Part 6
L'espressione purissima del vostro viso mi è dinanzi: io sono di fumo essa mi dice, ah! e credete che questa sia la barriera che fermerà il passo alla marchesa Oliva Di Bellonda? Credete che io vi ripeterò alcuna di quelle osservazioni che le mie amiche vi fecero sopra la vostra natura? Ma che cosa me ne importa a me? Voi siete di fumo? Benissimo, anch'io sono di fumo, vi amo, e chi ama nulla ha da dimandare, chi ama deve sempre e solamente dare, dare! Dimandare vuol dire: amarsi, non vuol dire: amare!
Ora il mio amore è fiorito! se la pioggia dei suoi petali caldi può riuscirvi gradita sopra la bella fronte, e giù giù per tutta la delicata persona, se proprio non vi dispiaceranno i miei petali amorosi.... se non li ricuserete.... ebbene sappiate che il mio cuore è un mondo per voi, tutto di giardini!
Non mi dovete rispondere, non mi dovrete dire mai se mi avrete amata, questo non è quello che io voglio, perchè io vi amerei se mi odiaste, vi amerei se vi fossi indifferente, vi amerei se mi amaste! Vi ho scritto per una sola ragione: quella donna che vi fece udire i suoi lamenti, che vi mostrò la sua faccia addolorata, che vi disse che era infelice, oggi non parla più a quel modo, non si lamenta più, ha un'altra faccia, la sua bocca ha trovato il suo sorriso, il suo cuore la gioia, quella donna è felice, ed è giusto che voi ne sappiate la ragione».
— Ecco suor Mariannina Fonte penitente.
— Quante volte peccaste suora Fonte?
— Un dì tre volte, signor Perelà.
— Ed ora voi dimandate sempre perdono del vostro peccato?
— Ogni dì tre volte.
— Ed ecco suor Colomba Mezzerino.
— Penitente?
— Peccatrice ella non è, signor Perelà, suor Colomba portò qui il fiore della sua purezza e lo conserva, ella prega per i peccatori.
— Vi sono dunque due specie di persone, quelle che dimandano perdono dei propri peccati e quelle che implorano per i peccati altrui?
— Ed un'altra specie signor Perelà, quelle persone che peccano solamente. Per quelle suor Colomba eletta prega. Andate andate suor Colomba ad implorare per quelle persone.
Io vi conduco per il monastero signor Perelà, passate, passate.
ALA
— Gli uomini muoiono nel peggior momento della loro vita, o è la morte il peggior momento della loro vita?
— La morte è quel momento nel quale gli uomini anelano alla vita di più. Essa non è che la porta della vita, ma alla soglia di essa rimangono abbruciati dal suo calore.
— Se uno di questi potesse ridestarsi potrebbe allora dirvi che sia la vita, il suo mistero. E forse domanderebbe a voi che sia la morte. Forse.
— Io udii talvolta parlare di uomini ritornati in vita dopo essere morti.
— I colpiti dal sonno della sincope. Essi non seppero però che fosse quel supremo momento, furono arrestati a un passo da quella soglia e non ne sentirono che una prima vampata che li lasciò solamente privi di sensi. Quando essi morirono veramente allora poterono sentirne tutta la forza. Vi era un tempo una piccola mondana la quale nel momento supremo dell'amore soccombeva come affogando. Dalla sua gola si partivano degli ingorghi violenti in un _glu glu glu glu_ precisamente come di una gola che si riempe immergendosi nell'acqua. Rimaneva al fondo appoggiata, la piccina, per ben quindici minuti senza più dar segno di vita. Dipoi ella ritornava sempre a galla fresca e gaia come prima. Tutti volevano provarla, e la chiamavano la cocotte palombara.
Ed ecco Ala, la portinaia del cimitero.
Affondata in una poltrona la vecchia custode non perde mai d'occhio la soglia. La sua faccia avvolta in una pezzuola oscura sembra una noce molto secca dentro il suo mezzo guscio.
— Questa donna, vedete, nessuno sa quando sia nata, essa stessa è immemore del tempo. Si crede ch'ella abbia più di trecento anni.
— E come ha potuto resistere così?
