Part 3
Quel che c'è di chimerico, di stravagante, di esagerato nelle idee del Nietzsche è tanto evidente, che non ha bisogno di dimostrazione. Meno evidenti, sebbene più gravi, sono le contraddizioni e le assurdità della sua dottrina, così le implicite come le esplicite. Il Nietzsche si è apertamente contraddetto più volte, come quando ha giudicato il sistema dello Schopenhauer, del quale prima fu ammiratore sviscerato e poi oppositore vivace; come quando ha giudicato l'estetica e l'arte del Wagner, prima sublimandole, poi disprezzandole. Ma un gran numero di volte, nel formulare la dottrina sua propria, si è contraddetto senza saperlo, è caduto senza accorgersene in pieno assurdo.
Egli comincia con l'affermare, come abbiamo visto, che il mondo è retto a volta a volta da due tavole di valori: quella dei padroni e quella degli schiavi. Che i padroni, i vincitori, impongano la loro legge, come impongono materialmente le catene agli schiavi, s'intende e si vede; ma che gli schiavi, i vinti, anch'essi siano a loro volta capaci d'imporre la propria morale ai vincitori, non s'intende niente affatto. Come mai gl'impotenti avrebbero questa potenza? Con quali mezzi riescirebbero a compiere l'imposizione? Che cosa potrebbe obbligare i dominatori ad accettare la morale dei sottoposti? Se quelli che dettano legge accettano la legge suggerita da quelli che obbediscono, ciò significa che la legge suggerita dai vinti ha dentro di sè una tale virtù, una tale forza, da farsi riconoscere, accettare ed amare da coloro cui nuoce; ciò significa che nel mondo non opera la sola forza materiale, ma anche quella morale, del cuore, dell'anima, dello spirito, e che la forza del cuore è capace di vincere la stessa forza del braccio. Vincitori e vinti sì, ma i vinti non sono tanto vinti quanto sembra, se ottengono questo trionfo: di imporre la loro morale al mondo. Quindi le due tavole dei valori, differenti in apparenza, dei vincitori e dei vinti, dipendono entrambe da una imposizione, da una vittoria; e la vittoria morale vale la materiale, e i valori di quelli che il Nietzsche chiama schiavi, quei valori che egli disprezza e vuole soppressi, valgono gli altri, e in conclusione nel mondo non si vedono due tavole di valori distinte e separate, ma una bilancia che, se oscilla continuamente da una parte e dall'altra, oscilla appunto perchè tende continuamente all'equilibrio.
Ma il Nietzsche si presta a distruggere anche meglio l'opera propria; perchè, mentre afferma con gran forza di persuasione la sua filosofia, nello stesso tempo dice, press'a poco come il Tolstoi, che ogni filosofo s'illude quando crede di presentarci il suo sistema come l'opera della «pura ragione». Un'illusione simile non è dunque anche la sua? Come e perchè egli solo possederebbe la verità vera? Il suo Superuomo non è anch'esso un ritrovato mistico, ascetico, equivalente a quelli che egli scopre in ogni filosofia e in ogni religione? «Tutti gli Dei sono morti; noi vogliamo ora che il Superuomo viva.» Il Superuomo che si sostituisce agli Dei non è dunque anch'egli una specie di Dio?
Di più: ha il filosofo di mira la felicità? Scrive per renderla più facile, o meno difficile? Pare di sì, perchè combatte il pessimismo, vuole l'ottimismo, prevede il giuoco spensierato, il riso alato, la danza leggera. Allora, come mai dice che il «savio» non ignora che la gioia e il dolore vanno insieme? Chi vuol conoscere le grandi gioie, soggiunge, deve anche fatalmente conoscere i grandi dolori; il «creatore di valori» deve «marciare incontro al suo supremo dolore e alla sua suprema speranza ad un tempo». Ma se c'è questa continua alternativa di gioie e di dolori, se ogni oscillazione in un senso è compensata da un'oscillazione in senso inverso, la proporzione non resta la stessa? Mille non sta a mille come dieci sta a dieci? E allora, perchè mutare?... Così la filosofia del Nietzsche, che sembra, ed è, il contrario di quella del Tolstoi, si confonde anche in questo punto con essa. I due pensatori si accordano nel riconoscere che i beni e i mali vanno insieme, che nessuno ha interamente ragione nè interamente torto: queste due verità, già ritrovate dal semplice buon senso, sono la quintessenza delle loro filosofie antagonistiche, e di tutte le filosofie.
