Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2

Part 25

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È nondimeno questo vizio origine e cagione di molti mali: di costui nasce non solamente povertá, ma indigenzia e miseria, nella quale rognoso, scabbioso, bolso, malinconico e pannoso si diviene; nasce ancor da costui afflizion dʼanimo, odio di se medesimo e rincrescimento di vita; nascene ignoranza di Dio, vilipension di virtú, perdimento di fama e moltitudine di pensier vani; tiepidezza di spirito, prolungazion dʼopere e fastidio general dʼogni bene; e ultimamente, dopo la trista vita, eterna perdizion dellʼanima.

E percioché tutti gli atti di coloro, li quali sono da questo vizio occupati, sono freddi, torpenti e rimessi, e, in quanto possono, nascosi e occulti, gli fa assai convenientemente lʼautore stare nascosi e riposti, senza potere esser veduti, nel fangoso fondo della misera palude bogliente, nera e nebolosa; e in quella gorgogliare con la gola piena del fastidio di quella, e piagnere e senza pro dolersi della vita trista e nigligente, la qual menarono. Volendo per questo sʼintenda primieramente, per lo calor della padule, il calor della divina ira, il quale, sí come contrario alla freddezza del lor peccato, gli tormenta e punisce in gravissimo e intollerabile dolore. E per lʼessere la palude nera, vuol sʼintenda la tenebrosa lor vita, e la oscuritá delle loro opere, delle quali mai luce alcuna non apparve. E per questo ancora vuole loro stare tuffati, sotterrati e occulti sotto lʼonde, accioché si comprenda loro nella presente vita non essere per alcuna loro operazione stati conosciuti. Lʼessere la padule nebulosa, o fumosa che vogliam dire, è a dimostrare la caligine della ignoranza, della quale furono offuscati gli occhi dello ʼntelletto loro, li quali mai riguardar non vollono sé essere uomini nati ad esercizio laudevole e non a detestabile ozio. Lʼavere la strozza piena di fango, e gorgogliare, in quali cose il lor misero adoperare si faticasse, il quale in alcuna altra cosa non si distese, se non in pensieri e in meditazion malinconiche, le quali son di natura terree, e, sí come grosse e fastidiose, hanno ad oppilare i meati della chiarezza del suono della laudevole fama, della quale niente curano gli accidiosi.

CANTO OTTAVO

I

SENSO LETTERALE

[Nota: Lez. XXXIII]

«Io dico, seguitando, chʼassai prima», ecc. Continuasi lʼautore in questo canto alle cose precedenti in questa forma che, avendo nella fine del precedente canto mostrato come, alquanto aggirata della padule di Stige, pervenissero a piè dʼuna torre; nel principio di questo dimostra quello che, avanti al piè della torre pervenissero, vedessero, discrivendo poi quello che di ciò che videro seguisse: e intende lʼautore dimostrare in questo come, trasportati da Flegias dimonio per nave, pervenissero alla porta della cittá di Dite. E dividesi il presente canto in quattro parti: nella prima dimostra lʼautore come, vedute certe fiamme sopra due torri, distanti lʼuna allʼaltra, un demonio chiamato Flegias venisse in una barchetta, e come in quella Virgilio ed esso discendessero; nella seconda discrive lʼautore ciò che, navicando per la palude, udisse e vedesse dʼuno spirito chiamato Filippo Argenti; nella terza mostra come, giunti nel fosso della cittá di Dite, e quindi alla porta di quella pervenissero; nella quarta pone la raccolta fatta loro daʼ demòni, che sopra la porta o allʼentrata della porta erano, e come, avendo Virgilio parlato con loro, gli fosse da loro chiusa la porta nel petto, e turbato a lui se ne tornasse, e quel che dicesse. La seconda comincia quivi: «Mentre noi correvam»; la terza quivi: «Quivi il lasciammo»; la quarta quivi: «Non senza prima far».

