Part 3
Ed ora osservatemi signor Perelà, io poso le mie cinque dita così, sull'anca sinistra morbidamente (siamo ad un ballo o ad un _thè_), ho scorto dietro a me un giovane che non conosco e che da alcuni minuti mi fissa, mi segue senza battere ciglio. I suoi occhi vanno poco a poco ingrossandosi, voi potreste giurare che fra dieci o quindici minuti essi esorbiteranno addirittura. Io continuo a parlare distrattamente con la mia buona amica. Sollevo dall'anca le cinque dita e con tutte e due le braccia mi appoggio alla spalliera di una sedia un po' bassa, così, accavallo morbidamente le gambe, così. La mia veste che sarà.... di un morbidissimo raso nero o di velluto, attillata, mi avrà cinta e seguìta in ogni movimento, come la pelle di una foca. Ma più ancora della veste mi avrà seguita collo sguardo quel bravo giovinotto dietro a me. Dategli un'occhiata, vedrete ch'egli ha preso la più perfetta aria ebete che prender si possa. Ad un certo punto egli si porta una mano alla fronte, tutto rosso, fradicio di sudore. Ci siamo. Io m'alzo repentinamente e vado con tutte e due le mani a raccogliere alcuni capelli che sento sparsi giù sulla nuca e per il collo, così.... così. Il giovine, guardatelo, non può più contenersi. Mi volgo, striscio i miei occhi su di lui rapidissimamente, e vado ad appoggiarli laggiù nel fondo della sala, dove ci sarà senza dubbio un'altra mia carissima amica alla quale sorrido dando alle mie labbra ondulazioni particolari. Nove su dieci, signor Perelà, quell'uomo si farà presentare a me, accerchierà la mia casa, riuscirà ad introdurvisi, mi soffocherà di biglietti, di fiori, farà la sua squilibratissima dichiarazione di folle amore, andrà sull'orlo del solito suicidio, concluderà con un viaggetto a Montecarlo. Io non tradisco mio marito. È forse vero che di tutte le donne del nostro regno sono la più bella? Dunque la più assediata e tormentata dai signori uomini, e notate, con un'aspettativa che è doppia, tripla, quadrupla, di quella ch'essi hanno per tutte le altre. Il giorno che io mi concedessi ad uno, non potendo in fondo dargli che tutto quello che gli hanno dato le altre prima di me, finirei per concedergli una grande delusione; e dopo correrebbe sulle bocche di tutti che le donne belle o brutte alla fine dei conti si assomigliano. Questo sarebbe assai poco piacevole per me, ne convenite signor Perelà?
_La Principessa Nadina Giunchi Del Bacchetto._
— Illustre signore e mie povere amiche, io mi rifiuto recisamente, non solo di dire alcunchè della mia vita, ma solo di rivolgere la parola a cotesto essere che voi avete con tanta premura raccolto. Io sono nauseata dalla sua presenza, e assai più dal vostro contegno.
— Uh!
— Mia cara tu commetti la più immensa villania verso di lui e verso di noi tutte!
— E tradisci l'ordine del Re!
— Ogni cittadino, per primo il Re, ha deciso di offrire grande ospitalità a questo signore.
— Cominciando dal Re!
— Peggio per lei, si metterà in rotta colla corte!
— Ma di certo.
— Qui tu sei la sola che parla in tale maniera, nessuna di noi rifiuta al signor Perelà tutta la sua confidenza.
— Lui dovrà dettare il nuovo codice!
— Stai fresca cara mia!
— Stolte! Insensate! Costui afferma impunemente di essere di fumo non è vero?
— Sicuro.
— Lo è.
— Come, non lo lisciasti or ora?
— Di fumo? Ma si può imaginare cosa più stomachevole? Più schifosa? Il fumo!
— È una cosa tanto carina invece!
— Ma non capite ch'egli finirà per deturpare nella più sconcia maniera le nostre vesti? Ch'egli s'introdurrà per le nostre narici, negli occhi, a darci il più grande tormento?
— Ma taci!
— Sciocca!
— Il signor Perelà non è uomo da far questo.
— Oh! Egli è assai bene educato, assai assai più di chi m'intendo io.
— È l'uomo più squisito ch'io m'abbia mai conosciuto.
— Così malinconico nella sua eccezionale natura!