— Voi sapete, signor Perelà, che la morte si serve di una falce per raccogliere le erbe dalla terra e trasportarle nel suo fienile qua dentro, ebbene, quando ella vi giunge carica della sua fascina non un istante riposa, ma colla massima fretta posa, e fugge ancora al lavoro. È tale la sua fretta nell'uscire di qui, che giunta alla soglia fa come un piccolo salto celerissimo e la sua lama non tocca mai la terra per raccogliere questo filo.
IL PRATO DELL'AMORE
— Signor Perelà, ecco il prato dell'amore.
— Si amano tutti costoro?
— Uno ama ed uno si lascia amare, di tutte quelle picce di cuori, quello che ama è certo di essere amato, quello che si lascia amare è certo di amare. È il dolce inganno questo.
— E se tutti e due si amassero?
— Il loro amore non esisterebbe, esisterebbe solo l'amore di ognuno, essi camminerebbero come due linee parallele e non s'incontrerebbero mai.
— E se nessuno dei due si amasse?
— Non verrebbero qui.
— E il loro amore dove li conduce?
— In nessun luogo, forse in una camera mobiliata.
Si estende là in mezzo alla valle il gran prato rotondo, è circondato da un viale e lo fiancheggiano due magnifici filari di ippocastani accoppiati. Là in mezzo, là sotto, vanno, vengono, s'incontrano, s'incrociano senza guardarsi fra loro, a centinaia le coppie di amanti, vanno, vengono, sostano, stretti l'uno all'altro, annodati, colle teste vicine, sussurrano, sorridono, si sfiorano, si stringono, si guardano, si bevono.... si asciugano.
Nessuno pone attenzione a quello che gli succede attorno, ed ogni due occhi non ne sanno vedere che altri due.
Fanciulle che torcono fra le mani rami di rose, fanciulle appena in boccio, esse sorridono mentre l'amante parla, e tacciono, ascoltano rapite, e quando si sentono troppo penetrate dagli occhi di lui abbassano i loro, e torturano quel ramo di rose, lo ritorcono. Donne mature, quasi vecchie, passeggiano con un giovane, quasi un fanciullo, esse incalzano le loro parole e spingono i loro occhi a punta di angolo acutissimo verso quel cuore, come un pugnale arabo. Allora è lui che abbassa il guardo, e continua il cammino con un sorriso pensieroso.
— Ma ditemi, che cosa si dicono tutti costoro?
— Parlano il linguaggio dell'amore. Voi potete supporre che i più brillanti e svariati argomenti siano trattati da quella brava gente. Ebbene, nessun argomento; uno solo, e il loro repertorio può giungere fino a venti o venticinque frasi uguali per tutti, taluno ne ha appena disponibili quattro o cinque, e compone la propria eloquenza di un silenzio rotto qua e là dai più ebeti monosillabi.
— L'amore non abbisogna di parole, esso vive come le grandi opere della natura, quelle cose che gli uomini chiamano mute perchè il loro linguaggio non lo capiscono.
— Forse.
Dal centro del prato in fondo si allunga un viale morbido erboso fiancheggiato di pioppi, i quali col sole riflettono sull'erba del viale, e sembra di cavalcare sulla schiena di una zebra, e le coppie vanno e vengono e s'incrociano sulle ombre dei lunghi pioppi, e sembra allora di cavalcare la schiena di una tigre. E si passa, si va, si viene senza essere osservati nel brulichìo di queste coppie....
— Pensano costoro?
— Neanche, la vita dell'uno si riversa in quella dell'altro per modo che nessuno vive più la propria vita ma quella dell'amore.
Quando si è giunti al limite del viale e lo si vede lungo steso dinanzi, s'apre in fondo, quasi vi fosse appeso, il grande prato rotondo.
E le coppie lentamente si muovono in un dolce ondeggiamento di culla, sembra ora che i pioppi si sieno avvicinati fra loro e si bacino, e anche gl'ippocastani nel fondo camminano due a due torno torno al viale abbracciati, lentamente come in un dolce sopore di vertigine tutto si muove ad un tratto, soave ondeggiamento di culla, in oscillazioni uguali, la lunga asta del viale e il disco del prato là in fondo.... il pendolo! L'immenso pendolo alto sul mondo che segna agli uomini gl'istanti....
— Signor Perelà l'ora è avanzata.
— E tutti costoro rimangono?
— Dopo il calare del sole voi vedreste le coppie sfilare, una ad una via dal prato, dirigersi alla città e via squagliarsi. Se ritornaste a buio appena fatto, e così a caso v'inoltraste nel prato, potreste udire qua e là dei gemiti lunghi, mal repressi....