Dice adunque nella prima: [«Io dico, seguitando». Nelle quali parole si può alcuna ammirazion prendere in quanto, senza dirlo, puote ogni uom comprendere esso aver potuto seguire la materia incominciata; e sí ancora che, per insino a qui, non ha alcunʼaltra volta usato questo modo di continuarsi alle cose predette. E perciò, accioché questa ammirazion si tolga via, è da sapere che Dante ebbe una sua sorella, la quale fu maritata ad un nostro cittadino chiamato Leon Poggi, il quale di lei ebbe piú figliuoli, traʼ quali ne fu uno di piú tempo che alcun degli altri, chiamato Andrea, il quale maravigliosamente nelle lineature del viso somigliò Dante, e ancora nella statura della persona, e cosí andava un poco gobbo, come Dante si dice che facea, e fu uomo idioto, ma dʼassai buon sentimento naturale e neʼ suoi ragionamenti e costumi ordinato e laudevole; del quale, essendo io suo dimestico divenuto, io udiʼ piú volte deʼ costumi e deʼ modi di Dante, ma, tra lʼaltre cose che piú mi piacque di riservare nella memoria, fu ciò che esso ragionava intorno a quello di che noi siamo al presente in parole.]

[Diceva adunque che, essendo Dante della setta di messer Vieri deʼ Cerchi, e in quella quasi uno deʼ maggiori caporali, avvenne che, partendosi messer Vieri di Firenze con molti degli altri suoi seguaci, esso medesimo si partí e andossene a Verona. Appresso la qual partita, per sollecitudine della setta contraria, messer Vieri e ciascun altro che partito sʼera, e massimamente deʼ principali della setta, furono condennati, sí come ribelli, nellʼavere e nella persona, e tra questi fu Dante: per la qual cosa seguí che alle case di tutti fu corso a romor di popolo, e fu rubato ciò che dentro vi si trovò. È vero che, temendosi questo, la donna di Dante, la qual fu chiamata madonna Gemma, per consiglio dʼalcuni amici e parenti, aveva fatti trarre dalla casa alcuni forzieri con certe cose piú care, e con iscritture di Dante, e fattigli porre in salvo luogo. E, oltre a questo, non essendo bastato lʼaver le case rubate, similmente i parziali piú possenti occuparono chi una possesione chi unʼaltra di questi condennati: e cosí furono occupate quelle di Dante. Ma poi, passati ben cinque anni o piú, essendo la cittá venuta a piú convenevole reggimento che quello non era quando Dante fu condennato, dice le persone cominciarono a domandar loro ragioni, chi con un titolo chi con un altro, sopra i beni stati deʼ ribelli, ed erano uditi: per che fu consigliata la donna che ella, almeno con le ragioni della dote sua, dovesse deʼ beni di Dante raddomandare. Alla qual cosa disponendosi ella, le furon di bisogno certi stromenti e scritture, le quali erano in alcuno deʼ forzieri, li quali ella in su la furia del mutamento delle cose aveva fatti fuggire, né poi mai gli aveva fatti rimuovere del luogo dove diposti gli aveva. Per la qual cosa diceva questo Andrea che essa aveva fatto chiamar lui, sí come nepote di Dante, e, fidategli le chiavi deʼ forzieri, lʼaveva mandato con un procuratore a dover recare delle scritture opportune. Delle quali mentre il procuratore cercava, dice che, avendovi altre piú scritture di Dante, tra esse trovò piú sonetti e canzoni e simili cose; ma, tra lʼaltre che piú gli piacquero, dice fu un quadernetto, nel quale di mano di Dante erano scritti i precedenti sette canti; e però presolo e recatosenelo, e una volta ed altra rilettolo, quantunque poco ne ʼntendesse, pur diceva gli parevan bellissima cosa. E però diliberò di dovergli portare, per saper quel che fossero, ad un valente uomo della nostra cittá, il quale in queʼ tempi era famosissimo dicitore in rima, il cui nome fu Dino di messer Lambertuccio Frescobaldi; il qual Dino, essendogli maravigliosamente piaciuti, e avendone a piú suoi amici fatta copia, conoscendo lʼopera piú tosto iniziata che compiuta, pensò che fossero da dover rimandare a Dante, e di pregarlo che, seguitando il suo proponimento, vi desse fine. E, avendo investigato e trovato che Dante era in quei tempi in Lunigiana con un nobile uomo deʼ Malispini, chiamato il marchese Morruello, il quale era uomo intendente e in singularitá suo amico, pensò di non mandargli a Dante, ma al marchese, che gliele mostrasse, e cosí fece; pregandolo che, in quanto potesse, désse opera che Dante continuasse la ʼmpresa, e, se potesse, la finisse.]

