Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2

Part 16

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Di che assai manifestamente si può raccogliere che, dove questo vizio solo si vince fuggendolo, per esser vinti da lui i giovani e le donne il destano, il chiamano, e, se egli non volesse venire, il tirano; non contenti solamente aʼ portamenti, ma con gli odori arabici, con le cortecce, con le polveri, con le radici e con liquori orientali, con vini e con le vivande e con le morbidezze e con gli ozi e con altre cose assai lo sforzano; mostrandosi in lor danno e in lor vergogna assai mal grati della liberalitá dalla natura usata verso di loro. [E cosí miseramente nella lussuria, abominevole vizio, pervegnamo, la quale scelleratamente seguita, ne trae della mente la notizia di Dio, e contro allʼamor del prossimo ne sospigne ad operare; togliendoci ancora di noi medesimi e delle nostre cose la debita sollecitudine, sí come colei il cui esercizio diminuisce il cerebro, evacua lʼossa, guasta lo stomaco, caccia la memoria, ingrossa lʼingegno, debilita il vedere e ogni corporal forza quasi a niente riduce. Ella è morte deʼ giovani e amica delle femmine, madre di bugie, nemica dʼonestá, guastamento di fede, conforto deʼ vizi, ostello di lordura, lusinghevole male e abominazione e vituperio deʼ vecchi. Alla cui troppa licenza reprimere Nostro Signore primieramente istituí il matrimonio, nel quale non dando piú che una moglie ad Adam, né ad Eva piú che un marito, mostrò di volere che uno fosse contento dʼuna e una dʼuno; il che poi nella legge data a Moisé espressamente comandò, ogni altro umano congiugnimento vietando. E, non bastando questo, per onestare il matrimonio e ristrignere la presunzion nostra nel vizio, avendo giá da sé lʼonestá publica separate da cosí fatti congiugnimenti le madri e le figliuole, e similemente i padri eʼ figliuoli, e gli adultèri essendo stati proibiti; da questi congiugnimenti medesimi tolsero le leggi i fratelli e le sorelle, e poi, piú avanti stendendosi, ancora ne tolsero assai, cioè quegli li quali o per consanguinitá o per affinitá parevano assai propinqui, i gradi con diligente dimostrazion distinguendo; e con queste segregando ancora le giovani vergini, e gli uomini ancora e le femmine le quali aʼ divini servigi avessero sagrate le nostre leggi. Dalle quali cose assai manifestamente si può comprendere, quantunque in questa colpa caggendo per incontenenza molto sʼoffenda Iddio, secondo la varietá delle persone divenire il peccato piú e men grave. E perciò è da sapere esser molte le spezie di questo peccato, ma, tra le molte, di cinque almeno farsi nelle leggi singular menzione, delle quali accioché per ignoranza non si trasvada, credo esser utile quelle distintamente mostrare.]

[Commettesi adunque questo vizio carnale tra soluto e soluta, e questa spezie ha meno di colpa che alcuna altra, e chiamasi «fornicazione»; il qual nome ella trasse dal luogo dove il piú si solea anticamente commettere, cioè nelle fornici. «Fornice» è ogni volta murata, quantunque, a differenza di queste, si chiamin «testudini» quelle deʼ templi e deʼ reali palagi, e «fornici» eran chiamate propriamente quelle le quali eran fatte a sostentamento deʼ gradi deʼ teatri; i quali teatri, percioché la moltitudine degli uomini anticamente si ragunava i dí solenni a vedere i giuochi, li quali in essi si faceano, prendevano in queste fornici le femmine volgari loro stanza a dare opera al loro disonesto servigio con quegli aʼ quali piaceva: e cosí da quello luogo questa spezie di colpa trasse questo nome, cioè «fornicazione».]

[Commettesi ancora questo vizio tra soluto e soluta vergine, e questa spezie si chiama «stupro»: ed ebbe questo vocabolo origine da «stupore», in quanto, quando prese lʼuso, non solamente in vergine si commetteva, ma in vergine vestale: le quali vergini vestali furono sacratissime appo i gentili, e di precipua venerazione, e massimamente appo i romani; e però pareva uno stupore che alcun fosse di tanta presunzione, che egli ardisse a violare una vergine vestale. Oggi è questo nome declinato a qualunque vergine, e ancora quando questo medesimo vizio tra persone per consanguinitá o per affinitá congiunte si commette, percioché non meno stupore genera negli uditori aver con questa turpitudine maculata lʼonestá del parentado che lʼavere viziata la verginitá dʼalcuna; quantunque viziare alcuna vergine sia gravissimo peccato, percioché le si toglie quello che mai rendere non le si può, di che ella riceve grandissimo danno; e quanto il danno è maggiore, tanto è maggiore la colpa, per la quale segue il danno.]