— Qualcuno era rimasto?
— Sì.
Nell'oscurità della notte il pendolo va, va, va, va, nelle sue oscillazioni regolari, senza interruzione.
IBA
— Iba, signor Perelà.
La cella è rischiarata da pochi raggi di luce che vengono su da una grata a terra, una di quelle buche dove alloggiano i piccioni nelle cattedrali. La porta, ermeticamente chiusa, ha un occhio di vetro dal quale si può osservare il prigioniero.
Ma bisogna rimanere a lungo fissi, immersi nell'oscurità del tugurio prima di potervi distinguere. Poco a poco si avanzavano, come da una nube che si dilegua, i contorni di un involucro che solamente con molto stento si può riconoscere per un involucro umano.
Ecco apparire un enorme naso bitorzoluto come tre grosse sorbe paonazze in un ruffello di lana. La faccia è tutta ricoperta da un vello oscuro, e cadono giù sulla fronte a nasconderla, grandi ciocche di capelli ispidi, si vedono in ultimo due punti neri lucenti immobili; gli occhi, che non si ricuoprono mai di palpebra ma che si restringono e si dilatano nel loro cerchio come sotto la potenza del calore.
Moriva dieci anni or sono, non fu bene precisato se di colica naturale o procurata, moriva dunque re Gallo. Saprete che non si approfondiscono mai le indagini sopra la morte di un Re, il Re nuovo interrompe ogni ricerca, e se il colpevole fosse pure indiziato, quell'uomo può stare sicuro sopra ogni altro cittadino di essere il favorito nella grazia sovrana.
Allo stato non rimaneva che dichiarare la bancarotta. Era la rovina e la vergogna. La dinastia ne usciva malconcia. Fu deciso allora per risolvere la tragica situazione, un estremo espediente: il cittadino più ricco che intendesse rovesciare fino all'ultima stilla le proprie sostanze nelle sacche vuote dello stato sarebbe stato il Re, chiunque si fosse.
Era la mattina del contratto di Stato.
I gentiluomini più ricchi del regno, i banchieri più cospicui erano nella sala del trono coll'inventario delle proprie ricchezze.
Ognuno salendo lo scalone della reggia colle tasche rigonfie di oro ne scorgeva già in lontano la fusione, e si vedeva già ridiscenderla con una corona sulla fronte.
La reggia presentava quel giorno un aspetto imponentissimo e insolito, tutte le guardie d'onore, le scorte in alta uniforme, i domestici nelle livree più smaglianti, facevano siepe all'ingresso e su per lo scalone e ai lati della sala del trono. Quel giorno il silenzio vi regnava pronto per l'unico rumore tintinnante dell'oro, perchè un pezzo soltanto non sfuggisse al conteggio.
Chiunque poteva essere il Re, signor Perelà, chiunque volesse donare allo Stato sofferente, il suo oro, per risanarne le piaghe.
Ecco avvicinarsi alla soglia della reggia, Iba, l'uomo che voi vedete laggiù nell'angolo oscuro. Iba, l'alcoolizzato, notissimo in città, il più famoso ubriacone, l'uomo a cui l'alcool aveva poco a poco ingrossata la lingua fino a impedirgli di parlare, il lazzo dei monelli nella strada e di tutti gli ubriaconi nelle più immonde bettole, l'uomo che la mattina i vigili raccoglievano per le vie come uno sconcio ammasso di lordure....
Sul momento si vuole impedirgli il passaggio ma l'uomo ha nelle braccia, uno per parte, due grossi sacchi, e quel giorno ogni cittadino godeva uguale diritto di entrata, tutti erano un po' il Re, come tutti i giuocatori sono un po' il vincitore della lotteria prima che i numeri vengano estratti.
Iba si avanza barcollante, ma il peso dei sacchi serve quasi a tenerlo in equilibrio sulle gambe, e si regge meglio del solito, ma, come al solito, la sua capigliatura è sconciamente arruffata, lanosa, intrisa di polvere, di fango, di paglia, di tutto ciò ch'egli raccatta nei suoi notturni giacigli, che sono per lo più la via o i fossati. La barba bestiale gli ricuopre la faccia, il naso enorme e fungoso, violaceo, sembra debba spruzzare il sangue di cui è rigonfio, il suo riso sganasciato mostra due soli denti ai lati, e le sue vesti cadono a brandelli di fango e di lordura.... sale, sale su per lo scalone della reggia tra le file dei gallonati, il luccichìo delle decorazioni delle sciabole, i colori fiammanti delle uniformi delle livree, sale, sale fermandosi bene sopra ogni scalino con tutti e due i piedi per stabilirvisi prima di tentare l'ascensione allo scalino superiore.
