Part 5
Egli non considera, come Sully Prudhomme, tutte le facce del problema filosofico: si restringe alla quistione morale. Sully Prudhomme ha prima negato che l'uomo abbia diritto di giudicare intorno alla natura e alla vita: cominciando col determinismo, cioè con l'ammettere che tutto è disposto nell'universo secondo una legge rigorosa, ha finito col fatalismo, cioè con l'adagiarsi in una rassegnazione passiva, in una rinunzia totale. Ma il giorno che ha considerato il problema morale, quando il dolore suo e l'altrui lo hanno turbato, quando ha sentito il bisogno di una legge di giustizia, l'ha trovata soltanto nel cuore dell'uomo, cioè ha affermato che solo l'uomo giudica, che egli solo ha il diritto di giudicare. Il Maeterlinck invece nega questo diritto. «Noi abbiamo un bel ragionare: tutta la nostra ragione non sarà altro che un debolissimo raggio della natura, un'infima parte del tutto che essa si arroga il diritto di giudicare; ed è possibile che un raggio, perchè faccia il suo dovere, pensi di modificare la lampada dalla quale emana?... È saggio pensare ed agire come se tutto ciò che accade al genere umano fosse indispensabile». Il dottor Pangloss diceva che tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili; il Maeterlinck afferma che, in ogni caso, ciò che accade è la cosa migliore.
Egli non vuol essere pertanto confuso con i semplici rassegnati: è «un fiducioso», confida nell'idea dell'universo. Vi sono due specie di uomini: gli uni, la maggior parte, non hanno imparato a separare il loro destino esteriore dal loro destino morale; gli altri, i pochi, sì. I primi sono oppressi dagli uomini e dagli avvenimenti; gli altri, quelli che hanno una forza interiore alla quale si sottomettono non solo gli altri uomini, ma gli stessi avvenimenti, conoscono sè stessi non solo nel presente ma anche nell'avvenire, e sono padroni del loro destino futuro. «L'avvenimento in sè è come l'acqua pura che ci versa la fontana, e da solo non ha, d'ordinario, nè sapore, nè colore, nè profumo. Esso diventa bello o triste, dolce od amaro, mortale o ravvivatore, secondo la qualità dell'anima che lo accoglie». Non accade agli uomini se non ciò che essi vogliono che loro accada; non già nel senso che noi possiamo influire molto efficacemente sul corso degli eventi esteriori; ma perchè «abbiamo un'influenza onnipotente su ciò che questi eventi divengono dentro di noi». Egli ci dice: «Se voi amate, non già questo amore fa parte del vostro destino, ma la coscienza di voi stesso, che avrete trovata in fondo all'amor vostro, modificherà la vostra vita. Se siete stato tradito, il tradimento non importa; importa il perdono che esso avrà fatto nascere nella vostra anima». Tutto ciò che ci accade è della stessa natura di noi stessi. «Se Giuda esce stasera, andrà verso Giuda ed avrà l'occasione di tradire; ma se Socrate apre la sua porta, troverà Socrate addormentato sulla soglia ed avrà l'occasione di essere saggio.... Le vesti, le armi e gli ornamenti del destino si trovano nella nostra vita interiore. Se Socrate e Tersite perdono il loro unico figlio, la sciagura di Socrate non sarà simile a quella di Tersite.... Pare che il dolore e la felicità si purifichino prima di battere alla porta del saggio, e che abbassino il capo prima di entrare in un'anima mediocre».