Finalmente: il sistema del Nietzsche si chiude con la teoria del «Ritorno eterno». Egli sostiene, e a modo suo dimostra, che nel tempo infinito c'è una somma di forze costante e determinata; quindi che l'evoluzione universale passa eternamente per le stesse fasi e percorre eternamente uno stesso ciclo. Se così è, vuol dire che non vi sono avvenimenti nuovi nè definitivi; tutto ciò che sarà, è già stato; tutto ciò che è stato, sarà. Dunque il Superuomo è già esistito; dopo che tornerà ad esistere, sparirà un'altra volta; e quest'uomo moderno, che il Nietzsche odia, disprezza e vuole soppresso, fu anch'egli e sarà ancora un numero infinito di volte. Allora, perchè tanto sdegno e tanta impazienza?
LA POESIA DI UN FILOSOFO
Che Sully Prudhomme sia un artista geniale, un poeta delicatissimo, è risaputo da quanti hanno sentito, con accompagnamento di musica o senza, il suo celebre _Vase brisé_. Che egli sia un pensatore coltissimo, un filosofo acuto, è noto a quanti hanno compulsato il suo ponderoso volume sull'_Espressione nelle Arti belle_. Egli non ha voluto però tener separate le sue diverse facoltà, contentandosi di scrivere ora versi ispirati ed ora ragionamenti rigorosi; ha pure composto i poemi intitolati _I Destini_, _La Giustizia_ e _La Felicità_ con cuore di poeta e mente di filosofo. Questa parte dell'opera sua è la più degna di nota, perchè si riferisce a uno dei più singolari problemi del tempo nostro.
I.
Non da oggi soltanto si dice che la scienza e l'arte, la poesia e la filosofia, il ragionamento e l'ispirazione sono incompatibili, o se non altro antagonistici. A chi ha espresso questa opinione si è risposto che l'antagonismo asserito non esiste; che anzi i due modi di attività possono andare e andarono infatti d'accordo, in altri tempi, nei primi tempi, quando poesia e filosofia erano una cosa sola.
È vero: l'arte fu un tempo scienza; ma è pur vero che la nostra vita intellettuale è infinitamente più ricca che non quella d'una volta, e che pertanto le attività umane si sono venute, come si dice, specializzando. Un oculista può, e all'occasione deve anzi, curare una polmonite; ma la sua capacità maggiore, la sua abilità particolare consiste nel curare i mali degli occhi. Ai tempi di Ippocrate e di Galeno questa divisione del lavoro non c'era. Così, anzi _a fortiori_, l'arte e la scienza, già confuse, si sono separate.
Il problema è anche più complesso. L'arte, un tempo, non era soltanto scienza, ma anche religione. Il poeta, il sapiente e il sacerdote facevano tutt'uno. Ma poichè la fede è immobile, mentre la scienza vuole andare avanti; poichè la prima è cieca, mentre la seconda è osservatrice; poichè quella si contenta di affermare, mentre questa vuol dimostrare; per queste ragioni il dissidio si è venuto lentamente operando e aggravando; finchè, ai nostri giorni, grazie al progresso scientifico veramente enorme compito ultimamente, è divenuto acutissimo. Alla scienza progredita e trionfante si sono chieste e si sono fatte dire troppe cose: i suoi idolatri, da una parte, hanno creduto soltanto in lei, e l'hanno opposta e anteposta alla fede; dalla parte contraria, quanti l'hanno vista incapace, come realmente è, di rispondere a certi quesiti estremi, l'hanno rinnegata e dichiarata in istato di fallimento.
A questo dissidio nella quistione etica fa riscontro un dissidio, egualmente grave, nella quistione estetica: noi vediamo un partito il quale vuole che l'arte, che la poesia, siano scientifiche, che dalla scienza traggano l'ispirazione ed alla scienza servano di sussidio: e un altro, il quale afferma che la scienza è fatale all'arte, e che la ucciderà, se non l'ha già uccisa. Il Tolstoi, subordinando ogni cosa alla fede, al concetto religioso e morale, se la piglia, al modo che vedemmo, con la scienza e con l'arte ad una volta.
