Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2

Part 21

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[E, in questa parte, lʼautore, quanto piú può, secondo il costume poetico parla, li quali spesse volte fanno le cose insensate, non altramenti che le sensate, parlare e adoperare, ed alle cose spirituali dánno forma corporale, e, che è ancora piú, alle passion nostre approprian deitá, e dánno forma come se veramente cosa umana e corporea fossero; il che qui lʼautore usa, mostrando la fortuna aver sentimento e deitá; conciosiacosaché, come appresso apparirá, questi accidenti non possano avvenire in quella cosa la quale qui lʼautore nomina «fortuna», se poeticamente fingendo non sʼattribuiscono. Dalle quali fizioni è venuto che alcuni in forma dʼuna donna dipingono questo nome di fortuna, e fascianle gli occhi, e fannole volgere una ruota, sí come per Boezio, _De consolatione_, appare. Ma chi le fascia gli occhi, non intende bene ciò che fa, percioché, come appresso apparirá, ogni permutazion dì costei va a diterminato e veduto fine; e, se lʼeffetto di quella non segue, non è per ignoranza dei causatori della permutazione, ma per lo libero arbitrio di colui in cui si dirizza, il quale avvedutamente quella ischifa.]

«Le sue permutazion», che questa ministra fa nei beni temporali, «non hanno triegue», cioè intermessione alcuna, sí come coloro che guerreggiano hanno neʼ tempi delle triegue; e, percioché nelle sue permutazioni non è alcun riposo, può apparire che «Necessitá la fa esser veloce». E in queste parole vuole intendere lʼautore i movimenti di questa ministra continui essere di necessitá: [le quali parole, non bene intese, potrebbon generare errore, il quale con la grazia di Dio si torrá via qui appresso, dove, esplicato il testo a questa ministra pertenente, dimostrerò quello che intendo essere questa fortuna.] «Sí spesso vien», il suo permutare, nel quale ella appare esser veloce, «che vicenda consegue», cioè che egli pare questo suo permutare vicendevolmente seguire: in quanto alcuna volta veggiamo uno medesimo uomo, di quale che stato si sia, essere e felice e misero piú volte nella vita sua.

«Questa», cioè fortuna, «è colei, che tanto è posta in croce», dalle bestemmie e daʼ rammarichii, «Pur da color che le dovrian dar lode», sí come uomini ben trattati da lei, «Dandole biasmo a torto e mala voce», cioè neʼ loro rammarichii dicendo sé esser mal trattati da lei, dove sono trattati bene e molto meglio che essi non son degni. «Ma ella sʼè beata», cioè eterna, «e ciò non ode», cioè le bestemmie eʼ rammarichii: «Con lʼaltre prime creature», cioè coʼ cieli e con le intelligenzie separate, «lieta, Volge sua spera», cioè la ruota, per la quale si discrivono le sue veloci circunvoluzioni delle sustanze temporali; «e beata si gode», non curando di queste cose.