Quando giunge alla sala del trono, i gentiluomini si fanno tutti indietro d'un colpo in un oh!... oh!... oh!... prolungato, interrotto in tutti i toni, un oh!... di disgusto e di meraviglia, e non perchè quell'uomo sia lì, ma perchè lo abbiano lasciato entrare.
Al salone del trono si forma una cornice nera di inappuntabili _redingotes_, tutti si sono scansati e si fanno indietro incorniciando di stupore il quadro, sembra un _presentat'arm_ a Iba che nel mezzo barcolla, ride.... guarda senza distinguere....
Quando egli è al centro della sala e lascia cader giù, pesantemente i due sacchi, nessuno rifiata più, torno torno è una fila di occhi che s'ingrossano.... l'uomo si lascia andare in terra disteso e con mosse infantili slega uno dei due sacchi e rovescia sul pavimento.
Vengono gli astanti su di lui come attratti dall'esorbitare dei loro occhi, e senza più pensare al ribrezzo di quella lercia persona si stringono attorno all'alcoolizzato. I sacchi sono pieni di oro, di carta moneta, di gemme, denaro, denaro, denaro... pacchi di biglietti di banca, già tutti ben disposti e contati, sacchetti colmi di monete d'oro, di ben scelte fulgidissime gemme, un tesoro!
Quello che Iba veniva a gettare ai piedi del trono per potervi salire, superava di molto quello di tutti i gentiluomini e di tutti i banchieri del regno.
E l'uomo, carponi in terra, cacciava le mani nel suo tesoro come un fanciullo giuoca colla sabbia sulla spiaggia del mare; e via via che gli veniva tolto per essere contato e inventariato, alzava la testa orrenda, guardava e rideva, rideva il mostro.
Nessuno seppe in quel momento trovare una parola.
Rideva, rideva il lupo di mare, disteso in mezzo alla sala del trono, mostrando dal suo riso sganasciato i due soli denti bestiali ricoperti di un orribile strato verde.
Dove aveva trovato il denaro? Il più vile degli straccioni, il più vilipeso di tutti gli uomini, che aveva rubato spesso qualche soldo per alimentare la sua arsione feroce di alcool, era lì con tutto quel denaro.... era venuto a farne donazione allo stato.... diveniva.... il Re! Era enorme!
Dove lo aveva trovato? Rubato? Aveva forse scoperto il tesoro?
Fu subito minutamente cercato in città, ma nulla, non fu possibile sul momento rinvenire una traccia. Nessuno era stato derubato, nessuno era stato assassinato.... dunque? E non era possibile rimandarlo, la legge era chiara: _chiunque si fosse_ non si poteva, non c'era via di scampo, quell'uomo diventava il Re. Bisognava incoronarlo.
Come di legge, ventiquattro ore dopo Iba fu incoronato Re.
La reggia si vuotò di tutti i gentiluomini, di quasi tutti i militi e domestici, rimasero alcuni vigili. La berlina dell'incoronazione era pronta nel cortile, e Iba vi saliva per presentarsi al popolo, al suo popolo, percorrendo le vie principali della città. A mezzogiorno in punto, fra lo scalpitare dei cavalli esce dalla reggia il nuovo Re. Ha nella destra alzata un bicchiere, e ride, il lupo di mare, ride, il suo sorriso estatico che sembra tenuto aperto dai due canini verdi come da due puntelli, e i suoi occhi sfolgorano, e la faccia vellosa immonda non è stata toccata per la circostanza, ha le vesti stracciate ricoperte di fango e d'immondizie, non ha indossato il manto regale, ha cinto la gemmata corona e vi è salito col suo bicchiere.
La berlina dell'incoronazione, culla preziosissima di argento con fregi d'oro, è foderata di porpora, vi sono attaccati otto cavalli bardati in oro e con zoccoli d'oro, e la guidano quattro postiglioni in livrea di altissima solennità.