[Commettesi ancora questo peccato tra obbligato e soluta, o tra obbligato e obbligata, o tra soluto e obbligata, e chiamasi questa spezie «adulterio»: e venne questo nome dallʼeffetto del vizio, cioè «_adulterium, alterius ventrem terens_»: cioè lʼadulterio è il priemere lʼaltrui ventre; percioché in esso si prieme la possessione, la quale non è di colui che la prieme, né similmente di colei alla quale è premuto, ma del marito di lei.]

[Commettesi ancor questo vizio tra uomo non sacro e femmina sacra, o tra uomo sacro e femmina sacra, o tra uomo sacro e femmina non sacra: e deesi questo «sacro» intendere quella persona essere la quale ha sopra sé ordine sacro, sí come sono i cherici e le monache; e chiamasi questa spezie «incesto»: il qual nome nacque anticamente dalla cintura di Venere, la quale è daʼ poeti chiamata «cesto». Alla qual cosa con piú evidenza dimostrare, è da sapere che tra gli altri piú ornamenti, che i poeti aggiungono a Venere, è una singular cintura, chiamata «_ceston_», della quale scrive cosí Omero nella sua Iliada: «_Et a pectoribus solvit ceston cingulum varium, ubi sibi voluptaria onmia ordinata erant, ubi inerat amicitia atque cupido atque facundia, blanditiae, quae furant intellectum, studiose licet scientium_», ecc. E vogliono i poeti, conciosiacosaché a Venere paia dovere appartenere ogni congiunzione generativa, che, quando alcuni legittime e oneste nozze celebrano, Venere vada a questa congiunzione cinta di questa sua cintura detta «_ceston_», a dimostrazione che quegli, li quali per santa legge si congiungono, sieno costretti e obbligati lʼuno allʼaltro di certe cose convenientisi al matrimonio, e massimamente alla perpetuitá dʼesso. E, percioché Venere similmente va aʼ non legittimi matrimoni, ovvero congiugnimenti, dicono che quando ella va a quegli cosí fatti, ella va scinta senza portare questa sua cintura, chiamata «_ceston_»: e quinci ogni congiunzion non legittima chiamarono «incesto», cioè fatta senza questo _ceston_: ma questa generalitá è stata poi ristretta a questa sola spezie, per mostrare che, quantunque lʼaltre sieno gravi, questa sia gravissima, e che in essa fieramente sʼoffenda Iddio, conciosiacosaché le persone a lui sacrate di cosí vituperevole vizio maculate sieno. Alcuni a questa spezie aggiungono il commettere questo peccato tra congiunti, il quale di sopra fu nominato «stupro»; e per avventura non senza sentimento sʼaggiugne, percioché questo pare male da non potere in alcun tempo con futuro matrimonio risarcire; percioché, come la monaca sacrata mai maritar piú non si puote, cosí traʼ congiunti può mai intervenire matrimonio, dove nellʼaltre spezie potrebbe intervenire.]

[Commettesi ancora questo vizio, e nellʼun sesso e nellʼaltro, contro alla natural legge esercitando, e questo è chiamato «sogdomia», da una cittá antica chiamata Sogdoma, li cittadini della quale in ciò dissolutissimamente viziati furono; ma, percioché questa spezie ha molto piú di gravezza e di offesa che alcuna delle predette, non dimostra lʼautore che in questo cerchio si punisca, anzi si punisce troppo piú giú, come si vedrá nel canto decimoquinto del presente libro.]

[È il vero che, quantunque in queste spezie si distingua questo vizio, e che lʼuna meriti molto maggior pena che lʼaltra, non appare però nel supplicio attribuito al lussurioso lʼautore punirne una piú gravemente che unʼaltra; ma noi dobbiam credere, quantunque distinte non sieno le pene, quella, che egli attribuisce a tutte, dovere piú amaramente priemere coloro che piú gravemente hanno commesso.]

