Il codice di Perelà

Part 7

Chapter 73,945 wordsPublic domain

Questo, vedete, assicura di non essere un uomo e crede che tutti sieno in errore su tale fatto, l'uomo secondo lui sarebbe un'altra cosa, non ha mai saputo dire però che cosa sia. Egli ha, per tutti quelli che gli vengono dinanzi, una smorfia di disprezzo: «ah tu credi di essere un uomo!» egli vuol dire, «no! no! no!». In certe mutazioni di tempo o di stagione egli grida furiosamente il suono «no!» a tutti.

Il nemico. Fate osservazione agli occhi dilatati di questo giovinotto. Egli ha in sè il nemico e fissa tutti nella più terribile angoscia di trovarsi da un momento all'altro di fronte ad esso. I suoi occhi non si serrano più, egli non può riposare, solo veglia e guarda. Fuori era ridotto a camminare girando continuamente su se stesso per assicurarsi che il nemico non gli giungesse alle spalle.

— Esiste forse quell'uomo, o egli lo imagina?

— Può esistere, anzi esisterà certamente, il caso è abbastanza comune, ed è al tempo stesso uno degli stati d'animo più spasmodici. Una signora aveva questa orribile manìa, la faccia odiata esisteva realmente, quella persona per una strana combinazione aveva potuto a caso impossessarsi di un terribile segreto della sua vita, la signora visse nella tema di incontrarla per ben vent'anni, lo stato di tensione tutti i giorni saliva in lei di un grado, ella non poteva più pensare che a questa cosa: «eccola, quella faccia io la vedrò ora dinanzi a me!» Pur non conoscendo quella persona la sua faccia le si era scolpita tanto di dentro da prendere il posto del suo cervello, della sua coscienza, di tutto l'essere suo. Sapete dove ella finalmente incontrò quel viso dopo venti anni? Nel cimitero, in un piccolo ritratto di porcellana incastrato in una di quelle colonnette che si pongono ai defunti per ricordo. La persona temuta, da tanto tempo era morta. La signora ne perdette la ragione e poco dopo morì. La tensione del suo spirito l'aveva tanto inalzata e alimentata ch'ella si sentì d'un tratto lasciare come un corpo nel vuoto, e cadde giù sfasciandosi di scoppio.

Manìa suicida, questo è il solo ricoverato guardato notte e giorno, non si può abbandonarlo un istante, è il più furioso di tutti e al tempo stesso può parlarvi con tale ragionevolezza da lasciarvi convinto che non sia pazzo; ha una sua curiosa filosofia che sempre finisce nel suicidio, ha tentato suicidarsi colle sue stesse mani aprendosi il ventre, rovesciando la testa furiosamente sul pavimento, qualche volta si è posto a non volere più respirare per soffocarsi, ci sono voluti quattro uomini per aprirgli la bocca. Non è possibile lasciarlo per due secondi, notte e giorno è guardato, e a passeggio, mentre egli si reca conversando come la più equilibrata e tranquilla persona di questo mondo, viene condotto per mano da due robusti inservienti.

— Lasciato solo egli si ucciderebbe subito?

— Istantaneamente. Impazzì perchè fu riacchiappato per le gambe mentre si era gettato da una finestra.

— Vi saluto, mio caro signore, io leggeva appunto di voi stamane sopra questo giornale, siete l'uomo di fumo non è vero? Mi sono molto in questi giorni interessato di voi, ma perdonatemi, non posso approvarvi che per metà. Voi avete un merito infinito senza dubbio, ma giacchè foste capace di una cosa così grande, dovevate rimanere sul fuoco in maniera da bruciare davvero. Voi siete nelle mie stesse condizioni, quel vile di mio padre mi prese per i piedi quando mi ero già lasciato andare nel vuoto, voi vi siete saputo fermare quando non eravate più che a un metro da terra. Voi amate Dio?

— L'uomo che abbiamo visto poco fa?

