Il codice di Perelà

Part 2

Chapter 23,801 wordsPublic domain

— Ma no, ma no, ma no vi dico, non si può uscire, è come se gli dicesse io vi voglio vedere accoppato. Ella non può assolutamente dire questo, vi pare, non può, il significato del mio quadro ne sarebbe totalmente travolto.... Io vi prego caldamente di non dir ciò con alcuno, voi pregiudichereste a fondo la mia opera.... la vostra interpretazione in questo momento mi sarebbe fatale.... Venite pure avanti, fermatevi, cuoprite, andate.

— Alcuni fotografi.

— Pianino, pianino, due alla volta, c'è tempo per tutti.

— Avreste la compiacenza di voltarvi, signore?

— Io approfitterò per il profilo.

— Vorreste sedervi?

— E leggere un poco questo giornale così? Ecco.

— E tenere nella mano questa sigaretta, così? E questo fiammifero, così, in questa? Ecco, benissimo, ottimamente.

— Vorreste accavallare le gambe così?

— E le braccia così? Con questo dito qui, lì. Ecco, proprio.

— Potreste togliervi gli stivali?

— No!

— Per rimetterveli tosto ben inteso.

— No!

— Non vuol dire, lasciate pure, sarebbe stato tanto bello per il cinematografo....

— No!

— Non vuol dire, lasciate lasciate pure.

— Ma vi pare....

— Prego....

— Ecco.

— Grazie.

— Grazie.

— Riverisco.

— Illustrissimo.

— Eccellentissimo.

— Signor Perelà.

— Obbligatissimo.

— _blgtssm._

— Il banchiere Fortunato Rodella.

— Appena venuto a cognizione della vostra presenza nella nostra città, mi sono affrettato a presentarvi i migliori omaggi, e a pregarvi altresì di ascoltare quanto sono per dirvi.

Io ho altresì udito che voi siete giunto sprovvisto di tutto, e solo in possesso di un paio di bellissime scarpe.

— Eccole.

— Benissimo, dunque io vengo per mettere a vostra disposizione i miei capitali, e questo, ben inteso, non per giovare solamente a voi, ma perchè noi possiamo concludere associati ottimi affari.

— Io?

— Voi, precisamente.

— Io sono di fumo.

— Lo so, appunto.

— E come posso, di sì umile natura essere a voi fonte di ricchezze?

— Eh! non vuol dire, col fumo vedete, si possono fare le migliori speculazioni di questo mondo. Basta saper dare il valore alle cose, tutte le cose che ci circondano sono il nostro patrimonio, tutte possono diventare moneta delle nostre tasche se sapremo valercene. Lasciate fare a me. Il sole vedete, che pare la cosa più inaccessibile di tutte, non è che un enorme biglietto di banca che se riuscirete a spicciolare potrete spendere a vostro piacimento. E non vi dico poi la luna.

— Il sole?

— Precisamente, il sole.

— È vero, non può essere che così, perchè se fosse tutto di moneta metallica peserebbe troppo....

— Già, e cadrebbe, ineluttabilmente, anzi sarebbe caduto già.

— Invece essendo solamente un biglietto, un pezzo di carta, è leggero....

— E sta su.

— E voi lo spicciolate?

— Non facciamo altro dalla mattina alla sera.

Eccovi il mio indirizzo e alla prima occasione non mancherò di avvertirvi, e per tutto quello che vi possa occorrere subito io sono a vostra completa disposizione. Signor Perelà i miei complimenti.

— Il poeta Isidoro Scopino.

— Quando ho udito pronunziare il vostro nome, per la via, io passeggiava allora colla mia amante. Il nome che sulle volgarissime labbra della plebe m'aveva lasciato indifferente, su quelle di lei acquistò intero il suo significato.

Io le ho fatto ripetere mille volte il vostro nome, come ogni sera, prima di spengere il lume, le faccio ripetere l'eterna parola: _poesia_.

Su quelle labbra. _Pe....re....là..._ lo si vede sfuggire rapido, come si vede partire per innalzarsi lieve, delicatamente la parola: _poesia_. Voi sentite il suono di questa maliarda parola? Quelle vocali. _o....e.... i.... a...._ E che cos'è mai una _p_ su quelle labbra! Signor Perelà! È come la forza del soffio che la anima e le da vita; e chi mi soccorrerà a dirvi che sia una s che la spinge, di sotto, e la sostiene.... e la solleva, su, su, su!

— E che cos'è la poesia?