[Pervenuti adunque i sette canti predetti alle mani del marchese, ed essendogli maravigliosamente piaciuti, gli mostrò a Dante; e, avendo avuto da lui che sua opera erano, il pregò gli piacesse di continuare la ʼmpresa. Al qual dicono che Dante rispuose:—Io estimava veramente che questi, con altre mie cose e scritture assai, fossero, nel tempo che rubata mi fu la casa, perduti, e però del tutto nʼavea lʼanimo e ʼl pensiero levato: ma, poiché a Dio è piaciuto che perduti non sien, ed hammegli rimandati innanzi, io adopererò ciò che io potrò di seguitare la bisogna, secondo la mia disposizion prima.—E quinci rientrato nel pensiero antico, e reassumendo la intralasciata opera, disse in questo principio del canto ottavo: «Io dico, seguitando» alle cose lungamente intralasciate.]

[Ora questa istoria medesima puntualmente, quasi senza alcuna cosa mutarne, mi raccontò giá un ser Dino Perini, nostro cittadino e intendente uomo, e, secondo che esso diceva, stato quanto piú esser si potesse familiare e amico di Dante; ma in tanto muta il fatto, che esso diceva non Andrea Leoni, ma esso medesimo essere stato colui, il quale la donna avea mandato aʼ forzieri per le scritture, e che avea trovati questi sette canti, e portatigli a Dino di messer Lambertuccio. Non so a quale io mi debba piú fede prestare; ma qual che di questi due si dica il vero o no, mʼoccorre nelle parole loro un dubbio, il quale io non posso in maniera alcuna solvere che mi soddisfaccia. E il dubbio è questo. Introduce nel sesto canto lʼautore Ciacco, e fagli predire come, avanti che il terzo anno, dal dí che egli dice, finisca, convien che caggia dello stato suo la setta, della quale era Dante. Il che cosí avvenne, percioché, come eletto è, il perdere lo stato la setta Bianca e il partirsi di Firenze fu tutto uno: e però, se lʼautore si partí allʼora premostrata, come poteva egli avere scritto questo? e non solamente questo, ma un canto piú? Certa cosa è che Dante non avea spirito profetico, per lo quale egli potesse prevedere e scrivere, e a me pare esser molto certo che egli scrisse ciò che Ciacco dice poi che fu avvenuto; e però mal si confanno le parole di costoro con quello che mostra essere stato. Se forse alcun volesse dire lʼautore, dopo la partita deʼ Bianchi, esser potuto occultamente rimanere in Firenze, e poi avere scritto anzi la sua partita il sesto e il settimo canto, non si confá bene con la risposta fatta dallʼautore al marchese, nella qual dice sé avere creduto questi canti con lʼaltre sue cose essere stati perduti, quando rubata gli fu la casa. E il dire lʼautore aver potuto aggiungere al sesto canto, poi che gli riebbe, le parole le quali fa dire a Ciacco, non si può sostenere, se quello è vero che per i due superiori si racconta, che Dino di messer Lambertuccio nʼavesse data copia a piú suoi amici; percioché pur nʼapparirebbe alcuna delle copie senza quelle parole, o pur per alcuno antico, o in fatti o in parole, alcuna memoria ne sarebbe. Ora, come che questa cosa si sia avvenuta o potuta avvenire lascerò nel giudicio deʼ lettori; ciascun ne creda quello che piú vero o piú verisimile gli pare.]

[Tornando adunque al testo, dice:] «Io dico, seguitando» alle cose predette, «chʼassai prima Che noi», cioè Virgilio ed io, «fossimo al piè de lʼalta torre», alla quale nella fine del precedente canto scrive che pervennero, «Gli occhi nostri nʼandâr», riguardando, «suso alla cima», cioè alla sommitá della torre predetta. E appresso dimostra la cagione perché gli occhi verso la cima levarono, dicendo: «Per due fiammette», cioè piccole fiamme, «che vedemmo porre», in su quella sommitá della torre, «E unʼaltra», fiamma, «di lungi» da questa torre, «render cenno», sí come far si suole per le contrade nelle quali è guerra, che, avvenendo di notte alcuna novitá, il castello o il luogo, vicino al quale la novitá avviene, incontanente per un fuoco o per due, secondo che insieme posti si sono, il fa manifesto a tutte le terre e ville del paese. E dice che questo cenno dʼuna fiamma fu renduto di lontano, «Tanto, chʼappena il potea lʼocchio tôrre», cioè discernere [altro]. Ma pure, poi che tolto lʼebbe, dice:

«Ed io mi volsi al mar», cioè allʼabbondanza, «di tutto il senno», cioè a Virgilio (del quale nel principio del canto precedente dice: «E quel savio gentil, che tutto seppe»); e séguita: «Dissi:—Questo che dice?», cioè che significa il fuoco, il quale è qui sopra di noi fatto in questa torre? «e che risponde Quellʼaltro fuoco?», il quale io veggio fare sopra la torre, la quale nʼè lontana; «e chi son queʼ che ʼl fenno»?—questo chʼè sopra noi, e quello ancora che nʼè piú rimoto.

«Ed egli a me:—Su per le sucide onde», di Stige, le quali chiama «sucide», perché nere e brutte erano, «Giá puoi scorger», cioè di lontan vedere, «quello che sʼaspetta» di dovere avvenire per questo fuoco e per quello, «Se ʼl fummo», cioè la nebbia, «del pantan nol ti nasconde»,—percioché la nebbia, dove non si diradi, ha a tôr la vista delle cose, alle quali ella è davanti e mèzza tra esse e lʼocchio del riguardante.

E, questo avendo Virgilio risposto, séguita lʼautore, e dimostra quello che seguí deʼ fuochi sopra le due torri veduti, dicendo: «Corda», dʼalcuno arco, «non pinse mai da sé saetta, Che si corresse», cioè volasse, «via per lʼaere snella», cioè leggiere, «Comʼio vidi una nave piccioletta Venir per lʼacqua», della padule, «verso noi in quella» che Virgilio diceva:—«Giá puoi scorgere», ecc.—«Sotto il governo dʼun sol galeoto». «Galeotti» son chiamati queʼ marinari li quali servono alle galee; ma qui, _licentia poëtica_, nomina «galeotto» il governatore dʼuna piccola barchetta; e dice «che», questo galeotto, «gridava:—Or seʼ giunta, anima, fella!»,—cioè malvagia.

E, come assai appare, lʼautore in questo quinto cerchio non ha ancor mostrato essere alcun demonio, il quale preposto sia al tormento deʼ dannati in esso, né che con alcun atto lo spaventi, come suol fare neʼ cerchi di sopra; e perciò il pone in questo luogo. E questo è artificiosamente fatto, percioché non sempre dʼuna medesima cosa si dee in un medesimo modo parlare. Ponlo adunque, per variare alquanto il modo del dimostrare, qui infra ʼl cerchio, percioché tutto è del quinto cerchio ciò che si contiene infino allʼentrata della cittá di Dite. E in quanto le parole di questo galeotto sono in numero singulare, par che sieno dirizzate dal dimonio pure allʼun di lor due, cioè a Virgilio, il quale era anima e non uomo; e però si può comprendere questo demonio avere da occulta virtú sentito lʼautore non venir come dannato, e però lui non avere in esso alcuna potestá; ma esso gridar contro a Virgilio, accioché lʼautore spaventasse, e, spaventandolo, il rimovesse dal suo buon proponimento, cioè dal voler conoscere le colpe deʼ peccatori e i tormenti dati a quelle, accioché per lo conoscer delle colpe apparasse quello che era da fuggire, e per la pena prendesse timore e quindi compunzione, se per avventura in quella colpa caduto fosse.

Al qual dimonio cosí gridante disse Virgilio:—«Flegias, Flegias»; era questo il propio nome del dimonio che la nave menava, il qual Virgilio quasi dirisivamente due volte nomina; seguitando: «tu gridi a vòto», cioè per niente,—«Disse lo mio signore». E poi soggiugne la cagione per la quale Flegias grida a voto, dicendo:—«A questa volta», che qui seʼ venuto, «Piú non ci avrai», che tu ci avessi, «se non passando il loto»,—cioè il padule pieno di loto.

E, questo detto, dimostra quello che a Flegias paresse, queste parole udendo e credendole, e dice: «Quale è colui che grande inganno ascolta, Che gli sia fatto», che prima si turba, «e poi se ne rammarca», con gli amici e con altrui; «Tal si feʼ Flegias nellʼira accolta», parendogli essere ingannato in ciò che alcun di lor due non dovesse rimanere, e che esso invano passasse il loto: che forse mai piú avvenuto non gli era.