[Ora, avanti che piú oltre si proceda, è da vedere che cosa sia questa fortuna, della qual qui lʼautore domanda Virgilio; quantunque molte cose in dimostrarlo nʼabbia dette lʼautore, e, conchiudendo, mostri di volere lei essere una ministra di Dio, posta sopra il governo delle cose temporali; dalla qual conclusione non è mia intenzion di partirmi, ma di dilucidarla alquanto piú, secondo che Iddio mi presterá. E, come che molti per avventura abbian creduto o credano, io estimo questa ministra dei beni temporali non essere altro se non lʼuniversale effetto deʼ vari movimenti deʼ cieli, li quali movimenti si credono esser causati dal nono cielo, e il movimento uniforme di quello esser causato dalla divina mente, e cosí per questi mezzi sará lʼuniversale effetto deʼ movimenti deʼ cieli causato dalla divina mente e per conseguente dato da essa amministratore e ordinatore deʼ beni temporali, deʼ quali essi movimenti deʼ cieli sono causatori. E dicesi dato ministro, piú tosto a dimostrazione che cosa possa essere questo nome fortuna attribuito a questi mutamenti delle cose, che perché alcun ministerio vi bisogni, se non essa medesima operazion deʼ cieli. E percioché di questo effetto sono propinquissima causa i cieli, e sia opinion deʼ filosofi il causato, almeno in certe parti, esser simile al causante, sí come le piú volte suole esser simigliante il figliuolo al padre; pare che, se i cieli sono in continuo moto, che lʼuniversale loro effetto, il quale è intorno alle cose inferiori e temporali, similmente debba essere in continuo movimento: e se lʼuniversale effetto è in movimento continuo, le sue particularitá similmente in continuo movimento saranno; e cosí seguirá le cose governate essere convenienti e conformi alla cosa che le governa, causa e dispone; e per conseguente quelle ottimamente dover seguire la disposizion data dal governante. E percioché egli non par possibile cosa che glʼingegni umani comprendano le particularitá infinite di questo universale effetto deʼ cieli: sí come noi possiam comprendere nelle continue fatiche, e le piú delle volte vane degli strologi, li quali, quantunque lʼarte sia da sé vera e da certi fondamenti fermata, nondimeno non paiono glʼingegni umani essere di tanta capacitá che essi possan comprendere ogni particularitá di cosí gran corpo, come è il cielo, né ancora pienamente le rivoluzioni, congiunzioni, mutazioni e aspetti deʼ corpi deʼ pianeti; e per conseguente cognoscere né quello che il cielo dimostra dover producere, né quello che a dò seguire o fuggire, per avere o per fuggire quello che sʼapparecchia, sia sofficiente né bastevole: e però ottimamente dice lʼautore i consigli umani non poter comprendere né contastare alle occulte, quanto è a noi, operazioni di questo effetto. Ed esso effetto non è altro che permutazioni delle cose prodotte daʼ cieli, le quali, non avendo stabilitá coloro dai quali causate sono, né esse similmente possono avere stabilita; e se i movimenti deʼ cieli son veloci, e le cose causate da loro seguono la similitudine del causante, sará di necessitá questo loro effetto universale esser movibile e di veloce moto, come essi sono; e seguiranne quello che noi continuamente nelle cose temporali veggiamo, cioè le rivoluzioni continue e le permutazioni e delle gran cose e delle minori.]

[Né osta quello che per avventura alcuni potrebbon dire, cioè di vedere alcune cose non muoversi mai, o muoversi di rado e con difficultá, sí come sono le cittá e simili cose, le quali lungo tempo consistono: intorno alla qual cosa è da intendere le rivoluzioni deʼ cieli adoperare secondo la disposizione delle cose, le quali esse operazioni deʼ cieli ricevono. Domeneddio creò la terra stabile e perpetua, e però non atta ad alcun moto per sé medesima; ma, se dalle mani degli uomini ella è messa in alcuna opera, e tratta della sua stabilitá, adoperano i cieli sopra questa materia tarda e grave tardamente. Ma nondimeno, quantunque tardo e rado sia il movimento, pur la muovono; e però le cittá, che di materia terrea paion composte, non senza gran cagione si muovono tardamente. E nondimeno questo tardo movimento, considerata la natura della cosa che si muove, si può dire veloce, ecc.]

[Ora hanno gli uomini a questo effetto posto nome «fortuna» a beneplacito, come quasi a tutte lʼaltre è stato posto; e, secondo che le cose secondo i nostri piaceri o contrarie nʼavvengono, le chiamiamo «buona fortuna» e «mala fortuna». E furono in tanta semplicitá, anzi sciocchezza, i gentili, che, non avendo riguardo alla sua origine, la stimarono una singular deitá, in cui fosse potenza di dar bene e male, secondo il beneplacito suo; e per averla benivola, le feciono templi e ordinarono sacerdoti c sacrifici, seguendo per avventura, piú che la veritá, la sentenza di questi versi:

_Si Fortuna volet, fies de rhetore consul; si volet haec eadem, fies de consule rhetor,_ ecc.

E se alcune genti furono che intorno a questa bestalitá peccassero, i romani piú che gli altri vi peccarono. Nondimeno, quantunque di necessitá paia, come detto è, questa fortuna nelle sue amministrazioni esser veloce, non è questa necessitá imposta se non sopra i movimenti delle cose causate daʼ cieli, delle quali lʼanime nostre non sono, percioché sopra i cieli son create da Dio e infuse neʼ corpi nostri, dotate di ragione, di volontá e di libero arbitrio; e perciò niuna necessitá in noi può causare in farci ricchi o poveri, potenti o non potenti contro a nostro piacere. Il che in assai sʼè potuto vedere, in Senocrate e in Diogene, in Fabbrizio e in Curzio e in altri assai; il che chiaramente Giovenale il dimostra nel verso preallegato, dicendo:

_Nullum numen abest, si sit prudentia; nos te, nos facimus, Fortuna, deam, coeloque locamus._

E questo avviene per la nostra sciocchezza, seguendo piú tosto con lʼappetito la sua volubilitá che la forza del nostro libero arbitrio, per lo quale nʼè conceduto di potere scalpitare e aver per nulla ogni sua potenza.]