Sully Prudhomme ha espresso l'inquietitudine prodotta universalmente da questi antagonismi:
Comment prier, pendant qu'un profane astronome Mesure, pèse et suit les mondes radieux?... Comment chanter, pendant qu'un obstiné chimiste Souffle le feu, penché sur son oeuvre incertain?... Et quel amour goûter, quand dans la chair vivante Le froid anatomiste enfonce le scalpel?...
La scienza sarebbe dunque fatale alla fede, alla poesia ed allo stesso amore?... No! Il poeta protesta e si ribella. Chi ha detto, domanda, che la poesia sia incompatibile con la verità? Se l'osservazione paziente dello scienziato solleva a lembo a lembo il velo che nasconde il mistero delle cose, il vento della strofe lo può strappare d'un sol tratto.
Et c'est pourquoi, toute ma vie, Sì j'étais poète vraiment, Je regarderais sans envie Képler toiser le firmament.
Senza dubbio: il vero poeta non deve guardare con invidia l'astronomo che scruta il cielo, come l'astronomo non dev'essere neppur egli geloso del poeta: i due ufficî sono egualmente importanti e dignitosi; ma il vento della strofe non solleva nulla. Se bastasse mettersi a cantare per risolvere i problemi e discoprire le leggi della natura, chi si rovinerebbe più gli occhi e le mani sugli strumenti d'un gabinetto, chi vi si chiuderebbe a farvi calcoli sopra calcoli? Il poeta può soltanto ridire ciò che lo scienziato ha scoperto; ma la strofe del poeta dev'essere alata, vibrante, sfolgorante; e il linguaggio dello scienziato è tutt'il contrario: freddo, esatto, severo.
.... Le prisme, interrogeant leurs feux, À ces faux paradis arrache des aveux... J'ai vu chaque élément de leur essence vraie Étaler sur l'écran sa redoutable raie.
Con questi versi Sully Prudhomme canta uno dei più mirabili processi scientifici: l'analisi spettroscopica. Ma dove egli adopera l'immagine poetica del prisma che confonde i falsi paradisi, non è molto scientifico; perchè col prisma non si strappano confessioni ai paradisi veri o falsi, si scompongono soltanto le luci; e quando si attiene più fedelmente alla scienza, accennando alle righe di Frauenhofer, non è molto poetico.
Dans l'éveil d'un muscle endormi La foudre éparse se révèle, Silencieuse, à Galvani. Franklin l'annullait, terrassée; Volta la gouverne, ammassée; Ampère fait d'elle un aimant...
Neppure questa storia dell'elettricità è molto poetica; essa è inoltre poco scientifica, come poco precisa. Per dire che gli areonauti guardano il barometro, il poeta scrive:
Ils montent, épiant l'échelle où se mesure L'audace du voyage au déclin du mercure.
L'espressione è certo abilmente trovata, ma non somiglia un poco agli indovinelli che si propongono nelle conversazioni come passatempo? «Qual è quella scala dove si misura l'audacia del viaggio dall'altezza del mercurio?» Risposta: «La scala del barometro.»
Wenzel, Dalton, en leurs balances, Révèlent qu'entre tous les corps Par d'exactes équivalences Le poids régit tous les accords.
Questa è la teoria atomica. Disgraziatamente, se la strofe non è molto ispirata, neppure un professore di chimica ne sarebbe contento: in chimica vi sono _combinazioni_, non già _accordi_. Sully Prudhomme canta ancora che i cieli non ci sono più sbarrati, perchè Euclide e Pitagora hanno
Dessiné du doigt dans le sable Sur un triangle trois carrés, Parce qu'ils les ont comparés...
Anche questo è un altro indovinello, del quale il lettore che ha dimestichezza con la geometria trova subito la spiegazione: il teorema del quadrato dell'ipotenusa, altrimenti detto il _ponte degli asini_; ma il geometra rammenterà al poeta che il triangolo dev'essere rettangolo....