[E, avanti che piú si proceda, è da sapere che, secondo che scrive Lattanzio _in libro Divinarum institutionum_, questo Flegias fu figliuolo di Marte, uomo malvagio e arrogante e fastidioso contro aglʼiddii. Ebbe questo Flegias, secondo che Servio dice, due figliuoli, Issione e una ninfa chiamata Coronide, la quale, essendo bellissima, piacque ad Apolline, iddio della medicina; di che seguí che Apolline giacque con lei e ingravidolla, ed essa poi partorí un figliuolo, il quale fu chiamato Esculapio. La qual cosa sentendo Flegias, e adiratosi forte, senza prendere altro consiglio, impetuosamente corse in Delfos, e quivi mise fuoco nel tempio dʼApolline, il quale a queʼ tempi dallʼerror deʼ gentili era in somma reverenzia e divozione quasi di tutto il mondo; percioché quivi ogni uomo per risponsi delle bisogne sue concorreva. E fu questo tempio arso da Flegias, secondo che scrive Eusebio _in libro Temporum_, lʼanno 23 di Danao, re degli argivi, il quale fu lʼanno della creazion del mondo 3752. E, oltre a questo, scrivono alcuni che esso uccise la figliuola, la quale, percioché vicina era al tempo del parto, fu da alcuni aperta, e trattale la creatura, giá perfetta, del ventre, e allevata. E questi che cosí eran tratti deʼ ventri delle madri erano consegrati ad Apolline, in quanto per beneficio della sua deitá, cioè dellʼarte della medicina, erano in vita tratti. Scrivono, oltre a ciò, i poeti che Apolline, essendo turbato di ciò che Flegias avea arso il tempio suo, il fulminò e mandonne lʼanima sua in inferno, e condannolla a questa pena: che egli stesse sempre sotto un grandissimo sasso, il qual parea che ogni ora gli dovesse cadere addosso; di che egli sempre stava in paura. E di lui scrive Virgilio nel sesto dellʼ_Eneida_:

_Phlegyasque miserrimus omnes_ _admonet, et magna testatur voce per umbras: discite iustitiam moniti, et non contemnere divos_, ecc.]

«Lo duca mio». Poi che lʼautore ha dimostrato Flegias essersi turbato del non dovere acquistar piú che sol passando il loto, ed egli scrive come con Virgilio scendesse nella nave di Flegias: per che comprender si può che altra via non vʼera da poter piú avanti procedere, senza valicar per nave il padule. E dice: «discese nella barca, E poi mi fece entrare», nella barca, «appresso lui; E sol quando fuʼ dentro parve carca»: in che assai ben si comprende che lo spirito non è dʼalcun peso, ma che il corpo è quello che è grave. È questa parte presa da Virgilio, dove dice, nel sesto dellʼ_Eneida_, come Enea trapassò per nave Acheronte, dicendo cosí:

_simul accipit alveo_ _ingentem Aeneam. Gemuit sub pondere cymba subtilis, et multam accepit rimosa paludem,_ ecc.

Poi segue lʼautore: «Tosto che ʼl duca ed io nel legno fui», cioè nella barca; e usa qui lʼautore il general nome delle navi per lo speziale, percioché generalmente ogni vasello da navicare è chiamato «legno», quantunque non sʼusi se non nelle gran navi. «Segando se ne va»: dice «segando», in quanto, come la sega divide il legname in due parti, cosí la nave, andando per lʼacqua sospinta daʼ remi o dal vento, pare che seghi, cioè divida, lʼacqua. «Lʼantica prora»: «antica» la chiama, percioché per molti secoli ha fatto quello uficio; «prora» la chiama, ponendo la parte per lo tutto, percioché ogni nave ha tre parti principali, delle quali lʼuna si chiama «prora», quantunque per volgare sia chiamata «proda» daʼ navicanti; e questa è stretta e aguta, percioché è quella parte che va davanti e che ha a fender lʼacqua: lʼaltra parte si chiama «poppa», e questa è quella parte che viene di dietro, e sopra la quale sta il nocchier della nave al governo deʼ timoni, li quali in quella parte, lʼuno dal lato destro e lʼaltro dal sinistro son posti; per li quali, secondo che mossi sono, la nave va verso quella parte dove il nocchier vuole: la terza parte si chiama «carena», e questa è il fondo della nave, il quale consiste tra la poppa e la proda. Séguita che questa antica prora, per lo disusato carico, sega «Dellʼacqua» del padule, «piú che non suol con altrui», cioè con gli spiriti, li quali in essa sogliono esser portati da Flegias.

