversi per le cose non debitamente fatte, sí come fa il padre quando vede alcuna cosa men che ben fare al figliuolo, o il maestro al discepolo, o lʼuno amico allʼaltro, accioché per quella commozione egli lʼammonisca e corregga con viso significante la sua indegnazione, non come uomo che, della ingiuria la quale gli pare per lo non ben fare dʼalcuno, disideri vendetta; e, fatta la debita ammonizione, ponga giú lʼira. E in questa maniera adirandosi, e per cosí fatta cagione, non si pecca. In questa maniera si dee intendere Dio verso noi adirarsi, come spesso nella Scrittura si legge: e il salmista spesse volte priega che da questa ira il guardi, cioè da adoperare sí, che esso contra di lui si debba adirare. E da questa ira dobbiam credere essere stato commosso Cristo, nel quale mai non fu peccato alcuno, quando, preso un mazzo di funi, cacciò dal tempio i venditori eʼ compratori, dicendo: «_Domus mea, domus orationis_», ecc. Questa spezie dʼira chiamano molti «sdegno» (e cosí mostra di voler qui intendere lʼautore): il qual non voglion cadere se non in animi gentili, cioè ordinati e ben disposti e savi. E tanto voglion che sia maggiore, quanto colui è piú savio in cui egli cade; percioché quanto piú è savio lʼuomo, tanto piú cognosce le qualitá eʼ motivi deʼ difetti che si commettono, e per conseguente piú si commuove. E però dice Salomone: «_Ubi multum sapientiae, ibi multum indignationis_». E vuole lʼautore in questa particella mostrare questa virtú essere stata in lui, in quanto in parte alcuna non si mostra per lo supplicio deʼ dannati in questo cerchio esser commosso, come neʼ superiori è stato: ma avergli Virgilio, cioè la ragione, fatta festa abbracciandolo, e chiamandolo «alma sdegnosa», e benedicendo, in segno di congratulazione, la madre di lui; e questa festa, questa congratulazione non gli avrebbe mai fatta Virgilio, se non in dimostrazione che nobilissima cosa e virtuosa sia lʼessere isdegnoso. È il vero che, come di molte altre cose avviene, questo adiettivo, cioè «sdegnoso», spessissimamente in mala parte si pone: il che, quantunque non vizi la veritá del subietto, nondimeno è daʼ discreti da distinguere e da riguardare, dove debitamente si pone; e, dove non debitamente si pone, averlo per alcuna di quelle spezie dʼira, le quali di sopra son mostrate esser dannose.]
Dice adunque il testo cosí: «Lo collo poi» che dal legno ebbe cacciata quella anima iracunda, «con le braccia mi cinse», abbracciandomi; «Baciommi il volto», in segno di singulare benivolenzia; percioché noi abbracciamo e baciamo coloro li quali noi amiamo molto. E dice «il volto», non dice la bocca, accioché per questo noi sentiamo primieramente lʼonestá del costume, percioché il baciar nel volto è segno caritativo, ove il baciare in bocca, quantunque quel medesimo sia alcuna volta, le piú delle volte è segno lascivo. E, oltre a ciò, il volto nostro è detto «volto» da «_volo vis_», percioché per quello neʼ non viziati uomini si dimostra il voler del cuore: e percioché il voler del cuore dellʼautore era buono e onesto, Virgilio, approvando quel buon volere, mostrò la sua approvazione, baciando quella parte del corpo dellʼautore, nella quale quella buona disposizione si dimostrava.
«E disse:—Alma sdegnosa». Non disse iracunda, ma «sdegnosa», in quanto, giustamente adirandosi e quanto si conviene servando lʼira, mostrò lo sdegno della sua nobile anima. «Benedetta colei che in te», cioè sopra te, «si cinse!». Cingonsi sopra noi le madri nostre nel mentre nel ventre ci portano; e dice qui lʼautor «benedetta», a dimostrazion che, come lʼalbero, il qual porta buon frutto, si dice «benedetto», cosí ancora si dice «benedetta» la madre che porta buon figliuolo. E in questa parte non si commenda poco lʼautore; ma egli è in ciò da avere per iscusato, in quanto non fa questo per commendar sé, ma per commendar la virtú della mansuetudine, della quale era di necessitá di trattare in questa parte, accioché noi non credessimo ogni ira esser peccato.