Sully Prudhomme non mette soltanto in versi le scoperte scientifiche; espone anche la storia della filosofia:
Qu'est-ce que l'Univers? Il vit: quelle en est l'âme? Quel en est l'élément? L'eau, le souffle, ou la flamme? Thalès y perd ses jours, Héraclite en pâlit. Démocrite en riant a broyé la matière; Il livre à deux amours cette immense poussière, Et le repos y naît d'un incessant conflit. Phérécyde a crié: «Je ne suis qu'une ombre! «Je sens de l'être en moi pour une éternité». Et Pythagore, instruit dans les secrets du nombre, Recompose le monde en triplant l'unité.
Nessuno è dimenticato, nè fra gli antichi nè fra i moderni: da Socrate a Fichte, da Platone a San Bonaventura, da Aristotile a Hegel: l'enumerazione non dura meno di diciotto pagine. Il poeta ci dice che
Condillac soutient Locke en fidèle héritier,
come pure che
Leibnitz divise l'Être en milliers de génies.
Egli ci narra:
Hobbes n'avait à l'homme octroyé de connaître Que la ferme matière, unique fond de l'Être. Dieu, l'esprit que sont-ils? Rien, des mots seulement, Tout! répond Berkeley, car la matière ment...
La poesia scientifica e filosofica di Sully Prudhomme non è sempre così arida. Se scienza e arte poterono un tempo procedere insieme, ciò significa che fra le due attività non c'è antinomia assoluta. L'anima umana è una, e le sue facoltà, quando sembrano più distinte, sono insieme connaturate e confuse. Ma ciascuna di esse può avere naturalmente, o acquistare con l'esercizio, un diverso grado di forza, e trionfare dell'altra. L'esercizio delle native facoltà poetiche ha fatto di Sully Prudhomme un poeta squisito, armonioso, leggiadro, efficacissimo nell'esprimere gli stati d'animo ambigui, perplessi e fuggevoli; capace anche, secondo l'espressione del Lemaître, di vere _invenzioni di sentimenti_. Ma, dall'altro lato, l'abito dello studio severo, dell'indagine positiva, dell'osservazione paziente, del ragionamento astratto, ha impacciato il volo lirico e l'ispirazione vivace. Metterli d'accordo non è impossibile, ma non è facile. Egli vi è riuscito qualche volta. Il suo sonetto, nelle _Èpreuves_, che ha per tema Spinoza, è veramente bello:
C'était un homme doux, de chétive santé, Qui, tout en polissant des verres de lunettes, Mit l'essence divine en formules très-nettes, Si nettes que le monde en fut épouvanté.
Ce sage démontrait avec semplicité Que le bien et le mal sont d'antiques sornettes, Et les libres mortels d'humbles marionnettes Dont le fil est aux mains de la Nécessité.
Pieux admirateur de la Sainte-Écriture, Il n'y voulait y voir un dieu contre nature; A quoi la synagogue en rage s'opposa.
Loin d'elle, polissant des verres de lunettes, Il aidait les savants à compter les planètes. C'était un homme doux: Baruch de Spinoza.
Qui, per un incontro fortunato, c'è la scienza, c'è la filosofia, ma ci sono anche la poesia e l'arte che le animano. Sully Prudhomme deve però aver temuto che l'arte in questo sonetto sia troppa, e pensato che una poesia scientifica e filosofica debba essere più scientifica e filosofica; perchè, riprendendo lo stesso tema nel _Bonheur_, ecco come lo ha svolto:
Un juif cartésien, plus hardi que le maître, Arrache, imperturbable, à ses leçons leurs fruits, Et le condanne en forme à nommer Dieu tout l'Être, Dont le temple infini soi-même se construit.
Spinoza dans la Bible est entré sans surprise; Mais, pendant qu'il y plonge, il se sent la main prise Dans le poignet de fer de la Nécessité! Le front calme, à la suivre il n'a pas hésité.
L'Être assiste, éternel, au cours changeant des âges, Le froid de la raison fait du monde un cristal; L'homme en est une face où des pâles images Répètent l'univers sous un angle fatal....
II.
