Part 4
Quando mi tolsero dal monastero mi consegnarono quindicenne nelle braccia del mio fidanzato, il tenente Liccio. Quello che io provai durante le pratiche amorose non potrei in alcun modo descrivervi; il mio fidanzato, afferrato il mio temperamento, mi fece salire la scala un gradino alla volta sempre in preda a queste vertigini per il mio eccessivo pudore. Egli doveva violentarlo giorno per giorno cogli atti, colle parole, cogli sguardi, e mano mano che si stendeva l'abitudine sopra un passo già fatto egli provava un passo ancora.
Quando fummo sposi egli dovè praticare mesi e mesi per ottenere quello che tutti gli altri mariti ottengono dalla propria moglie il giorno stesso delle nozze. Solamente l'abitudine mitigava questa mia ipersensibilità pudica.
Io nacqui rivestita da almeno mille mantelli, leggeri, impalpabili, e all'unico scopo di rimanere alla fine nuda del tutto.
Il matrimonio per i primi anni ebbe tanti di quei mantelli da togliermi che le mie ore passarono sempre più nuove, agitatissime, sempre più interessanti e angosciose. Venne un giorno però che fatta già l'abitudine sull'ultimo passo fatto, e io desideravo già l'avvicinarsi del nuovo, mio marito non seppe levare quel giorno di dosso a me un nuovo mantello, ed io di quei mille che vi ho detto sentivo di averne ancora sopra almeno novecento. Fece ogni sforzo, il poverino, ma non riuscì a spingersi oltre. Egli non sapeva fare di più, i suoi mantelli forse finivano lì, era ormai nudo del tutto, ed io, ed io che me ne sentivo addosso ancora tanti!
Quelli che prima portavo insensibilmente, leggeri, impalpabili, che mi ero lasciata strappare con tanta dolce sofferenza, ora mi pesavano, oh, mi soffocavano, come centinaia di cappe di piombo.
Un giorno, prendevamo il caffè, mentre mio marito mi faceva di quei soliti oramai inutili complimenti, l'attendente era lì per non so quale servizio, io mi lasciavo carezzare le mani e la fronte, fredda, insensibile, ebbi la visione e il gesto risoluto che poteva liberarmi da mi nuovo mantello e forse da molti più! Corsi a chiudere la porta a chiave, e mi adagiai sul sofà trascinando mio marito per una mano, i miei occhi tornarono quelli di qualche tempo prima, egli comprese. Quello che io ho sofferto in quel giorno, quali spasimi crudeli, quali brividi di morte, l'attendente corse all'uscio ma non potè uscire, allora si pose in un cantone con due occhi quasi lagrimosi, e guardò, guardò come un ebete sino alla fine. E io soffrivo, soffrivo tutte quelle brividure terribili che mi scuotevano e mi liberavano, come un serpente dalla veste, ogni istante da un nuovo mantello. Mio marito pregò sempre dipoi l'attendente, il buono ed ingenuo campagnolo si prestò, prima confuso, poi più disinvolto, poi scaltro, i suoi sguardi divenivano sempre più maliziosi, egli incominciava a sorridere, a sottolineare con gesti impercettibili la nostra scena, poi con gesti arguti, osceni, parole oltraggiose, grida infami al mio indirizzo, ed io lo fissavo avida, attratta, occupata solo di lui dal quale attingevo tutta la mia indispensabile vergogna.
Ma il buono e semplice giovinotto ebbe anch'esso un termine, ed io incominciai nuovamente a sentire sopra di me il peso di tutti i rimanenti mantelli.
Fu poi un amico di mio marito, un giovane tenente. Egli stava alla finestra leggendo il giornale, fumando una sigaretta, volgendosi di tanto in tanto. Quegli occhi! Mi sentivo cadere cadere giù i mantelli divenuti scarlatti di orrore. Poi anche l'amico gentile esaurì le sue possibilità, ed un giorno furono due....
Signor Perelà, io sento che addosso a me ancora tanti ce ne sono di questi orribili indumenti, e penso con terrore alla maniera di liberarmene, il loro peso ogni giorno aumenta, e mi sento schiacciare soffocare sotto il mio insopportabile vestito di pudore.
— Mia cara, con questa tua storta teoria di mantelli, io non mi meraviglierei punto di vederti un dì o l'altro nel mezzo della strada senza nessun mantello.
— Perchè non inviti il signor Perelà a vedere?
