Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2
Part 10
[Non fu mai alcun messo di Dio mandato, che il suo piacere loro annunziasse e chiamassegli ad obbidienza della sua legge. E chi dubita che Domeneddio non conoscesse alcun da sé a ciò non dover venire non chiamato, quando i chiamati con ostinata pertinacia recusavan dʼudire i suoi comandamenti e dʼubbidirlo? Se forse volesse alcun dire:—Iona fu mandato da Dio a Ninive;—ma esso non andò ad ammaestrargli della legge di Dio, ma a nunziare che Ninive infra quaranta dí si disfarebbe. E se gli ebrei furono in Babilonia lungamente in prigione, e vi furono reputati bestie; estimando i caldei che se savi fossero stati, o fosser sante le lor leggi, che Iddio non gli avrebbe lasciati venire in quella miseria; e perciò creduti non erano: eʼ non pare che dubitar si debba che non fossero i gentili molto piú prestamente venuti, che non fecero gli ebrei. E questo pare si possa comprendere da ciò che seguí, quando chiamati furono, poi che Cristo incarnato recò in terra quella celeste luce della dottrina evangelica, la quale illumina ogni uomo che viene in questo mondo, che illuminato voglia essere: la quale avendo esso primieramente predicata, e poco dagli ebrei ascoltata, mandò per lʼuniverso i suoi messaggieri a chiamare alle nozze reali di vita eterna ogni nazione. Né furon chiamati neʼ diserti o nelle solitudini arabiche, né da uomini paurosi o fiochi, ma, come dice di loro il salmista; «_Non sunt linguae neque sermones, quorum non audiantur voces eorum. In omnem terram exivit sonus eorum et in fines orbis terrae verba eorum_». E queste nel cospetto deʼ re, deʼ prencipi, deʼ tiranni, e nelle cittá grandissime, nelle piazze, neʼ templi, nelle convenzioni e adunanze deʼ popoli: e a questa chiamata prestamente concorsono le nazion gentili e con intera mente senza alcune ritrosie prestaron fede alla dottrina deʼ chiamatori: e non solamente vi prestaron fede, ma per quella se medesimi fecero incontro a tormenti senza la divina grazia intollerabili, e alla morte temporale, senza alcuna paura e con ferma speranza della futura gloria. E cosí si può credere avrebber fatto, se alcuna altra volta fossero stati chiamati. E se essi chiamati non furono, come altra volta è detto, essi non si dovevano né potevano indovinare.]
[Seguirono adunque quello iddio o quegli iddii, quegli riti dʼadorargli e dʼonorargli, che i lor padri, li loro amici, i loro vicini eʼ loro sacerdoti mostravan loro, e a questo, credendosi bene adoperare, eran contenti: conciosiacosaché alcun non sia che cerchi di quello che egli non conosce. E, seguendo il predetto rito dʼadorare Iddio, furono di quegli assai che il seguirono, virtuosamente e moralmente vivendo; avendo in odio e dannando i disonesti guadagni, le violenze, lʼozio, la concupiscenza carnale, le falsitá, i tradimenti e ogni altra operazione meritamente biasimevole; esercitandosi ciascuno di prevalere agli altri in iscienza, in disciplina militare, in ben fare alla republica e in divenire glorioso tra gli uomini: e questo con lunghe fatiche e con gran pericoli della propria vita. E cosí si dee credere e ancora molto piú avrebbon fatto in onore del nome di Cristo, per la vita celestiale e per lʼeterna gloria. Ma a doversi di ciò informare non potevan salire in cielo: né in terra era chi lor ne dicesse parole, né che a lor giudicio fosse degno di tanta fede.]