L'opera di Sully Prudhomme non risolve adunque, rispetto alla forma, il dissidio fra scienza ed arte, o lo risolve male. Egli ha voluto dimostrare che la scienza non è fatale all'arte; ma di questa compatibilità l'arte sua fredda, compassata e didascalica ci fa dubitare. Resta da considerare in qual modo egli si diporta nella quistione etica: se l'arte è da lui sacrificata alla scienza, alla stessa scienza non dovrà egli sacrificare la fede?
Questa è infatti la soluzione che troviamo nei _Destini_. Appena la Terra esce dal Caos, il Male comincia ad operarvi, a ordirvi le sue trame spaventose. Raffinatamente, per nuocer meglio, esso mescola al dolore qualche piacere, che dia di tanto in tanto al genere umano una tregua, dalla quale questo esca fortificato, pronto a sopportare nuovi, maggiori dolori. Ma, nello stesso punto che il Male scendeva in campo, anche il genio del Bene si destava, e contrapponeva l'opera sua a quella del nemico. Creò da principio l'amore, e credette d'aver fatto così ciò che di meglio si poteva fare per la felicità del mondo; ma poi mutò opinione:
S'il est bon de sentir, meilleur est de pouvoir. Oui, le couple est heureux de deux corps qui s'attirent Pour fondre lentement deux âmes qui s'admirent, Mais la possession suprême est de savoir...
Quel plaisir comparable à l'orgueil de connaître, De suivre à l'infini dans la trame de l'être Le long fil de la cause enchaînant les effets!
Ma neanche questo destino gli pare finalmente il più desiderabile. Un mondo di soli intelligenti, senza giusti, sarebbe perfetto? E sarebbe bello quel mondo dove non vi fossero nè eroi nè martiri?
Je veux que l'habitant de ce nouveau séjour Réhausse en lui les dons de puissance et d'amour Par une conquérante et généreuse vie Où le vouloir travaille et le coeur sacrifie...
Il sapere, la scienza, non è dunque tutto il bene: c'è qualche cosa di più e di meglio:
Non, le meilleur être possible N'est pas un lutteur invincible, Un amant au bonheur fatal!
C'est un ignorant qui découvre, Un captif à qui le ciel s'ouvre, Un pèlerin de l'idéal.
Ma finora, lasciando parlare il genio benefico, lasciandolo operare contrariamente al Male, il poeta non esprime la sua opinione personale. Il Bene si è venuto purificando: prima consisteva nel piacere, poi nel sapere, da ultimo in un amore diverso da quello dei sensi, nell'amor mistico, nell'amore del sacrifizio, nell'amore secondo il Tolstoi. Ma quando il Bene è così perfetto, quando il poeta si trova dinanzi al Bene massimo ed al Male estremo, egli osserva, come il Tolstoi e il Nietzsche, che le prosperità sono impossibili senza i disastri, i piaceri senza i dolori, e che la vita e la morte lavorano insieme, una in faccia all'altra.
Car le Bien et le Mal se prospèrent l'un l'autre. Qu'on rêve le meilleur ou le pire univers, Tous deux, en vérité, n'en font qu'un, c'est le nôtre, Contemplé tour à tour par l'endroit ou l'envers.
Notre regard captif, jouet de l'apparence, Par ses courts horizons se laisse décevoir, Mais des biens et des maux la vaine différence S'effacera pour lui s'il doit un jour tout voir.
Contre les ancìens dieux l'âme humaine aguerrie N'attend certes plus d'eux ni fléaux ni bienfaits, Mais n'est-ce pas un reste obscur d'idolâtrie De maudire ou bénir des sorts bons ou mauvais?
Fra le contrarie voci del Bene e del Male il poeta ne ode ora un'altra: quella della Natura: e la Natura dice che ella è la stessa ragione, che i destini dell'universo si svolgono infallibilmente; che non avendo esso avuto principio nè dovendo aver fine, così non è stato giovane ne può invecchiare; che l'equilibrio delle leggi e la costanza delle cause gli conferiscono un ordine contro del quale il tempo non può nulla; che solamente le forme apparenti delle cose cambiano. E la Natura non accetta dagli uomini nè voti ne sacrifizî; pregare è insultare le leggi naturali, dubitare della loro forza inevitabile. La Natura, come diceva quel vescovo australiano del quale parlammo, non ode le preghiere:
«N'attends de mes decrets ni faveurs ni caprices; Place ta confiance en ma seule raison».