Appena fuori, non urla, non fischi, le vie sono deserte, non un solo cittadino saluta il nuovo Re, da una ignota finestra parte intanto una fucilata ma a vuoto, e durante il percorso glie ne furono tirate almeno una ventina senza che nessuna lo potesse cogliere, una palla gli staccò nettamente uno di quei ricci lanosi fischiandogli sopra la testa, e lui impassibile, incolume, alto il braccio col bicchiere, alta la testa bestiale, e avanti ridendo.
Ecco che una finestra cautamente si apre e ne viene giù un grosso involucro che va ad infrangersi proprio sulla testa del Re: merda!
Allora, da tutte le finestre di tutte le case di tutta la città piovve su lui nelle più svariate maniere la stessa cosa! I postiglioni saltarono via, abbandonarono i cavalli per sottrarsi al getto, i cavalli incominciarono ad andare piano, colla testa bassa, come ad un convoglio funebre, come se lo sfregio li avesse irreparabilmente avviliti, e il convoglio continuò lentamente per le vie deserte, senza nessuna guida, sotto l'oscura bufera.
Solamente il Re, impassibile sorrideva, ma il suo sorriso non si vedeva più, la bocca ne era piena, oramai, gli occhi.... tutto ne grondava, e il bicchiere ancora alto ne traboccava continuamente, e i cavalli, la berlina, tutto ne era ricolmo. Signor Perelà, non solo uomini, nè fu affidata una tale impresa ad apposite persone di servizio, ma i migliori gentiluomini della capitale lasciarono andare di propria mano il loro fardello, e si videro piccole mani bianche, delicate, sporgersi dalle finestre e gettare in fretta un loro fagottino ben confezionato di detta cosa.
Dai tetti se ne rovesciavano recipienti enormi, non una persona rimase sulla via dell'intera città, il percorso dell'incoronazione del nuovo Re fu in breve un fiume così torbo, così torbo... come nessun fiume fu mai.
Quando il convoglio reale rientrò così trionfalmente nella reggia, fino all'ultimo domestico, tutti erano fuggiti esterrefatti.
Iba sale al trono e va a sedercisi sopra, le tracce ne furono gli unici testimoni.
Le tappezzerie della sala del trono, la porpora della berlina reale che aveva servito a più di cento incoronazioni di re, fu dovuto tutto bruciare, la reggia inondata di acqua, e tutta la città allagata per alcuni giorni onde pulirla dall'incoronazione di questo Re. Nessuno osò aprire le proprie finestre per una settimana per l'esalazione orrenda.
Iba fu solo nella reggia.
Tutti intanto studiavano la maniera di risolvere la situazione e la maniera fu presto trovata. In una capanna dove Iba, nelle rarissime sere che ritrovava la via, andava a distendersi, in quell'oscuro e immondo cantuccio furono rinvenuti due sacchi di denaro e di gemme uguali a quelli ch'egli aveva portato il giorno del contratto. Il delitto non aveva bisogno nemmeno di processo «_fino all'ultima stilla_» diceva la legge, egli aveva sottratto metà del suo denaro, la condanna era a vita.
Iba detronizzato, fu brevissimamente interrogato e rinchiuso: regnò quattro giorni. Il suo favoloso patrimonio rimase proprietà del paese, e con esso fu salvo e si potè dar nuovo corso nella dinastia.
Come potè avere somme così enormi? Nel borgo dove agli abitava era morto in quei giorni uno di quei piccoli banchieri oscuri che fanno i loro affari nelle provincie, un vecchio ebreo d'oriente, ritenuto pieno di denaro che non fu trovato, dopo la sua morte, in possesso di un soldo solo.
Avrebbe egli consegnato a Iba il denaro? O Iba capitando nella casa del misterioso uomo dopo la sua morte se ne sarebbe impossessato? Forse il vecchio strozzino anelava a divenir lui il Re, e vistosi alla fine volle vendicarsi della sua sorte mettendo la fortuna in quelle mani? O volle così rendere al bene di tutti il denaro che a tutti aveva poco a poco tanto disonestamente carpito?
Iba non disse mai una sola parola.