[Adunque questo effetto universale deʼ movimenti deʼ cieli e delle loro operazioni, secondo il mio piccolo conoscimento, credo si possa dire essere quella cosa la quale noi chiamiamo «fortuna», e la qual noi vogliamo esser ministra e duce deʼ beni temporali. E in questa opinione, se io intendo tanto, mi par che fossero queʼ poeti, li quali sentirono che lʼuna delle tre sorelle chiamate «parche», o fate che vogliam dire, cioè Cloto, Lachesis e Atropos, alle quali la concezione e il nascimento di ciascun mortale, e similmente la vita e la morte attribuiscono, fosse questa Fortuna; e quella, di queste tre, vogliono che sia Lachesis, cioè quella la qual dicono che, nascendo noi, ne riceve e nutrica in vari e molti mutamenti, infino al dí della morte. E questa, secondo la qualitá della vita di ciascuno, il parer degli uomini seguitando, dicono esser buona e malvagia fortuna. E percioché, come detto è, in essa vita consistono le revoluzioni eʼ mutamenti di ciascuno, assai appare ciò non essere altro che lʼuniversale effetto di tutti i cieli, daʼ quali questi movimenti, quanto al corpo, son causati in noi.]

[E questa fortuna chiama lʼautore «dea», poeticamente parlando, e secondo lʼantico costume deʼ gentili, li quali ogni cosa, la qual vedeano che lungamente durar dovesse o esser perpetua, deificavano, sí come i cieli, le stelle, i pianeti, gli elementi, i fiumi e le fonti, li quali tutti chiamavano «dèi»: e però vuol lʼautore sentire per questa deitá la perpetuitá di questo effetto, il quale tanto dobbiam credere che debba durare quanto i cieli dureranno e produceranno gli effetti li quali producer veggiamo. Ora che che io mʼabbia detto intorno a questa fortuna, intendo che, in questo e in ognʼaltra cosa, sempre sia alla veritá riservato il luogo suo.]

[Nota: Lez. XXVIII]

«Or discendiamo ornai a maggior pièta», ecc. Qui comincia la seconda parte del presente canto, nella quale lʼautore fa tre cose: prima dimostra come discendesse nel quinto cerchio dello ʼnferno, dove dice trovò la padule chiamata Stige; nella seconda dimostra in questo quinto cerchio esser tormentati due spezie di peccatori: iracondi e accidiosi; nella terza scrive come per lo cerchio medesimo procedesse avanti. La seconda comincia quivi: «Ed io, che di mirar»; la terza quivi: «Cosí girammo».

Dice adunque: «Or discendiamo omai»; quasi dica: assai abbiamo ragionato della fortuna, e però discendiamo «a maggior pièta», cioè a maggior dolore. E mostra la cagione, per la quale il sollecita allo scendere, dicendo: «Giá ogni stella scende, che saliva Quando mi mossi». Nelle quali parole lʼautore discrive che ora era della notte, e mostra che egli era passata mezza notte; percioché ogni stella, la quale sovra lʼorizzonte orientale della regione cominciava a salire in su il farsi sera (come era quando si mossono, ed egli stesso il dimostra, dicendo: «Lo giorno se nʼandava»), era salita infino al cerchio della mezza notte, donde, poiché pervenute vi sono, cominciano, secondando il cielo il suo girare, a discendere verso lʼorizzonte occidentale. E, fatta questa discrizion dellʼora della notte, quasi per quella voglia dire aver mostrato loro essere stati molto, subgiugne la seconda cagione per la quale il sollecita a discendere, dicendo: «e ʼl troppo star si vieta», cioè mʼè proibito da Dio, per lo mandato del quale io vengo teco.