Ma, deducendoci, da queste piú generali dimostrazioni, a quelle che piú particulari sono, dico che, percioché il peccato della carne è naturale, quantunque abbominevole e dannevole sia, e cagione di molti mali, nondimeno, per la opportunitá di quello e perché pur talvolta se nʼaumenta la generazione umana, pare che meno che gli altri tutti offenda Iddio; e per questo nel secondo cerchio dello ʼnferno, il quale è piú dal centro della terra che alcun altro rimoto, e piú vicino a Dio, vuole lʼautore questo peccato esser punito.

Lʼorigine del quale, secondo che di sopra è mostrato, par che sia nellʼattitudine a questa colpa datane daʼ cieli; la quale parrebbe ne dovesse da questo scusare, se data non ci fosse stata la ragione, la quale ne dimostra quel che far dobbiamo e quel che fuggire, e, oltre a ciò, il libero arbitrio, nel quale è podestá di seguire qual piú gli piace. E, quantunque questa attitudine nʼabbia a rendere inchinevoli a ricever le forme piaciute, e quelle disiderare e amare, nondimeno, se ʼl calor naturale ed eziandio lʼaccidentale non accendessero, e, accendendo, confortassero lʼappetito concupiscibile desto dalle cose piaciute e inchinato dallʼattitudine, non è da dubitare che la concupiscenza indebolirebbe e leggermente si risolverebbe, secondo che la sentenza di Terenzio par che voglia, lá dove dice: «_Sine Cerere et Baccho friget Venus_».

Pare adunque questo caldo, aumentativo dello scellerato appetito, dalla divina giustizia esser punito e represso dalla frigiditá del vento di sopra detto, dalla giustizia mandato in pena di coloro che in questa colpa trasvanno, sí come cosa che è per la sua frigiditá contraria al caldo, il quale conforta questo abbominevole appetito. E che ogni vento sia freddo, assai bene si può comprendere da ciò che generalmente ogni cosa causata suole esser simile a quella cosa la quale la causa: e il vento è causato da nuvola frigidissima, e perciò di sua natura sará il vento frigidissimo. Oltre a questo, e le cose inducenti allʼatto libidinoso e la libidine, considerata la qualitá di questo vento, oltre alla freddezza, sono ottimamente da lui punite. Viensi a questo miserabile esercizio, avendone il fervore impetuoso sospinti a dover dare opera al disonesto desiderio, per molte vigilie, per molto perdimento di tempo, per molto dispendio e per molte fatiche tutte dannose e da vituperare; le quali se alcuna volta il disiderante conducono al pestifero effetto, non si contenta né finisce il suo disiderio dʼaver copia di veder la cosa amata, dʼaver copia di parlarle, dʼaver copia dʼabbracciarla e di baciarla, se, tutti i vestimenti rimoti, con quella ignudo non si congiugne, accioché possa ogni parte del corpo toccare, con ogni parte [essere tócco e] strignersi, e della morbidezza di quello miseramente consolarsi; mostrando, per questo, lʼultimo e il maggiore diletto di cosí miserabile appetito stare nelle congiunzioni corporali, ogni mezzo rimosso. Le quali due detestabili operazioni punisce la divina giustizia similmente per congiunzione, ma non uniforme lʼuna allʼaltra punisce; percioché, dove la predetta fu molto disiderata e molto dilettevole aʼ corpi, cosí questa è odiata, e, sʼelle potesser, fuggita dalle dannate anime. È adunque la bufera nel testo dimostrata impetuosissima; e quanto, per venire al peccato, i pensieri del cuore e i movimenti del corpo con fatica sʼesercitarono, cotanto nello eterno supplicio loro gira e avvolge e trasporta; e, oltre a ciò, in quella cosa che fu piú disiderata da loro, che maggior piacere prestò aʼ disonesti congiugnimenti, in quella medesima dolorosamente gli affligge, intanto che essi molto piú disiderano di mai non toccarsi, che di toccarsi non disideraron peccando. E la cagione è manifesta, percioché lʼimpeto di questa bufera, il quale in qua e in lá, e di giú e di su gli [mena e] trasporta, con tanta forza lʼun nellʼaltro riscontrandosi percuote, che il diletto da loro avuto nel congiugnersi insieme fu niente, a comparazione della pena la quale in inferno hanno nel riscontrarsi; e però come giá molti, vivendo, di congiugnersi disiderarono, cosí morti e dannati disiderano senza pro di mai non iscontrarsi. Le quali cose se bene si considereranno, assai bene si vedrá lʼautore far corrispondersi col peccato la pena.

