Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2
Part 13
Elena fingono i poeti essere stata figliuola di Giove e di Leda, moglie di Tindaro, re dʼOebalia, e lui dicono in forma di cigno, con lei bellissima donna e madre dʼElena, esser giaciuto, narrando in questa forma la favola di Giove, ecc. Ma le istorie vogliono lei essere stata figliuola di Tindaro, re dʼOebalia, e di Leda, e sirocchia di Castore e di Polluce. Fu la bellezza di costei tanto oltre ad ogni altra maravigliosa, che ella non solamente a discriversi con la penna faticò il divino ingegno dʼOmero, ma ella ancora molti solenni dipintori e piú intagliatori per maestero famosissimi stancò: e intra gli altri, sí come Tullio nel secondo dellʼ_Arte vecchia_ scrive, fu Zeusis eracleate, il quale per ingegno e per arte tutti i suoi contemporanei e molti deʼ predecessori trapassò. Questi, condotto con grandissimo prezzo daʼ croteniesi a dover la sua effigie col pennello dimostrare, ogni vigilanza pose, premendo con gran fatica dʼanimo tutte le forze dello ʼngegno suo; e, non avendo alcun altro esemplo, a tanta operazione, che i versi dʼOmero e la fama universale che della bellezza di costei correa, aggiunse a questi due un esempio assai discreto: percioché primieramente si fece mostrare tutti i beʼ fanciulli di Crotone, e poi le belle fanciulle, e di tutti questi elesse cinque, e delle bellezze deʼ visi loro e della statura e abitudine deʼ corpi, aiutato daʼ versi dʼOmero, formò nella mente sua una vergine di perfetta bellezza, e quella, quanto lʼarte potè seguire lʼingegno, dipinse, lasciandola, sí come celestiale simulacro, alla posteritá per vera effigie dʼElena. Nel quale artificio, forse si poté abbattere lʼindustrioso maestro alle lineature del viso, al colore e alla statura del corpo: ma come possiam noi credere che il pennello e lo scarpello possano effigiare la letizia degli occhi, la piacevolezza di tutto il viso, e lʼaffabilitá, e il celeste riso, e i movimenti vari della faccia, e la decenza delle parole, e la qualitá degli atti? Il che adoperare è solamente oficio della natura. E, percioché queste cose erano in lei esquisite, né vedeano i poeti a ciò poter bastare la penna loro, la finsero figliuola di Giove, accioché per questa divinitá ne desser cagione di meditare qual dovesse essere il fulgore degli occhi suoi, quale il candore del mirabile viso, quanta e quale la volantile e aurea chioma, da questa parte e da quella con vezzosi cincinnuli sopra gli candidi ómeri ricadente; quanta fosse la soavitá della dolce e sonora voce, e ancora certi atti della bocca vermiglia e della splendida fronte e della gola dʼavorio, e le delizie del virginal petto, con le altre parti nascose daʼ vestimenti. Da questa tanto ragguardevole bellezza fu Teseo, figliuolo dʼEgeo, re dʼAtene, tirato in Oebalia a doverla rapire: la quale esso trovata giucare, secondo il lor costume, nella palestra con gli altri fanciulli di sua etá, conosciutala la rapí, e portonnela ad Atene: e quantunque per la troppo tenera etá altro che alcun bascio tôrre non le potesse, pure alquanto maculò la virginale onestá. Qui si può muovere un dubbio, conciosiacosaché tutti gli antichi scrittori a questo sʼaccordino, che Teseo prima, e poi Paris, la rapissono. Come questo debba poter esser stato, ecc. Fu nondimeno poi costei da Elettra, madre di Teseo, non essendo Teseo in Atene, renduta a Castore e a Polluce, suoi fratelli, raddomandantila. Altri dicono che Teseo lʼavea raccomandata a Proteo, re dʼEgitto, e che esso in assenza di Teseo lʼaveva renduta aʼ fratelli. Poi appresso, essendo pervenuta ad etá matura, fu maritata a Menelao, re di Lacedemonia, e dopo alquanto tempo, essendo esso andato in Creti, fu da Paris troiano rapita di Lacedemonia e portatane in Troia, e, secondo che alcuni dicono, di consentimento di lei. Altri dicono che ella fu dal detto Paris rapita dʼunʼisola chiamata Citerea, dove