— Io vi dico questo solamente: non rivolgete a me una sola domanda, e continuategli pure tutta la vostra stolida confidenza. Ricordatevi però che non solo quel vezzoso signorino riderà delle vostre ridicole avventure, ma anch'io con lui.
— Che villana!
— Faremo che questo giunga agli orecchi del Re.
— Sarai cacciata dalla corte.
— E non potrai più rimetterci il piede.
— È vero che voi vi riderete di noi?
— No vero?
— Non era possibile.
— Perdonate signor Perelà il piccolo incidente, quella povera donna non sa quello che dice, voi dovete perdonarle.
— Ma il perdono è la sua gioia.
— Non è lui fatto per l'unica dolcezza del concedere?
— Mia cara Oliva anche tu divieni ogni giorno più insopportabile con tutte queste malinconie. Che cosa ti capita che ti fa star male così? Tu soffri mia cara, è evidente. Non le badate signor Perelà, essa è di un carattere tanto mai afflitto che sovente ci affligge tutte e ci fa passare delle orribili giornate. Donna Gioconda volete dire voi qualche cosa?
_Donna Maria Gioconda Di Cartella._
Di tutte queste signore, mio egregio amico, io sono proprio quella che dovrebbe tacere. La mia vita fu solo di rassegnazione e di raccoglimento. Come bene vedete io non sono più giovanissima. Venticinque anni or sono andai sposa al signore Di Cartella, ma egli non riuscì a superare la mia verginità, non vi riuscì allora nè vi riuscì più mai. Io sono ancora quella fanciulla che la mia amata Superiora consegnò un giorno nelle braccia di mia madre.
Giovane, ardente, delusa, ferita, fui sul momento capace di meditare una vendetta e cercare altrove quel naturale sfogo alla mia rigogliosa giovinezza, e che alla mia legale unione veniva negato.
Poi.... volli dimenticare, volli usare tutta la mia forza per vincere una piccola battaglia su me stessa, e la vinsi.
Il mio buon compagno che non poteva avere da me amore, si ebbe la più fedele ed affettuosa compagnia che sorella abbia potuto mai prodigare.
— La sua generosità è favolosa.
— Era tanto spiccia!
— Trovare chi supplisse alla mancanza.
— E.... all'occorrenza cambiare.
— Ma certo.
— Mie buone amiche, voi sapete ch'io portai in dote al signor Di Cartella tutti i debiti di mia madre, e mia madre tutt'ora non cessa ogni mese di scrivergli lettere zeppe di amari rimproveri per sottrargli del denaro.
Mi occupai di lavori femminili, fui presidente di tutti gli istituti di beneficenza della capitale, fondai la società per l'emancipazione della donna. Le mie giornate si seguirono piene di lavoro e d'interesse, e la mia esistenza non fu per questo infelice. C'è però, signor Perelà, una cosa che tanto mi turba, e tanto mi fa star male. Il signor Di Cartella, a certi periodi.... quasi direi a scadenza.... sul mutare delle stagioni.... circa ogni due mesi.... egli.... si sente.... crede.... di potere ritentare un'altra volta la dura prova. Sono oramai venticinque anni, io so punto per punto tutto quello che accadrà, ma debbo compiacerlo. Egli si crede.... si illude.... tentando nuovi slanci.... cercando nuove maniere.... si illude ancora.... soffre.... Oh! signor Perelà, che pena.... che pena....
_La Contessa Carmen Ilario Denza._
Io ebbi, signor Perelà, un'adolescenza molto precoce, fino dai dodici anni presi un'imponentissima aria maschia, e la mia figura si delineò in ogni suo dettaglio virile. Poco è in me di quella grazia che avvolge le mie buone amiche.
Quando a quindici anni lasciai il monastero sentivo già addosso, pure ignorando ogni informazione su tale proposito, sentivo già un bisogno spingente terribile di avvicinarmi ad un uomo. Il caso mi fu sempre avverso. Mentre in me cresceva questa terribile smania io non avevo ancora trovato un giovane che mi si fosse avvicinato guardandomi con intenzione.
Al mio orizzonte non vedeva una promessa, una speranza di finire questo martirio.
Non riuscivo più a soffocare in me il male, soffrivo, soffrivo, passavo le intere notti a dibattermi sul pavimento, mi comprimevo, mi pestavo, martirizzavo le mie carni ribelli, mi facevo male, ma nulla, nulla, nulla.