CANTO SESTO

I

SENSO LETTERALE

[Nota: Lez. XXIII]

«Al tornar della mente che si chiuse», ecc. Come neʼ precedenti canti ha fatto, cosí in questo si continua lʼautore alle cose dette. Egli, nella fine del precedente canto, mostra come, per compassione avuta di madonna Francesca e di Polo da Rimino, cadesse, e da quel cadimento, nel principio di questo, essere tornato in sé, e ritrovarsi nel terzo cerchio dello ʼnferno. E fa in questo canto lʼautore cinque cose: nella prima discrive la qualitá del luogo; nella seconda dice quello che Cerbero demonio facesse, vedendogli, e come da Virgilio chetato fosse; nella terza pone come trovasse un fiorentino, e che da lui sapesse qual peccato quivi si puniva, e altre cose piú, domandandone esso autore; nella quarta, passando piú avanti, muove lʼautore un dubbio a Virgilio, e Virgilio gliele solve; nella quinta dimostra lʼautore dove pervenissero. La seconda comincia quivi: «Quando ci scorse»; la terza quivi: «Noi passavam»; la quarta quivi: «Sí trapassammo»; la quinta quivi: «Noi aggirammo».

Discrive adunque lʼautore nella prima parte di questo canto la qualitá del luogo, dicendo: «Al tornar della mente», mia, la quale per compassione «si chiuse», come nella fine del precedente canto è mostrato, «Dinanzi alla pietá deʼ due cognati», di madonna Francesca e di Polo, «Che di tristizia tutto mi confuse»: la compassione avuta della loro misera fortuna; «Nuovi tormenti», non quegli li quali nel secondo cerchio aveva veduti, ma altri, li quali dice «nuovi», quanto a sé, che mai piú veduti non gli avea; «e nuovi tormentati», altri che quegli che di sopra avea veduti; «Mi veggio intorno come chʼio mi muova», a destra o a sinistra, «E chʼio mi volga», in questa parte o in quella, «e come che io mi guati».

«Io sono al terzo cerchio della piova», la qual piova è «Eterna», non vien mai meno; «maladetta», in quanto è mandata dalla divina giustizia per perpetuo supplicio di coloro aʼ quali addosso cade; «fredda», e per tanto è piú noiosa; «e greve», cioè ponderosa, per piú affliggere coloro aʼ quali addosso cade: «Regola e qualitá mai non lʼè nuova», sempre cade dʼun modo. E poi discrive qual sia la qualitá di questa piova, dicendo: «Grandine grossa, ed acqua tinta e neve». Come che queste tre cose, causate daʼ vapori caldi e umidi e da aere freddo, nellʼaere si generino, nondimeno per effetto della divina giustizia in quello luogo caggiono, in tormento e in pena di quegli che in questo terzo cerchio puniti sono; e però dice: «Per lʼaer tenebroso si riversa»; e, oltre a ciò, «Pute la terra che questo riceve», cioè queste tre cose.

«Cerbero, fiera crudele e diversa». Fingono i poeti questo Cerbero essere stato un cane ferocissimo, il quale essendo di Plutone, Iddio dello ʼnferno, dicevano Plutone lui aver posto alla porta dello ʼnferno, accioché quindi alcuno uscir non lasciasse, come che lʼautore qui il ponga a tormentare i peccatori che in questo terzo cerchio sono, discrivendo la qualitá della forma sua dicendo: «Con tre gole», percioché tre capi avea, «caninamente latra»; e in questo atto dimostra lui essere cane, come i poeti il discrivono; «Sopra la gente, che quivi è sommersa» sotto la grandine e lʼacqua e la neve. «Gli occhi ha vermigli», questo Cerbero, «e la barba unta ed atra», cioè nera. «E ʼl ventre largo», da poter, mangiando, assai cose riporre, «e unghiate le mani», per poter prendere e arrappare: «Graffia gli spiriti», con quelle unghie, «e ingoia», divorandogli, «ed isquatra», graffiandogli.