[Se forse volessero alcuni dire:—Cosí come per forza dʼingegno essi adoperarono di conoscere i segreti riposti nel seno della natura e la cagion delle cose, e per saper queste seguivan gli studi caldei, gli egizi, glʼitalici e gli altri quantunque lontani; e cosí per conoscere il vero Iddio si dovean faticare, e andar cercando quegli che maestri e dottori erano della ebraica legge, accioché di ciò gli ammaestrassero—potrebbesi consentire, i gentili dovere aver creduto gli ebrei dover esser maestri di questa veritá. Ma essi non si vedevan tra le nazioni del mondo dʼalcuna preeminenza, né onorato il popolo ebreo, e massimamente a rispetto degli assiri, deʼ greci, degli affricani e ultimamente deʼ romani; anzi si vedea un piccol popolo pieno di vitupèri, di peccati e di scellerate operazioni, e ogni dí essere daʼ caldei e dagli egiziaci presi e straziati e menati in cattivitá e in servitudine, e essi e le lor femmine, e le loro cittá rubate, e ad esse esser disfatte le mura e talvolta tutte abbattute e desolate; per le quali cose assai di fede appo le nazioni strane alla loro religion si toglieva, e per questo essendo avuti in derisione, non era alcuno che mai a loro andato fosse. Erano, oltre a questo, gli ebrei intra se medesimi divisi, ché altra maniera servavano i giudei e altra maniera i sammaritani: e chi meglio di costor si facesse, non potevano le nazioni lontane discernere. Né è da dubitare che molto di fede non togliesse loro appo gli strani la divisione.]
[Che dunque si può dire della ignoranza di coloro che, avanti che Cristo per li suoi messaggeri la legge, da lui data, essere stata data manifestasse, se non quello che davanti è stato detto, cioè che la loro ignoranza, sí come ignoranza _facti_, si debba potere scusare? E perciò, se per altro ben vissero, non aver altra pena meritata, che quella che semplicemente per lo peccato originale è data a coloro, li quali morirono avanti che essi potesson peccare, e quello sentirne, che par che san Paolo voglia, quando scrive: «_Servus nesciens vel ignorans voluntatem Domini sui et non faciens, vapulabit paucis_»; e in altra parte: «_Facilius consequutus sum veniam, quoniam ignorans feci_».]
[_De ignorantia iuris_ non dico cosí; percioché, come di sopra dissi, come la legge, la quale a ciascuno appartiene, è promulgata e manifestata, non puote alcuno con accettevole scusa allegar la ignoranza: percioché tale ignoranza si può meritamente dire crassa e supina, e apparire aperto, colui che ciò non sa, nol sa, perché non lʼha voluto sapere. E però se, dopo la dottrina evangelica predicata per tutto, è alcuno che quella seguita non abbia, quantunque per altro virtuosamente vivuto sia, sí come degno di maggior supplicio per la sua ignoranza, non dee a simil pena esser punito con glʼinnocenti, ma a molto piú agra. E di questi cotali pone lʼautore alquanti, come è Ovidio, Lucano, Seneca, Tolomeo, Avicenna, Galieno e Averrois; li quali io confesso, tra gli altri dallʼautor nominati, non doversi debitamente nominare, percioché di loro si può dir quello che scrive san Paolo: «_A veritate auditum avertent, ad fabulas autem convertentur_», ecc. E il salmista: «_Sicut aspides surdae et obturantes aures suas, ut non exaudirent voces_», ecc. E di questi meritamente si dice quella parola, che di sopra contro aglʼignoranti è allegata da san Paolo: «_ignorans ignorabitur_», e similmente lʼaltre autoritá quivi poste. Nondimeno, che che qui per me detto sia, io non intendo di derogare in alcuno atto alla cattolica veritá, né alla sentenza deʼ piú savi.]