Ecco, signor Perelà, l'uomo che fu Re quattro giorni e che salvò la patria dalla rovina. Vedete, egli ha ai piedi un orciuolo colmo di vino. Lo Stato glie ne passa quanto ne può assorbire. E può giungere a cento litri nello spazio di ventiquattro ore. La cella è murata, il vino nell'orciuolo ci va per un condotto. Venite, guardate, questa è la botte che glie lo fornisce, questo vigile in alta uniforme ne è il custode. Il miglior vino delle nostre vigne è per lui, per questo Re prigioniero, è la grazia che il paese gli accorda. Forse egli è felice, affonda la sua pancia oscena nell'immondezza colla quale un giorno venne fatto Re.
VILLA ROSA
Un re.... assoluto, non si sa bene di dove. La Regina di Saba si veste per recarsi da Salomone, Messalina guarda con disprezzo il gladiatore addormentato, Nerone canticchia senza entusiasmo perchè Roma è già bruciata da un pezzo. Napoleone si accorge troppo tardi che il mondo è troppo grande, osservate com'ei si gratta la testa. Maria Stuarda piange la sua testa caduta e Elisabetta d'Inghilterra s'infuria vedendogliene un'altra. Luigi XIV, Federico Barbarossa, Cristoforo Colombo pone la barchetta nel bicchiere. Vedete quello che trafora quel pezzo di legno? È la testa dello Zar. Questo è un anarchico, costui spiega sempre di un certo suo congegno politico ma non si arriva mai a capirne una parola.
— I religiosi, signor Perelà. Tre cardinali in conclave, qua ci dovrebbe essere la messa cantata. Ehi! Ehi! Ehi! Fate silenzio!
— E tacciono sempre?
— Purchè la voce sia molto robusta. Costei parla con Santa Caterina da Siena. Prendete prendete pure signor Perelà, se volete avere la bontà d'inginocchiarvi.... le ostie gli vengono fornite nuove tutte le mattine ed egli le conserva nel suo ciborio con tanta cura come in pochi altri, credo, vengano conservate. È il più buono, il più squisitamente gentile di tutti i ricoverati. Solamente passando dinanzi a lui non bisogna dimenticare l'atto cristiano. Osservate con quale espressione di dolcezza e di serenità egli vi guarda. Tutto il suo volto è composto al sorriso più candido. Se taluno passando in fretta non si ferma a prendere l'ostia ch'egli porge, il suo viso si fa doloroso, gli occhi affacciano due lagrime del più profondo dolore. Non rivolge mai la parola ad alcuno, e, interrogato, non risponde, la pace è in lui colla follìa, pare felice. La Veronica, essa rasciuga tutti i volti ma non vi accostate perchè il suo fazzoletto è bagnato. Di solito lo mantiene teso per dodici ore consecutive nella più assoluta immobilità. San Francesco d'Assisi fa la predica alla tartaruga, è la sola bestia che gli è rimasta fedele. San Pietro, le chiavi non le ha più perchè una volta ruppe la testa a un inserviente e gli furono tolte. La Maddalena, il Battista, badate badate, quel pentolo è pieno d'acqua, l'esperimento non è molto piacevole, se può arrivare non risparmia. Noi gli mettiamo sotto qualche volta la Maddalena, quando si lamenta troppo.
Dio. Quei veli bianchi e neri ch'egli avvolge incessantemente attorno alla sua persona sono le nubi, attraverso a quel giuoco di danza egli guarda, appare, scompare. Quest'uomo si era figurato la divinità un'immensa pergola sopra la testa degli uomini. Da essa, dai suoi grappoli d'oro, scendeva su loro il liquore della divina clemenza. Un giorno egli intese dalla viva voce del suo vescovo dire che Dio era tremendo nella sua giustizia, e la sua mente ne uscì sconvolta, non vide più la beata pergola sopra di sè, ma si vide dinanzi un uomo come gli altri, con le sue ire e le sue passioni. Guardate quali lampi satanici sprigionano i suoi occhi e a quali orribili atteggiamenti ritorce i muscoli del suo viso.
E ora passiamo a manìe varie, tutti più o meno furiosi. In questo stabilimento, signor Perelà, è in vigore il sistema di coricare e legare non in piena crisi, ma appena la crisi si accenna. Il malato allacciato in pieno del suo furore sciupa una quantità enorme di energie, ciò si usa generalmente negli stabilimenti o nei reparti dove non si paga, qui, siccome tutti pagano la loro pensione, nulla si fa per abbreviare di un sol giorno la loro esistenza.