Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2

Part 22

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«Cosí girammo». Qui comincia la terza parte di questa seconda parte principale, nella quale lʼautore dimostra il processo del loro andare, e dove pervenissero, dicendo: «Cosí», riguardando i miseri peccatori che nella padule si offendevano, e ragionando, «girammo della lorda pozza Grandʼarco», cioè gran quantitá vòlta in cerchio, a guisa dʼun arco. E chiamala «pozza», il quale è proprio nome di piccole ragunanze dʼacqua; e questo, come altra volta è detto, è conceduto aʼ poeti (cioè dʼusare un vocabolo per un altro), per la stretta legge deʼ versi, della quale uscir non osano. E quinci dice che egli girarono, «tra la ripa secca», alla quale non aggiugneva lʼacqua del padule, «e ʼl mezzo», del padule, «Con gli occhi vòlti a chi del fango ingozza», cioè aʼ peccatori, li quali erano in quel padule: «Venimmo al piè dʼuna torre al dassezzo», cioè poi che noi avemmo lungamente aggirato.

II

SENSO ALLEGORICO

[Nota: Lez. XXIX]

[«_Papé Satan, papé Satan aleppe_», ecc. Dimostrò lʼautore nel precedente canto come la ragione gli dimostrò qual fosse la colpa della gola, e che supplicio fosse dalla divina giustizia posto aʼ gulosi, li quali in quel peccato morivano; e, continuandosi alle cose precedenti, discrive come, seguendo la ragione, gli fosse da lei dimostrato che cosa fosse il peccato dellʼavarizia e similmente quello della prodigalitá, e similmente qual pena ne fosse data a coloro che in esse erano vivuti e morti peccatori, e sotto il cui imperio puniti fossero: procedendo appresso in questo medesimo canto, come, veduti questi, seguendo la ragione, gli fossero dalla detta ragione mostrate altre due spezie di peccatori, cioè glʼiracundi e gli accidiosi, e il loro tormento. E però primieramente vedremo, come di sopra si promise, quello che lʼautore intenda per Plutone prencipe di questo cerchio; e appresso che cosa sia avarizia, e in che pecchi lʼavaro; e poi che cosa sia prodigalitá, e in che pecchi il prodigo; e quinci qual sia la pena lor data per lo peccato commesso, e come la pena si confaccia al peccato. E, questo veduto, procederemo a vedere che peccato sia quello dellʼira, e poi quello dellʼaccidia, e qual pena agli accidiosi e agli iracundi data sia, e come essa si conformi alla colpa.]

[Truovansi adunque, secondo che esponendo la lettera è detto, essere stati due Plutoni, deʼ quali per avventura ciascuno potrebbe assai attamente servire a questo luogo, quantunque lʼuno molto meglio che lʼaltro, sí come apparirá appresso. Diceva adunque Leon Pilato che uno, il quale fu chiamato Iasonio, aveva amata Cerere, dea delle biade, e con lei sʼera congiunto, e di lei avea ricevuto un figliuolo, il quale avea nominato Pluto. Sotto il qual fabuloso parlare è questa istoria nascosa, cioè che, al tempo del diluvio il quale fu in Tessaglia aʼ tempi del re Ogigio, si trovò in Creti un mercatante, il quale ebbe nome Iasonio; e questi essendo molto ricco, e avendo, per la fertilitá stata il precedente anno, trovata grandissima copia di grano, e quella comperata a quel pregio che esso medesimo aveva voluto; udendo il diluvio stato in Tessaglia, e come egli aveva non solamente guasti i campi e le semente del paese, ma ancora corrotta ogni biada, la quale per i tempi passati ricolta vi si trovò, e i circustanti popoli esserne mal forniti a dover potere sovvenirne quegli delle contrade dove stato era il diluvio; caricati piú legni di questo suo grano, lá navicò, e di quello ebbe daʼ paesani ciò che egli addomandò; e in questa guisa, ispacciatol tutto, fece tanti denari, che a lui medesimo pareva uno stupore: e in questa maniera di Cerere, cioè del suo grano, generò Plutone, cioè una smisurata ricchezza. E in questo luogo si pone Plutone, per lo quale sʼintendono le ricchezze mondane, a tormentare coloro che quelle seppero male usare, sí come appresso apparirá; e perciò assai convenientemente qui si potrebbe di questo Plutone intendere.]