— La poesia, signor Perelà, è un mondo, è un globo tutto azzurro, ed è il poeta, sul Parnaso, l'alito che lo gonfia, e lo prepara per la sua ascensione celeste. Qual'è l'arte? Saperlo gonfiare, gonfiare fino a renderlo trasparente perchè possa innalzarsi.

— E voi salite con lui dopo?

— Ma vi pare? Un corpo estraneo? Se mi ci attacco io addio Gesù, quello rimane a terra, quando l'ho gonfiato lo mando via. Io resto sul Parnaso.

— Voi dovrete allora sorvegliare mentre lo gonfiate, il vostro globo, che nulla ci vada dentro.

— Ma certo, basterebbe un granellino della più semplice cosa e non anderebbe più su. Pare che ci sia dentro chi sa che, e invece non c'è nulla, ottenere il vuoto, qui è tutta l'arte del poeta e la poesia.

— Io comporrò per voi un'ode in tredicimila versi endecasillabi e un settenario sdrucciolo, e ve la manderò quanto prima pubblicata sulla migliore rivista del paese.

Eccovi il mio ultimo libro di versi: _Ballate.... malate_.

— Oh! che peccato poverette.

— Non vi prendete pena.

— E di che male soffrono?

— Nessuno, stanno benissimo.

— E allora perchè avete detto che sono malate?

— Perchè altrimenti nessuno si occuperebbe della loro salute; così va il mondo signor Perelà. Contate sulla mia amicizia, ed io spero poter contare sulla vostra, siamo in fondo due poeti, e potremmo benissimo scrivere un poema drammatico in collaborazione.

Verrà subito dopo di me Costantino del Pesce, il critico, signor Perelà io vi supplico di non ascoltare una parola sola di quello ch'egli sarà per dirvi, il poltrone, è fuori della porta che attende, aspetta ch'io sia uscito per potervi parlare, vi parlerà di me senza dubbio, il parassita.

_Monsieur de Perelà j'espère de vous rencontrer dans le monde._

— Costantino Del Pesce critico della letteratura Nazionale ufficiale.

— Non vi meravigliate s'io mi presento a voi dopo quel po' po' di fregnone, volle la sorte ch'io dassi a lui la precedenza ma ciò non accadrà per molto tempo ancora che voi vedrete camminare le cose alla rovescia.

— Chi? Quello del pallone?

— Già proprio lui, può aspettare benissimo a cantare dopo ch'io abbia parlato, non è difficile indovinare le scempiaggini che dirà.

— E ve lo fa vedere gonfiato o da gonfiare?

— Che cosa?

— Il pallone.

— Me lo fa vedere gonfiato.

— E voi dovete sempre andare lassù dov'ei lo manda, il suo pallone?

— Ho il mio cannocchiale. Non conoscete il canocchiale della critica? È il più lungo di tutti e insieme quello che si ripiega meglio. Lo porto nel taschino del gilet, guardate, e me ne avanza.

— Il dottore della Corte Agostino Pipper.

— Sono il medico della Corte, signor Perelà, voi sapete che cos'è un medico? È una fila di cose. E sono dì e notte perduto a vedere che sia mai questo inquietantissimo corpo umano che pare una faccenda tanto perfetta ed è di una grossolana scandalosa irregolarità, e di una trivialità sconcertante. Se sapeste con quale cautela un uomo della mia elevatura debba maneggiare la propria lingua. Scherzi pure finchè vuole con quella degli altri, ma.... in guardia colla propria! Il segreto è tutto lì, nel dire.... e nel non dire. Gli argomenti saranno sempre buoni e in vostro favore, è il fatto che vi frega. Se voi dite, poniamo: il malato guarirà, in men di due ore il fetente crepa. Se voi dite poniamo: certamente muore, e quello vi guarisce dopo avergli fatto dare l'olio santo. Sono il male e la medicina i due sposi più burberi che mai si sia dato nel tempo, che non fecero al mondo che farsi dispetti senza tregua, solamente in silenzio possono andare d'accordo.

Il vostro polso? Buono, buono.

La vostra lingua? Ottima.

Eccovi la mia carta, per quando possano venirvi utili i miei servigi, sono ai vostri comandi.

— Il grande filosofo indipendente Angiolino Pila, detto Pilone.

— Non sono mica un filosofo sapete signor Perelà, non date mai ascolto a quello che vi dicono. Quando un uomo ha detto del proprio simile ogni sorta di sconcezze, ecco che è subito un filosofo, e più lo avrà trattato come si meritava e più sarà grande lui, il filosofo.