«Noi ricidemmo il cerchio», cioè pel mezzo passammo, e andammone «allʼaltra riva», cioè alla parte opposita: e quivi pervennero «Sovrʼuna fonte che bolle», per divina arte, «e riversa», lʼacqua cosí bogliente, «Per un fossato che da lei deriva», cioè si fa dellʼacqua che essa fonte riversa. «Lʼacqua», la qual questa fonte riversa, «era buia», cioè oscura, «assai», vie, «piú che persa». È il perso un colore assai propinquo al nero, e perciò, se questa acqua era piú oscura che il color perso, séguita che ella doveva esser nerissima. [Pigliano lʼacque i colori, i sapori, i calori e lʼaltre qualitá nel ventre della terra: ut «pontica», quasi nera per lo luogo che ha a dar quel colore; «altheana», quasi lattea, perché passa per luoghi piombosi; lʼolio petroio dʼAllacone, lʼacque di Volterra, lʼacque dʼAmbra, lʼacqua da Santa Lucia di Napoli.] «E noi», Virgilio e io, «in compagnia dellʼonde bige», cioè lunghesso lʼacque bigie, come i compagni vanno lʼuno lunghesso lʼaltro per un cammino (e chiama questʼacqua oscura e nera «bigia», non volendo però per questo vocabolo mostrarla men nera, ma, largamente parlando, lo ʼntende per nero); e cosí, andando con queste onde bigie, «Entrammo giú», discendendo, «per una via diversa», cioè malvagia.

Poi segue: «Una palude fa, cʼha nome Stige, Questo tristo ruscel»; e vuolsi questa lettera cosí ordinare: «Questo tristo ruscel», cioè rivicello, «fa una palude», ragunandosi in alcuna parte concava del luogo, donde lʼacqua non aveva cosí tosto lʼuscita, «cʼha nome Stige». E quinci dice: quando questo ruscello fa la palude, cioè «quando è disceso», correndo, «Al piè delle malvage piagge grige», le quali in quel cerchio sono.

[Di questa padule chiamata Stige molte cose si scrivono daʼ poeti, la quale essi dicono essere una padule infernale, ed essere stata figliuola del fiume chiamato Acheronte e della Terra. E, secondo che dice Alberigo nella sua Poetria, questa Stige fu nutrice e albergatrice degli iddii del cielo, e per essa giurano essi iddii, e non ardiscono, quando per lei giurano, spergiurarsi, sí come dice Virgilio:

_...Stigiamque paludem,_ _dii cuius iurare timent et fallere numen, ecc._

E la cagione per la quale essi temono, giurando per Stige, di spergiurarsi, è per paura della pena, la quale è che quale iddio, avendo giurato per Istige, si spergiura, sia privato infino a certo tempo del divino beveraggio; il quale i poeti chiamano «néttare» cioè dolcissimo e soave. E questa onorificenzia vogliono esserle stata conceduta, percioché la Vittoria, la quale fu sua figliuola, fu favorevole aglʼiddii quando combatterono coʼ figliuoli di Titano, e vollesi piú tosto concedere a loro che aʼ detti figliuoli di Titano.]

[Lʼallegoria di questa favola, quantunque non paia del tutto opportuna al proposito, pure, perché in parte e qui e altrove potrá esser utile, la scriverò. Questo nome Stige è interpetrato «tristizia», e perciò è detta figliuola dʼAcheronte, il qual, come davanti è detto, viene a dire «senza allegrezza». Pare ad Alberigo che colui, il quale è senza allegrezza, agevolmente divenga in tristizia, anzi quasi par di necessitá che egli in tristizia divenga; e cosí dallʼessere senza allegrezza nasce la tristizia. Che ella sia figliuola della Terra, par che proceda da ragion naturale, peroché, conciosiacosaché tutte lʼacque procedano da quello unico fonte mare Oceano, e di quindi venire per le parti intrinseche della terra, infino al luogo dove esse fuori della terra si versano; pare assai conveniente dovere esser detto figliuolo della Terra ciò che esce del ventre suo, come lʼacqua fa che è in questa palude.]