[Ma, come di sopra dissi, molto meglio si conformerá al bisogno questo altro, del quale si legge che Plutone, il quale in latino è chiamato _Dispiter_, fu figliuolo di Saturno e della moglie, il cui nome fu _Opis_, e come altra volta giá è detto, nacque ad un medesimo parto con Glauca, sua sorella, e occultamente, senza saperlo Saturno, fu nutricato e allevato. Costui finsero gli antichi essere re dello ʼnferno, e dissero la sua real cittá esser chiamata Dite, della quale assai cose scrive Virgilio nel sesto dellʼ_Eneida_ quivi:

_Respicit Aeneas subito et sub rupe sinistra moenia lata videt, ecc._

E appresso a Virgilio, discrive la sua corte e la sua maestá Stazio nel suo _Thebaidos_, dicendo:

_Forte sedens media regni infelicis in arce dux Herebi populos poscebat crimina vitae, nil hominum miserans iratus et omnibus umbris: stant furiae circum variaeque ex ordine mortes, saevaque multisonas exercet poena catenas: fata ferunt animas,_ ecc.

E, oltre a questo, gli attribuirono un carro, sí come al sole; ma, dove quello del sole ha quattro ruote, disson questo averne pur tre, e chiamarsi «triga»; e quello dissero esser tirato da tre cavalli, i nomi deʼ quali dissono esser questi: Meteo, Abastro e Novio. E, oltre a ciò, accioché senza moglie non fosse, dice Ovidio esso aversela trovata in cosí fatta maniera, che, essendosi un dí Tifeo con maravigliose forze ingegnato di gittarsi da dosso Trinacria, alla quale egli è sottoposto, parve a Plutone che, se questo avvenisse, esser possibile a dover poter trapassare infino in inferno la luce del giorno; e perciò, venuto a procurare come fondata e ferma fosse Trinacria e a quella andando dʼintorno, ed essendo pervenuto non lontano a Siragusa, gli venne veduta in un prato una vergine chiamata Proserpina, la quale con altre vergini andava cogliendo fiori; e percioché essa sprezzava le fiamme di Venere e recusava i suoi amori, avvenne che, come Plutone veduta lʼebbe, subitamente sʼinnamorò della sua bellezza: e perciò, piegato il carro suo, nʼandò in quella parte, e, presa Proserpina, la quale di ciò non suspicava, seco ne la portò in inferno, e quivi la prese per moglie. E, oltre a questo, dicono lui avere avuto un cane, il quale aveva tre teste ed era ferocissimo, e quello avere posto a guardia del suo regno. Del quale cane dice cosí Seneca tragedo nella tragedia dʼ_Ercole furente_:

_Post haec avari Ditis apparet domus. Hic saevus umbras territat Stygius canis, qui terna vasto capita concutiens sono regnum tuetur: sordidum tabo caput lambunt colubrae: viperis horrent iubae longusque torta sibilat cauda draco. Par ira formae,_ ecc.]

[Le quali molte fizioni al nostro proposito io intendo cosí: Plutone voglion molti, come altra volta è stato detto, vegna tanto a dire quanto «terra»: come che, secondo Fulgenzio, «Plutone» in latino suona tanto quanto «ricchezza»; e perciò è chiamato daʼ latini «_Dispiter_», quasi «padre delle ricchezze»: e che le periture ricchezze consistano in terra, o di sotterra si cavino, questo è chiarissimo; ed «_Opis_» è chiamata la terra, e perciò meritamente Plutone è detto non solamente «terra», ma ancora «figliuolo della terra». Ma, percioché le prime ricchezze, non essendo ancora trovato lʼoro, apparvero in parte pervenire dal lavorio della terra, e Saturno fu colui il quale primieramente insegnò lavorare la terra, è per questo meritamente chiamato padre di Plutone.]