— Ma no, quello è un povero scemo, Dio, non sapete che cos'è Dio? Dio è nulla. È la perfezione inventata dagli uomini, essi hanno voluto dare una parola al nulla, e l'hanno per conseguenza fatto diventare una cosa. Come voi, voi siete ancora uomo, voi siete qualche cosa, fumo non è nulla, è fumo, come Dio che non è nulla non può essere nulla se è Dio. Voi potreste essere benissimo un Dio per gli uomini. Essi hanno bisogno di un nulla che non sia proprio nulla, e che si possa dipingere sopra la tela e scolpire nella pietra. Gli uomini pregano Dio, sapete perchè? Perchè esso li tenga il più possibile lontani da lui, se il diavolo fosse sopra la terra il diavolo sarebbe il loro Dio. Essi non muoiono mai, e considerano la morte come un caso eccezionale. Quando hanno un morto a mano non la finiscono più, fanno vomitare i sassi, li avete veduti? lo girano, lo rigirano, lo portano a spasso a piedi e in carrozza, lo posano, lo ripigliano su, lo posano ancora, è una bellezza credetemi, ne aspirano le fetide esalazioni con tutta la voluttà dei loro sensi, e non si stancano mica di cullarselo sopra le spalle, e non si seccano mai la gola di gridargli attorno. Gli è che sono nati carcassa, caro signor Perelà, e sentono già dalla nascita il fetore del morto venir fuori dal loro corpo, e si ricuoprono di cenci colore del cielo e delle rose, si soffocano di fiori e d'incensi nè più nè meno come si fa nei cimiteri, e il bello è che il puzzo lo sentono di più. Quando poi un d'essi muore, ecco la cuccagna, gli si stringono tutti addosso bene bene, e si assicurano così che il fetore che annebbia l'aria è tutto di quello morto, e gli si accerchiano più che sia possibile, anzi, se lo pigliano in collo addirittura, e via in giro per parteciparne l'esalazione al prossimo, e si gonfiano, si gonfiano in una loro espressione sodisfatta, sentite, essi vi dicono con quella loro faccia beata, sentite questo orribile fetore che noi andiamo spargendo per l'aria? Questo sconcio che attossica tutto? Sentite che riprovevole cosa? Ebbene non siamo mica noi sapete, è costui che abbiamo qua disopra, è lui, è lui solamente!

Gli uomini innalzarono a Dio grande quantità di torri per avvicinarsi a lui, e per gabbarlo, mio caro signore, quelle torri non servono che per salvarli dal fulmine, esse dovrebbero invece essere le stazioni dalle quali gli uomini partono per giungere al loro Dio, si dovrebbe dai tetti lasciarsi cadere giù sulle folle ad ogni istante, e uomini imbevuti di dinamite e di alcool dovrebbero fragorosamente scoppiare nei pubblici teatri, nella piena dei più importanti ritrovi....

— Legatelo legatelo, bisogna prevenire, egli può essere attaccato da un crisi. Sentite se sua eccellenza può ricevere il signor Perelà. Vi faremo conoscere il principe Zarlino, il pazzo volontario, ovvero il pazzo dilettante, o meglio ancora il pazzo cosciente, come dice lui, il più pazzo di tutti qua dentro, come diciamo noi. Un cervello appositamente costruito per la follìa che non ha trovato nel suo cammino un appiglio per giustificarla, esso non ha alcuna manìa precisa, è pazzo per essere pazzo, la raffinatezza del morbo. È uno degli uomini più ricchi del regno, ed avrebbe potuto essere il re ai tempi della bancarotta. Egli profonde tutte le sue ricchezze in questo sanatorio dove abita, ha al suo comando venti o venticinque uomini che lo assecondano in tutto, una specie di compagnia per mettere in scena ogni sua nuova creazione. Molti ricoverati sono sussidiati da lui, egli vive fra loro per elezione, è il patrono, e vengono da esso ricoperti di doni; asseconda ogni manìa, si immedesima in tutti i cervelli, non avendo lui una manìa fissa e spiegata può sentirsi pazzo in tutte le diverse forme che gli faccia piacere.

— Il Principe attendeva con ansia il signor Perelà. Sia fatto entrare sul momento.

— Oh! Caro, caro, caro amico mio, venite pure avanti. Io vi sono tanto grato della vostra visita, e permettetemi prima di tutto che vi osservi attentamente, da alcuni giorni voi esercitate sopra di me un fascino straordinario. Mi sono sempre informato di voi e delle vostre cose e anelavo il momento di potervi conoscere, e di parlarvi. Certo che voi dovete avere destato in tutti una grande meraviglia. Gli uomini che non hanno la fortuna di essere ricoverati in un manicomio sono facilissimi alla meraviglia, una mosca che vola gli fa fare degli oh! eh! uh! ih! ah! non è vero, ve ne siete accorto? voi sentirete sempre ronzare intorno queste vocali. Qua dentro è una cosa ben diversa, non si sciupa il fiato per così poco, e non si spende il proprio cervello se non per occuparsi della cosa che ne vale la spesa.