La mia faccia si faceva di un orribile colore rosso vinastro e delle chiose vi rimanevano sempre qua e là. Questo faceva sì che gli uomini si occupassero ancora meno di me. Ero pura ed innocente e volevo mantenermi tale, ma erano le vene che non potevano contenere il sangue, ed io me le sentivo accese di dentro, e circolarvi come piombo strutto infuocato, e trasformarvisi in dinamite per scoppiare nel cuore orribilmente in un'enorme pozzanghera di tutta la mia infelice robustezza.
Forse, io pensava, cento volte passai per la via dove abitava l'uomo che avrebbe potuto, vedendomi, innamorarsi di me. Bisognava però passare cinque minuti prima, o cinque minuti dopo. Forse noi camminammo nello stesso senso, invece che nel senso inverso, e non ci potemmo incontrare.
Nella mia famiglia vi furono in quegli anni tre o quattro lutti strettissimi e così tutta vestita di nero io appariva, più che una fanciulla, una grossa vedova.
Avevo oramai venticinque anni e non il primo uomo si era avvicinato a me, ed avrei accettato l'ultimo degli uomini oramai.
La mia sensibilità si era talmente acuita ch'io sentiva a distanza l'odore acre del maschio, come una bestia, e seguiva per le vie questi sfilacciamenti di profumi selvaggi, che mi facevano poi delirare e fantasticare atrocemente chiusa nella mia stanza, mi facevano divenir folle, mi davano i più atroci martirii.
Una notte fuggii scendendo dalla mia finestra giù sul balcone del giardino, uscii risoluta di stendermi col primo uomo che fosse passato. Andai per le vie deserte, andai là sotto le caserme, dove tanti uomini giacevano. Certo ognuno si sarebbe svegliato felice di avermi fra le braccia, e io intanto morivo di desiderio, e non comprendevo più, e mi sarei perduta per sempre. Dopo, ritrovai un po' la coscienza, e mi sentii avvinta dall'orrore di essere scoperta, portata chi sa dove.... forse dai miei genitori.... Corsi a casa, pensando che avrei potuto trovare ugualmente, avrei fatto salire un uomo dalla finestra, avrei introdotto nella mia stanza un domestico, ma essere sorpresa lì, no no no, Dio! Che orrore! Fuggii, e salii su dal balcone, riuscii a scavalcare la finestra della mia stanza.
Pochi giorni dopo, fu da mio padre un amico, egli veniva mandato dal conte Ilario Denza.
Non ci eravamo mai veduti, ci incontrammo, e in poche settimane il mio matrimonio fu celebrato.
Nei giorni che lo precederono, io notai una certa quiete che incominciava a germogliare nel mio spirito, come una frescura nel sangue, come se vi fossero state iniettate fiale di un balsamo ristoratore.
Nel brevissimo tempo del fidanzamento io e il mio fidanzato fummo assai poco insieme, e non fummo mai soli sino al giorno delle nozze.
Il conte Ilario Denza fu su di me con quella violenza, credo, di ogni altro uomo sano e robusto. Non intendo fare a lui carico alcuno, ma io.... io, quello che dovei soffrire, a quale prezzo di angoscia e di lagrime ottenni di rimanere inerte e di lasciarlo agire. Io sentivo, per lo spasimo di non poterlo respingere, già le unghie aguzze della follìa rimestarmi dentro nel cervello, per sbriciolarlo, per togliergli ogni sua coesione, ogni sua unità vitale, poi il vuoto dinanzi a me, come se un essere che non era io si fosse atrocemente ribellato in me.
All'alba fuggii da mia madre, le dissi che se il conte si fosse fatto su me un'altra volta io mi sarei uccisa in quel momento.
Fu pattuita la nostra separazione il giorno stesso. Un'aspettativa bestiale, feroce, di dieci anni, una lacerazione lunga, interminabile, occulta di tutto uno spirito, che si chiuse nell'ultimo grido di dolore alla lacerazione della carne, col disgusto supremo di tutti i sensi.
Signor Perelà, io portava in me senza saperlo il mio vero marito e non ammetteva il tradimento.
— Ella è almeno sicura di confarsi seco lui nel carattere per tutta la vita, non è vero signor Perelà?
_La Contessa Cloe Pizzardini Ba._
Mio caro signor Perelà o voi vi sarete meravigliato al racconto delle mie ottime amiche, o voi vi meraviglierete proprio adesso, al mio.