[Alle ricchezze, le quali per Plutone intendiamo, è meritamente data una cittá, la quale ha le mura di ferro, e per guardia Tesifone; accioché per questo noi intendiamo le menti degli avari, aʼ quali le ricchezze commesse sono, esser di ferro, e conosciamo la crudeltá loro intorno alla guardia e tenacitá di quelle; e in questa cittá dice Virgilio non esser licito ad alcun giusto dʼentrare:

_Nulli fas casto sceleratum insistere limen;_

accioché egli appaia che il cercare o il servare le ricchezze senza ingiustizia non potersi fare.]

[Per la real corte e per li circustanti a questo Plutone si deono intendere lʼangosce e lʼansietá delle sollicitudini infinite, e ancora le fatiche dannevoli, le quali hanno gli avari nel ragunar le ricchezze, e ancora le paure di perderle, dalle quali sono infestati coloro li quali con aperta gola intendono sempre a ragunarle; e per lo carro dobbiamo considerare le circuizioni e i ravvolgimenti per lo mondo, ora in questo e ora in quel paese discorrendo, che fanno coloro li quali e tirati e sospinti sono dal disiderio di divenir ricchi; e lʼessere il detto carro sopra tre ruote tirato, nulla altra cosa credo significhi se non la fatica, il pericolo e la incertitudine delle cose future, nelle quali coloro, che vanno dattorno, continuamente sono; e cosí i cavalli tiranti questo carro dicono esser tre, a dimostrarne di tre accidenti, li quali in questi cotali attornianti il mondo per arricchire par che sieno.]

[Chiamasi adunque il cavallo primo Meteo, il quale è interpetrato «oscuro», per lo quale sʼintende lʼoscura, cioè stolta, diliberazione dʼacquistare quello che non è di bisogno, dalla quale il cupido, senza riguardare il fine, si lascia tirare. Il secondo cavallo è chiamato Abaster, il quale tanto viene a dire quanto «nero», accioché per questo si conosca il dolore e la tristizia deʼ discorrenti, li quali spessissime volte si truovano in cose ambigue e in evidenti pericoli e in paure grandissime. Il caval terzo è nominato Novio, il qual tanto vuol dire quanto «cosa tiepida», accioché per lui cognosciamo che per la paura deʼ pericoli, e ancora peʼ casi sopravvegnenti, cade la speranza di coloro che ferventissimamente disiderano dʼacquistare, e cosí intiepidisce lʼardore il quale a ciò stoltamente gli confortava.]

[Il maritaggio di Proserpina, la quale alcuna volta significa «abbondanza», e massimamente qui, ad alcuno non è dubbio che con altrui che coʼ ricchi non si fa, e spezialmente secondo il giudicio del vulgo ragguardante, la cui estimazione spessissimamente è falsa; percioché esso quasi sempre crede che lá dove vede i granai pieni, come appo i ricchi si veggono, che quivi sia abbondanza grandissima; dove in contrario, essendo le menti vòte, sí come lʼavarizia procura, vʼè fame e gran penuria dʼogni bene, e però di questo maritaggio niuna cosa si genera che laudevole o degna di memoria sia.]

[Cerbero, cane di Plutone, estimano alcuni essere stato vero cane, e perciò essere detto lui aver tre teste, per tre singulari proprietá, le quali erano in lui: egli era nel latrato dʼalta voce e di sonora, ed era mordacissimo, e, oltre a ciò, era, in tenere quello che egli prendeva, fortissimo. Nondimeno, sotto la veritá di questo cane, sentirono i poeti essere altri sensi riposti, in quanto è detto «guardiano di Dite»; e però, conciosiacosaché per Dite si debbano intender le ricchezze, sí come davanti è mostrato, non potremo piú dirittamente dire alcuno esser guardiano di quelle se non lʼavaro; e cosí per Cerbero sará da intendere lʼavaro, al quale perciò sono tre teste discritte, a dinotare tre spezie dʼavari. Percioché alcuni sono li quali sí ardentemente disiderano lʼoro, che essi cupidamente in ogni disonesto guadagno, per averne, si lascian correre, accioché quello, che acquistato avranno, pazzamente spendano, donino e gittin via; i quali, avvegnaché guardiani delle ricchezze dir non si possano, nondimeno sono pessimi e dannosi uomini. La seconda spezie è quella di coloro li quali con grandissimo suo pericolo e fatica ragunano dʼogni parte e in qualunque maniera, accioché tengano e servino e guardino, e né a sé né ad altri dellʼacquistato fanno pro o utile alcuno. La terza spezie è quella di coloro li quali non per alcuna sua opera, o ingegno o fatica, ma per opera deʼ suoi passati, ricchi divengono, e di queste ricchezze sono sí vigilanti e studiosi guardiani, che essi, non altramenti che se da altrui loro fossero state diposte, le servano, né alcuno ardire hanno di toccarle: e questi cotali sono da dire tristissimi e miseri guardiani di Dite.]