Ecco perchè la filosofia del poeta non consiste, come potrebbe parere, nella semplice rassegnazione, in una specie di fatalismo. Non che rassegnarsi al destino, il saggio, secondo lui, lo governa e lo domina. «Vi sono rapporti incessanti fra l'istinto e il destino; ma quando noi sappiamo diminuire dentro di noi la forza cieca dell'istinto, diminuiamo nello stesso tempo intorno a noi la forza del destino. Se pure il destino ci colma di sciagure immeritate e incredibili, se pure ci obbliga a fare ciò che non avremmo mai fatto, dopo che la sciagura è accaduta, dopo che l'atto è stato compito, dipende da noi che resti senza influenza su ciò che accadrà nella nostra anima. Il destino non può impedire, quando colpisce al cuore un uomo di buona volontà, che la sciagura sopportata o l'errore riconosciuto dischiudano in questo cuore una sorgente di luce. Esso non può impedire che un'anima trasformi ciascuna delle sue prove in pensieri, in sentimenti, in beni inviolabili. Soltanto la nostra ignoranza e la nostra indolenza chiamano fatale ciò che la nostra energia e la nostra intelligenza debbono chiamare naturale ed umano».
In quali rapporti stanno la ragione e la saggezza? «La ragione schiude le porte alla saggezza, ma la più viva saggezza non si trova nella ragione. La saggezza è più un certo appetito dell'animo che non un prodotto della ragione. C'è una gran differenza tra il dire:--questa cosa è ragionevole--e il dire:--questa cosa è saggia. Ciò che è ragionevole non è necessariamente saggio, e ciò che è saggio non è quasi mai ragionevole agli occhi della troppo fredda ragione». E la gran differenza è questa: che nella ragione non c'è amore, mentre ce n'è molto nella saggezza; anzi «la saggezza più alta non si distingue da quel che vi è di più puro nell'amore».
Il Fénelon disse che la nostra ragione consiste nelle nostre idee chiare; per il Maeterlinck la saggezza, il meglio della nostra anima e del nostro carattere, si trova nelle nostre idee che non sono ancora chiare interamente. «Se ci si lasciasse guidare nella vita soltanto dalle idee chiare, presto si diverrebbe degni di poco amore, di poca stima». Le ragioni per le quali siamo buoni, giusti, generosi, sono le meno chiare di tutte. Il Maeterlinck vuole così dire, senza dubbio, che il sentimento è più importante che non l'intelligenza, che le ragioni del cuore sono più gravi che non quelle della stessa ragione. «Fortunatamente, più abbiamo idee chiare, più impariamo a rispettare quelle che non sono ancora tali».
III.
Sully Prudhomme, tranne che nei rari momenti quando afferma l'onnipotenza del cuore e dell'amore e la fede in un avvenire migliore, è pessimista; il Maeterlinck, che all'amore crede sempre, vede ogni cosa con occhio roseo. I Destini di Sully Prudhomme sono oscuri, tragici, ineluttabili; il Maeterlinck si duole appunto perchè alla parola destino diamo questi significati. Egli non afferma già che il destino sia giusto, che premii i buoni e punisca i malvagi. Vede anch'egli l'ingiustizia che dà tanta pena a Sully Prudhomme; ma se ne consola, perchè sull'ingiustizia è fondata la bontà. «Quale anima potrebbe ancora dirsi buona, se la ricompensa fosse sicura?» Dunque la felicità non è un premio. Per esser felice, al contrario, bisogna non cercar più la felicità. «Sarebbe necessario, di tanto in tanto, che un uomo cui il destino ha concesso una felicità splendida, invidiata, sovrumana, venisse a dirci semplicemente: Io ho ottenuto tutto ciò che voi invocate col desiderio ogni giorno; ho la ricchezza, la salute, la gioventù, la gloria, la potenza e l'amore. Oggi posso dirmi felice, non già a causa dei doni che la fortuna si è degnata di accordarmi, ma perchè questi doni mi hanno insegnato a mirare più in alto.... Con un poco più di saggezza io avrei potuto possedere tutto ciò che possiedo, senza che fosse stato necessario ottenere tanti beni. Conosco che sono più felice oggi che non ieri, perchè so finalmente che non ho più bisogno della felicità per liberare l'anima mia, pacificare il mio spirito e rischiarare il mio cuore».