Ditemi francamente, non le trovate un pochino esagerate?
Io considero questo fatto semplice e comune, come una quotidiana necessità della nostra vita. Non so concedergli nessun fascino di mistero, e non vale per me più nè meno del mio pranzo o della mia colazione. Io mangio di buonissimo appetito almeno quattro volte al giorno, ed il resto.... mi capite? E come non potrei pensare di rimanere una intera giornata senza prender cibo, non potrei pensare di rimaner senza... voi mi capite. Non volli che un uomo se ne andasse da me col mio rifiuto, e questo badate non fu tutto per mia virtù. I nostri uomini possono rendersi utili, nella maniera che piace a me, sì e no una volta la settimana. Dunque vedete che la mia virtù è in fondo abbastanza relativa.
Di tutti non conservo generalmente nessun particolare ricordo per la pochissima importanza ch'io concedo appunto ad un tale fatto.
Ma che cosa direste di me, se io vi dicessi che non mi disgustò talora l'odore acre della mia stalla ma anzi... mi appetì.... e che non mi sembrò mai duro nè incomodo giaciglio la paglia o il fieno, l'erba, la terra o il più umile muricciuolo....
E che cosa direste infine se vi confidassi ancora che, se mai, lasciarono piccole tracce nella mia memoria, qualche indomabile stalliere.... qualche semplice giardiniere....
— Signor Perelà, potete farvi avanti, Cloe non rimandò mai nessuno col suo rifiuto.
— Vorresti pronunziarti negativamente proprio questa volta?
— Niente affatto mia cara, solamente mi permetto esprimere al signor Perelà certe mie riserve.... per certe cose io nutro di voi una fiducia limitatissima, perdonatemi ma mi sembra che il fumo.... non sia proprio quello che ci vuole, ma possiamo sempre vedere del resto, vedremo vedremo.
_La Marchesa Oliva Di Bellonda._
Vi è dinanzi la donna che non amò, che non potè amare.
Voi sapete che ognuno di noi nascendo porta in sè il cuore di un'altra persona, e una fanciulla ha il cuore di un giovane, e un giovane ha quello di una fanciulla. Noi cerchiamo, cerchiamo il nostro cuore per il mondo, come un mendico cerca il suo pezzo di pane; e girellando così col cuore del quale cerchiamo il possessore crediamo ad un certo momento di esserci incontrati con lui, tutte le apparenze ci ingannano, tutte le speranze ci tradiscono. Quando siamo a porre i nostri cuori bocca a bocca l'uno su l'altro, ci accorgiamo, troppo tardi, che quello che abbiamo trovato non è il nostro, e che non abbiamo esattamente quello del nostro compagno.
Io non trovai il mio cuore e custodisco ancora inutilmente quello di colui che non troverò più. Sono legata all'uomo che non aveva il mio, e al quale non potevo dare il suo che non avevo. Ho girato tanto in cerca di colui, dov'è? È egli morto forse? Dove me lo hanno celato? Dove è egli andato a porre il mio povero cuore, come posso io vivere senza di esso? Sono oramai desolata, e già mi vedo raminga di porta in porta col mio fardello d'amore. Troverò colui al quale appartiene per operare il baratto, tramite d'indissolubile amore? Dove cerca egli? Dove cerco io? Perchè non ci possiamo incontrare? Chi ha il mio cuore? Chi me l'ha rubato? Quando ti potrò avere tu che lo conservi?
— Povero infelice!
— Disgraziato!
— Io auguro a quell'innocente che non riesca mai a trovarti.
— Tu mia cara hai bisogno di chi abbia tutto il tempo da perdere per ascoltare le tue romanticherie.
— Non le date ascolto signor Perelà, ella ha per marito uno dei migliori uomini di questo mondo, sano e robusto.
— Bestemmiatrice! Dalla salute di mio marito io non ebbi che la più sconcia brutalità, alla quale desolatamente sottostetti.
— Anche questa è un'esagerazione.
— Se tuo marito fosse stato malaticcio, mia cara, avresti piagnucolato per averne uno sano.
— Insensate! Chi di voi conobbe l'amore?
— Basta basta per carità.
— Tanto si sa bene dove Oliva andrà a cadere.
— È di un romanticismo così ridicolo con quel suo cuore sempre ciondoloni....