[Nota: Lez. XVIII]
Resta a vedere quello che lʼautore abbia voluto per lo castello difeso da sette alte mura e da un bel fiumicello, e per lo prato della verdura che dentro vi truova, poi che con quegli cinque poeti entrato vʼè. E, secondo il mio giudicio, egli intende questo castello il real trono della maestá della filosofia morale e naturale, fermato in su il limbo, cioè in su la circunferenza della terra: conciosiacosaché queste due spezie di filosofia, morale e naturale, non trascendano alle sedie deʼ beati, ma solamente di terra speculino, conoscano e dimostrino i naturali effetti deʼ cieli nella terra e gli atti degli uomini: per la cognizion delle quali cose sta sempre verde la fama di quegli uomini e di quelle donne le quali seguíti gli hanno. E, a volere a cosí eccelsa e cosí nobile stanza divenire, si conviene tenere il cammino il quale lʼautore ne divisa, cioè passar quel fiumicello, il quale circunda questo luogo, dove la filosofia, maestra di tutte le cose, dimora; e passarlo come terra dura, accioché nellʼacqua di quello non si bagnino i piè nostri. E sono, avanti ad ogni altra cosa, per questo bel fiumicello da intendere le sustanze temporali, cioè le ricchezze, i mondani onori e le mondane preeminenze, le quali sono nella prima apparenza splendide e belle, quantunque in esistenza oscure e tenebrose si truovino: in quanto sono privatrici, e massimamente in coloro che non debitamente lʼamano o guardano o spendono o esercitano. E come lʼacqua spesse volte è aʼ nostri sensi dilettevole, cosí queste sono aglʼingegni e aglʼintelletti nocevoli; e cosí sono flusse e labili come è lʼacqua, la quale è in corso continuo; niun fermo stato hanno; oggi sono, e doman non sono; oggi sono in questo luogo e doman in quellʼaltro; oggi piacciono e domane spiacciono. E chiama lʼautor questʼacqua «fiumicello», che è diminutivo di «fiume», per dare ad intendere queste cose temporali e la lor luce e il lor comodo, a rispetto delle cose eterne, esser piccole o niuna cosa. E perciò, chi vuole pervenire allʼaltezza della fama filosofica, gli convien passar questo fiumicello non con delicatezze, non con morbidezze, non con conviti e artificiati cibi e esquisiti vini e con lunghi sonni e dannosi ozi; ma tutte queste cose, e simiglianti, non solamente scacciate e rimosse da sé, ma senza bagnarsi i piedi in questʼacqua, cioè in alcun atto lasciarsi toccare, o muover lʼaffezione a quella, e come terra dura passarlo, come il passaron per la temporal gloria Cammillo, Cincinnato, Curzio, Fabbrizio e Scipione e simiglianti, e per la filosofica eminenza Diogene, Democrito, Anassagora e i lor simili: li quali, scalpitate coʼ piedi le ricchezze, ed avutele a vile e disprezzatele, passarono con lieto e libero animo alle lunghe fatiche degli studi, delle virtú e delle scienze: e, passato il fiumicello, cioè le temporali delizie scalpitate, con cinque solenni poeti, cioè con quegli dottori li quali sieno per sofficienza degni a dimostrar quella via, [per la quale] alle filosofiche operazioni e perfezion si perviene. E intendo per le sette porti, per le quali dice che entrò con queʼ savi, le sette arti liberali: e non per quelle sette arti le quali molti intendono esser quelle con le quali i demòni ingannano gli sciocchi. E chiamansi «liberali», percioché in esse non osava, al tempo che i romani signoreggiavano il mondo, studiare altri cheʼ liberi uomini: o vogliam dire che liberali si chiamano, percioché elle rendono liberi molti uomini da molti e vari dubbi, neʼ quali senza esse intrigati sarebbono. E di queste arti ottimi dimostratori furono i predetti poeti, se con intera mente si riguarderanno i libri loro, neʼ quali, quantunque esplicitamente le regole, spettanti a dover dare la dottrina di quelle, per avventura non vi si truovino, eʼ vi si truovano le conclusioni vere e gli effetti certi delle regole, per le quali si solvono i dubbi li quali intorno alle regole posson cadere. È nondimeno da sapere non esser di necessitá, a colui che odierno filosofo vuol divenire, sapere perfettamente ciascuna delle liberali arti. Saperne alcuna perfettamente è del tutto opportuno, sí come al filosofo la grammatica e la dialettica, al poeta e allʼoratore la grammatica e la rettorica: poi sapere dellʼaltre i principi, e sapergli bene, è assai a ciascuno.
Entrò adunque lʼautore, per gli effetti delle liberali arti, con questi cinque dottori (coʼ quali si dee intendere ciascun altro entrare, il qual degno si fa per suo studio, imitando i valenti uomini), nel prato della verzicante fama della filosofia, dove da questi medesimi, cioè daʼ valenti uomini, e massimamente daʼ poeti, gli son dimostrati coloro che per le filosofiche operazioni meritarono la fama, la quale ancora è verde. E dissi «massimamente daʼ poeti», percioché di queste cosí fatte dimostrazioni niun altro par dover essere miglior maestro, che colui il quale col suo artificio sa perpetuare i nomi deʼ valenti uomini, e le glorie deglʼimperadori e deʼ popoli: e questi sono i poeti, deʼ quali è oficio il producere in lunghissimi tempi i nomi e lʼopere deʼ valenti uomini e delle valorose donne. La qual cosa quantunque facciano ancora gli storiografi, percioché nol fanno con cosí fiorito, con cosí rilevato, né con cosí ornato stilo, sono in ciò loro preposti i poeti; li quali in questa parte lʼautore intende per la perseverante dimostrazione, la qual sempre davanti da sé porta i nomi e lʼopere di coloro che son degni di laude.