Bisognerà dire, pertanto, col Buddha e con Schopenhauer, che la felicità consiste nella rinunzia? Il Maeterlinck se ne guarda bene; la rinunzia è l'essenza del pessimismo. Come egli non ha voluto che la sua filosofia riposasse sulla rassegnazione, così non vuole che la sua morale sia passiva. Sully Prudhomme ha espresso un voto alla Hartmann: sentendo operare dentro di sè l'istinto della riproduzione, e pensando alla infinita moltitudine di mali che insidierebbero la vita cui egli darebbe il varco, ha voluto frenare l'istinto, vietare alla nuova vita di nascere, non farsi complice dei futuri dolori. Per il Maeterlinck questa, come ogni altra forma di rinunzia, è condannevole. «La rinunzia non è spesso altro che un parassita. Se anche non indebolisce la nostra vita interiore, la turba. Quando un animale straniero penetra in un alveare, tutte le api sospendono il loro lavoro; parimenti quando il disprezzo e la rinunzia è entrata nell'anima nostra, tutte le potenze e tutte le virtù di essa abbandonano il loro ufficio per riunirsi intorno all'ospite singolare che l'orgoglio ha condotto fra loro. E ciò perchè, fino a quando l'uomo sa che rinunzia, la felicità della sua rinunzia nasce dall'orgoglio. Ora, se si deve rinunziare a qualche cosa, conviene rinunziare prima di tutto ai piaceri dell'orgoglio, che sono i più ingannevoli e i più vuoti».
Ma allora? Se le gioie non debbono essere desiderate, se non conviene neppure rinunziare ad esse, quale sarà la via da tenere? «Non già rinunziando alle gioie che ne circondano noi diveniamo saggi; al contrario, divenendo saggi rinunzieremo senza saperlo alle gioie che non si sollevano fino a noi». Non bisogna credere che soltanto il dolore c'insegni ad essere saggi; anzi «l'uomo che è saggio per essere stato infelice, somiglia all'uomo che ha amato senza essere stato amato». La saggezza del disgraziato nasconde ancora il desiderio di esser felice; la vera saggezza è quella dell'uomo felice.
Quindi il Maeterlinck non loda il pensiero inerte e triste, ma il pensiero confidente, quello che accetta allegramente le leggi inevitabili, che spinge all'azione. Sopra ogni cosa egli loda l'azione. «Un pensiero può lasciarmi sino alla morte nello stesso punto dell'universo, ma un'azione mi farà quasi sempre avanzare o retrocedere di un grado nella gerarchia degli esseri. Un pensiero è una forza isolata, errante e passeggera, che si avanza oggi e che non rivedrò forse domani; ma un'azione suppone un esercito permanente d'idee e di desiderî, un esercito che ha saputo conquistare, dopo lunghi sforzi, un punto della realtà».
Gli esseri deboli dei quali è pieno il mondo potrebbero, dopo ciò, credere che il dovere consista nel compiere un sacrifizio. Essi s'ingannerebbero. «No, la virtù suprema consiste nel sapere che cosa si deve fare, e nell'imparare a scegliere per che cosa si deve dare la vita... È, in generale, molto più facile morire moralmente, o anche fisicamente, per gli altri, che non imparare a vivere per essi». Si dice ancora che bisogna amare il prossimo nostro come noi stessi; ma se noi ci amiamo puerilmente, stupidamente, ameremo il prossimo allo stesso modo. Il dovere della nostra anima, di ogni anima, consiste nell'essere «tanto integra, tanto felice, tanto indipendente, tanto grande quanto è possibile». Quindi non è vero che l'anima diventi più grande sacrificandosi; ma diventando più grande essa perde di vista il sacrifizio. «Il sacrifizio è un bel segno d'inquietudine, ma non bisogna coltivare l'inquietudine per sè stessa.... La forza immateriale che splende nel nostro cuore deve splendere prima di tutto per sè stessa. A questo prezzo soltanto splenderà per gli altri. Sia la vostra lampada piccola quanto si voglia: non date mai l'olio che l'alimenta, ma la fiamma che la incorona...».