[I serpenti, i quali sono a Cerbero aggiunti alle chiome, sono da intendere per le tacite e mordaci cure, le quali hanno questi cotali intorno allʼacquistare e al guardare lʼacquistato.]

[Oltre a questo, gli antichi chiamarono questo Plutone «Orco», sí come appare nelle Verrine di Tullio, quando dice: «_Ut alter Orcus venisse Aetnam, et non Proserpinam, sed ipsam Cererem rapuisse videbatur_», ecc. Il qual dice Rabano cosí essere chiamato, percioché egli è ricettatore delle morti; conciosiacosaché egli riceva ogni uomo di che che morte si muoia, e cosí lʼavaro ogni guadagno riceve di che che qualitá egli si sia. E questo basti ad aver detto intorno a quello che per Plutone si debba intendere in questo luogo. Il che raccogliendo, sono le ricchezze e i malvagi guardatori e spenditori di quelle: e cosí significherá questo dimonio il peccato e la cagion del peccato, il quale in questo quarto cerchio miseramente si punisce.]

[Son certo che ci ha di quegli che si maraviglieranno, percioché lʼallegoria, la quale io ho al presente dato a questo cane infernale, cioè a Cerbero, non è conforme a quella la quale gli diedi nella esposizione allegorica del precedente canto; dove mostrai lui significare il vizio della gola, e qui dimostro io per lui significare tre spezie dʼavarizia. Ma io non voglio che di questo alcuno prenda ammirazione, percioché la divina Scrittura è tutta piena di simili cose, cioè che una medesima cosa ha non solamente uno, ma due e tre e quattro sentimenti, secondo che la varietá del luogo, dove si truova, richiede: la qual cosa accioché voi per manifesto esempio veggiate, mi piace per alcuna figura, e per la varietá deʼ sensi di quella mostrarvelo.]

[Leggesi nel _Genesi_ che il serpente venne ad Eva, e confortolla che assaggiasse del cibo il quale lʼera stato comandato che ella non assaggiasse: perciò questo serpente doversi intendere il nemico della umana generazione, tutti i santi uomini e dottori della Chiesa sʼaccordano. Similmente scrive san Giovanni nellʼ_Apocalissi_ che fu fatta una battaglia in cielo, come nellʼesposizione litterale fu detto, nella quale san Michele arcangiolo uccise il serpente: e per questo serpente similmente sʼintende, per tutti, il nemico nostro antico. Per che potete vedere per gli esempli posti, per lo serpente intendersi il diavolo. Ma in altra parte si legge nella Scrittura che, essendo il popolo dʼIsrael venuto, dietro alla guida di Moisé, in parte del diserto piena di serpenti, e che questi serpenti trafiggevano e molestavano forte il popolo, e non solamente gli offendevano dʼinfermitá, ma egli ve ne morivano per le trafitte velenose: la qual cosa come Moisé sentí, per comandamento di Dio fece un serpente di rame, e, dirizzata nel mezzo del popolo una colonna, vel pose suso, e comandò che qualunque del popolo trafitto fosse, incontanente che trafitto fosse, mostrasse quella puntura o quella piaga, che dal serpente avesse ricevuta, a questo serpente da lui elevato, ed egli sarebbe guerito; e cosí avveniva. Intendesi in questa parte questo serpente elevato esser Cristo, il quale, nel mezzo del popolo ebraico elevato in su la colonna della croce, sanò e sana tutte le piaghe delle colpe nostre, per li conforti e per le tentazioni deʼ serpenti, cioè deʼ nemici nostri, fatte nelle nostre anime: le quali come noi le mostriamo a questo serpente elevato, cioè a Cristo, per la contrizione e per la satisfazione, incontanente siamo per la sua passion liberati e guariti dalle piaghe, le quali a morte perpetua ci traevano, E fu questo serpente, cioè Cristo, di rame, secondo due proprietá del rame, il quale è di colore rosso ed è sonoro: percioché Cristo nella sua passione divenne tutto rosso del suo prezioso sangue, versato per le punture della corona delle spine, per le battiture delle verghe del ferro, per le piaghe fattegli nelle mani e neʼ piedi daʼ chiovi coʼ quali fu confitto in su la croce, e per lo costato, quando gli fu aperto con la lancia. Fu ancora questo serpente sonoro, in quanto la sua dottrina inflno agli estremi del mondo fu predicata e udita, e ancora si predica e predicherá mentre il mondo durerá. E cosí in una medesima figura avete il serpente significar Cristo e ʼl dimonio: Cristo in quanto libera, il dimonio in quanto offende.]