Ma puossi qui muovere un dubbio e dire: che hanno a fare gli uomini dʼarme e le donne con coloro li quali per filosofia son famosi? Al quale si può cosí rispondere: non essere alcun nostro atto laudevole, che senza filosofica dimostrazione si possa adoperare. Stolta cosa è a credere che alcuno imperadore possa il suo esercito guidare ogni dí salvamente, senza prendere i luoghi da accamparsi, trovare le vie per le quali aver con salvocondotto si possano le cose opportune allʼeserciti, guardarsi dalle insidie, prender lʼordine o dare al combattere una cittá, ad assalire i nemici, al venire alla battaglia, se la disciplina militare, nella quale gli conviene essere ammaestratissimo, non gliela dimostra; e questa disciplina militare è fondata e stabilita sopra i discreti consigli della filosofia, li quali, quantunque non paia a molti sillogizzando prestarsi, nondimeno, se i ragionamenti, se i divisi, se i consigli si guarderanno tritamente, tutti dal discreto filosofo in sillogistica forma si riduceranno. E perciò se quegli, che ottimi maestri nella disciplina militar furono, coʼ filosafi si ponghino e nominino; come filosafi in quella spezie deʼ loro esercizi vi si pongono. Cosí ancora le donne, le quali castamente e onestamente vivono, e i loro ofici domestici discretamente e con ordine fanno, senza filosofica dimostrazione non gli fanno. E dobbiamo credere non sempre nelle cattedre, non sempre nelle scuole, non sempre nelle disputazioni leggersi e intendersi filosofia. Ella si legge spessissimamente neʼ petti degli uomini e delle donne. Sará la savia donna nella sua camera, e penserá al suo stato, alla sua qualitá: e di questo pensiero trarrá lʼonor suo, oltre ad ogni altra cosa, consistere nella pudicizia, nellʼamor del marito, nella gravitá donnesca, nella parsimonia, nella cura famigliare; trarrá ancora di questo pensiero appartenersi a lei di guardare e di servare con ogni vigilanza quello che il marito, faticando di fuori, acquisterá e recherá in casa; dʼallevare con diligenza i figliuoli, dʼammaestrargli, costumargli; e similmente intorno alle cose opportune dar ordine aʼ servi e allʼaltre cose simili. Che leggerá piú a costei nella scuola, che nella sua etica, che nella politica, che nella iconomica le dimostrerá niuna cosa? Dunque quelle, che cosí hanno adoperato e adoperano, non indegnamente, secondo il grado loro, coʼ filosafi sederanno di laude e di fama perpetua degne. Non dunque fece lʼautor men che bene a discrivere i famosi uomini in arme e le valorose donne in compagnia deʼ solenni filosafi.
CANTO QUINTO
I
SENSO LETTERALE
«Cosí discesi del cerchio primaio», ecc. Nel presente canto, sí come negli altri superiori, si continua lʼautore alle precedenti cose: e, avendo nella fine del precedente mostrato come Virgilio ed egli, partitisi dagli altri quattro poeti, erano per altra via venuti fuori di quel luogo luminoso, in parte dove alcuna luce non era; e quinci nel principio di questo, continuandosi alle cose predette, ne mostra come nel secondo cerchio dello ʼnferno discendesse. E fa lʼautore in questo canto sei cose: esso primieramente, come detto è, si continua alle precedenti cose, mostrando dove divenuto sia; nella seconda parte dimostra aver trovato un demonio esaminatore delle colpe deʼ peccatori; nella terza dice qual peccato in quel cerchio si punisca e in che supplicio; nella quarta nomina alquanti deʼ peccatori in quella pena puniti; nella quinta parla con alcuni di quegli spiriti che quivi puniti sono; nella sesta ed ultima descrive quello che di quel ragionar gli seguisse. La seconda comincia quivi: «Stavvi Minos»; la terza quivi: «Ora incomincian»; la quarta quivi: «La prima di color»; la quinta quivi: «Poscia chʼio ebbi»; la sesta e ultima quivi: «Mentre che lʼuno spirto».