— Egli ha l'aria tanto riservata da fartene cascare una dozzina tutti in una volta.
_La Baronessa Gelasia Del Prato Solìes._
Per darvi un'idea di quale effetto diverso possa ottenere una stessa causa io vi parlerò, signor Perelà, degli occhi di _Bobì_.
La mia illustre famiglia in seguito ad insensate speculazioni per parte del mio avo e per parte anche di mio padre, cadde in istato di quasi assoluta miseria; e fu con somma gioia di tutti che a rialzarne un poco le sorti si ottenne di dare me in isposa al Barone Solìes, uomo straricco, di sessant'anni, famosissimo libertino, paralitico, pieno di acciacchi. Io avevo allora giusti giusti diciotto anni. Il mio marito che fu nei primissimi tempi abbastanza sopportabile, mi condusse a vita solitaria nella sua grande tenuta di Albè.
Io viveva rassegnata, noiata, tanto da non essere capace di pensare che il giorno che sarebbe morto il mio vecchio signore, e mi avrebbe lasciata la metà del suo denaro, sarei stata ancora in pieno mattino della mia giovinezza.
Egli si ammalò più gravemente, non potè più uscire, più gravemente ancora, e rimase costretto sopra una morbida poltrona sempre più invaso da questa paralisi che lo aveva attaccato molti anni prima. Siccome egli era gelosissimo, non mi permetteva d'allontanarmi da lui che per brevissimi istanti. Io leggeva leggeva leggeva per tenerlo distratto, e ai miei piedi riposava _Bobì_, il cagnolino, il mio vecchio e inseparabile compagno sino da quando ero fanciulla. L'uomo si ammalò sempre di più e dovè chiedere alla fine di vedere il suo nipote tenente, ch'era insieme con me l'erede di tutto il patrimonio. Egli venne lassù e s'intrattenne a ravvivare un po' quel languore di vita.
Ci familiarizzammo con lui, ed egli andava e veniva, si tratteneva, tornava via, ritornava ancora.... Si chiamava Silvio, era un bellissimo giovane biondo ed aveva ventisei anni.
Io leggeva leggeva leggeva, il vecchio nella sua poltrona sonnecchiava sonnecchiava sonnecchiava, il nipote mi guardava mi guardava mi guardava, _Bobì_, presso alla mia gonnella, si stringeva si stringeva si stringeva.
E non nacque che quello che doveva nascere, per quanto io fossi rimbecillita e assente, una corrente di simpatia, una corrente d'amore, una corrente di passione.
Ma come lasciare il sospettoso vecchio? Quando uno si allontanava egli trovava sempre la maniera che l'altro rimanesse lì, e quando Silvio non c'era io non potevo muovermi. Nemmeno quando partiva io potevo accompagnarlo, e dovevo sempre mangiare e dormire presso il mio insopportabile consorte. Egli sonnecchiava sempre e non dormiva mai. Dovei ricorrere ad una di quelle piccole astuzie che a noi donne di solito non fanno difetto. Approfittai appunto della sua fatale insonnia per parlarne col medico. Egli mi consigliò certe presine da somministrargli nel _thè_ o nel caffè ogni sera prima di coricarlo, e stese la ricetta.
Di queste piccole prese, innocue, io ne somministrai assai abbondantemente al mio caro marito, tanto ch'egli incominciò a schiacciare, anche nel mezzo della giornata, i più deliziosi e beati sonnellini di questo mondo.
E con Silvio allora io passeggiava per il giardino, nel parco, nel bosco, e proprio laggiù nel verde intenso dove nessuno ci poteva vedere, ci intrattenevamo.
Su quel morbido e fresco tappeto naturale fra tutti quei rami abbracciati, io non vedeva più che i baratri di due occhi che attraevano i miei giù giù, per gli scoscendimenti più vertiginosi dell'oblìo, giù in fondo, in un fondo introvabile, infinito, e tutta la mia bocca era immersa, perduta in una nube soave di fili d'oro. Oh! Questo amore fresco, nuovo, dopo tutte le ore concesse al vecchio paralitico!
Io non so, ma un giorno, proprio quando tutto il mio spirito soccombeva, non so come potè la coda del mio occhio avere la forza di distinguere, _Bobì_, il piccolo _Bobì_, che non mi abbandonava un solo istante, era disteso a pochi centimetri dalla mia guancia e mi sbarrava in faccia i suoi occhioni neri, tondi, fermi, come due bottoni di _gé_.