«Questi», che ti si mostrò, «fu al mondo», cioè in questa vita, «persona orgogliosa», cioè arrogante: «Bontá», cioè virtú, «non è che sua memoria fregi», cioè adorni; percioché le virtú adornano cosí il nome e la memoria dellʼuomo, nel quale state sono, come il fregio adorna il vestimento; «Cosí», cioè come fu arrogante nel mondo, «sʼè lʼombra sua qui furiosa», per rabbia e per dolore del tormento.
«Quanti si tengono or lassú». Poi che egli ha biasimata la furiosa e sconvenevole vita di quello spirito, meritamente si volge Virgilio a biasimare, sotto i nomi deʼ piú eminenti prencipi, i fastidi e le stomacaggini, non dico solamente degli uomini di maggiore stato, ma eziandio di molti plebei, li quali, per apparere dʼesser quel che non sono, si sforzano dʼesser ponderosi neʼ passi, gravi nel parlare, e nellʼadoperare di sentimento sublime, dove nellʼeffetto di niuno valore sono; dicendo: «Quanti si tengono or lassú», cioè nel mondo, il quale è di sopra da noi, «gran regi», cioè gran maestri. Nondimeno il «re» è dinominato da «_rego regis_», il quale sta per «reggere» e per «governare». Di questi cotali, quantunque di molti sieno le lor teste ornate di corona, non son però tutti da dovere essere reputati re; e però dice lʼautore bene «si tengono»; ma, perché essi si tengano, essi non sono.
A dimostrazione della qual veritá ottimamente favella Seneca tragedo in quella tragedia la quale è nominata _Tieste_, dove dice: «Non fanno le ricchezze li re, non il colore del vestimento tirio, non la corona della quale essi adornano la fronte loro, non le travi dorate deʼ lor palagi: re è colui il quale ha posta giú la paura e ciascun altro male del crudel petto; re è colui il quale non è mosso dalla impotente ambizione e dal favore non stabile del precipitante popolo; sola la buona mente è quella che possiede il regno: questa non ha bisogno di cavalli né dʼarmi; re è colui il quale alcuna cosa non teme da non temere». Dalle quali parole possiam comprendere quanti sieno oggi quegli li quali degnamente si possano tenere re. Non sono adunque re questi cotali che re si tengono, anzi son tiranni.
E però meritamente séguita che questi cotali, che re si tengono perché posson far male quando vogliono, «Che qui staranno, come porci, in brago»; e meritamente, accioché nel brago e nella bruttura riconoscano i mali usati splendori nella vita presente; e, che ancora piú vituperevole fia, morranno «Di sé lasciando», in questa vita, «orribili dispregi», cioè memoria di cose orribili e meritamente da dispregiare, state operate per loro.
«Ed io:—Maestro». Qui comincia la quarta particola della seconda parte principale di questo canto, nella quale lʼautor discrive come, secondo il suo desiderio, vide straziare allʼanime dannate quello pien di fango che davanti gli sʼera parato. E primieramente apre il suo desiderio a Virgilio, dicendo: «Ed io:—Maestro, molto sarei vago Di vederlo attuffare», costui, il qual tu mi diʼ che fu persona orgogliosa (e questa vaghezza par che sia generale in ciascuno virtuoso uomo, di vedere glʼincorreggibili punire), «in questa broda». Il proprio significato di «broda», secondo il nostro parlare, è quel superfluo della minestra, il qual davanti si leva a coloro che mangiato hanno: ma qui lʼusa lʼautore largamente, prendendolo per lʼacqua di quella padule mescolata con loto, il quale le paduli fanno nel fondo, e percioché cosí son grasse e unte come la broda.
