Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2

Part 20

Chapter 203,776 wordsPublic domain

Dice adunque lʼautore che, in quella guisa, che di sopra è mostrato, le due onde di due diversi mari si scontrano, cosí quivi due maniere di diverse genti o peccatori convenirsi scontrare. E questo intende in quanto dice: «Cosí conviene che qui», cioè in questo quarto cerchio, «la gente riddi», cioè balli, e, volgendo, come i ballatori, in cerchio, vengano impetuosamente a percuotersi, come fanno lʼonde predette.

«Lí», nel quarto cerchio, «vidʼio gente, piú chʼaltrove, troppa»; e di questo non si dee alcun maravigliare, percioché pochi son quelli che in questo vizio, che quivi si punisce, non pecchino. E poi dice a qual tormento questa gente cotanta è dannata, dicendo: «E dʼuna parte e dʼaltra con grandʼurli», cioè a destra e a sinistra, miseramente per la fatica e per lo dolore urlando, sí come appresso piú chiaro si dimostrerá, «Voltando pesi» gravissimi «per forza di poppa», cioè del petto (ponendo qui la parte per lo tutto), «Percotevansi incontro», cioè lʼun contro allʼaltro con questi pesi, li quali per forza voltavano, «e poscia», che percossi sʼerano, «pur lí», cioè in quello medesimo luogo, «Si rivolgea ciascun, voltando a retro», cioè per quel medesimo sentiero che venuti erano: in questo voltare, «Gridando», quegli dellʼuna parte incontro allʼaltra:—«Perché tieni?»;—e incontro a questa gridava lʼaltra:—«E perché burli?»—cioè getti via. «Cosi tornavan», come percossi sʼerano e avean gridato, «per lo cerchio tetro».

Appare per queste parole che ʼl viaggio di costoro era circulare, e che, venuta lʼuna parte dal mezzo del cerchio nella parte opposita, scontrava lʼaltra parte, la quale, partitasi dal medesimo termine che essi, era giá giunta, e quivi percossisi, e dette lʼun contro allʼaltro le parole di sopra dette, ciascuna parte si rivolgeva indietro, e veniva al punto del cerchio donde prima partita sʼera; e quivi ancora con lʼaltra, che in una medesima ora vi pervenía, si percotevano, e quelle medesime parole lʼun contro allʼaltro diceano; e cosí senza riposo continovavano questa loro angoscia, volgendosi «per lo cerchio tetro», cioè logoro per lo continuo scalpitio.

«Da ogni mano», da destra e da sinistra, nella guisa detta, andavano «allʼopposito punto» del cerchio, a quello onde partiti sʼerano, «Gridandosi anco», come usati erano, «in loro ontoso», vituperevole, «metro», cioè:—«Perché tieni?—E perché burli?».—Il quale lʼautore chiama «metro», non perché metro sia, ma largamente parlando, come il piú volgarmente si fa, ogni orazione [o brieve o lunga] misurata o non misurata, è chiamata metro: e dicesi metro da «_metros_», _graece_, che in latino suona «misura»; e quinci, propriamente parlando, i versi poetici sono chiamati «metri», percioché misurati sono da alcuna misura, secondo la qualitá del verso.

«Poi si volgea ciascun», di questi che voltavano i pesi, «quandʼera giunto», al punto del mezzo cerchio, come di sopra è detto, «Per lo suo mezzo cerchio», cioè per quel mezzo cerchio il quale a lui era dalla divina giustizia stabilito, «allʼaltra giostra», cioè percossa: e chiamala «giostra», percioché a similitudine deʼ giostratori sʼandavano a ferire e a percuotere insieme.