Vi avranno detto che io sono il pazzo volontario.... il pazzo dilettante non è vero?... che io sono il matto più matto di tutti i matti! Non vuol dire mio caro, questo a me non interessa, ciò che si può dire non mi riguarda. Io ho parlato di voi con tutti i ricoverati ed ho cercato di farvi comprendere nel vostro giusto grande significato, nel vostro eccezionale valore. Sono rimasto addolorassimo di non avere trovate certe menti preparate a comprendervi, ma state sicuro vi riuscirò, bisogna cogliere il quarto d'ora dei varî cervelli. Quando accade un fenomeno per il quale fuori tutti sono rimasti a bocca aperta per ore intiere non sapendo trovare per argomenti che quei famosi ah! eh! ih! oh! uh!, di cui vi dissi, lo stesso fatto qua dentro non desta alcuna meraviglia e lo si definisce spesso con l'espressione più semplice, più vera, più giusta un gesto risoluto può bastare a definirlo sicuramente.

Tutti quelli che s'introducono qua dentro noi li vediamo passare con un guardo ebete e pietoso, e alla fine li sentiamo con la massima gravità, frutto di tutta la loro ponderatezza, dire una profonda coglioneria. Essi dicono delle cose profonde e finiscono per essere degli imbecilli; ma bisogna invece dire delle cose imbecilli ed essere profondi, mio caro amico. Coloro passano commiserando tutto senza aver capito nulla, e compiangono questi poveri di cervello con una parola che svela subito l'irreparabile miseria che ne hanno essi. Oh! stieno pure tranquilli, essi non impazziranno mai! Per divenir pazzo, Signor Perelà non occorre che una cosa: un grande cervello da gettare magnificamente in un sol pugno al vento, loro non ne hanno tanto da poterlo tirar su con due dita. Qui sono i grandi signori, i miliardari delle teste umane, che spesero per un solo capriccio tutto il loro denaro, essi sono ora paghi e felici, l'oggetto che poterono acquistare colma la loro vita.

Signor Perelà, io poteva essere il re, voi saprete della famosa bancarotta? ma sentivo che dopo due giorni io sarei stato quel re che voleva essere tutti fuori che il re. Io vivo qua dentro la mia vita sommamente cerebrale che mi fa essere tutto! Dicono che sono pazzo, benissimo, e che cosa me ne importa, sono venuto ad albergare in un manicomio per questo, dunque.... ma badate però non sono pazzo come vogliono gli altri, sono pazzo come voglio io. Ecco il mio sistema. Il pazzo non annunzia mai quello che farà e io invece annunzio sempre e tutto. Io dico per esempio: ora emetterò ottantotto grida altissime. Un altro pazzo al secondo o terzo grido è già legato. Tutti si preparano rassegnatamente al mio esercizio polmonare. All'ottantottesimo grido in punto mi fermo. All'ottantanovesimo mi avrebbero già legato. È l'istante che loro attendono e che io non gli darò mai.

Non meno di una volta la settimana io mi diletto impartire la benedizione papale. Fuori questa operazione mi era quasi impossibile, credetemi era impossibile. Vedeste come tutti sono prostrati a terra, in mezzo a quale devozione io posso brandire il pastorale e cingere la tiara e il piviale.

Mi piace di spogliarmi nudo innanzi a tutti, poi sono re, sono fabbro, sono ragno, sono tavola, sono il sole, sono la luna, sono tutto quello che mi pare e piace. Una notte io fui cometa, fra le due torri della villa era appesa la mia coda di tela d'argento illuminata da appositi riflettori elettrici, e rimasi lassù un'intera notte, e mi sentii veramente cometa, io non fui più uomo, nulla, io fui astro. Udii tutto ciò che si disse di sotto, l'osservazione dei ricoverati, degli inservienti, e intanto mi sentivo così lontano dalla terra, su su alto nel cielo....

Raccolsi tanto di sensazioni che sono nella mia mente come un bel poema vissuto che si intitola: La Cometa.