«Mentre noi correvam». Qui comincia la seconda parte di questo canto, nella quale lʼautor fa quattro cose: primieramente dimostra come un pien di fango fuori dellʼacqua del padule gli si dimostra; appresso scrive come Virgilio gli facesse festa per lo avere egli avuto in dispregio il fangoso che gli si dimostrò; oltre a ciò, pone come quel fangoso fosse lacerato dallʼaltre anime deʼ dannati che quivi erano; ultimamente discrive come nei fossi venissono della cittá di Dite. La seconda cosa comincia quivi: «Lo collo poi»; la terza quivi: «Ed io:—Maestro»; la quarta quivi: «Lo buon maestro».

Dice adunque nella prima parte: «Mentre noi correvam», cioè velocemente navicavamo, «la morta gora». «Gora» è una parte dʼacqua tratta per forza del vero corso dʼalcun fiume, e menata ad alcuno mulino o altro servigio, il qual fornito, si ritorna nel fiume onde era stata tratta: per lo qual nome lʼautore nomina qui, _licentia poëtica_, il padule per lo quale navicava; e, per dar piú certo intendimento che di quello dica, cognomina questa gora «morta», cioè non moventesi con alcuno corso, sí come i paduli fanno. «Dinanzi mi si fece», uscendo dallʼacqua del padule, «un pien di fango», unʼanima dʼun peccatore, «E disse:—Chi seʼ tu, che vieni anzi ora?»,—cioè anzi che tu sia morto.

«Ed io a lui» risposi:—«Sʼio vengo, non rimango», percioché io non son dannato, e uscirò di qui per altra via; «Ma tu», che domandi, «chi seʼ, che sí seʼ fatto brutto?»—dal fango il quale hai addosso.

«Rispose», quellʼanima:—«Vedi che son un che piango».—Risposta veramente dʼuomo stizzoso e iracundo, del quale è costume mai non rispondere se non per rintronico.

«Ed io a lui:—Con piangere e con lutto». Pongono i gramatici essere diversi significati a diversi vocaboli li quali significan pianto: dicon primieramente che «_flere_», il quale per volgare noi diciam «piagnere», fa lʼuomo quando piagne versando abbondantissimamente lagrime; «_plorare_», il quale similmente per volgare viene a dir «piagnere», è piagnere con mandar fuori alcuna boce; «_lugere_», il quale similmente per volgare viene a dir «piagnere», è quello che con miserabili parole e detti si fa. E dicono etimologizzando: «_lugere, quasi luce egere_», cioè aver bisogno di luce. E questo pare che sia quella spezie di piagnere la quale facciamo essendo morto alcuno amico, percioché, chiuse le finestre della casa, dove è il corpo morto, quasi allʼoscuro piagnamo; ma meglio credo sia detto quegli, che per cotale cagion piangono, avviluppati per lo dolore nella oscuritá della ignoranza, avere bisogno in lor consolazione della luce della veritá, per la qual noi cognosciamo noi nati tutti per morire; e però, quando questo avviene che alcuno ne muoia, non essere altramenti da piagnere che noi facciamo per gli altri effetti naturali. E da questo «_lugere_» viene «lutto», il vocabolo che qui usa lʼautore. «_Eiulare_», che per volgare viene a dir «piagnere», e, secondo piace aʼ gramatici, «piagnere con alte boci»: e dicesi _ab «hei», quod est interiectio dolentis_; «_gemere_», ancora in volgare viene a dir «piagnere», e quel pianto che si fa singhiozzando; «_ululare_» in volgare vuol dir «piagnere»: e vogliono alcuni questa spezie di piagnere esser quella che fanno le femmine quando gridando piangono. E però. dicendo lʼautore a questa anima che con piagnere e con lutto si rimanga, non fa alcuna inculcazione di parole, come alcuni stimano, apparendo che le spezie del pianto e di lutto sieno intra sé diverse.

Segue adunque: «Spirito maladetto, ti rimani», in questo tormento, «Chʼio ti conosco, ancor sii lordo tutto».—Questo gli dice lʼautore, percioché esso, da lui domandato chi el fosse, non lʼavea voluto dire.