[Che ella sia nutrice e albergatrice deglʼiddii, non vollero i poeti senza cagione. Intorno al qual senso è da sapere che sono due maniere di tristizia: o lʼuomo sʼattrista percioché egli non può aʼ suoi dannosi desidèri pervenire; o lʼuomo sʼattrista cognoscendo che egli ha alcuna o molte cose meno giustamente commesse. La prima spezie di tristizia non fu mai nutrice né albergatrice deglʼiddii, anzi è loro nimica e odiosa, intendendo glʼ«iddii» per lʼanime deʼ beati; ma la seconda fu ed è nutrice deglʼiddii, cioè di coloro li quali divengono iddii, cioè beati: percioché il dolersi e lʼattristarsi delle cose men che ben fatte, niuna altra cosa è che prestare alimenti alla virtú, per la quale i gentili andarono nelle lor deitá, secondo che le loro storie ne mostrano; e noi cristiani, per lʼattristarci deʼ nostri peccati, nʼandiamo in vita eterna, nella quale noi siamo veri iddii e non vani. Queste due spezie di tristizia, mostra Virgilio dʼavere ottimamente sentito nel sesto del suo _Eneida_, lá dove egli manda i perfidi e ostinati uomini in quella parte dello ʼnferno, la quale esso chiama Tartaro, nella quale non è alcuna redenzione; e gli altri, li quali hanno sofferto tristizia e pena per le lor colpe, mena neʼ campi Elisi, cioè in quello luogo ove egli intende che sieno le sedie deʼ beati. O vogliam dire quello che per avventura piú tosto i poeti sentirono, glʼiddii, i quali costei nutrica e alberga, essere il sole e le stelle, le quali alcuna volta ne vanno in Egitto: e questo è nel tempo di verno, quando il sole, essendo rimoto da noi, è in quella parte del zodiaco, la quale gli astrologhi chiamano «solestizio antartico». Percioché, oltre agli egizi meridionali in quelle parti abitanti, esso fa quello che gli astrologhi chiamano «_zenit capitis_»; e in questo tempo sono nutriti il sole e le stelle dalla palude di Stige, secondo lʼopinione di coloro li quali stimavano che i fuochi dei corpi superiori della umiditá deʼ vapori surgenti dallʼacqua si pascessero; e appo questa palude di Stige, mentre nel mezzo dí dimorano, stanno e albergano. Che questa padule di Stige, secondo la veritá, sia sotto la plaga meridionale, il dimostra Seneca in quel libro il quale egli scrisse _Delle cose sacre dʼEgitto_, dicendo che la palude di Stige è appo coloro che nel superiore emisperio sono; mostrando appresso che non guari lontano da Siene, estrema parte dʼEgitto verso il mezzodí, essere un luogo il quale è chiamato daʼ greci «_phile_», il quale è tanto a dire quanto «amiche»: e appo quel luogo essere una grandissima padule, la quale, conciosiacosaché a trapassarla sia molto malagevole e faticoso, percioché è molto limosa e impedita daʼ giunchi, li quali essi chiamano «papiri», è appellata Stige, percioché è cagion di tristizia, per la troppa fatica aʼ trapassanti.]

[Che glʼiddii giurino per questa palude di Stige, può esser la ragion questa: noi siamo usati di giurare per quelle cose le quali noi temiamo, o per quelle le quali noi desideriamo; ma chi è in somma allegrezza, non pare che abbia che desiderare, quantunque abbia che temere; e questi cotali sono glʼiddii, i quali i gentili dicevano esser felici: e perciò, non avendo costoro che desiderare, resta che giurino per alcuna cosa la quale sia loro contraria; e questa è la tristizia. E che chi si spergiura sia privato del divin beveraggio, credo per ciò essere detto, percioché coloro, li quali di felice stato son divenuti in miseria, solevan dire essersi spergiurati, cioè men che bene avere adoperato, e cosí essere divenuti dalla dolcezza del divin beveraggio, cioè dalla felicitá, nellʼamaritudine della miseria.]

[Costei esser madre della Vittoria si dice per tanto, che delle guerre non sʼha vittoria per far festa, mangiare e bere, ballare o cantare, né ancora per fortemente combattere, ma per lo meditare assiduo e faticarsi intorno alle cose opportune, in far buona guardia, in ispiare i mutamenti e gli andamenti deʼ nemici, in por gli aguati, in prendere i vantaggi e simili cose, le quali sanza alcun dubbio hanno ad affligger lʼuomo e a tenerlo, almeno nel sembiante, tristo.]