Ora ditemi un poco mio caro amico, posso io uscire per le comuni vie con una coda di tela d'argento lunga settantacinque metri? Appena mi scorgono mi prendono, mi legano e mi portano qua dentro come un matto qualsiasi....

DELFO E DORI

Questi due piccoli villaggi, signor Perelà, sono i più graziosi dei nostri dintorni. Sulle rive di questo grosso fiume vivono la loro vita fraterna guardandosi amorosamente. Osservate la simmetria del loro assieme, due torri identiche, hanno entrambi una chiesa uguale, con uguale numero di guglie, si può dire che i loro tetti abbiano lo stesso numero di tegole e le case lo stesso numero di finestre. Essi vivono nella pace più serena, ed il fiume vi scorre in mezzo limpido e azzurro. La sera, al chiaro della luna, voi vedreste traghettare dall'una parte e dall'altra, alcuni giovani, s'incontrano e si salutano, si scambiano le parole più cortesi, un saluto cordiale.

Vanno cantando e colla gioia nel cuore, si recano a visitare quelle che saranno le loro spose. Si usa che gli uomini di Dori scelgono in Delfo la loro compagna, e quelli di Delfo in Dori. Ma questa bella pace non regnò sempre fra essi, e il fiume che ora s'abbandona nel mare in un ultimo flutto di dolcezza, gli portò un giorno il boccone più amaro che il suo stomaco abbia mai potuto digerire. Questo fiume fu un giorno il campo di una stranissima battaglia.

Sappiate intanto che da allora Delfo è abitato da quelli di Dori, e Dori da quelli di Delfo. I due paesi si odiavano dai tempi più remoti. Non era possibile piantare un arbusto soltanto sulla riva di Dori, che non ne venisse piantato uno consimile su quella di Delfo. Non una sola pietra veniva mossa di qua senza ch'essa ricadesse di là come un bolide d'odio e d'ira.

Un giorno imperversò un orribile temporale su questi villaggi e ben otto saette caddero insieme sulle piccole case di Dori, senza che nemmeno una vittima si avesse a lagnare. I poveri paesani spaventati, scampati al flagello, vollero innalzare in ringraziamento una torre alla Vergine santissima, e porre in cima a detta torre una statua della Vergine medesima. La torre è quella che voi vedete. Quando fu essa all'altezza dei tetti, e venne osservato dagli occhi scrutatori di Delfo un certo brulicare di uomini prima, e l'alzarsi di un edifizio poi, quei paesani non contennero più la loro rabbia. Che cosa dovevano fare? Alzare anch'essi una torre? Ma sarebbero rimasti indietro ed avrebbero finita l'opera con grande ritardo sugli odiati difaccia. Eppoi non erano cadute saette in Delfo onde ringraziare la Vergine santissima. E ancora: una volta al lavoro chi dei due avrebbe posto l'ultima pietra della torre nel timore che l'altro avesse prolungato ancora di un poco il suo lavoro? Quando avrebbero terminato? Dove sarebbero mai giunte le torri dell'odio? Doveva la terra squilibrarsi colla costruzione di due nuove Babele? No, no, bisognava finirla, ci volevano mezzi molto più spicci. In Dori si lavorava indefessamente alla costruzione di una torre? Benone. In Delfo fu incominciato colla febbre nel cuore il lavoro di ben altra costruzione, barche, barchette, zattere, navicelle, pertiche e remi. Il fiume giallo dell'odio non era stato fino allora solcato, questa era la sua volta.

Dori giorno per giorno assumeva un bell'aspetto maschio coll'elevarsi della torre superba, mentre riposta nel ventre di Delfo si agitava una mostruosa creatura: la guerra.

Le barche, le zattere, le piccole navi, le pertiche, i remi, tutto in breve fu pronto, la notte designata giunse.

Cauti calarono i paesani di Delfo i loro legni nel fiume, muti vi presero posto e a furia di braccia l'intero paese ecco traversa, è in Dori.

Dormivano tranquilli, quelli abitanti, il più beato sonno quando sentirono bussare violentemente alle case, atterrarne le porte, sbarrarne le finestre. Fuggirono nudi dai loro giacigli i sorpresi, in preda alla disperazione, incapaci ancora di difendersi colti così alla sprovvista.