Gli uomini hanno bisogno di sparlare sempre dei proprî simili e non avendo generalmente il coraggio e l'intelligenza per arrivarci a dovere inventano la verità detta da un altro e finiscono per credere che sia proprio quello che avrebbero pensato loro.

Vede ognuno così tutti i suoi simili affogare nel pantano e lui se ne sta a guardarli allegramente su dall'alto.

Ma voi, ditemi un poco una cosa, cosa siete venuto a fare qui?

— Nulla.

— Benone, e voi fatene un'altra, ritornatevene là dove siete stato fino ad oggi che sarà meglio per voi, gli uomini li conoscerete un'altra volta, non perderete molto, e non vi auguro che gli abbiate a conoscere proprio questa.

Aspirate anche voi a diventare un tarlo come tutti gli altri? Gli uomini rodono gli appartamenti della natura nè più nè meno come i tarli rodono i loro appartamenti.

Sapete quale ragione adducono per giustificare questo rosicchiamento? Dicono che la terra li attrae! Li attrae! Sfacciati che non sono altro! Vi si sono spadellati, e vi si rotolano sopra mezzi vivi e mezzi fritti! Oh! La terra li vomiterebbe volentieri tutti all'infinito! Sono la sua pietanza più indigesta, gli ha tutti per la gola e sullo stomaco, nessuno deve esserle passato ancora nell'intestino.

C'è però una cosa che gli uomini hanno veramente creato e bisogna riconoscergliene il merito: la polvere! Guardate bene dove essi camminano strofinando senza tregua le loro sbrindellate miserie, guardate le vie che hanno pestate e sulle quali si strascicano con ogni sorta di attrezzi per stropicciare il suolo affinchè ne dia quanto più è capace. Si servono dei macigni più grandi per fabbricare dei pezzi di roba che gli stanno poi nel palmo di una mano. Voi vedete oggi una bella montagna di ròcce che vi sembrano inaccessibili, se gli uomini incominceranno a praticarla, ad introdurvisi, ad operarvi, in poco voi quella montagna non la vedrete più, che se ne saranno fatte tante saliere o calamai. Eccovi un bell'albero ampio e diritto che tiene nobilmente il suo legittimo regno, loro, questi sterpi ambulanti, vi si metteranno alle radici coi loro piccoli strumenti, e dagli a stridere, limare e rosicchiare, col più lungo e vile lavorìo ve lo faranno cadere, e non c'è caso che se lo facciano venire sulla testa, un corno! al momento giusto si fanno indietro. Un giorno vi accorgerete che con quell'albero sono dietro a stuzzicarcisi i denti.

Datemi ascolto, non rimanete qui, andate a casa vostra, non vi fidate, se vi fanno tutte queste smorfie, tutte queste moine, non vi ci attaccate, essi godono ad inalzare un uomo a furia di spinte, per potersi poi godere il doppio a lasciarlo andare giù di botto.

— Ma io sono di fumo....

— Già è vero, avete ragione, siete di fumo, e allora rimanete pure, ciao, egregio amico!

— Sua Eminenza Reverendissima il Cardinale Arcivescovo.

— Voi vi chiamate dunque?

— Perelà.

— Ecco, benissimo.... Pe.... relà, sicuro Perelà. Dunque mio caro signor Perelà io sono certo di potervi contare fra le mie pecorelle più elette e predilette, perchè in fondo voi non siete che un uomo.

— Molto leggero.

— Ah! No no no no no, caro mio, essere leggeri di corpo non conta nulla, voi più d'ogni altro avete bisogno di aiuto e di protezione, bisogna essere leggeri di anima, e l'anima non si può alleggerire che collo sgravio delle proprie colpe: allora soltanto può salire al cielo. È un atto di umiliazione col quale anche i Re si sentirono sempre innalzati.

— Di che cos'è fatta l'anima?

— Anima è spirito.

— E si vede?

— Ma lo spirito non si vede.

— Voi dunque non avete mai veduto un uomo salire al cielo?

— Tutti gli spiriti eletti vi salgono senza che noi li vediamo.

— E gli altri?

— Gli altri piombano giù, nell'inferno profondo.

— Perchè pesano di più.

— Naturalmente, non furono liberati dal peso delle loro colpe.

— Ecco.