«Ed io, chʼavea lo cor quasi compunto», di compassione, la quale portava a tanta fatica e a tanto tormento, quanto quello era il quale nel percuotersi sofferivano. E, oltre a ciò, aveva la compunzione per lo vermine della coscienza, il quale il rodeva, cognoscendosi di questa colpa esser peccatore; il che esso assai chiaramente dimostra nel primo canto, dove dice il suo viaggio essere stato impedito dalla lupa, cioè dallʼavarizia. E in questo è da comprendere invano esser da noi conosciuti i vizi eʼ peccati, se, sentendoci inviluppati in quelli o poco o molto, noi non abbiam dolore e compunzione. Né osta il dire: come avea lʼautore compunzione dellʼessere avaro, che ancora, come nelle seguenti parole appare, non sapea chi essi si fossero? percioché qui usa lʼautore una figura chiamata «preoccupazione». «Dissi:—Maestro mio». Qui domanda lʼautore Virgilio che gente questa sia, e per qual colpa dannati, dicendo: «or mi dimostra, Che gente è questa», la quale è qui cosí dolorosamente afflitta; e dopo questo gli muove un altro dubbio, dicendo: e, oltre a quel che domandato tʼho, mi diʼ «e se tutti fûr cherci, Questi chercuti alla sinistra nostra».—«Chercuti» gli chiama, percioché avevano la cherica in capo, e da questo ancora comprendeva loro per quello dovere esser cherici.

«Ed egli a me». Qui Virgilio primieramente generalmente di quegli, che erano cosí a man destra come a man sinistra, ditermina; e poi, distinguendo, risponde alla domanda fattagli dallʼautore, e dicegli, oltre a ciò, per qual colpa dannati sieno, primieramente dicendo:—«Tutti quanti», cioè quanti tu ne vedi a destra e a sinistra, «fûr guerci», cioè con non diritto vedere, come color ci paiono, li quali non hanno le luci degli occhi dirittamente come gli altri uomini poste negli occhi. [Il qual difetto talora avviene per natura, e talora per accidente: per accidente avviene per difetto le piú delle volte delle balie, le quali questi cotali, essendo piccioli fanciulli, hanno avuti a nodrire, ponendo loro la notte un lume di traverso o di sopra a quella parte ove tengon la testa; o esse medesime, come spesse volte fanno, stando loro sopra capo, glʼinducono a guatarsi indietro, e i fanciulli, vaghi della luce, torcono gli occhi, e sí in quella parte dove il lume veggono, e, non potendosi muovere, si sforzano e torcono le luci al lume; ed essendo tenerissimi, agevolmente rimuovono la luce, o le luci, dal lor natural movimento in questo accidentale, e divengon guerci. Questa spezie dʼuomini, quantunque non sia del tutto reputata giusta, non ha pertanto tanta di malizia quanta hanno coloro li quali guerci nascono, li quali, per quegli che fisonomia sanno, sono reputati uomini astuti, maliziosi e viziati, e il piú si credono non altrimenti avere il giudicio della mente lor fatto che essi abbiano gli occhi.]

E però dice:—«Tutti fûr guerci Sí della mente», cioè sí perverso e malvagio giudicio ebbero nella mente loro intorno alle cose temporali, «in la vita primaia», cioè in questa, «Che con misura nullo spendio fêrci», in questa vita: e ciò fu che o essi strinsero troppo le mani, lá dove esse eran da allargare, o essi lʼallargaron troppo, lá dove eran da strignere; e cosí né nellʼuna parte né nellʼaltra servarono alcuna misura, [liberalmente spendendo, dove e come e quanto e in cui si convenia]. «Assai la voce lor chiaro lʼabbaia», cioè il manifesta quando dicono:—«Perché tieni?—E perché burli?»,—usando questo vocabolo «abbaia» nellʼanime deʼ miseri in detestazion di loro, il quale è proprio deʼ cani; «Quando vengono aʼ due punti del cerchio» (mostrati di sopra, dove si dicono:—«Perché tieni?—E perché burli?»—), «Ove colpa contraria gli dispaia», cioè gli divide, facendogli tenere contrario cammino, sí come nelle colpe furon contrari. Le quali colpe vuole lʼautore che sien queste, avarizia e prodigalitá, delle quali lʼuna appresso egli apre, e lʼaltra per lʼaver detto «contraria» vuol che sʼintenda, e dice:

«Questi son cherci, che non han coperchio Peloso al capo», percioché la cherica, la quale è rasa, è nella superior parte del capo. [E vogliono alcuni i cherici portare la cherica in dimostrazione e reverenza di san Piero, al quale dicono questi cotali quella essergli stata fatta da alcuni scellerati uomini in segno di pazzia: percioché, non intendendo, e non volendo intendere la sua santa dottrina, e vedendolo ferventemente predicare dinanzi aʼ prencipi e aʼ popoli, li quali quella in odio aveano, estimavano che egli questo facesse come uomo che fuor del senno fosse. Altri vogliono che la cherica si porti in segno di degnitá, in dimostrazione che coloro, li quali la portano, sieno piú degni che gli altri che non la portano; e chiamanla «corona», percioché, rasa tutta lʼaltra parte del capo, un sol cerchio di capelli vi dee rimanere, il quale in forma di corona tutta la testa circunda, come fa la corona. E chiamansi questi cotali, che questo cerchio portano, «clerici» da «_cleros_», _graece_, che in latino suona quanto «uomini la sorte deʼ quali sia Iddio».]