«Anzi che noi uscissimo del lago»,—cioè di questa padule. È il «lago» una ragunanza dʼacque, la quale in luoghi concavi tra montagne si fa, per lo non avere uscita; ed è in tanto differente dal padule, in quanto il lago ha grandissimo fondo ed hal buono, ed è in continuo movimento; per le quai cose lʼacqua senza corrompersi vi si conserva buona; dove la padule ha poco fondo e cattivo, ed è oziosa. Pone adunque qui lʼautore il vocabolo del «lago» per lo vocabolo della «padule», usando la licenza poetica, e largamente parlando.
«Ed egli a me:—Avanti che la proda», cioè la estremitá di questa padule. La quale lʼuomo, come deʼ fiumi, chiama «riva»; ma pone lʼautore questo vocabolo «proda», percioché egli è proprio nome di quelle rive dove i navili pongono; e ciò è, perché sempre i navili, accostandosi alla riva, dove scaricar debbono il carico il qual portano, o caricar quello che prendono, pongono la lor proda alla riva. «Ti si lasci veder, tu saráʼ sazio», di quel che disideri. E poi ancora gliele rafferma dicendo: «Di tal disio», chente tu diʼ che hai, «converrá che tu goda»,—cioè ti rallegri.
«Dopo ciò poco», cioè poco dopo queste parole di Virgilio, «vidi quello strazio Far di costui», del quale io disiderava, «alle fangose genti», cioè aglʼiracundi, li quali erano in quel padule, «Che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio».
«Tutti gridavano», queʼ dannati, animando lʼun lʼaltro ad offender questʼanima. E che gridavano?—«A Filippo Argenti!»—quasi voglian dire: corriam tutti addosso a Filippo Argenti.
Fu questo Filippo Argenti (secondo che ragionar solea Coppo di Borghese Domenichi) deʼ Cavicciuli, cavaliere ricchissimo, tanto che esso alcuna volta fece il cavallo, il quale usava di cavalcare, ferrare dʼariento, e da questo trasse il sopranome. Fu uomo di persona grande, bruno e nerboruto e di maravigliosa forza e, piú che alcuno altro, iracundo, eziandio per qualunque menoma cagione. Né di sue opere piú si sanno che queste due, assai ciascuna per se medesima biasimevole. E per lo suo molto essere iracundo scrive lʼautore lui essere a questa pena dannato.
«E ʼl fiorentino spirito bizzarro», cioè iracundo. E credo questo vocabolo «bizzarro» sia solo deʼ fiorentini, e suona sempre in mala parte: percioché noi tegnamo bizzarri coloro che subitamente e per ogni piccola cagione corrono in ira, né mai da quella per alcuna dimostrazione rimuover si possono. «In se medesmo», vedendosi schernire o assalire dagli altri, «si volvea coʼ denti», per ira mordendosi. «Quivi il lasciammo», procedendo avanti, «che piú non ne narro», che di lui dopo questo si seguisse.
«Ma negli orecchi mi percosse un duolo». Qui si può comprendere quello, che poco avanti dissi, venire a ciascun senso quello che da essi si percepe: in quanto dice che un «duolo», cioè una voce dolorosa, gli percosse gli orecchi, di lá venendo dove quella dolorosa voce era nata. E segue: «Per che io», avendolo udito, per conoscere onde venisse, «avanti», cioè innanzi a me, «intento», a riguardare, «gli occhi sbarro», cioè, quanto posso apro.
«Lo buon maestro». Qui comincia la quarta particella della seconda parte principale del presente canto, nella quale lʼautore dimostra come venissero neʼ fossi della cittá di Dite. Dice adunque: «Lo buon maestro disse:—Omai, figliuolo, Sʼappressa la cittá che ha nome Dite, Coʼ gravi cittadin», non gravi per costumi o per virtú, ma per peccati, «col grande stuolo»,—cioè con la gran quantitá.
«Ed io:—Maestro, giá le sue meschite». «Meschite» chiamano i saracini i luoghi dove vanno ad adorare, fatti ad onore di Maometto, come noi chiamiamo «chiese» quelle che ad onore di Dio facciamo; e percioché questi cosí fatti luoghi si soglion fare piú alti e piú eminenti che gli edifici cittadini, è usanza di vederle piú tosto, uno che di fuori della cittá venga, che lʼaltre case; e perciò non fa lʼautor menzione dellʼaltre parti della cittá dolente, ma di questa sola, chiamandole «meschite», sí come edifici composti ad onor del dimonio, e non di Dio.