ella ad un certo sacrificio che si faceva, secondo il costume antico, vegghiava la notte nel tempio dello dio, al quale il sacrificio faceano, con altre donne della contrada. E son di quegli che affermano senza sua saputa o volontá questo essere stato fatto. [Qui del modo del vegghiare, e come di qua il recarono i marsiliesi, e donde vennero le vigilie.] In Troia dimorò venti anni, come di sopra dicemmo: ed essendo stato ucciso Paris da Pirro, si rimaritò a Deifobo, suo fratello: e, per quel che paia voler Virgilio, essendosi secondo lʼordine del trattato i greci ritrattisi indietro da Ilione e fatto sembiante dʼandarsene, ed ella sapendolo, ed essendo a ciò consenziente, quando vide il tempo atto al disiderio deʼ greci, con un torchio acceso diede lor segno al venire; di che essi tornati, e preso Ilione e disfatto, e ricevuta lei, la restituirono a Menelao: il quale dicono che volentieri la ricevette. E altri vogliono essere la cagione percioché non di sua volontá fu rapita; altri percioché tenne al trattato, e diede il cenno aʼ greci di ritornare. E, tornandosi costei con Menelao in Grecia, da noiosa tempesta di mare ne furono portati in Egitto, e quivi da Polibo re onorevolmente ricevuti; e, oltre a questo, essendo da diversi casi ritenuti, lʼottavo anno dopo la distruzione dʼIlione, tornarono in Lacedemonia. Dove scrive Omero, nella sua _Odissea_, che Telemaco, figliuolo di Ulisse, essendo venuto per domandar Menelao se alcuna cosa dir gli sapesse dʼUlisse, gli trovò far festa e nozze grandissime, avendo Menelao dato moglie ad un suo figliuolo non legittimo, chiamato Megapénti. E da questo tempo innanzi, mai che di lei si fosse non mi ricorda aver trovato.
«E vidi ʼl grande Achille, Che con amore», cioè per amore, «al fine», della sua vita, «combatteo», contro a Paris e agli altri che nel tempio dʼApollo timbreo lʼassalirono e uccisono; nel quale Ecuba lʼaveva occultamente e falsamente fatto venire, avendogli promesso di dargli per moglie Polissena.
[Nota: Lez. XIX]
Achille fu figliuolo di Peleo e di Tetide minore, nelle cui nozze, ecc. non fu invitata la dea della discordia, ecc.; e fu dʼuna cittá di Tessaglia, secondo che Omero scrive nella _Iliada_, chiamata Ptia: il quale, secondo che i poeti scrivono, come nato fu, dalla madre fu portato in inferno, e, accioché egli divenisse forte e paziente delle fatiche, presolo per lo calcagno, tutto il tuffò nel fiume, ovvero nellʼonde di Stige, palude infernale, fuori che il calcagno di lui, il quale teneva con mano; e questo fatto, il diede a Chirón centauro, che lo allevasse. Il quale il nutricò, non in quella forma che gli altri tutti si sogliono nutricare, ma gli faceva apparecchiare il cibo suo solamente di medolla dʼossa di bestie prese da lui; e questo faceva, accioché egli, per continuo esercizio, si facesse forte e destro a sostenere le fatiche. E per questo solea dir Leon Pilato lui essere stato nominato Achille, ab «a», che tanto vuol dire quanto «senza», e «_chilos_», che tanto vuol dire quanto «cibo», quasi «uomo nutricato senza cibo». Insegnò Chirón a costui astrologia e medicina e sonare certi istrumenti di corda. Ma, come la madre di lui sentí essere stata rapita da Paride Elena, conoscendo per sue arti che gran guerra ne seguirebbe, e che in quella sarebbe il figliuolo ucciso, sʼingegnò di schifargli con consiglio questo male, se ella potesse: e lui dormente, e ancora fanciullo senza barba, nascosamente della spelonca di Chirone il trasse, e portonnelo in una isola chiamata Sciro, dove regnava un re chiamato Licomede: e con vestimenti femminili, avendolo ammaestrato che a niuna persona manifestasse sé esser maschio, quasi come fosse una vergine, gliele diede che il guardasse tra le figliuole. Ma questo non potè lungamente essere occulto a Deidamia, figliuola di Licomede, cioè che egli fosse maschio: col quale essa, preso tempo atto a ciò, si giacque; e per la comoditá, la