Comincia adunque in cotal guisa: «Cosí discesi», cioè partito da queʼ quattro savi, seguitando per altra via Virgilio, «del cerchio primaio», cioè del limbo, il quale è il primiero cerchio dello ʼnferno; e mostra appresso dove discendesse, cioè «Giú nel secondo» cerchio, «che men luoco cinghia», cioè gira. E davanti è mostrata la cagion perché: la quale è percioché la forma dello ʼnferno è ritonda, e, quanto piú in esso si discende, tanto viene piú ristrignendo, tanto che ella diviene aguta in sul centro della terra. «E tanto ha piú dolor», in questo cerchio che nel precedente, «che pugne», cioè tormenta in sí fatta maniera, che egli costrigne i tormentati «a guaio», cioè a trar guai: quello che nel superior cerchio, come mostrato è, non avvenia; per che, sʼegli è questo luogo minore di circunferenza che il superiore, egli è molto maggior di pena.
«Stavvi Minos». Qui comincia la seconda parte, nella quale lʼautor mostra aver trovato un demonio esaminatore delle colpe deʼ peccatori; e in questo séguita lʼautore lo stilo incominciato di sopra, cioè di trovare ad ogni entrata di cerchio alcun demonio. Di sopra allʼentrare del primo cerchio trovò «Carón dimonio con occhi di bragia»; qui trova Minos. E ciascuno con alcun atto o parola terribile spaventa i peccatori che in quel luogo vengono, percioché Carón, di sopra, forte quegli che alla sua nave vennero spaventò con parole, gridando:—«Guai a voi, anime prave», ecc.;—nellʼentrata di questo cerchio, Minos gli spaventa ringhiando, in quanto dice: «Stavvi Minos orribilmente, e ringhia»; e cosí ancora neʼ cerchi seguenti troveremo. Dice adunque: «Stavvi Minos», cioè in su lʼentrata di quel cerchio secondo. Questo Minos dicono i poeti chʼegli fu figliuolo di Giove e dʼEuropa, e ciò essere in tal maniera avvenuto che, essendo Europa, figliuola dʼAgenore, re deʼ fenici, i quali abitarono il lito della Soría e fu la loro cittá principale Tiro, piaciuta a Giove cretense; e con operazion di Mercurio, secondo che da Giove gli era stato imposto, fosse fatto che questa vergine, avendo egli gli armenti reali dalle pasture della montagna vòlti e condotti alla marina, seguíti gli avesse: quivi essendosi Giove trasformato in un tauro bianchissimo e bello, e mescolatosi tra gli armenti reali, tanto benigno e mansueto si mostrò a questa vergine, che essa, prendendo della sua mansuetudine piacere, primieramente prese ardire di toccarlo con la mano e pigliarlo per le corna e menarselo appresso; poi, cresciuto lʼardire in lei, dal disiderio tratta, vi montò su. La qual cosa sentendo Giove, soavemente portandola, a poco a poco si cominciò a recare in su il lito del mare, e, quando tempo gli parve, si gittò in alto mare. Di che la vergine, paurosa di non cader nellʼacqua, attenendosi forte alle corna, quanto piú poteva lo strigneva con le ginocchia, e, in questa guisa notando, il toro da quello lito di Soría ne la portò infino in Creti; e quivi, ripresa la sua vera forma dʼuomo, giacque con lei, e in processo di tempo nʼebbe tre figliuoli, Minos e Radamanto e Sarpedone. Minos, divenuto a virile etá, prese per moglie una bellissima giovane chiamata Pasife, figliuola del Sole, e di lei gerrerò figliuoli e figliuole, intraʼ quali fu Androgeo, giovane di mirabile stificanza: il quale, neʼ giuochi palestrici essendo artificioso molto, e di corporal forza oltre ad ogni altro valoroso, percioché ogni uomo vincea, fu per invidia dagli ateniesi e daʼ megaresi ucciso. Per la qual cosa Minos, avendo fatto grande apparecchiamento di navilio e dʼuomini dʼarme per andare a vendicarlo, e volendo, avanti che andasse, sagrificare al padre, cioè a Giove, il quale il bestiale error degli antichi crede a essere iddio del cielo, il pregò che alcuna ostia gli