«Lá entro certo nella valle cerno»; dice «nella valle», percioché la cittá era molto piú bassa che esso non era; e dice le discernea «Vermiglie, come se di foco uscite Fossero».—E questo dice a rimuovere una obiezione che gli potrebbe esser fatta, in quanto di sopra ha alcuna volta detto sé non potere guari vedere avanti per lo fummo del padule; e cosí vuol dire che né ancora qui vedrebbe quelle meschite, se non fosse che esse medesime si facevan vedere per lʼessere affocate, cioè rosse.
«E quei mi disse:—Il fuoco eterno, Chʼentro lʼaffuoca, le dimostra rosse», cioè roventi, «Come tu vedi in questo basso inferno».—
Udita la cagione per la quale erano rosse quelle meschite (la qual fu necessaria dʼaprire, accioché egli non estimasse quelle essere dipinte), ed egli soggiugne: «Noi pur giugnemmo dentro allʼalte fosse, Che vallan quella terra sconsolata». «Vallo», secondo il suo proprio significato, è quello palancato, il quale aʼ tempi di guerre si fa dintorno alle terre, accioché siano piú forti, e che noi volgarmente chiamiamo «steccato»; e da questo pare venga nominata ogni cosa la qual fuor delle mura si fa per afforzamento della terra.
«Le mura», di quella terra, «mi parea che ferro fosse». Dice quelle essergli parute esser di ferro, a dimostrazione della fortezza di questa terra, della quale dice Virgilio nel sesto dellʼ_Eneida_ cosí:
_Porta adversa, ingens, solidoque adamante columnae, vis ut nulla virum, non ipsi excindere ferro caelicolae valeant. Stat ferrea turris ad auras, Tesiphoneque sedens, palla succinta cruenta, vestibulum exsomnis servat noctesque diesque. Hinc exaudiri gemitus et saeva sonare verbera; tum stridor ferri tractaeque catenae,_ ecc.
«Non senza prima far», ecc. Qui comincia la quarta parte principale del presente canto, nella quale lʼautor discrive la raccolta fatta loro daʼ demòni, li quali erano in su la porta di Dite, e come a Virgilio serrarono la porta nel petto. E in questa parte fa due cose: primieramente discrive cui trovassero allʼentrare della porta di Dite, e come Virgilio domandasse di parlar con loro; appresso dimostra come si sconfortasse per lʼandar Virgilio a loro. E comincia questa particella quivi: «Pensa, lettor».
Dice adunque primieramente: «Non senza prima far grande aggirata»; nelle quali parole dimostra che lungamente andassero per li fossi di quella cittá, avanti che essi giugnessono lá dove era la porta di quella; e però segue: «Venimmo in parte dove ʼl nocchier», cioè Flegias. Ed è questo nome «nocchiere» il proprio nome di colui, al quale aspetta il governo generale di tutto il legno, e a lui aspetta di comandare a tutti gli altri marinari, secondo che gli pare di bisogpo; e chiamasi «nocchiere» quasi «navichiere». «Forte—Uscite!—ci gridò». Qui si può comprendere, dal gridar forte di questo nocchiere, il costume deglʼiracundi intorno al parlare, li quali non pare il possan fare se non impetuosamente e con romore.—«Qui è lʼentrata»,—della cittá di Dite.
«Io vidi piú di mille», cioè molti, «in su le porte», di questa cittá di Dite, «Dal ciel piovuti», cioè demòni, li quali, cacciati di paradiso, in guisa di piova caddero nello ʼnferno, «che stizzosamente», cioè iracundamente, «Dicean», con seco medesimi:—«Chi è costui, che senza morte», cioè essendo ancor vivo, «Va per lo regno della morta gente?»,—cioè per lo ʼnferno, il qual veramente si può dir «regno della morta gente», in quanto quegli, che vi sono, son morti della morte temporale, e morti nella morte eternale.