— Non vedete che il signor Perelà si annoia?
— Parli un'altra.
— Un'altra.
— Donna Giacomina!
— Sì, sì!
— Donna Giacomina!
_Donna Giacomina Barbero Di Ca' Mucchio._
— Adesso avremo la parabola delle ciambelle!
— E l'apoteosi di Carlomignolo!
— Re Carlomignolo! Sentirete signor Perelà, è roba da crepare.
— Quello che per voi è nuovo mio caro, per noi è così vecchio.
— Tacete, questo Carlomignolo è stomachevole, io non posso pensarci senza sentirmi tutta disgustata.
— Donna Giacomina ha la parola della scienza.
— Meglio assai di Oliva però, Donna Giacomina e il suo Carlomignolo almeno sono molto simpatici.
— Insomma, lasciatela parlare.
— Silenzio!
— I dolcieri che fanno le ciambelle, maneggiano la pasta con grande sveltezza e pongono sopra un asse, l'una presso l'altra, le ciambelle pronte per il forno. Così voi non potete assolutamente giudicare della loro riuscita.
La cottura, la maggiore o minore compattezza della pasta, il lievito, faranno che all'uscita dal forno le ciambelle non saranno uguali fra loro. Ve ne sarà taluna con un grosso buco rotondo, taluna oblungo, un po' più piccolo, più ovale, taluna ne uscirà addirittura senza, otturata. Ve ne sarà una infine nella quale il buco sarà rimasto impercettibile, appena si può vederlo se si pone la ciambella contro la luce. Un raggio solo vi può penetrare.
La natura, che tutti lodano maestra di perfezione, mio caro signor Perelà, non è meno manuale del dolciere che fa le ciambelle, e gli uomini, per quanto si assomiglino tutti fra loro, portano addosso le più strane diversità. Ebbene, quella ciambella dove appena un raggio poteva penetrare.... sono proprio io, io signor Perelà sono quella ciambella.
— Non è vero che è carina?
— A me questa storiella fa sempre tanto ridere.
— A me dà però allo stomaco la faccenda di Carlomignolo.
— Avanti dite, dite, come fu che incontraste Carlomignolo.
— È colla parola della scienza che io vi parlo signor Perelà. La mattina dopo le nozze, il mio matrimonio fu sciolto legalmente. Io fui sulle bocche di tutti, e dovei allontanarmi per qualche tempo dal mio paese.
La mia buona madre mi portò a viaggiare per distrarmi.
Incontrai talvolta alcuno che, per la comune simpatia, e per quel giovanile trasporto di amore mi sembrò quello col quale ritentare la dura prova. Piena di speranza e pur tremante di dubbio andai verso di lui! Ahimè! Voi sapete meglio di me signor Perelà che quando si cerca una tale cosa è proprio allora che ci si incontra nel suo contrario.
Colla mia buona madre visitai l'Europa e buona parte dell'Asia, fui nell'India e nel Giappone, e mi accingevo a passare l'oceano, portando così per tutto il mondo la mia infelicità, e per usare anche un poco di quella grande ricchezza che in miglior modo mi era negato impiegare.
Noi eravamo in un pittoresco villaggio della montagna a trascorrere il caldo dell'estate quando mia madre intese parlare da una lavandaia di certo Carlomignolo. Mia madre senza punto scorgere nel significato di quel nome, ma solamente attratta dalla curiosità, domandò alla donna chi fosse quel tale e perchè lo chiamassero così. La donna si mostrò subito tanto imbarazzata nel rispondere che mia madre, sempre più incuriosita, incalzò nelle domande. Egli ha.... mia cara signora, una cosa.... una cosa, mia cara signora, diceva la donna ridendo ma arrossita e piena d'imbarazzo, una cosa.... che sembra il dito mignolo di un fanciullo di quattro o cinque anni.
Mia madre, che non si aspettava la soluzione dell'enigma, diede un grido, e quasi svenne. E la donna intanto incalzava: è un infelice signora, tutte le donne del villaggio si sono burlate di lui, egli in principio non capiva la propria sciagura.... tutti ormai lo sanno e lo burlano e lui finirà per chiudersi nel chiostro dei capuccini. No! No! No! gridava mia madre correndo avanti e indietro nella più feroce impazienza. Carlomignolo venga dinanzi a me!