— Io non sono che un umile e fedele servitore della reggia, Alloro, il più vecchio cameriere delle stanze del Re. Ho veduto qui ed amato tanti Re, ho gioito della loro grandezza e del loro splendore, ho pianto per la loro morte. Ma oggi, quando ho sentito parlare di voi, e quando poi vi ho visto, ho avuto la visione di un nuovo Re, più grande e più bello di tutti gli altri. Ma è vero signore che siete proprio di fumo?

— Si.

— Come poteste rimanere sul fuoco senza bruciarvi? Come poteste giungere a questo? La mia piccola mente si perde a tanto prodigio. Permettetemi signore ch'io vi baci la mano. Consideratemi come il più umile e il più devoto dei vostri servitori, e qualunque cosa possa fare per voi ricordatevi che mi farete felice solo se mi comanderete, se mi dimostrerete la vostra benevolenza e mi farete sentire il vostro dominio.

— Il cerimoniere legge l'ordine del giorno, silenzio!

— Ordine del giorno.

«Domani venerdì a ore cinque, le dame della società e della corte offriranno un _thè_ d'onore al signor Perelà».

— Con intervento della Regina?

— No, silenzio!

«Non saranno ammessi altri uomini che lui. Sua Maestà il Re ha dato speciali disposizioni acciò la festa riesca intima e solenne.

Dopodomani sabato, a ore cinque, Sua Maestà la Regina riceverà il signor Perelà in udienza particolare.

Domenica sera, ad ore ventuna, il signor Perelà sarà presentato al popolo. Sarà fatto girare per tutte le vie della capitale e sobborghi, nelle vetture reali, accompagnato dai nostri principali gentiluomini della Corte, e dalle principali dame della Corte e della società. Sul colle comunale il sindaco rivolgerà il saluto della cittadinanza.

La città sarà tutta illuminata e imbandierata, e nei punti più frequentati suoneranno ben quattordici bande. La stessa sera, a ore ventitrè, gran ballo a Corte con intervento del Re.

— Viva il Re!

— Inoltre.... silenzio! Inoltre, Sua Maestà il Re nominerà il signor Perelà terzo membro nella gravosa e ponderosa e annosa compilazione del nuovo Codice per il nostro paese».

— Viva il Re!

IL THÉ

— Noi tutte siamo tanto lusingate, non è vero mie care?

— Tanto!

— Tutte!

— Molto!

— Infinitamente.

— Già!

— Sì!

— Ma davvero!

— E come!

— Siamo tanto lusingate di accogliere, signor Perelà...

— Un uomo come voi!

— Pensate che il Re ci ha invitate a ricevervi con tutto l'onore.

— Col massimo onore.

— Come da tanto tempo non si era fatto alla corte con alcuno.

— Il Re.

— Sarete una gloria del suo regno.

— La sola.

— E ci ha fatto dire che ad ogni vostra richiesta... non potremo rispondere: no.

— Perchè glie lo hai detto? Hai fatto male, non si può mai sapere.

— Ma voi sarete discreto non è vero?

— Oh! Discretissimo vedrai.

— Sarà come gli parrà d'essere.

— Noi ci rivolgiamo fin d'ora alla vostra delicatezza.

— Come potremo ottenere il suo interesse?

— Se vi annoieremo ci direte: basta: siamo qui per obbedirvi, non è vero mie care?

— Sicuro!

— Certo!

— Già, sì.

— Sì, già.

— Già, già.

— Sì, sì.

— Come possiamo provarvi la nostra devozione?

— Noi sappiamo oramai tutto di voi, voi dovete sapere qualche cosa di noi.

— Ma è vero signor Perelà che voi detterete il nuovo codice per il nostro paese?

— Sicuro, non hai sentito ieri sera?

— Non dissero che lo dettava, dissero che avrebbe soccorso il ministro e Torlindao.

— No signora, dissero che lo dettava, lo dettava lo dettava.

— Meglio, lo dettava lo dettava, cosa me ne importa?

— Dici che non lo dettava, lo dettava.

— Mie care è una questione inutile, se lo detterà vedremo e sapremo; tacete. Le nostre leggi attuali, signor Perelà, hanno bisogno di modificazioni radicalissime: poco si parla, nel vecchio codice, della donna, e a sproposito, la donna deve entrare in assai più faccende, bisogna, perchè le cose vadano come si deve; i signori uomini non capiscono quasi niente.

— Niente affatto.

— E fingono di capir bene tutto

— Una tazza di _thè_?

— Il _thè_.

— Il _thè_.

— Ecco.

— Signor Perelà.

— Prendete?

— Gradite?

— Volete?

— Posso?

— Guarda come lo beve!