«Urlar»; questo è proprio deʼ lupi, comeché eʼ cani ancora urlino spesso; «gli fa la pioggia», la qual continuamente cade loro addosso, «come cani. Dellʼun deʼ lati fanno allʼaltro schermo», questi spiriti dannati: «Volgonsi spesso», mostrando in questo che gravemente gli offenda la pioggia; e perciò, come alquanto hanno dallʼun lato ricevutala, cosí si volgon dallʼaltro, infino a tanto che alcun mitigamento prendano in quella parte che offesa è stata dalla pioggia, «i miseri profani».

«Profano» propriamente si chiama quello luogo il quale alcuna volta fu sacro, poi è ridotto allʼuso comune dʼogni uomo, sí come alcun luogo, nel quale giá è stata alcuna chiesa o tempio, la qual mentre vi fu, fu sacro luogo, poi per alcuno acconcio [comune], trasmutata la chiesa in altra parte, e il luogo rimaso comune, chiamasi «profano»; cosí si può dire, degli spiriti dannati, essere stati alcuna volta sacri, mentre seguirono la via della veritá, percioché, mentre questo fecero, era con loro la grazia dello Spirito santo; ma, poi che, abbandonata la via della veritá, seguirono le malvagitá e le nequizie, per le quali dannati sono, partita da loro la grazia dello Spirito santo, sono rimasi profani.

«Quando ci scòrse». Comincia qui la seconda parte del presente canto, nella quale, sí come neʼ superiori cerchi è addivenuto allʼautore dʼessere stato con alcuna parola spaventato daʼ diavoli presidenti aʼ cerchi, neʼ quali disceso è, cosí qui similmente mostra Cerbero averlo voluto spaventare. E questo, con quello atto generalmente soglion fare i cani, quando uomo o altro animale vogliono spaventare: innanzi ad ogni altra cosa gli mostrano i denti. Il che aver fatto Cerbero verso Virgilio e verso lui dimostra qui lʼautore, dicendo: «Quando ci scòrse», cioè ci vide venire, «Cerbero, il gran vermo» (pone lʼautore questo nome a Cerbero di «vermo» dal luogo ove il trova, cioè sotterra, percioché i piú di quegli animali, li quali sotterra stanno, sono chiamati «vermini»), «Le bocche», per ciò dice le bocche, perché tre bocche avea questo Cerbero, come di sopra è dimostrato; «aperse, e mostrocci le sanne», cioè i denti: «Non avea membro che tenesse fermo». Il che può avvenire da impetuoso desiderio di nuocere e da altro.

«E ʼl duca mio», veduto quello che Cerbero faceva, «distese le sue spanne», cioè aperse le sue mani, a guisa che fa colui che alcuna cosa con la grandezza della mano misura, «Prese la terra, e con piene le pugna»; come la mano aperta si chiama «spanna», cosí chiusa, «pugno»; «La gittò dentro alle bramose canne»; dice «canne», percioché eran tre, come di sopra è mostrato.

E appresso questo, per una comparazione ottimamente convenientesi al comparato, dimostra quel dimonio essersi acquetato, e dice: «Qual è quel cane chʼabbaiando», cioè latrando, «agogna». «Agognare» è propriamente quel disiderare il quale alcun dimostra veggendo ad alcuno altro mangiare alcuna cosa; quantunque sʼusi in qualunque cosa lʼuom vede con aspettazione disiderare; ed è questo atto proprio di cani, li quali davanti altrui stanno quando altri mangia. «E si racqueta», sanza piú abbaiare, «poi che ʼl pasto morde», cioè quello che gittato gli è da mangiare, «Che solo a divorarlo intende e pugna; Cotai si fecer», cioè cosí quiete, «quelle facce lorde», brutte di Cerbero, che eran tre, «Dello demonio Cerbero, che introna», latrando, «Lʼanime», in quel cerchio dannate, «sí, chʼesser vorrebber sorde», accioché udire nol potessero. Questo luogo è tutto preso da Virgilio, di lá dove egli nel sesto dellʼ_Eneida_ scrive:

_Cerberus haec ingens la tratu regna trifauci personat, adverso recubans immanis in antro. Cui vates, horrere videns iam colla colubris, melle soporatam et medicalis frugibus offam obiicit: ille fame rabida tria guttura pandens, corripit obiectam, atque immania terga resolvit fusus humi, totoque ingens extenditur antro,_ ecc.