Tutti fuggivano gridando, e intanto il nemico si installava nelle loro case.

Come essi non si attendevano un così mostruoso oltraggio da quel vile paese dirimpetto? Come non avevano provveduto ad una difesa contro sì malvagia gente? Correvano, fuggivano terrorizzati e nella fuga si ritrovarono tutti sulla riva del fiume. Alcuni vi erano corsi per gettarvisi dentro, altri per allontanarsi lungo la riva e mettersi in salvo.

Erano tutte le case di Dori ormai in possesso del nemico, e gli abitanti tutti al largo sul fiume. La riva assiepata di legni, di barche, barchette, videro, capirono questi, e ci si rovesciarono presto e a forza di remi furono in poco tutti in Delfo. Là trovarono il paese vuoto, non uno solo vi era rimasto, le case aperte, le credenze ben fornite, i letti comodamente preparati per coricarvisi, un paese uguale in tutto a quello che avevano lasciato, vi si installarono.

Quando quelli di fronte venuti al fiume trionfanti per stabilire già il possesso su tutti e due i paesi, (pensavano che quelli fossero ormai lontani le miglia e le miglia e non avrebbero mai più osato tentare il ritorno) giunsero e videro.... Che cosa era successo? Nulla, avevano entrambi conquistato il paese rivale, la guerra non poteva essere più vittoriosa.

Rimasero così, e così nessuno potè più insidiare l'altro, le barchette da quel giorno servirono per i buoni rapporti d'interessi e di affetti che fra i due paesi regnarono poi sempre.

Domani mattina a ore dieci, sulla Piazza d'Armi, il signor Perelà passerà in rivista le truppe.

LA FINE D'ALLORO

Al crepuscolo, quando la vettura con Perelà e il suo seguito rientrava nel cortile del palazzo, la reggia era tutta in scompiglio per questo fatto avvenuto, assai strano.

Alloro, il decano dei domestici reali, dalla sera avanti non era stato veduto. E siccome era addetto alle stanze del Re la sua assenza venne notata subito la mattina.

Si andò a cercarlo nella sua camera, e vi fu trovato tutto in ordine, il letto rifatto, il vecchio non doveva averci dormito.

Aveva una figlia che abitava in città, e dalla quale si recava spesso nelle ore libere, si corse da lei, ma essa non sapeva nulla, non lo aveva veduto da due giorni, la povera giovane entrò subito nella più orribile agitazione, disse di avere dei brutti presentimenti, temendo che suo padre avesse commessa qualche grossa sciocchezza. Quando due giorni prima era stato da lei l'ultima volta, si era mostrato di un'allegria così spinta e così insolita ch'ella ne era restata perplessa: sembrava invaso da un pensiero fisso che lo faceva ridere come un folle. Si era anche mostrato impaziente, egli che era solitamente silenzioso e calmo era diventato irrequieto, non poteva rimanere a lungo seduto, si alzava, andava alla finestra guardando distratto, non sentiva più quello che gli si diceva, perdeva il filo del discorso, e incominciava dipoi a stropicciarsi lesto lesto le mani l'una contro l'altra insaccando la testa nelle spalle tutto sorridente di speranza come uno che pensi di vincere un grosso premio della lotteria.

Fu cercato dappertutto. Quale ragione poteva farlo celare? All'ora della mensa non si presentò. Che gli fosse colto un malore mentre disimpegnava qualche servizio? Come? Dove? Era oramai settantenne e il caso era molto probabile. Fu rovistato ogni cantuccio, ogni nascondiglio, nulla. Si intraprese la ricerca nei sotterranei, nelle cantine, nei vecchi depositi di armi, per le antiche prigioni. Ed eccoci finalmente all'ultima grande volta, quella che sostiene il torrione angolare della reggia, la volta è chiusa, la porta è serrata per di dentro, ma da alcune impercettibili fessure s'insinuano acutissime, quasi inavvertibili, spire di fumo, e odore acuto di fumo si avverte tutto intorno. Quella porta viene presto con enormi picconi smantellata e cade. Una nube violenta, formidabile di fumo denso si rovescia sugli astanti che retrocedono mezzo accecati. Bisogna attendere che il fumo si scarichi un poco, così è impossibile di entrare, ma non appena esso incomincia a dileguarsi, a espandersi, tutti si precipitano ancora verso la soglia.