Fu una doccia gelata nel momento più caldo della mia vita. Silvio si accorse, chiese, ma io non volli spiegargli.
Eppure _Bobì_ era lì vicino, lui non comprese, non lo vide guardare, non ci pensò.... chi sa.... io non volli spiegargli il mio turbamento.
Mio marito resistè sull'orlo dell'abisso ancora tre anni, ma da quel giorno non lo tradii più nè con Silvio nè con altri.
Dopo ch'egli morì non potei avvicinare nessuno per molto tempo. Sentivo così bene che _Bobì_ mi avrebbe seguita, e non sarei in nessun modo riuscita a liberarmene senza rovinare ogni incantesimo.
Tre anni dopo la morte di mio marito, il mio _Bobì_, volle morire anche lui; aveva diciannove anni l'indimenticabile compagno della mia giovinezza.
Dopo, io conobbi altri uomini, ma.... in quel momento istesso.... quando tutto il mio spirito soccombe, una cosa rimane, eccolo lì, _Bobì_, _Bobì_, il mio _Bobì_, eccolo lì, a pochi centimetri dalla mia guancia, disteso coi suoi occhioni neri spalancati, fermi, tondi, come due bottoni di _gé_.
— Sii sincera Gelasia, tu daresti tutti gli amanti di questo mondo per risuscitare il tuo _Bobì_.
— Eh!... Forse.
_La Principessa Bianca Delfino Bicco Delle Catene._
Se voi avete bene ascoltato le mie buone amiche, avrete certamente compreso, signor Perelà, come esse facciano dell'amore sempre una questione più o meno essenziale di vita.
Io non potei mai riflettere su questo fatto, nè ricordare di me un solo particolare.
Per me fu sempre una questione di morte.
Io non seppi con un uomo giungere che ad un punto solo, alla morte, poi vissi naturalmente morta, e non ricordai.
La morte nel suo più rigoglioso fiorire di petali freddi, con tutto il ghiaccio della sua vita.
Quando vicina ad un uomo io rinasceva al mondo, e ricominciavano i miei sensi di nuovo a funzionare, il mio compagno già aveva fumata una sigaretta e ne accendeva una seconda, si arricciava placidamente i baffi, leggeva tranquillamente il suo giornale. Dall'orlo della sepoltura, ancora tutta immersa, bianca, morta ancora per tre buoni quarti, intravedeva la sua faccia calma, serena, il suo aspetto florido, sodisfatto, il suo roseo colorito.
Che cosa era accaduto? Quanto ero rimasta sepolta?
Io ora gradatamente mi disseppellivo, ma ero davvero morta, avevo sentito la mia temperatura abbassarsi, i brividi insinuarsi per tutte le mie ossa, per tutte le fibre, avevo sentito i muscoli irrigidirsi tutti, e la pelle ritirarsi in una convulsione suprema. Io era entrata nel nulla.
L'oltraggiosa indifferenza, la cinica irriverenza colla quale i signori uomini trattarono sempre il mio eccezionale, quasi sacro sentire, mi inasprì a tale segno che decisi di ritirarmi ad una solitudine contemplativa nella mia villa fuori le mura, dove tuttora io vivo.
Come avrei potuto sopportare ancora vicino a me la presenza di una così materiale creatura?
Io viveva là solitaria, frequentavo raramente alcune amiche e facevo continue visite al vicino cimitero dove ha la sua sepoltura la mia adorata mamma.
Aggirandomi così fra i morti pensava sovente al loro momento supremo.
Quante volte ero morta come loro!
In che consisteva la differenza?
Che loro non si erano ancora ridestati.
Sulla sera passeggiavo lungo il viale presso la mia villa, e vidi una volta passare un ventenne, una dolce figura esile, un'andatura aristocratica, delle guance bianche, degli occhi nerissimi infossati, e dei capelli scuri ricciuti. Aveva in mano dei fiori gialli. Un adolescente dalla bocca sensuale prematuramente sfiorita, un'aria viziata.... ma triste però, senza il raggio del sorriso nè sulle labbra nè dentro i bellissimi occhi.
Lo guardai, egli mi guardò. Anch'io passeggiavo come lui, triste, colla mia aria di bella dissepolta....
La sera dipoi all'ora istessa il giovane passò e passò ancora tante sere, tutte le sere.
Sempre più bianco, la bocca sempre di più sfiorita, sensuale.
Ci guardavamo come in uno specchio.