«Noi passavam». Qui comincia la terza parte di questo canto, nella quale lʼautore truova un fiorentino, il quale gli dice qual peccato in questo terzo cerchio si punisca: e, oltre a ciò, dʼalcune cose addomandato da lui, il dichiara. Dice adunque: «Noi passavam», Virgilio ed io, «su per lʼombre chʼadona», cioè prieme e macera, «La grave pioggia», la quale in quel luogo era, come di sopra è mostrato, «e ponevam le piante», deʼ piedi, «Sopra lor vanitá, che par persona».

Altra volta è detto gli spiriti non avere corpo, ed essere agli occhi nostri invisibili, ma in questa opera tutti li mostra lʼautore essere corporei, imitando Virgilio, il quale nel sesto dellʼ_Eneida_ fa il simigliante; e questo fa, accioché piú leggiermente inteso sia, figurando essere corporee le cose che incorporee sono e i loro supplici: la qual cosa non si potrebbe far tanto che bastevole fosse, se questa maniera non tenesse. Nondimeno mostra che, quantunque in apparenza corpi paiano, non essere in esistenza, dicendo lor «vanitá, che par persona» e non è: il che come addivenga, pienamente si mostrerá nel canto venticinquesimo del _Purgatorio_, dove questa materia si tratta.

«Elle», cioè quellʼanime, «giacean per terra tutte quante, Fuor dʼuna, chʼa seder si levò», sí che appare che anche questa una giaceva come lʼaltre, «ratto», cioè tosto, «Chʼella ci vide passarsi davante».

E disse cosí:—«O tu, che seʼ per questo inferno tratto»,—cioè menato, «Mi disse,—riconoscimi, se sai»; quasi volesse dire:—Guatami, e vedi se tu mi riconosci, percioché tu mi dovresti riconoscere;—e la ragione è questa, che—«Tu fosti prima fatto», cioè creato e nato, «chʼio disfatto»,—cioè che io morissi, percioché, nella morte, questa composizione, che noi chiamiamo «uomo», si disfá per lo partimento dellʼanima; e cosí né ella che se ne va, né ʼl corpo che rimane, è piú uomo. E veramente nacque lʼautore molti anni avanti che costui morisse, e fu suo dimestico, quantunque di costumi fossono strani.

«Ed io a lei», cioè a quella anima:—«Lʼangoscia, che tu hai», dal tormento nel quale tu seʼ, «Forse» è la cagione la quale «ti tira fuor della mia mente», cioè del mio ricordo; e tiratane fuor «Sí, che non par chʼio ti vedessi mai. Ma», poiché io non me ne ricordo, «dimmi chi tu seʼ, che ʼn sí dolente Luogo seʼ messo», come questo è, «e a sí fatta pena», come è questa, la quale è tale, «Che sʼaltra è maggia», cioè maggiore, «nulla è sí spiacente».—

«Ed egli a me», rispuose cosí:—«La tua cittá», cioè Firenze, della qual tu seʼ, «chʼè piena Dʼinvidia», ed énne piena «sí, che giá trabocca il sacco»; quasi voglia dire: ella nʼè sí piena, che ella non la può dentro a sé tenere, per la gran quantitá conviene che si versi di fuori, cioè si pervenga agli effetti, li quali dalla invidia procedono. E questo dice costui, percioché, tra lʼaltre invidie che in Firenze erano, ve nʼera una, la quale gittò molto danno alla cittá, e massimamente a quella parte alla quale era portata; e questa era la ʼnvidia, la quale portava la famiglia deʼ Donati alla famiglia deʼ Cerchi; percioché dove i Donati erano delle sustanze temporali anzi disagiati gentiliuomini che no, vedendosi tutto dí davanti, sí come vicini in cittá e in contado, la famiglia deʼ Cerchi, li quali in quei tempi erano mercatanti grandissimi, e tutti ricchi e morbidi e vezzosi, e, oltre a ciò, nel reggimento della cittá e nello stato potentissimi, avevano e alle ricchezze e allo stato loro invidia; e aveanne tanta che, comʼè detto, non potendola dentro piú tenere, non molto poi con dolorosi effetti la versaron fuori. «Seco mi tenne», sí come cittadino, «in la vita serena», cioè in questa vita mortale, la quale chiama «serena», cioè chiara, per rispetto a quella nella quale dannato dimorava.

[Nota: Lez. XXIV]