Mia madre tutto combinò a mia insaputa e ad insaputa di Carlomignolo.
Una mattina ella mi condusse in un leggiadro boschetto e mi lasciò sola pregandomi di attenderla lì un poco.
Là in fondo, al principio del bosco, si aprirono d'un tratto, come grandi portiere, due bellissimi rami, apparve nel mezzo un giovane alto grosso robusto, biondo, con una bellissima faccia infantile rosea e senza un solo pelo. All'aspetto poteva avere ventidue o ventitrè anni e poteva essere il figliolo di un piccolo commerciante del villaggio o di un qualche fattore.
Egli si fece innanzi; e per quanto impacciato e tremante, pure con aria maestosa per la sua bellissima figura. Passandomi vicino mi chiese con un filo di voce: la signora sua madre deve venir qui? Sarà qui a momenti, se vi occorre qualche cosa potete attenderla. E sempre più impacciato venne a sedermi vicino sulla nuda terra.
Come era bello! Sdraiato così tra il verde, in una attitudine forte e maschia, quasi da eroe, eppure estremamente infantile. Incominciai a sentirmi un poco impacciata anch'io, e piena di vergogna. Non sapendo cosa dire gli chiesi: come vi chiamate? Carlo.... e s'interruppe.
I suoi occhi celesti si cuoprirono di due nubi turchine. Io ero tutta turbata e lui era turbatissimo.
Quante volte avevo tremato così vicino ad un uomo! Avevo follemente sperato.... tentato un'altra volta.... e tutto era finito in una risata, nella più ridicola avventura, nel più crudele sgomento.
Carlo mi era vicino e tremava, ed io tremavo, ci saremmo slanciati l'uno nella braccia dell'altro ma qualche cosa ci tratteneva, che?
Nessuno dei due sapevamo allora che cosa trattenesse l'altro, tremavamo entrambi per la stessa pena. Come vincemmo il nostro terribile dubbio? Non so.
Dopo qualche momento, dopo non so quale sopore, mi svegliai felice, non credendo al prodigio. Io avevo conosciuto un uomo, signor Perelà, Carlo aveva trovata la sua donna. La mia buona madre colla sua avvedutezza aveva preparato il miracolo.
Il primo desiderio fu di ritornarmene in patria; ma data la inferiore condizione sociale del mio Carlo non potei presentarlo alla società e alla corte; egli è figlio di un piccolissimo albergatore di quella campagna. Sul principio nessuno seppe nulla ed io potei anche passeggiare impunemente col mio adorato consorte, ma siccome tutti fantasticavano sui fatti miei, venne in luce la verità, e i buoni burloni volevano portare in trionfo per la capitale il mio Carlomignolo.
Egli vive con me, nel mio palazzo, o in alcuna delle mie ville, lungi dagli sguardi di tutti.
— Dicono che sia un bellissimo uomo a vederlo così.
— Robusto!
— Donna Giacomina ne ha una cura....
— Sfido, dove ne troverebbe un altro?
— E pare che mangi per quattro!
— Quel po' po' di stallone!
— Io vedete, signor Perelà, se non fossi così di buon appetito, il pensiero di cotesto Carlomignolo basterebbe a guastarmi lo stomaco per una settimana.
— Oh! Ma tu hai uno stomaco da struzzo!
— Peccato che non facciano figlioli!
— La razza dei Carlomignoli!
— E delle ciambelle.... quasi otturate!
_La Contessa Rosa Ramino Liccio._
Io nacqui vestita, signor Perelà. Conoscete la misteriosa malìa di questa parola: pudore? Non vi fa essa pensare a qualche cosa di tanto, di tanto vestito ma che debba rimanervi dipoi nudo davanti?
Quando era nel monastero venivo assalita da crisi violentissime di brividi perturbatori che si partivano dalle mie calcagna e mi serpeggiavano dentro tutte le ossa, aggrappandomisi al collo in volute vertiginose solo ch'io immaginassi che un uomo potesse vedere uno dei miei polsi o un po' del mio collo. Non vi dico poi il resto. Oh! Come io nacqui vestita! Usavo nel monastero indossare gli abiti monacali e mi cingevo la faccia di bende fino sopra le palpebre e quasi fino al labbro inferiore, e calavo un velo nero foltissimo sul viso se uno doveva rivolgermi una parola sola. Portavo sempre anche i guanti.