Sotto l'ampia volta del sotterraneo s'incomincia, fra la nube del fumo che si dilegua, a distinguere. Nel mezzo, in terra, una grande spianata di cenere e di carboni ancora qua e là accesi; al soffitto, dall'anella centrale, scende una catena di ferro, fino a due metri dal suolo, a quella è appeso in fondo.... come un crocicchio di tronchi carbonizzati, che si dondolano in mezzo orizzontalmente. Pareva proprio l'unione di due tronchi d'albero così rudimentalmente congiunti, e non era che un ultimo avanzo umano: Alloro.

Fu subito corso ad informarne il Re e tutta la corte; il fatto fece inorridire tutti, la povera Regina che si fece forza a udire il racconto diede alla fine un grido acutissimo e cadde priva di sensi.

Dopo pochi minuti tutti si trovavano nella penombra del sotterraneo attorno alla cenere e ai carboni non ancora completamente spenti, e tutti guardavano con aria esterrefatta l'avanzo di quell'uomo appeso che si dondolava girando lentamente su se stesso appena appena come per equilibrarsi nel suo atteggiamento orizzontale.

Si trattava di un assassinio?

Un assassinio in quelle circostanze?

Sotto il tetto regale?

Di un suicidio dunque?

E perchè quell'uomo aveva voluto finire tanto miseramente i suoi giorni? Quale ragione lo aveva spinto al passo disperato? Nessuno riusciva a trovarla questa ragione. Eppoi, come aveva potuto pensare a togliersi la vita scegliendo una sì atroce maniera di morire? Tutti attorno guardavano assorti, fantasticando nel proprio cervello e comunicando di tratto in tratto agli altri solo il proprio raccapriccio.

Uno paffuto piccolo, che pareva un abate, colle mani composte sulla pancia rotondetta, di tanto in tanto dava due scossettine dentro i panni, come sentisse mi grande prurito per la schiena e volesse grattarlo contro di essi.

La scena del sotterraneo era impressionante, l'aria calda, l'odore acutissimo del fumo non ancora bene dileguato, la spianata di ceneri bianche, il silenzio rotto dai sussurri.

Si faceva sera, non ci si vedeva quasi più là sotto, e furono accese agli angoli della volta, alcune torce.

La catena abbastanza grossa pendeva dall'anella del soffitto, ed in fondo l'uomo vi era allacciato con una catena più piccola che lo cingeva al petto sotto le ascelle. Così tutto carbonizzato il peso del cranio equilibrava perfettamente col resto del corpo e lo faceva rimanere orizzontale; le mani, i piedi non c'erano più, le gambe finivano come due tizzi a punta, e delle braccia rimanevano soltanto gli omeri spalancati.

Aveva dovuto radunare pazientemente un buon cumolo di legna, dipoi salendoci sopra, o con qualche sgabello, doveva avere allacciata alla catena che pendeva dal soffitto quella che gli cingeva il corpo, in qualche modo acceso il rogo.... e rimasto lì.... penzoloni come un salame.... ad aspettare la morte.

Come si può fare un così lungo preparativo di morte senza un pentimento? Come non essersi disciolto al primo lambire della fiamma le sue misere carni?

Non fu trovato nè una lettera che giustificasse, che spiegasse.... nulla, il vecchio non lasciava alcuno scritto.

Ecco giunge correndo, ansando, una giovine donna scarmigliata, trafelata, non è stato più possibile trattenerla, si è divincolata come un rettile sgusciandosi fra le mani pietose che la tenevano. Giunge cogli occhi sbarrati e al suo apparire alla soglia del sotterraneo spalanca la bocca come se dovesse ingoiare tutta l'aria dell'universo nei suoi polmoni d'un sol fiato perchè il suo grido possa dopo arrivare fino al cielo.

— Folle! Folle! Padre mio! Padre mio! Che hai fatto? Che hai fatto? Folle! Folle! E io che non ho imaginato! Credevi di poter divenire come Perelà!

— Perelà? Perelà? Perelà? — Tutti esclamano, nessuno aveva ancora saputo scorgere un legame fra Perelà e questo fatto. Ora tutti pensano, deducono, fantasticano, ricostruendo ognuno l'accaduto a modo proprio. — Perelà? Perelà? Perelà? Perelà?