Che faremo allora dell'altruismo? «Certamente l'altruismo resterà sempre il centro di gravità delle anime nobili; ma le anime deboli si perdono nelle altre, mentre le forti vi si ritrovano.... C'è una bontà che esaurisce, e un'altra bontà che nutrisce. Non dimentichiamo che, nel commercio delle anime, quelle che credono di dar sempre non sono già le più generose».
Se ci duole che la virtù e la saggezza non siano premiate, ciò accade perchè noi non siamo saggi abbastanza. «Soltanto quelli che non sanno che cosa è il bene chiedono il salario della bontà. L'invidia, il tradimento, tutte le armi con le quali gli altri ci offendono, non sono efficaci contro l'anima nostra, se non quando essa ha gettato via le sue proprie.... Per accorgerci dei difetti altrui dobbiamo averli un poco anche noi.... Vi è nel mondo un'ingiustizia irriducibile; pertanto noi diventiamo veramente giusti solo quando ci riduciamo a trovare dentro di noi il modello della giustizia». Se la bontà, se l'amore trionfassero sempre, se vi fosse nel mondo questa giustizia, che è soltanto in noi, la gioia sarebbe grande; ma vi è una gioia anche maggiore nello scoprire la verità, la quale ci dice che le cose vanno al rovescio. Questa verità non è amara, nessuna verità può essere amara per il saggio. «Tutto ciò che esiste consola ed afforza il saggio, perchè la saggezza consiste nel cercare ed ammettere tutto ciò che esiste».
La saggezza non si duole di niente, non disprezza niente. «Disprezzare è facile; meno facile è comprendere; e nondimeno, per il vero saggio, non c'è disprezzo che non finisca, o tosto o tardi, col mutarsi in comprensione». Le anime ordinarie sono tormentate dal desiderio dello straordinario: ciascuno dovrebbe invece dire a sè stesso che più le cose che ci accadono ci sembrano normali, generali, uniformi, più noi arriviamo a discernere e ad amare in esse le profondità e le felicità della vita, più ci avviciniamo alla tranquillità ed alla verità della gran forza che ci anima.... Non bisogna credersi disgraziati perchè si possiede una felicità che non sembra straordinaria a chi ci sta intorno.... È bene convincersi che i momenti più invidiabili, in una felicità umana, sono i più semplici».
Sarà pertanto da lodare la prudenza? No; o, se non altro, è da biasimare la prudenza bassa di chi aspetta accanto al fuoco una felicità che non verrà. «Non chiamiamo saggio colui che, nel dominio dei sentimenti, non va infinitamente oltre ciò che la ragione gli permette e che l'esperienza gli consiglia di aspettarsi. Non chiamiamo saggio l'amico che non si abbandona all'amico perchè prevede la fine dell'amicizia, o l'amante che non si dà interamente per paura di annichilirsi nell'amore». Bisogna vivere, agire; ma «la sola cosa che ci resta dopo il passaggio dell'amore, della gloria, di tutte le avventure, di tutte le passioni umane, è un sentimento sempre più profondo dell'infinito, e se questo sentimento non è restato, nulla ci è accaduto». Sarà lodevolissimo fare di tanto in tanto un'azione eroica, «ma è più lodevole ancora, e richiede una forza più costante, il non lasciarsi mai tentare da un pensiero inferiore.... È più facile fare talvolta un gran bene che non far mai il minimo male; far talvolta sorridere, che non far piangere mai».
IV.
Questa esposizione del pensiero di Maurizio Maeterlinck non è breve; tuttavia molte cose si sono dovute tralasciare. Il libro è composto di una serie di meditazioni apparentemente disordinate, in realtà concatenate talmente che non è agevole cogliere le idee salienti; bisogna invece, come abbiamo tentato, seguire a passo a passo tutto il ragionamento. Ciò che si è fin qui detto basterà a dare un'idea del sistema; ciò che ne diremo ancora lo spiegherà meglio e ne mostrerà i difetti.