[Leggesi ancora per la pietra essere assai spesso nelle sacre lettere significato Cristo, c talora lʼostinazion del dimonio. Dice il salmista: «_Lapidem, quem reprobaverunt aedificantes, hic factus est in caput anguli_»: e vogliono i dottori per questa pietra significarsi Cristo. Fu nella edificazion del tempio di Salomone piú volte daʼ maestri che ʼl muravano provato di mettere, tra lʼaltre molte pietre che vʼerano, una pietra in lavorio, né mai si poterono abbattere a porla in parte dove paresse loro che ella ben risedesse; ultimamente, provandola ad un canto, il quale congiugneva due diverse pareti del tempio, trovarono questa pietra ottimamente farsi in quel canto, e nella congiunzion deʼ due pareti. Vogliono adunque i dottori questi due pareti avere a significare due popoli deʼ quali Cristo compuose il tempio suo, deʼ quali lʼuno fu di parte deʼ giudei e lʼaltro fu deʼ gentili, deʼ quali Cristo, come che due pareti fossero, fece una chiesa. Significano ancora le due pareti i due Testamenti, il Nuovo e ʼl Vecchio, alla congiunzion deʼ quali solo Cristo fu sofficiente, in quanto il suo nascimento, la sua predicazione e la sua passione furon quelle che apersero i segreti misteri del Vecchio Testamento, velati da dura corteccia sotto la lettera, e cosí quegli per opera congiunse con la sua dottrina, la qual noi leggiamo nel Nuovo Testamento; e cosí potete veder qui per la pietra significarsi Cristo. Oltre a questo, si legge nellʼApocalissi: «_Substulit angelus lapidem quasi molarem et misit in mare_», per la qual pietra vogliono i dottori, sʼintendano i pessimi e malvagi uomini. Ed Ezechiel dice: «_Auferam eis cor lapideum_», per la quale intendono i dottori la durezza della infedelitá. E il salmista dice: «_Descenderunt in profundum, quasi lapides_», intendendo per questa pietra il peso e la gravezza del peccato.]

[E però, senza por piú esempli, potete vedere, comʼè detto, una medesima cosa avere diversi sensi e diverse esposizioni: il che, come delle figure del Vecchio Testamento addiviene, cosí similmente addiviene delle fizioni poetiche, le quali significano quando una cosa e quando unʼaltra.]

[Ora si suole intorno a queste esposizioni spesse volte dire per li laici la Scrittura avere il naso di cera, e perciò i predicatori e i dottori, secondo che lor pare, torcerlo ora in questa parte e ora in altra. La qual cosa non è vera: percioché la Scrittura di Dio non ha il naso di cera, anzi lʼha di diamante, del quale non si può levare, né vi si può appiccare alcuna cosa, né si può rintuzzare, sí come quella la quale è fondata e ferma sopra pietra viva, e questa pietra è Cristo: ma puossi piú tosto dire questi cotali avere il cuore, lo ʼntelletto e lo ʼngegno di cera, e perciò vedere con gli occhi incerati, e come son fatti eglino pieghevoli ad ogni dimostrazione vera e non vera, cosí par loro sia fatta la Scrittura; non conoscendo che la varietá deʼ sensi è quella che nʼapre la veritá nascosa sotto il velo delle cose sacre, la quale noi aver non possiamo, né potremmo, se sempre volessimo ad una medesima cosa dare un medesimo significato. Non si dovranno alcuni maravigliare, se in altra parte Cerbero significò il vizio della gola, e in questa gli sʼattribuisce la guardia delle ricchezze.]