Una sera io uscii a tarda ora, non so perchè, c'era la luna e fui tentata di uscire.... ero presa da un tormento.... da un'oppressione.... avevo bisogno di prendere aria....
Appena al mio cancello, ecco scorgo l'ombra di uno poggiato sul muricciuolo in attesa. La luna gli si era liquefatta sulla fronte.
Rimasi ferma, immobile, e immobile lui: lo specchio! E l'imagine sopra vi si avvicinò, vi si avvicinò, come ad immergersi in uno stagno di mercurio.
Filtrava per la mia bocca il liquido gelido, e s'insinuava veloce per tutte le vene.
Quando io distaccai le labbra dallo specchio ed aprii gli occhi, egli aveva ancora socchiusi i suoi, gli aprì lesto, scosso, come per avere tardato un istante a riflettere.
Quel giovine era venuto ad abitare, con sua madre, una villa a poca distanza dalla mia, e da quella sera, tutte le sere e' incontrammo.
Signor Perelà, io avevo finalmente trovato il mio amore!
Ma.... ahimè.... il fanciullo che moriva, che sapeva morire con me, ogni sera mi appariva più bianco, gli occhi sempre più neri e che venivano fuori sempre da più in fondo, attorniati da due corone nere che dilagavano ogni dì maggiormente.
Una sera egli mi disse: andiamo laggiù.... c'è la luna....
Quale desiderio io non avrei appagato al mio fanciullo?
Passammo i campi e riuscimmo proprio sotto il cimitero, là dove il muro è basso, egli m'invitò a scalarlo e scendemmo giù fra i morti. E lui mi spinse, mi spinse fra quelle tombe, scansando le croci, passando fra i piccoli cancelli, i lumi, i pilastri, i cespugli di fiori sopra i morti, e in un punto si fermò, si distese, io lo seguii, e fummo quella sera due morti che il becchino si era dimenticato di seppellire.
Tante tante sere ancora ritornammo, e ci indugiammo là sino a notte tarda.
Io sentivo, signor Perelà, che una vita si era oramai tutta versata nella mia, e ne contavo i sorsi allibendo al pensiero che ognuno fosse l'ultimo.
Una sera il mio fanciullo fu più bianco ancora, più freddo, io morii anche di più, e quando incominciai a ridestarmi, e il calore ritornava a popolare il mio corpo, sentii che lui era ancora immobile.
La sua bocca fredda incominciava a farsi sentire come una gomma nella mia che riprendeva la temperatura. Rimasi ferma, egli aveva sempre fatto così, ora la morte lo teneva un poco di più; ancora, ancora, nulla; il mio corpo era tornato vivo caldo, e l'altro era ancora gelido. Mi scossi, forse un malore, lo carezzai, lo palpai, lo strinsi, nulla, nulla, attesi ancora in un'ansia disperata, attesi, nulla! Ma allora.... ma allora.... ma allora era vero.... era veramente.... morto.
Mi alzai, la notte.... il luogo.... la ragione tornata perfettamente, mi feci vincere dall'orrore del caso!
Avrei dovuto rendere conto della sua morte! Tanti mi vedevano la sera con lui, si sarebbe certo dubitato, eppoi... come sarei fuggita lasciando lì morto il mio fanciullo?
No!... No!... No!... Bisognava trovare una via!
E il farnetico mi spinse a prenderlo in braccio: lo sollevai... e su.... su... su... scavalcai il muro, e su, via... per i campi, su, su, su, col mio fanciullo, su, su.... radunando tutta la forza del mio corpo esausto, su, su.... per la potenza del mio spirito esaltato, su, su.... riuscii senza esser veduta a trascinarlo a casa, su, su.... per la scala.... su, nella mia stanza, lo adagiai.... su.... sopra il mio letto.... e caddi, giù, sfinita.
Le forze mi ritornarono un poco dopo, e il mio cervello si posò un poco. Chiusa lì dentro, io guardava il mio povero fanciullo bianco.... cogli occhi socchiusi, in fondo alle due ghirlande nere, enormi, paurose.
Viveva ancora tranquillo l'ultimo istante di ebbrezza che io gli avevo dato. Il mio fanciullo era morto.... per me.... con me.... laggiù.
E io che lo avevo portato via dal suo luogo! Perchè lo avevo portato via? Per paura! Per paura di me, che mi trovassero là, che mi prendessero, mi punissero, mi straziassero, che mi facessero morire? Ma chi poteva oramai farmi morire, ora, che il mio amore era morto?