Quantunque il Maeterlinck offra la sua morale come «un bel sogno un poco indeterminato», sono tuttavia evidenti i suoi sforzi per dare consistenza al sogno, per credere e far credere di avere con esso risolto i formidabili problemi che ha preso ad esaminare. Il difetto di tutti i sistemi è quello di essere troppo sistematici, di seguire troppo rigidamente certe premesse sino alle ultime loro conseguenze. Il Maeterlinck si studia manifestamente di evitarlo, a segno che scrivendo il suo libro per lodare e diffondere il bene, comincia con affermare la necessità del suo contrario. Il Tolstoi e il Nietzsche, nel corso dei loro ragionamenti, hanno pure riconosciuto questa necessità, che è di gran peso contro i loro sistemi; Sully Prodhomme ha detto:
Le Bien et le Mal se préscrivent l'un l'autre;
il Maeterlinck asserisce sin dal primo principio che «un mondo dove non vi fosse più, a un certo punto, se non gente occupata a soccorrersi vicendevolmente, non persisterebbe a lungo in quest'opera caritatevole.... Vi sarà sempre un certo numero d'uomini incontestabilmente utili grazie a certi altri uomini che sembrano inutili...». Egli nota anche come tutta la morale, tutta la virtù, tutto l'eroismo umano si riducono quasi sempre a scegliere fra due partiti incresciosi: o vivere lasciando perire la miglior parte della mente e del cuore, o perire interamente per salvare i sentimenti più belli e i pensieri migliori. Non c'è bisogno di dire che egli consiglia il secondo partito; tuttavia, quantunque insista nel senso dell'eroismo, del sacrifizio, della bontà, pure tempera quel che vi potrebbe essere di troppo rigoroso nei comandamenti di questa morale, che il Nietzsche chiamerebbe «morale da schiavi» e che il Tolstoi farebbe sua.
Abbiamo visto, per esempio, che il Maeterlinck loda l'altruismo; ma egli vuole l'altruismo illuminato delle anime forti, che non si perdono, che non si annichiliscono. Dice qualche cosa di più: ammette che «l'egoismo d'un'anima chiaroveggente e forte è più efficacemente caritatevole che non tutta la devozione d'un'anima debole e cieca». Quantunque non lo nomini mai, si sente che egli vuole più d'una volta correggere l'altruismo mistico del Tolstoi. «Piangere con quelli che piangono, soffrire con quelli che soffrono, tendere il proprio cuore a tutti i passanti perchè lo feriscano o lo carezzino», non è, secondo lui, il dovere per eccellenza: «le lacrime, le sofferenze, le ferite in tanto sono salutari in quanto non scoraggiano la nostra propria vita. Non lo dimentichiamo: qualunque sia la nostra missione su questa terra, qualunque sia lo scopo dei nostri sforzi e delle nostre speranze e il risultato dei nostri dolori e delle nostre gioie, noi siamo prima d'ogni altra cosa i ciechi depositarî della vita. Ecco l'unica cosa certa, ecco il solo punto fisso della morale umana. Ci fu data la vita non sappiamo perchè; ma sembra evidente che ciò non sia stato per indebolirla o perderla. Noi rappresentiamo anzi una forma specialissima della vita su questo pianeta: la vita del pensiero, la vita dei sentimenti; pertanto tutto ciò che è capace di diminuire l'ardore del pensiero, l'ardore dei sentimenti, è probabilmente immorale...». Ma così, per correggere gli eccessi della morale remissiva, non rischia egli di cadere nella morale prepotente,--se pure la prepotenza si può dire morale? Questa difesa gelosa, questo culto della propria vita non potrebbe, non deve, legittimare il peggiore, il più feroce egoismo? La sua intenzione era quella di cercare un temperamento; ma è caduto in una contraddizione.