[Nota: Lez. XXX]

Ma, accioché noi alle spezie deʼ due peccati ci deduciamo, dico che, secondo che i poeti scrivono, neʼ tempi che Saturno regnò, fu una etá tanto laudevole, tanto piacevole e tanto, a coloro che allora vivevano, graziosa e innocente, che essi la chiamarono, come altra volta è detto, lʼ«etá dellʼoro». E, quantunque essi vogliano quella in ciascuno atto umano essere stata virtuosa, intorno allʼappetito delle ricchezze del tutto la discrivono innocua. Percioché essi dicono, regnante Saturno predetto, tutti i beni temporali, avvegnaché pochi e rozzi fossero, essere stati comuni a ciascheduno, e perciò non essersi allora trovato alcuno che servo fosse, o che in ispezialitá alcun mercennaio servigio facesse; ciascuno era e signore e servo di sé parimente, né era campo alcuno che da alcun termine o fossa o siepe segnato fosse; alcuno armento non era, che dʼesser piú dʼuno che dʼun altro si conoscesse; di niuna pecunia era notizia, sí come di quella che ancora non era stata da alcuna stampa segnata; né mercatante, né navilio o alcuna altra cosa, per la quale apparer potesse alcuno in singularitá avere appetito di possedere quello che agli altri non fosse comune, si conoscea. E per questo vogliono, e meritamente, in queʼ secoli il mondo avere avuta lieta pace e consolata, né alcun vizio ancora esser potuto entrare nelle menti deʼ mortali. La quale benignitá e di Dio e della natura delle cose, se continuata fosse stata da noi, come mostrata ne fu neʼ primi tempi per doverla seguire e continuare, non è dubbio alcuno [che dove avendola lasciata, e preso altro cammino, e per quello i vizi ne trasviano allo ʼnferno] che noi, dopo riposata vita mortale, non fossimo similmente saliti allʼeterna. Ma, poi che, tra tanta simplicitá, tra tanta innocenzia nella vita piena di tranquillitá, [essendone operatore il nemico dellʼumana generazione,] furon questi due pronomi, «mio» e «tuo», seminati, tanto il santo ordine si turbò, che grandissima parte di quegli, li quali a dovere riempiere in paradiso le sedie degli angioli ribelli creati furono e sono, rovinano ad accrescere il loro numero in inferno.

Entrato adunque coʼ due pronomi il veleno pestifero, del voler ciascuno piú che per bisogno non gli era, nelle menti degli uomini, si cominciarono i campi a partire con le fosse, a raccogliere nelle proprie chiusure le greggi e gli armenti, a separare lʼabitazioni e a prezzolar le fatiche; e, cacciata la pace e la tranquillitá dellʼanimo, entrarono in lor luogo le sollecitudini, gli affanni superflui, le servitudini, le maggioranze, le violenze e le guerre: e, quantunque con onesta povertá alcuni vincessero e scalpitassero un tempo lʼardente desiderio dʼavere oltre al natural bisogno, non poté però lungamente la vertú deʼ pochi adoperare, che il vizio deʼ molti non lʼavanzasse. E, non bastando allʼinsaziabile appetito le cose poste dinanzi agli occhi nostri e nelle nostre mani dalla natura, trovò lo ʼngegno umano nuove ed esquisite vie a recare in publico i nascosi pericoli: e, pertugiati i monti e viscerata la terra, del ventre suo lʼoro, lʼariento e gli altri metalli recarono suso in alto; e similmente, pescando, delle profonditá deʼ fiumi e del mare tirarono a vedere il cielo le pietre preziose e le margherite; e non so da quale esperienza ammaestrati, col sangue di pesci e coi sughi dellʼerbe trasformarono il color della lana e della seta; e, brevemente, ogni altra cosa mostrarono, la qual potesse non saziare, ma crescere il misero appetito deʼ mortali. Di che Boezio nel secondo libro _Della consolazione_, fortemente dolendosi, dice:

_Heu! primus qui fuit ille auri qui pondera tecti gemmasque latere volentes pretiosa pericula fodit?_