«E papi e cardinali». [È il papa in terra vicario di Gesú Cristo, dal quale, mediante san Piero, hanno lʼautoritá grandissima, la quale santa Chiesa ne predica; della quale autoritá, e in _Purgatorio_ e in _Paradiso_, sí come in luoghi, dove piú convenientemente il richiede la materia che qui, si dirá, e perciò qui piú non mi stenderò. Onde questo nome papa venga, è poco avanti stato mostrato. «Cardinali» è sublime nome di degnitá; e, come che, oltre alla chiesa di Roma, abbiano la chiesa di Ravenna, quella di Napoli e alcune altre cherici, li quali si chiamano «cardinali», non sono però in preeminenza né in oficio né in abito da comparare a quegli della chiesa di Roma, percioché questi per eccellenza portano il cappello rosso, e hanno a rappresentare nella chiesa di Dio il sacro collegio deʼ settantadue discepoli, li quali per coaiutori degli apostoli furono primieramente instituiti. E il cardinalato di Roma è il piú alto e il piú sublime grado, appresso al papa, che sia nella Chiesa. E, percioché a loro sʼappartiene, insieme col papa, a diliberare le cose spettanti alla salute universale deʼ cristiani, e ogni altra contingente alla chiesa di Dio, e pare che sopra la loro diliberazione si volga il sí e il no delle cose predette, son chiamati cardinali da questo nome «_cardo, cardinis_», il quale ne significa quella parte del cielo sopra la quale tutto il cielo si volge, per altro nome chiamata «polo» (o «poli», percioché son due) e cosí da «_cardo_» vien «cardinale»; o, secondo che alcuni altri dicono, da quella parte della porta, sopra la quale si volge tutto lʼuscio.]

«In cui», cioè neʼ quali, «usò avarizia il suo soperchio». È avarizia, secondo Aristotile nel quarto della sua _Etica_, la inferiore estremitá di liberalitá, per la quale, oltre ad ogni dovere, ingiuriosamente si disidera lʼaltrui, o si tiene quello che lʼuom possiede: della quale piú distesamente diremo, dove discriveremo lʼallegorico senso della parte presente di questo canto. Questo vizio dice lʼautore usare «il suo soperchio», cioè il disiderare piú che non bisogna e tenere dove non si dee tenere, neʼ cherici, neʼ quali tutti intende per queste due maggiori qualitá nominate: la qual cosa se vera è o no, è tutto il dí negli occhi di ciascuno, e perciò non bisogna che io qui ne faccia molte parole.

E, avendo qui lʼautore dichiarato qual sia in parte quel vizio che in questo quarto cerchio si punisce, cioè avarizia, vuol che sʼintenda per le parole dette di sopra («Ove colpa contraria gli dispaia»), con questo vizio insieme punircisi lʼopposito dellʼavarizia, cioè la prodigalitá, la quale è il superiore estremo di liberalitá: e come lʼavarizia consiste in tenere stretto quello che spendere bene e dar si dovrebbe, cosí la prodigalitá è in coloro, li quali dánno dove e quando e come non si conviene; benché poco appresso lʼautore alquanto piú apertamente dimostri sé intender qui punirsi questi due vizi.

«Ed io:—Maestro, tra questi cotali», che tu mi diʼ che furon cherici, e ancora tra gli altri, «Dovreʼio ben riconoscere alcuni», percioché furono uomini di grande autoritá, e molto conosciuti, come noi sappiamo che sono i papi e i cardinali e i signori e gli altri che in questi due peccati peccano (o vogliam dire: percioché lʼautor peccò in avarizia, e lʼun vizioso conosce lʼaltro); «Che fûro», vivendo «immondi», cioè brutti e macolati, «di cotesti mali»,—cioè dʼavarizia e di prodigalitá.