quale avea di questo suo piacere, ad alcuna persona non manifestava quello essere che essa avea conosciuto. E tanto continovò la lor dimestichezza, che essa di lui concepette un figliuolo, il quale poi chiamaron Pirro. Ma, poi che i greci ebbero tutti fatta congiurazione contro aʼ troiani, avendo per risponso avuto non potersi Troia prendere senza Achille, messisi ad investigare di lui, con la sagacitá dʼUlisse fu trovato e menato a Troia: dove andando, prese piú cittá di nemici e grandissima preda, e una figliuola del sacerdote dʼApolline, la qual donò ad Agamennone, e unʼaltra, che presa nʼavea, chiamata Briseida, guardò per sé. Ed essendo convenuto, per risponsi deglʼiddii, che Agamennone avesse la sua restituita al padre, tolse Briseida ad Achille: della qual cosa turbato Achille, non si poteva fare, né per prieghi né per consiglio, che egli volesse combattere contro aʼ troiani. Per che, essendo i greci un dí fieramente malmenati daʼ troiani, avendo egli concedute le sue armi e il carro a Patrocolo, e Patrocolo essendo stato ucciso da Ettore, turbato sʼarmò: e, vinto e ucciso Ettore, e strascinatolo, e poi tenutolo senza sepoltura dodici dí, e ultimamente rendutolo a Priamo, e poi perseverando nel combattere, avendo ucciso Troilo, fratello di Ettore, suspicò Ecuba costui non doverle alcuno deʼ figliuoli lasciare, per che con lui tenne segreto trattato di dovergli dare Polissena, sua figliuola, per moglie, dove egli le promettesse piú non prendere arme contro aʼ troiani. Amava Achille Polissena meravigliosamente, percioché neʼ tempi delle tregue veduta lʼavea, ed eragli oltre ad ogni altra femmina paruta bella. Ed essendo dunque esso in convenzione con Ecuba, secondo che ella gli mandò dicendo, solo e disarmato andò una notte nel tempio dʼApollo timbreo, il quale era quasi allato alle mura dʼIlione, credendosi quivi trovare Ecuba e Polissena; ma come egli fu in esso, gli uscí sopra Paris con certi compagni; ed essendo Paris mirabilmente ammaestrato nellʼarte del saettare, aperto lʼarco, il ferí dʼuna saetta nel calcagno, percioché sapeva lui in altra parte non potere esser ferito: per che Achille, fatta alcuna ma piccola difesa, cadde e fu ucciso, e poi seppellito sopra lʼuno deʼ promontori di Troia, chiamato Sigeo.
«Vidi Paris». Paris, il quale per altro nome fu chiamato Alessandro, fu figliuolo di Priamo e di Ecuba, del quale Tullio _in libro De divinatione_ scrive che, essendo Ecuba pregna di quella pregnezza della quale ella partorí Paris, le parve una notte nel sonno partorire una facellina, la quale ardeva tutta Troia. Il qual sonno essa raccontò a Priamo: del significato del qual sogno Priamo fece domandare Apollo, il quale rispose che per opera del figliuolo, il quale nascer dovea di questa grossezza, perirebbe tutta Troia. Per la qual cosa Priamo comandò che il figliuolo che nascesse, ella il facesse gittar via. Ma, essendo venuto il tempo del parto, e avendo Ecuba partorito un bel fanciullo, ebbe pietá di lui, e nol fece, secondo il comandamento di Priamo, gittar via, ma il fece occultamente dare a certi pastori del re, che lʼallevassero: e cosí da questi pastori fu allevato nella selva chiamata Ida, non guari dilungi da Troia. Ed essendo divenuto grande, quivi primieramente usò la dimestichezza dʼuna ninfa del luogo chiamata Oenone, e di lei ebbe due figliuoli, deʼ quali chiamò lʼuno Dafne e lʼaltro Ideo. E, dimorando in abito pastorale in quella selva, addivenne un grande e famoso giudice, e ogni quistione tra qualunque persona con maravigliosa equitá decideva. Per la qual cosa perduto quasi il vero nome, cioè Alessandro, era da tutti chiamato Paris, quasi «eguale». E in questo tempo che esso cosí dimorava, avvenne che Peleo menò per moglie Teti, e alle sue nozze invitò Giunone, Pallade e Venere. Di che gravandosi la dea della discordia, che essa non vʼera stata chiamata, preso un pomo dʼoro, vi scrisse sú che fosse dato alla piú degna, e gittollo sopra la mensa, alla quale esse sedevano. Di che, lette le lettere, ciascuna delle tre dèe diceva a lei, sí come a piú degna, doversi il detto pomo. Ed essendo tra loro la quistione grande, andarono per lo giudicio a Giove, il quale Giove non volle dare, ma disse loro:—Andate in Ida, e quivi è un giustissimo uomo chiamato Paris; quegli giudicherá qual di voi ne sia piú degna.