E se questo è l'ordine che dà la Natura, il poeta lo accetta integralmente. Il suo appoggio, il suo asilo è nella ferma ragione naturale: egli non griderà, non si lagnerà, accetterà anzi tutti i dolori, se i dolori suoi sono necessarî.
Pour nourrir une fleur de tout mon sang dispose, Si quelque fleur au monde aspire un suc pareil; Tu peux tuer un homme au profit d'une rose, Toi qui, pour créer l'homme, éteignis un soleil.
Qui tanta è la forza della persuasione, tanta la sincerità del sentimento, che la stessa forma diventa veramente poetica: è difficile esprimere più poeticamente il concetto scientifico secondo il quale la terra, già ardente, diventò abitabile quando i suoi fuochi si spensero. E così alla scienza egli sacrifica la fede; o per meglio dire, la scienza, la ragione, diventa la sua stessa fede.
Anche nel _Zenith_ canta:
Les paradis s'en vont; dans l'immuable espace Le vrai monde élargi les pousse ou les dépasse. Nous avons arraché sa barre à l'horizon, Résolu d'un regard l'empyrée en poussières, Et chassé le troupeau des idoles grossières, Sous le grand fouet d'éclairs que brandit la Raison.
È vero che, dal primo suo giorno, il genere umano ha dischiuso come un calice il cuore verso il cielo, e che nel cielo
Plane son grand espoir, de sa raison vainqueur;
ma il filosofo sa che non si può dare la scalata al cielo per andare a leggere negli stessi occhi di Dio; e il poeta narra pertanto la semplice impresa degli areonauti, i quali arrischiano la vita per osservare qualche fatto e prendere qualche nota:
La cause et la fin sont dans l'ombre; Rien n'est sûr que le poids, la figure et le nombre: Nous allons conquérir un chiffre seulement...
III.
Eppure Sully Prudhomme non è fermo in questa conclusione. Se egli credesse di avere così composto il dissidio fra la ragione e la fede, non lo riprenderebbe nella _Giustizia_.
Quando l'anima era semplice, dice egli nella _Giustizia_, si slanciava verso il cielo e vi spaziava, sostenuta dall'estasi e dalla speranza; oggi la scienza ha spogliato la natura di tutte le illusioni che la facevano bella; il poeta non vede più in essa un'anima divinamente umana; e come l'orfano si rivolge alla giustizia quando non spera più nulla dalla bontà, così egli, disperando della fede, vuole interrogare la Sfinge per conoscere se almeno una legge d'equità governi l'universo.
Car le poète, lui! cherche dans la science Moins l'orgueil de savoir qu'un baume à sa douleur... En vain de ce qui souffre il connait la structure, Il ne croit rien savoir tant qu'un doute odieux Plane sur le secret des maux que l'être endure, Tant que rien de mieux n'a remplacé les dieux.
Allora comincia dentro di lui una lotta fra la mente e il cuore, durante la quale questo combatte coraggiosamente lo scetticismo, l'ironia, lo sconforto che il freddo ragionamento genera nell'animo del cercatore. Le specie sono in continua guerra fra loro, la prosperità dell'una costa il deperimento dell'altra, le deboli soccombono dinanzi alle più forti. In una stessa specie lotte egualmente accanite si accendono fra gl'individui; l'egoismo è la gran legge alla quale ciascuno obbedisce; l'amore, altro inganno, si riduce all'istinto; la stessa Bellezza ha un fondamento materiale del suo impero giudicato divino: essa lavora all'integrità dello stampo della razza, additando i modelli migliori. Ciò che succede fra le specie e nella specie si ripete fra gli Stati e nello Stato: e, come aveva già detto Corneille,
La justice n'est pas une vertu d'État.
Si rifugerà essa dunque in un altro pianeta, poichè sulla terra è introvabile? Ma la materia non è per ogni dove identica? La stessa legge di gravitazione non regna in tutto il creato? Un rigoroso e fatale determinismo non si nasconde dietro l'apparente libero arbitrio,
illusion du choix dans la necessité?