«Ed egli a me:—Vano», cioè superfluo, «pensiero aduni», cioè con gli altri tuoi raccogli. E incontanente gli dice la cagione, seguendo: «La sconoscente vita», cioè sanza discrezione menata, «che i feʼ sozzi», di questi due vizi, e per conseguente indegni di fama, «Ad ogni conoscenza», ragionevole, «or gli fa bruni», cioè oscuri e non degni dʼalcun nome. «In eterno verranno alli due cozzi», cioè aʼ due punti del cerchio, li quali di sopra son dimostrati, dove insieme si percuotono. «Questi», cioè gli avari, li quali appare essere dallʼun dei lati, «risurgeranno dal sepolcro», il dí del giudicio universale, «Col pugno chiuso», testificando per questo atto la colpa loro, cioè la tenacitá, la quale per lo pugno chiuso sʼintende; «e questi», cioè i prodighi, «coʼ crin mozzi», [per li quali crini mozzi similmente testificheranno la loro prodigalitá.]

[E la ragione perché questo per gli crin mozzi si testifichi è questa: intendono i dottori, moralmente, per li capelli le sustanze mondane, e meritamente, percioché i capelli in sé non hanno alcuno omore, né altra cosa la quale alla nostra corporal salute sia utile; sono solamente alcuno ornamento al capo, e per questo ne son dati dalla natura; e cosí dirittamente sono le sustanze temporali, le quali per sé medesime alcuna cosa prestar non possono alla salute dellʼanime nostre, ma prestano alcuno ornamento aʼ corpi; e perciò dirittamente sentono coloro, li quali intendono per li capelli le predette sustanze. Risurgeranno adunque i prodighi coʼ crin mozzi,] a dimostrare come essi, stoltamente e con dispiacere a Dio, diminuissono le loro temporali ricchezze.

«Mal dare», la qual cosa fanno i prodighi, «e mal tener», il che fanno gli avari, «lo mondo pulcro», cioè il cielo, nel quale è ogni bellezza, «Ha tolto loro», sí come appare, poiché in inferno dannati sono, «e» hannogli gli due detti vizi «posti a questa zuffa», cioè di percuotersi insieme coʼ pesi i quali volgono, e col rimproverarsi lʼuna parte allʼaltra le colpe loro: «Quale ella sia», la zuffa di costoro, «parole non ci appulcro» cioè non ci ordino e non ci abbellisco dicendo; quasi voglia dire che assai di sopra sia stato dimostrato.

«Or puoi, figliuol, veder». In questa parte continovando Virgilio le parole sue, gli mostra quanto sia vana la fatica di coloro, li quali tutti si dánno a congregare o adunare di questi beni temporali, e apregli la cagione. E dice adunque: «Or puoi, figliuol, veder», in costoro, «la corta buffa», cioè la breve vanitá, «Deʼ ben», cioè delle ricchezze e degli stati, «che son commessi alla fortuna», secondo il volgar parlare delle genti, e ancora secondo lʼopinion di molti; «Per che», cioè per i quali beni, «lʼumana gente si rabbuffa». Il significato di questo vocabolo «rabbuffa» par chʼimporti sempre alcuna cosa intervenuta per riotta o per quistione, sí come è lʼessersi lʼuno uomo accapigliato con lʼaltro, per la qual capiglia, i capelli son rabbuffati, cioè disordinati, e ancora i vestimenti talvolta: e però ne vuole lʼautore in queste parole dimostrare le quistioni, i piati, le guerre e molte altre male venture, le quali tutto il dí gli uomini hanno insieme per li crediti, per lʼereditá, per le occupazioni e per li mal regolati disidèri, venendo quinci a dimostrare quanto sieno le fatiche vane, che intorno allʼacquisto delle ricchezze si mettono. E dice: «Ché tutto lʼoro, chʼè sotto la luna», cioè nel mondo, «O che fu giá, di queste anime stanche», in queste fatiche del circuire, che di sopra è dimostrato, «Non poterebbe farne posar una»,—non che trarla di questa perdizione. Appare adunque in questo quanto sia utile e laudabile la fatica di questi cotali, che in ragunar tesoro hanno posta tutta la loro sollecitudine, quando, per tutto quello che per la loro sollecitudine sʼè acquistato, non se ne puote avere, non che salute, ma solamente un poco di riposo in tanto affanno, in quanto posti sono. Le quali parole udite da Virgilio muovono lʼautore a fargli una domanda, dicendo:—«Maestro—dissi lui,—or mi diʼ anche».