—Per la qual cosa le tre dèe andarono nella selva, e trovarono Paris in una parte di quella chiamata Mesaulon, e quivi proposero davanti a lui la lor quistione, dicendo Giunone:—Io sono dea deʼ regni: se tu dirai me piú degna di queste altre di questo pomo, io ti farò signore di molti.—Dʼaltra parte diceva Pallade:—Io sono dea della sapienza: se tu il dái a me, io ti farò tutte le cose cognoscere e sapere.—Venere similemente diceva:—Io sono dea dʼamore: se tu dai, come a piú degna, il pomo a me, io ti farò avere lʼamore e la grazia della piú bella donna del mondo.—Le quali udite da Paris, dopo alcuna diliberazione, egli diede il pomo a Venere, sí come a piú degna. Per la qual cosa, come appresso si dirá, egli ebbe Elena. Fu costui, secondo che Servio dice essere stato da Nerone raccontato nella sua _Troica_, fortissimo, intanto che esso nelle contenzioni agonali, le quali si facevano a Troia, esso vinceva ogni uomo, ed Ettore medesimo. Il quale, turbatosi dʼessere da lui stato vinto, credendo lui essere un pastore, messo mano ad un coltello, il volle uccidere, e arebbel fatto; se non che Paris, che giá daʼ suoi nutritori saputo lʼavea, gridò forte:—Io son tuo fratello;—che ciò fosse vero provò, mostrate le sue crepundie, le quali Ecuba vedute riconobbe; e cosí fu riconosciuto e ricevuto nella casa reale di Priamo, suo padre. Nella quale non guari di tempo dimorò, che, essendo per mandato di Priamo composte [e fatte] venti navi, sotto spezie dʼambasciadore a raddomandare Esiona fu mandato in Grecia; dove alcuni vogliono, e tra questi è Ovidio nelle sue _Pistole_, che esso fosse ricevuto e onorato da Menelao. Ma altri dicono lui essere in Lacedemonia venuto, non essendovi Menelao, e di quindi alla fama della bellezza dʼElena essere andato in Isparten, e quella avere combattuta il primo anno del regno dʼAgamennone, non essendovi Castore né Polluce, fratelli di Elena, li quali ad Agamennone erano andati, e seco aveano menata Ermione, figliuola di Menelao e dʼElena. E cosí, avendo presa la cittá, presene Elena, resistente quanto potea, e, oltre a ciò, tutti i tesori di Menelao, e, ogni cosa posta sopra le navi, andò via: la qual cosa assai elegantemente tôcca Virgilio, quando dice:
_Me duce, Dardanius Spartam expugnavit adulter?_ ecc.
E per questo vogliono molti, preso daʼ greci Ilione, Elena aver meritato dʼessere stata ricevuta da Menelao. E cosí Paris ebbe la piú bella donna di Grecia, secondo la promessa di Venere: la quale in Troia menatane, vi portò quella facellina, la quale Ecuba, essendo gravida in lui, avea nel sonno veduta che tutta Troia ardea. Adunque per questa rapina congiurati i greci insieme, vennero ad assediare Ilione: nel quale essendo prima stato ucciso Ettore, e poi Troilo, esso medesimo Paris fu ucciso da Pirro, figliuolo dʼAchille.
Séguita poi: «Tristano».
Tristano, secondo i romanzi deʼ franceschi, fu figliuolo del re Meliadus e nepote del re Marco di Cornovaglia, e fu, secondo i detti romanzi, prode uomo della persona e valoroso cavaliere: e dʼamore men che onesto amò la reina Isotta, moglie del re Marco, suo zio, per la qual cosa fu fedito dal re Marco dʼun dardo avvelenato. Laonde vedendosi morire, ed essendo la reina andata a visitarlo, lʼabbracciò, e con tanta forza se la strinse al petto, che a lei e a lui scoppiò il cuore, e cosí insieme morirono, e poi furono similmente seppelliti insieme. Fu costui al tempo del re Artú e della Tavola ritonda, ed egli ancora fu deʼ cavalieri di quella Tavola.