E lì, io non dovevo ugualmente rendere conto della sua morte?
Come era morto nelle mie braccia? Non dovevo ugualmente sottopormi alle più orribili spiegazioni? E lo avevo strappato dal suo nido, laggiù dove lui era voluto andare quella sera, e dove era sempre voluto tornare, per rimanervi....
E io, io che lo avevo compreso, sola al mondo, lo avevo tolto, non avevo saputo coronare il nostro amore, avevo tutto profanato in un momento di paura! E paura di che? Paura di me!
Lo presi ancora addosso, colle braccia abbandonate giù dietro, e colla testa poggiata sulla mia spalla come un fanciullo che dorme, e via, via giù per la scala, attraversai la via, attraversai ancora i campi, non vista, non udita da alcuno lo trascinai sul muro del cimitero, e senza scomporlo, scansando le croci, i cancelli, i cespugli, ritrovai il suo nido, il nostro, e dove la terra era ancora calpestata dai nostri corpi, lo deposi con tutta la devozione, ferma, sicura, senza sentirmi punto stanca, punto affranta, ora che avevo ritrovata la mia anima; dritta dinanzi alla mia via, dritta sul mio fanciullo morto, immobile, aspettai. Incominciava l'alba.
— È bella e paurosa la storia di Bianca, non è vero signor Perelà? Si rimane dipoi così silenziosi....
— Ella sempre a questo punto si ferma, come quella mattina.
— Oh! Se sapeste, corsero a vederla dai paesi vicini. Ella rimase in piedi, immobile sul suo morto fino alla notte del dì seguente.
— E ai primi accorsi gridò: io l'uccisi! Io l'uccisi! Io l'ho ucciso! Col mio amore!
— Con quanto fiato aveva in gola.
— E tutto raccontò.
— Bagascia! Spudorata! Le gridavano tutti.
— Trusiana!
— Budello!
— E peggio ancora, signor Perelà.
— _Tu te rappelle mon ange?_
— Ella fu per molti mesi la favola del paese.
— Non fu punita perchè era imparentata colla corte, ma c'era chi la voleva punire ad ogni costo.
— La madre del suo amante.
— Ma se era malato anche di prima!
— È vero, egli sarebbe morto ugualmente, la sua vita era oramai spicciolata quando Bianca lo incontrò quella sera sul viale. — Avrebbe solo potuto spenderla in un tempo un po' più lungo.
— Ogni notte, signor Perelà, io esco dalla mia casa, mi fermo al cancello, traverso la via, i campi, scavalco quel muro, e là dove è il mio fanciullo io mi distendo per rendergli quell'ultimo istante di vita. È la nostra comunione. Io muoio in quell'istante, ed egli rivive il momento supremo del nostro amore. Non sono più che il ciborio che custodisce quella reliquia.
I preti s'illudono di avere nella loro ostia la parte di un Dio che non hanno, ma io ho ancora in me l'ultimo sorso di vita che gli sugai.
— Chi è che ancora non ha detto nulla?
— Quella dispettosa di Nadina.
— Enos, Enos, non ha parlato!
_M.lle Enos Copertino._
— Enos Copertino, la più grande violinista del regno!
— Signor Perelà è inutile domandare a lei. La grande artista non ha mai aperto a nessun cuore la sua confidenza. Ella non risponderebbe.
— Essa vive insieme con la celebre attrice Catulva.
— Se ne dicono però, per quanto non le dica lei.
— Enos vive in una sua villa misteriosa dove nessuno può entrare: nessun uomo penetra mai.
— Le è compagna la Catulva, la grande attrice drammatica.
— Si racconta che di notte, nel loro giardino, si vedono due ombre, che sembrano due lunghissime gonne brune, che si rotolano avvinte sulla terra. Ma.... di lei.... nessuno sa.... nessuno può dire....
«DIO»
Penso oramai come voi, Perelà, a quelle tre donne, io sono alla sommità di un camino e le sento parlare. Il loro bisbiglio attrae ogni mio senso, io sono incapace di vedere, e di muovere anche poco le mie membra. Esse parlano dell'umano dolore.
Quale delle tre parla? È _Pena_? È _Rete_? È _Lama_?
Una narra tutta la _pena_ di un cuore; una spiega tutta la _rete_ che lo allacciò, quel cuore; ed una tiene in mano la _lama_ che lo trafiggerà.