[Nota: Lez. XXVII]

Qui comincia la terza parte della prima principale di questo canto, nella quale lʼautore scrive come Virgilio gli dimostrasse che cosa sia fortuna, e però dice:—«Maestro, or mi diʼ anche»; quasi dica: tu mʼhai detto che tutto lʼoro del mondo non potrebbe fare riposare una di queste anime, e per questo mʼhai mostrato quanto sia vana la fatica di coloro li quali, posta la speranza loro in questi beni commessi alla fortuna, intorno allʼacquistarne e allʼadunarne si faticano; ma dimmi ancora: «Questa fortuna, di che tu mi tocche», dicendo deʼ beni che le son commessi, «Che è?» cioè che cosa è? «che i ben del mondo ha sí tra branche?»,—cioè tra le mani e in sua podestá.

«E quegli a me», rispose dicendo:—«O creature sciocche. Quanta ignoranza è quella che vʼoffende!», credendo come voi non dovete credere, cioè che i beni temporali sieno in podestá della fortuna come suoi; conciosiacosaché essa sia ministra in distribuirgli, e non donna in donargli, sí come appare nelle parole seguenti. «Or voʼ che tu mia sentenza ne ʼmbocche», cioè che tu ne senta quello che ne sento io: e dice «ne ʼmbocche», cioè riceva, non con la bocca corporale, la quale quello che riceve manda allo stomaco, ma con la bocca dello ʼntelletto, il quale, rugumando ed esaminando seco quello che per li sensi esteriori e poi per glʼinteriori concepe, quel sugo fruttuoso ne trae spesse volte, che per umano ingegno si puote.

E quinci séguita Virgilio a dichiarare quello che egli senta della fortuna, dicendo: «Colui, lo cui saver tutto trascende», cioè Iddio, il quale è somma sapienza, e appo il quale ogni altra sapienza è stoltizia, «Fece li cieli», nella creazion del mondo, «e dieʼ lor chi conduce». E in questo sente lʼautore con Aristotile, il quale tiene che ogni cielo abbia una intelligenza, la quale il muove con ordine certo e perpetuo: e che lʼautore questo senta, non solamente qui, ma in una delle sue canzone distese dimostra, dicendo: «Voi, che, ʼntendendo, il terzo ciel movete» ecc. E queste cotali intelligenzie muovono i cieli loro commessi da Dio, «Sí chʼogni parte», della lor potenzia, «ad ogni parte», mondana e atta a ricevere, «splende», cioè splendendo infonde, «Distribuendo igualmente la luce». Dice «igualmente» non in quantitá, ma secondo la indigenza della cosa che quella luce o influenzia riceve; [«igualmente», cioè con equale affezione e operazione distribuiscono nelle creature la potenzia loro.]

E poi segue che Domeneddio ha queste intelligenzie preposte a conducere i cieli e a distribuire i loro effetti neʼ corpi inferiori, cosí: «Similmente agli splendor mondani», cioè alle ricchezze e agli stati e alle preeminenzie del mondo, «Ordinò general ministra e duce, Che permutasse a tempo», cioè di tempo in tempo, «li ben vani», cioè le ricchezze e gli onori temporali, li quali chiama «beni vani», percioché in essi alcun salutifero frutto non si truova né stabilitá; e volle che questa cotal duce, cioè ministra, tramutasse questi beni vani «Di gente in gente», cioè dʼuna nazione in unʼaltra, sí come noi leggiamo essere infinite volte avvenuto neʼ tempi passati nelle gran cose, non che nelle minori. Noi leggiamo il reame e lʼimperio degli assiri esser trapassato neʼ medi, e deʼ medi neʼ persi, e deʼ persi neʼ greci, e deʼ greci neʼ romani; e, lasciando stare gli antichi, deʼ quali di molti altri regni e signorie si potrebbe dire il simigliante, noi abbiamo veduto neʼ nostri dí la gloria e lʼonore dellʼarmi e della magnificenza, e della Magna e deʼ franceschi, esser trapassata neglʼinghilesi; e quivi non è da credere che ella debba star ferma, ma, come in coloro è stata trasportata, cosí ancora in brieve tempo si trasmuterá in altrui.