«E piú di mille Ombre mostrommi, e nominolle a dito», dice «mille», quasi molte, usando quella figura la qual noi chiamiamo «iperbole»; «Chʼamor», cioè quella libidinosa passione, la qual noi volgarmente chiamiamo «amore», «di nostra vita dipartille», con disonesta morte; percioché, per quello morendo, onestamente morir non si puote.
«Poscia chʼio ebbi». Qui comincia la quinta parte del presente canto, nella qual dissi che lʼautore con alcuni spiriti dannati a questa pena parlava, e dice: «Poscia chʼio ebbi il mio dottore udito Nomar le donne antiche e i cavalieri», che di sopra ha nominati; «Pietá mi vinse e fui quasi smarrito». In queste parole intende lʼautore dʼammaestrarci che noi non dobbiamo con la meditazione semplicemente visitar le pene deʼ dannati; ma, visitandole e conoscendole, e conoscendo noi di quelle medesime per le nostre colpe esser degni, non di loro, che dalla giustizia son puniti, ma di noi medesimi dobbiamo aver pietá, e dover temere di non dovere in quella dannazione pervenire, e compugnerci ed affliggerci, accioché tal meditazione ci sospinga a quelle cose adoperare, le quali di tal pericolo ne tragghino e dirizzinci in via di salute. E usa lʼautore di mostrare di sentire alcuna passione, quando maggiore e quando minore, in ciascun luogo: e quasi dove alcun peccato si punisce, del quale esso conosca se medesimo peccatore. E, avuta questa passione al suo difetto, sèguita: «Io cominciai:—Poeta, volentieri Parlerei a queʼ due che ʼnsieme vanno», essendo da quella bufera portati, «E» che «paiono sí al vento esser leggeri»,—cioè con minor fatica volanti. «Ed egli a me:—Vedrai quando saranno», menati dal vento, «Piú presso a noi, e tu allor gli prega, Per quellʼamor, che i mena», qual che quello amor si sia, «ed eʼ verranno», qui, da quellʼamor, per lo qual pregati fieno, costretti. «Sí tosto, come ʼl vento a noi gli piega, Muovi la voce»—cioè priega come detto tʼho.
Per la qual cosa lʼautore, che verso di sé venir gli vide, cominciò a dire in questa guisa:—«O anime affannate», dal tormento e dalla noia di questo vento, «Venite a noi parlar, sʼaltri nol niega»,—cioè se voi potete.
«Quali colombe». Qui lʼautore, per una comparazione, ne dichiara con quanta affezione quelle due anime chiamate venissero a lui. «Quali colombe dal desio», di rivedere i figliuoli, «chiamate», cioè incitate, «Con lʼali alzate», volando, «e ferme», con lʼaffezione, «al dolce nido», nel quale i figliuoli hanno lasciati, per dover cercar pastura per li figliuoli e per loro; «Vengon per lʼaer», verso il nido, «dal voler portate»; percioché gli animali non razionali non hanno altra guida nelle loro affezioni che la volontá; «Cotali uscir», questi due, «della schiera ovʼè Dido», la qual di sopra disse che andavano per quello aere a guisa che volano i grú; «A noi venendo per lʼaer maligno», quanto è a loro che quivi tormentati erano: «Sí forte», cioè sí potente, «fu lʼaffettuoso grido», cioè priego (non si dee credere che lʼautor gridasse). E venuti disson cosí:—«O animal grazioso e benigno», chiamanlo per ciò «grazioso e benigno», perché benignamente pregò; il che laggiú non suole avvenire, anzi vi si usa per li ministri della divina giustizia rigidamente comandare: «Che visitando vai per lʼaer perso», cioè oscuro, «Noi, che tignemmo ʼl mondo di sanguigno», quando uccisi fummo; percioché, versandosi il lor sangue, dovunque toccò tinse di color sanguigno; «Se fosse amico», di noi, come egli è nemico, «il Re dellʼuniverso», cioè Iddio, «Noi pregheremmo lui per la tua pace», cioè che pace ti concedesse, «Poi cʼhai pietá del nostro mal perverso», cioè al nostro tormento. «Di quel chʼudire» da noi, «e che parlar ti piace» a noi, «Noi udiremo», parlando tu, «e parleremo a vui», rispondendo a quelle cose delle quali domanderai, «Mentre che ʼl vento», cioè quella bufera, «come fa», al presente, «ne tace», cioè non cʼinfesta.
[Nota: Lez. XX]