— _Dio._
— Sì! Le sento, le sento! E non so che mi spinge a distinguere una cosa di loro. Dite, signor Perelà, dite, quale cosa desideraste più vedere di quelle tre donne? Quale fu quella cosa che imaginaste di più, o che vi lusingaste di avere meglio imaginata?
— Gli occhi di _Pena_, le mani di _Rete_, il sorriso di _Lama_.
— Guardate, guardatemi negli occhi, guardate le mie mani, guardate il mio sorriso. Io mi sento in quest'istante di riassumere tutte quelle membra!
— _Dio._
— Dite, voi credevi, dite, che la Regina avesse altri occhi? Altre mani? Altro sorriso? Le dame della società ieri certo v'intrattennero allegramente, ma io.... io sono la Regina....
— _Dio._
— La Regina frugare non può nel suo passato, e s'ella scruta nell'avvenire, ahimè, voi la vedete raccogliere una spada pesante bagnata di sangue, e trascinarsi via con quella, via lontano, via.... scomparire.
Ma io vi posso insegnare un giuoco però, un giuoco da Regina, il giuoco che si chiama dello Stato.
— _Dio._
— Prendete, ecco le carte, queste sono le dame, tenete, questi i cavalieri, li tengo io, qua le carte di spade. Mescolate le dame voi, io mescolo i cavalieri, mescolate le carte di denari, io le carte di spade.
Io alzo un cavaliere, alzate voi la dama, alzate ora una carta di denari; il cavaliere che s'incontra colla carta più alta di denari è il Re, la dama che gli corrisponde è la Regina.
Ecco, questo è il Re, questa la sua Regina, il denaro allo Stato. Mescolate il Re colle carte di spade, quando il Re si combina colla carta più alta di spade muore.
— E se non si combina?
— Finchè non si combina regna.
— E dopo?
— E dopo ve l'ho detto, muore....
— _Dio._
— Ancora, ancora. Ha un regno molto lungo questo Re. Ecco trovata, il Re è morto, la sua Regina raccoglie quella spada e qua, nel fondo della tavola.
— E il denaro?
— Il denaro rimane dello stato.
Un nuovo Re, una nuova Regina, il denaro allo Stato, si rimescola il Re colle carte di spade finchè non si combina colla carta più alta che rimane, la Regina raccoglie quella spada e qua, nel fondo della tavola.
— Questo giuoco finisce?
— Questo giuoco non finisce mai.
— _Dio._
— Si fanno nuovi Re, nuovi cuori da trapassare, nuove carte di spade, nuovo denaro, nuove regine a cui rimane una spada da trascinare.
— _Dio._
— Maestà, per tante volte ho sentito qui dentro pronunziare una parola, mi volsi e non potei vedere....
— Una parola?
— Sì: _Dio_.
— Oh! Non ci badate, io ci ho fatto tanto l'abitudine che non me ne accorgo quasi più. Venite, guardate, è il mio pappagallo, è qui alla finestra nella stanza vicina, venite.
Vedete come è bello? Io non riuscii ad insegnargli una cosa soltanto, nulla volle imparare, ritenne solo questa parola che udì chi sa come.... e la ripete sempre. È strano non è vero? Egli dice una grande parola, e non può capirne il significato, che volete, povera bestiola, che sappia lui che è Dio!
— Voi lo sapete invece?
— E come? Certamente. Chi non lo sa? Dio! Ma Dio è.... Dio! Tutti bene lo sappiamo noi, ma lui.... Ora mi farete compagnia per la mia passeggiata quotidiana dentro il parco reale. A momenti è per calare il sole, la vettura già attende, è l'ora, venite.
— Maestà! Tutte quelle regine che voi ponevate in disparte colla carta di spade.... le regine dei re morti.... nel fondo della tavola....
— Eccole, sono in fondo del parco reale. Guardatele camminare, come pesantemente trascinano il loro manto di lutto! Guardatele come sono tutte velate, dall'involucro nero solo il pallore del volto ne risalta. Nella destra hanno la spada.
— E sempre si aggirano qui?
— Vivono in questo parco ombroso e umido, cimitero delle viventi, restano sempre fuori vaganti, dentro la cancellata che le chiude.
— E non si divorano esse l'una con l'altra?
— E perchè? Non sono tutte uguali là dentro? Non furono tutte Regine uguali? Non hanno tutte un manto uguale, un ugual velo? Me sola divorano cogli occhi, e cennano guardandomi l'entrata del cancello.
Domani quella porta si aprirà un'altra volta forse....