Bisogna, ha detto, che la vita del pensiero e dei sentimenti sia quanto più ardente è possibile. Poichè questo precetto potrebbe incoraggiare l'orgoglio, la superbia, l'egoismo e il concetto di una grande diversità fra gli uomini, egli soggiunge che tra chi pensa e chi non pensa «c'è un fosso, non un abisso»; e che «pensare è spesso ingannarsi», e che «un mondo dove non vi fossero altro che pensatori, perderebbe forse la nozione di più d'una verità indispensabile». Ed ecco come dal Nietzsche egli torna al Tolstoi.
Certo egli è, in fondo, più col Tolstoi che non col Nietzsche. Del filosofo russo condivide l'idea che non bisogna punire il malvagio. Chi fa il male, dice, cerca a modo suo la felicità. «Perchè punirlo? Non possiamo prendercela col povero diavolo perchè non abita un palazzo: è già abbastanza disgraziato vivendo in una catapecchia». Egli afferma che «noi abbiamo torto di cercare una giustizia esteriore, visto che non ce n'è.... Perchè cercare la giustizia dove non può essere? Esiste ella altrove fuorchè nell'anima nostra?... L'idea alla quale l'universo pensa meno che a tutte le altre è quella di giustizia.... Fuori dell'uomo non c'è giustizia...». Queste parole sembrano di Sully Prudhomme: il poeta filosofo e il filosofo poeta si dànno a questo punto la mano. Se non che, soggiunge il Maeterlinck, l'uomo «deve apprendere a collocare altrove, e non in sè stesso, il centro del suo orgoglio e delle sue gioie». Ora, come mai si potrà collocare fuori di noi il centro dell'orgoglio e della felicità, se fuori di noi non c'è giustizia? Che argomento d'orgoglio, che oggetto di gioia può essere un mondo dove non c'è giustizia? E come mai, se noi siamo una parte di questo mondo, una sua emanazione, un suo portato, possiamo avere l'idea d'una cosa che in esso non si trova?...
I beni della terra, i sorrisi della fortuna, ha detto, sono necessarî, sono preferibili ai dolori, perchè la saggezza che si acquista nel dolore è turbata dall'aspettazione della gioia; mentre quanto più il saggio è felice, tanto meno è esigente, quanto più la felicità si prolunga, tanto più si acquista un concetto «indipendente» della vita. Ma, certamente inquieto per le conseguenze perniciose che si potrebbero trarre da questa affermazione, egli soggiunge che un bel destino esteriore «non è indispensabile». Egli ha lodato sopra ogni cosa l'azione, l'attività; ha giudicato insino preferibile agire talvolta contrariamente al proprio pensiero che non osar mai di agire secondo i proprî pensieri. «L'errore attivo è raramente irrimediabile, le cose e gli uomini s'incaricano di raddrizzarlo tosto; ma che cosa possono essi fare contro l'errore passivo che evita ogni contatto con la realtà?» Ed anche questa volta si corregge: «Ma agire», soggiunge, «non è necessariamente trionfare. Agire è anche tentare, aspettare, pazientare. Agire è anche ascoltare, raccogliersi, tacere». Per avere ragione, estende così il significato della parola, lo torce sino a includervi il significato contrario. Ma allora, per voler troppo provare, non prova più nulla.
E ancora: egli ha detto che l'amore è ciò che vi ha di meglio al mondo; poi dice che se il saggio, amando, raccoglie ingratitudine, non deve dolersene. «Non è desiderabile che l'uomo si chiuda in qualche cosa, sia pure nel bene. L'ultimo gesto della virtù sia il gesto d'un angelo che schiude una porta». Allora il pensiero, la ragione, l'intelligenza varranno più che la bontà? Ma non aveva egli detto prima tutto il contrario?... «L'inutilità dell'amore insegna a volgere gli sguardi oltre l'amore». Ma che cosa vi potrà essere ancora oltre l'amore, se esso è «tutto»?