«Ed io, che di mirar mi stava atteso». Qui comincia la seconda parte della seconda principale di questo canto, nella quale dimostra esser tormentati in questa padule bogliente glʼiracundi e gli accidiosi. Dice adunque: «Ed io, che di mirar», in questa padule, «mi stava atteso», cioè sollecito, «Vidi genti fangose in quel pantano», cioè in quella padule; e dice «fangose», percioché le padule sono generalmente tutte nelli lor fondi piene di loto e di fango, per lʼacqua che sta oziosa e non mena via quel cotal fango, come quelle fanno che corrono, e perciò chi in esse si mescola di necessitá è fangoso: «Ignude tutte, e con sembiante offeso», per lo tormento sí del bollor dellʼacqua, e sí ancora delle percosse che si davano. «Questi», fangosi, «si percotean, non pur con mano», battendo e offendendo lʼun lʼaltro e se medesimi, «Ma con la testa», cozzando lʼuno contro lʼaltro, «e col petto», lʼun contro allʼaltro impetuosamente scontrandosi, «e coʼ piedi», dandosi deʼ calci, e «Troncandosi coʼ denti», le membra e la persona, «a brano a brano», cioè a pezzo a pezzo.

«Lo buon maestro disse». Qui gli dichiara Virgilio chi costor sieno che cosí si troncano, e dice:—«Figlio, or vedi Lʼanime di color cui vinse lʼira», mentre vissero in questa vita; «Ed anco voʼ che tu per certo credi Che sotto lʼacqua», di questa padule, «ha gente che sospira», cioè che si duole, «E», sospirando, «fanno pullular questʼacqua al summo». Noi diciamo nellʼacqua «pullulare» quelle gallozzole o bollori, li quali noi veggiamo fare allʼacqua, o per aere che vi sia sotto racchiusa e esca fuori, o per acqua che di sotterra vi surga. «Come lʼocchio», cioè il viso, «ti dice uʼ che sʼaggira»; e cosí mostra in queste parole la padule esser piena di questi bollori, e per conseguente dovere esser molta la gente, la quale sotto lʼacqua sospirava o si doleva.

«Fitti nel limo». «Limo» è quella spezie di terra, la qual suole lasciare alle rive deʼ fiumi lʼacqua torbida, quando il fiume viene scemando, la qual noi volgarmente chiamiamo «belletta»; e di questa maniera sono quasi tutti i fondi deʼ paduli. Dice adunque che in questa belletta nel fondo del padule sono fitti i peccatori, li quali «dicon:—Tristi fummo, Nellʼaer dolce, che del sol sʼallegra», cioè si fa bella e chiara, «Portando dentro», nel petto nostro, «accidioso fummo», cioè il vizio dellʼaccidia, il qual tiene gli uomini cosí intenebrati e oscuri come il fummo tiene quelle parti nelle quali egli si ravvolge. Poi segue: e percioché noi fummo tristi nellʼaer dolce, qui «Or ci attristiam», cioè piagnamo e dogliamci «nella belletta negra»,—in quel fango di quella padule, lʼacqua della quale ha di sopra mostrata esser nera; e perciò conviene che la belletta sia nera altresí, in quanto ella suole sempre avere il color dellʼacqua sotto la quale ella sta e che la mena.

«Questʼinno». Glʼ«inni» son parole composte di certe spezie di versi, e contengono in sé le laude divine, sí come appare nello Innario, il quale compose san Gregorio, e che la Chiesa di Dio canta neʼ suoi uffici; ma in questa parte scrive lʼautore il vocabolo, ma non lʼeffetto di quello, percioché dove lʼinno contiene la divina laude propriamente, quello che questi peccatori, piangendo e dolendosi, dicono in modo dʼinno, contiene la lor miseria e la lor pena. «Si gorgoglian nella strozza». La «strozza» chiamiam noi quella canna la qual muove dal polmone e vien sú insino al palato, e quindi spiriamo e abbiamo la voce, nella quale se alcuna soperchia umiditá è intrachiusa, non può la voce nostra venir fuori netta ed espedita; e sono allora le nostre parole piú simili al gorgogliare, che fa talvolta uno uccello, che ad umana favella. E percioché questi peccatori hanno la gola piena del fango e dellʼacqua del padule, è di necessitá che essi si gorgoglino questo lor doloroso inno nella strozza, perciò «Che dir noi posson con parola intègra», perché è intrarotta dalla superchia umiditá.