«E ʼl savio mio maestro fece segno», a questi demòni, «Di voler lor parlar segretamente». Per lo qual segno essi «Allor chiusero un poco il gran disdegno». Non dice che il ponesser giuso, ma alquanto, col non parlare cosí stizzosamente, il ricopersono. E qui «disdegno» si prende in mala parte, percioché negli spiriti maladetti non può essere, né è, alcuna cosa che a virtú aspetti. «E disser:—Vienʼ tu solo», qua a noi, «e quei sen vada», cioè Dante, «Che sí ardito», dietro a te, «entrò per questo regno. Sol si ritorni per la folle strada», per la quale è venuto dietro a te. E chiamala «folle», non perché la strada sia folle, percioché non è in potenza la strada da potere essere o folle o savia, ma a dimostrare esser folli coloro li quali si adoperano, che per essa convenga loro scendere alla dannazione eterna. «Pruovi, se sa», tornarsene indietro solo; «ché tu qui», con noi, «rimarrai. Che gli hai scorta», insino a questo luogo, «sí buia contrada»,—cioè sí oscura.
E vuole in queste parole lʼautore quello dimostrare, che negli altri cerchi di sopra ha dimostrato, cioè che per alcun deʼ ministri infernali sempre allʼentrar del cerchio sia spaventato: e cosí qui, dovendo del quinto cerchio passar nel sesto, il quale è dentro della cittá di Dite, introduce questi demòni a doverlo spaventare, accioché del suo buon proponimento il rimovessero, e impedisserlo a dover conoscere quello che si dee fuggire, per non dovere, perduto, in inferno discendere.
«Pensa, lettor». Qui comincia la seconda particella di questa parte principale, nella quale lʼautore mostra come si sconfortasse. «Pensa, lettor», che queste cose leggerai, «se io mi sconfortai, Nel suon delle parole maladette», cioè dette da quegli spiriti maladetti. E soggiugne la cagione per la quale esso si sconfortò, dicendo: «Chʼio non credetti ritornarci mai», cioè in questa vita, vedendomi tôrre colui che infin quivi guidato mʼavea, e senza il quale io non avrei saputo muovere un passo.
E però, da questa paura sbigottito, dice:-«O caro duca mio, che piú di sette», cioè molte, ponendo il finito per lo ʼnfinito, «Volte mʼhai sicurtá renduta, e tratto Dʼaltro periglio che incontro mi stette»; cioè quando tu mi levasti dinanzi alle tre bestie, le quali impedivano il mio cammino, quando tu acchetasti lʼira di Carone, di Minos, di Cerbero e degli altri che opposti mi si sono; «Non mi lasciar—dissʼio—cosí disfatto», come io sarei qui, ritrovandomi senza te; «E, se lʼandar piú oltre», cioè piú giuso, «ci è negato, Ritroviam lʼorme nostre insieme ratto»,—per la via tornandoci, per la quale venuti siamo.
«E quel signor», Virgilio, «che lí mʼavea menato, Mi disse:—Non temer, ché ʼl nostro passo», cioè lʼentrare nella cittá di Dite, «Non ci può tôrre alcun»; quasi dica: quantunque costoro faccian le viste grandi e dican parole assai, essi non posson però impedire lʼandar nostro; e pone la cagion perché non possono, dicendo: «da Tal nʼè dato», cioè da Dio, al voler del quale non è alcuna creatura che contrastar possa. «Ma qui mʼattendi, e lo spirito lasso», faticato per la paura, «Conforta, e ciba di speranza buona»; e poi pone di che egli debba prender la speranza buona, dicendo: «Chʼio non ti lascerò nel mondo basso»,—cioè nello ʼnferno, il quale piú che alcuna altra cosa è basso.
«Cosí sen va», verso queʼ demòni, «e quivi mʼabbandona Lo dolce padre», cioè lascia solo di sé, «ed io rimango in forse; E ʼl sí e ʼl no», che egli debba a me ritornare come promesso mʼha, o rimaner con coloro (sí come essi il minacciavano, dicendo:—Tu qui rimarrai—), «nel capo mi tenzona», cioè nella virtú estimativa, la quale è nella testa.