E segue: «e dʼuno in altro sangue». La sentenza delle quali parole, quantunque una medesima possa essere con la superiore, nondimeno, volendola a piú brieve permutazione e di minor fatto deducere, possiam dire «dʼuna famiglia in unʼaltra», in quanto dʼun medesimo sangue si tengono quegli che dʼuna medesima famiglia sono; sí come, accioché le cose antiche pospognamo, abbiam potuto vedere e veggiamo nella cittá nostra piena di queste trasmutazioni. Furon deʼ nostri dí i Cerchi, i Donati, i Tosinghi e altri in tanto stato nella nostra cittá, che essi come volevano guidavano le piccole cose e le grandi secondo il piacer loro, ove oggi appena è ricordo di loro; ed è questa grandigia trapassata in famiglie, delle quali allora non era alcun ricordo. E cosí da quegli, che ora son presidenti, si dee credere che trapasserá in altri. E questo senza alcun fallo addiviene «Oltre la difension deʼ senni umani». Alla dimostrazione della qual veritá si potrebbono inducere infinite istorie e mille dimostrazioni; ma, percioché assai può a ciascuno esser manifesto i senni degli uomini non valere a potere gli stati temporali fermare, si può far senza piú stendersene in parole..

E per queste permutazioni avviene «Che una gente impera», signoreggiando, «e lʼaltra langue», servendo; e ciò avviene, «Seguendo», i mondani beni, «il giudicio di costei», cioè di questa ministra; il qual giudicio, «Che sta occulto», aʼ sensi umani, «come in erba lʼangue». _Anguis_ è una spezie di serpenti, la quale ha la pelle verde, e volentieri e massimamente la state, abita neʼ prati fra lʼerbe; e percioché egli è con lʼerbe dʼun medesimo colore, rade volte fra quelle è prima veduto che toccato e sentito. E cosí, dice lʼautore, il giudicio o il consiglio di questa ministra è sí occulto aʼ sensi umani, chʼegli non può prima esser conosciuto che sentito. Ed oltre a questo, roborando ancora lʼautore la predetta cagione, séguita:

«Vostro saver non ha contasto a lei». Quasi voglia in queste parole pretendere che, ancora che noi, o per industria o ancora per chiara dimostrazione, conoscessimo o vedessimo quello a che il giudicio di questa ministra sʼinchina, non pare che, per nostro sapere o ingegno, possiamo a quello contastare o opporci in guisa che valevole sia: e questo essere vero, sʼè giá per molte manifeste cose veduto. [Creso, re di Lidia, vide in sogno essergli tolto Atis, suo figliuolo, da Ferrea, ecc. Mostrò Iddio ad Astiage re deʼ medi, in due sogni, che il figliuolo, il quale ancora non era generato di Mandane, sua figliuola, il dovea privare dello ʼmperio dʼAsia: né gli giovò il maritarla ad uomo non degno di moglie nata di real sangue, né il far poi gittare il figliuol natone alle fiere, che quello non avvenisse giá nel consiglio di questa ministra fermato. Non poterono lʼavere cacciato del regno dʼAlba in villa Numitore, dʼavere ucciso Lauso, suo figliuolo, dʼaver fatta vergine vestale Ilia, sua figliuola, adoperare che Amulio non fosse del regno gittato, né restituitovi Numitore. Infiniti sarebbono gli esempli che ad approvar questo si potrebbon mostrare, lasciandoci tirare allʼattitudine dataci daʼ cieli: ma, se noi vorremo esser prudenti, e seguire il consiglio della ragione, con la forza del libero arbitrio che noi abbiamo, noi contrasteremo a lei, sí come dice Giovenale: «_Nullum numen_», ecc., percioché il seguir noi il desiderio concupiscibile, ne fa rimaner vinti daʼ movimenti di questa ministra, ecc.]

E perciò segue: «Ella», cioè questa ministra e duce, «provvede, giudica e persegue Suo regno». E dice «provvede», in quanto provvedute paiono quelle cose le quali da ordinato e discreto fattore prodotte sono, sí come son queste terrene da ordinato movimento deʼ cieli produtte, secondo la potenzia deʼ quali esse si permutano, non altramente che se da giudicio dato si movessero; e cosí par questa ministra da singolare ed occulta diliberazion perseguire quello che giudicato pare, cioè le cose commesse a lei; «come il loro» regno «gli altri dèi», cioè lʼintelligenze, delle quali di sopra è detto.