mandasse, la qual fosse degna deʼ suoi altari. Per la qual cosa Giove gli mandò un toro bianchissimo, e tanto bello quanto piú essere potesse. Il quale come Minos vide, dilettatosi della sua bellezza, uscitogli di mente quello per che ricevuto lʼavea, il volle piú tosto preporre aʼ suoi armenti, per averne allievi, che ucciderlo per ostia; e, fatto il sacrificio dʼun altro, andò a dare opera alla sua guerra. E, assaliti prima i megaresi, e quegli per malvagitá di Scilla, figliuola di Niso, re deʼ megaresi, avendosi sottomessi; fatta poi grandissima guerra agli ateniesi, quegli similmente vinse, e alla sua signoria gli sottomise e a detestabile servitudine gli si fece obbligati; tra lʼaltre cose imponendo loro che ogni anno gli dovesson mandare in Creti sette liberi e nobili garzoni, li quali esso donasse in guiderdone a colui che vincitor fosse neʼ giuochi palestrici, li quali in anniversario dʼAndrogeo avea constituiti. Ma, in questo mezzo tempo che esso gli ateniesi guerreggiava, avvenne, e per lʼira conceputa da Giove contro a Minos, e per lʼodio il quale Venere portava a tutta la schiatta del Sole, il quale il suo adulterio e di Marte aveva fatto palese, che Pasife sʼinnamorò del bel toro, il qual Minos sʼavea riservato, senza averlo sacrificato al padre che mandato glielʼavea; e per opera ed ingegno di Dedalo giacque con lui, in una vacca di legno contraffatta ad una della quale il toro mostrava tra lʼaltre di dilettarsi molto; e di lui concepette e poi partorí una creatura, la quale era mezzo uomo e mezzo toro. Della quale ignominia fu fieramente contaminata la gloria della vittoria acquistata da Minos. Nondimeno esso fece prendere Dedalo ed Icaro, suo figliuolo, e fecegli rinchiudere nella prigione del laberinto, la quale Dedalo medesimo aveva fatta. E questo laberinto non fu fatto come disegnato lʼabbiamo, cioè di cerchi e di ravvolgimenti di mura, per li quali andando senza volgersi, infallibilmente si perveniva nel mezzo, e cosí, tornando senza volgersi, se ne sarebbe lʼuom senza dubbio uscito fuori: ma egli fu, e ancora è, un monte tutto dentro cavato, e tutto fatto ad abituri quadri a modo che camere, e ciascuna di queste camere ha quattro usci, in ciascuna faccia uno, i quali vanno ciascuno in camere simiglianti a queste, e cosí poco si puote avanti andare, che lʼuomo vi si smarrisce entro senza saperne fuori uscire, se per avventura non è. Poi ivi a certo tempo essendo ad Atene venuto per sorte che Teseo, figliuolo del re Egeo, dovesse, con gli altri che per tributo eran mandati, venire in Creti; e quivi venuto, secondo che Ovidio scrive, con certe arti mostrategli da Adriana, figliuola di Minos, vinse il Minotauro ed ucciselo, e da cosí vituperevol servigio liberò gli ateniesi: e occultamente di Creti partendosi, seco ne menò Adriana e Fedra, figliuole di Minos. E Dedalo dʼaltra parte, fatte alie a sé e al figliuolo, di prigione uscendo se ne volò in Cicilia, e di quindi a Baia: la qual cosa sentita da Minos, con armata mano incontanente il seguitò: ma esso appo Camerino in Cicilia, secondo che Aristotile scrive nella _Politica_, fu dalle figliuole di Crocalo ucciso. Dopo la morte del quale, percioché esso avea leggi date aʼ cretensi, e con giustizia ottimamente gli avea governati, i poeti, fingendo, dissero lui essere giudice in inferno. E di lui scrive cosí Virgilio:
_Quaesitor Minos urnam movet: ille silentum conciliumque vocat, vitasque et crimina discit,_ ecc.
Ma, percioché non pare per le fizion sopra dette sʼabbia la veritá dellʼistoria di Minos, par di necessitá di rimuover la corteccia di quella, e lasciare nudo il senso allegorico, nel quale apparirá piú della veritá della storia: dico piú, percioché tra le fizion medesime nʼè parte mescolata.