E poi segue: «Udir non potei quel che a lor», cioè a queʼ demòni, «si porse», cioè si disse; «Ma el non stette lá con essi guari, Che ciascun dentro a pruova si ricorse. Chiuser le porti», della cittá, «quei nostri avversari Nel petto», cioè contro al petto, «al mio signor, che fuor rimase».
Puossi per questo atto, fatto daʼ demòni, comprendere che Virgilio dicesse loro esser piacere di Dio che esso mostrasse lo ʼnferno a colui il quale con seco avea, e che essi, avendo questo in dispetto, accioché egli non avvenisse, si ritiraron dentro e serraron le porti.
«E rivolsesi a me», tornando, «con passi rari». Disegna in queste parole lʼautore lʼatto di coloro li quali per giusta cagione sdegnano e si turbano, in quanto non furiosamente, non con impeto, come glʼiracundi, corrono alla vendetta, ma mansuetamente si dolgono di ciò che alcuno ha men che bene adoperato.
Poi segue: «Gli occhi alla terra», bassi; nel quale atto si manifesta la turbazione del mansueto, dove in contrario lʼiracundo leva la testa e fa romore; «e le ciglia avea rase Dʼogni baldanza»; in quanto il mansueto ristrigne dentro con la forza della virtú lʼimpeto, il quale vorrebbe correre alla vendetta, e però pare sbaldanzito, cioè senza alcuno ardire, dove glʼiracundi col capo levato paiono baldanzosi e arditi; «e dicea neʼ sospiri», cioè sospirando dicea (nel qual sospirare appaiono alcuni segni della perturbazione del mansueto):—«Chi mʼha negate le dolenti case?»—quasi dica: questi demòni, li quali sono in ira di Dio e niente contro a Dio possono, hanno negato a me, che sono mandato da Dio, le case dolenti. La qual cosa, percioché era oltre ad ogni convenienza, gli era materia di sospirare e di rammaricarsi.
«E a me disse», non ostante la sua perturbazione:—«Tu, perchʼio mʼadiri», di quella ira la quale è meritoria, «Non sbigottir», cioè non te nʼentri alcuna paura, per ciò «chʼio vincerò la pruova», dellʼentrar dentro alla cittá, «Qual, chʼalla difension», che io non vʼentri, «dentro sʼaggiri», cioè si dea da fare perché io non vʼentri. «Questa lor tracotanza», del fare contro a quello che debbono, «non mʼè nuova, Ché giá lʼusâro in men segreta porta», che questa non è, [e contro al signor del cielo e della terra, cioè di Gesú Cristo]. E dice «men segreta», in quanto quella è allʼentrata dellʼinferno, e questa è quasi al mezzo; perché assai appare questa esser piú segreta e piú riposta che non è quella. E questo fu, secondo che si racconta, quando Cristo giá risuscitato scese allo ʼnferno a trarne lʼanime deʼ santi padri, li quali per molte migliaia dʼanni lʼavevano aspettato; intorno al quale il prencipe deʼ demòni coʼ suoi seguaci fu di tanta presunzione, che egli ardí ad opporsi, in ciò che esso poté, perché Cristo non liberasse coloro li quali lungamente avea tenuto in prigione: e per questo metaphorice si dice Cristo avere spezzata la porta dello ʼnferno, e rotti i catenacci del ferro. La qual porta convenne esser quella della quale fa qui menzione lʼautore, cioè la men segreta, alla qual poi non fu mai fatto alcun serrame, sí come esso medesimo dice: «La qual senza serrame ancor si truova». Né si dee intendere dʼalcuna altra, percioché, secondo la discrizione dellʼautore, nello ʼnferno non ha che due porte: delle quali è lʼuna quella di che di sopra è detto, e della quale esso dice qui: «Sovrʼessa vedestú la scritta morta» (cioè, «Per me si va nella cittá dolente», ecc., la qual chiama «scritta morta», percioché ha a significare, a quegli che per essa entrano, eterna morte); ed evvi, oltre a questa, la porta di Dite, infino alla quale Cristo non discese, percioché si crede che nel primo cerchio dello ʼnferno, cioè nel limbo, erano quegli li quali Cristo ne trasse.