— Ne assaggia un sorso da ognuna

— Come siete gentile!

— Carino!

— Ah!

— Anche da me n'è vero?

— E da me?

— E da me proprio nulla?

— Io beverò dopo a questa tazza

— E tu perchè sei rimasta indietro?

— Signor Perelà non prendete il suo _thè_!

— Cosa c'ha fatto?

— Sentite, sentite come è amaro! Glie lo dava senza zucchero!

— Cattiva!

— Scompiacente e tignosa!

— Dispettosa dispettosa dispettosa!

— Vi piace?

— Proprio?

— Ah!

— Prende anche il _thè_!

— Ma voi siete un uomo come tutti gli altri allora?

— Oh! Migliore degli altri mia cara.

— Io non avrei mai creduto di conoscere sul serio un uomo di fumo.

— E di offrirgli il _thè_.

— E che lui lo bevesse!

— Quando ieri vi annunziarono in città non volli crederci.

— Io fui delle ultime a crederlo.... ma ora.... eccovi qui....

— Io ho sempre amato il fumo e ciò non m'ha stupito affatto.

— Anch'io sono sempre andata in estasi dinanzi al fumo. Sapete, dalla finestra della villa, quando sono ospite di mia suocera, si vede la grande ciminiera di un'officina, ed io ho passato delle ore intiere a seguire l'esodo del fumo. Una volta il fumo usciva come alitato dalle labbra della ciminiera, come se essa parlasse con una persona lontana lontana, e facesse ogni sforzo per farsi intendere: _ha! pha! lha!_ Un'altra volta vidi proprio bene uscire una lunga fila di fanciulle che si tenevano tutte per la mano, ricordate le donne che si fanno col giornale quando siamo piccine?... Tutte attaccate per la mano....

— Le spose di Perelà.

— E quando mi dissero che c'era in città un uomo di fumo io non stupii affatto e dissi: eh! Ma ne ho veduti centomila volte, dalla finestra di mia suocera! Permettete signor Perelà che io vi lisci un pochino qui, sopra un braccio. Sentite, sentite mie care, è morbido più del più fino velluto, sentite.

— Uh!

— Un velluto inverosimile.

— Ma è sensazionale!

— È incredibile!

— Dio mio!

— Uhm!

— Che morbidezza!

— Ma sentite ma sentite!

— Sentitelo qui, qui, qui.

— Siete tutto così?

— Un cigno.

— Una nube mansueta.

— O uno di quei bei pennacchioni che saltano fuori dalle locomotive....

— Ma sentitelo in questo punto!

— Ehi, sfacciata!

— Prima che bruciaste, signor Perelà, il vostro vestito doveva essere di un magnifico velluto.

— Oh! Rosso rubino! Ardente come....

— Taci sciocchina.

— Ed ora così tutto grigio....

— Una piuma sinistra.

— Perchè sinistra mia cara?

— Avete un aspetto tanto leale....

— E buono.

— Gentile poi....

— Io questa notte non mi potei addormentare pensando a voi, ditemi signor Perelà, ditemi, voi pure non dormiste?

— Non le rispondete, ella fa per mettervi in imbarazzo.

— Non sai che lui non dorme mai?

— Già, dopo la sua trasformazione!

— Ed io pure non dormirò più.

— Stai zitta una buona volta! Vedete, la nostra cara amica, la Marchesa di Bellonda, è una dolce e mite creatura, ma ha un carattere così fantastico e malinconico che se le date retta rimarrete vittima delle sue romanticherie.

— Piuttosto incominciamo un racconto.

— Ma un racconto leggero leggero.... come piacciono a lui.

— Riusciremo a tenervi allegro?

— Ditelo se vi annoiamo, e subito finiremo.

— Avete bisogno di qualche cosa?

— Volete ancora del _thè_?

— Un _Sandwich_?

— Un _fondant_?

— I signori uomini ieri vi avranno molto divertito coi loro svariati argomenti, ma noi.... povere donne, ne abbiamo così pochi....

— Per un uomo come lui.

— Che cosa vuol dire?

— Vuol dire....

— Taci sciocca, che ne sai?

— Ognuna di noi cercherà nel fondo dell'anima, la sua cosa.... più leggera. E se da tutte saprete forse la stessa cosa, perdonateci, siamo così escluse.... I signori uomini possono appostarsi sopra un piedistallo, col loro ingegno, colla loro scaltrezza, col loro denaro, a noi solamente la bellezza può dare un piccolo privilegio. La politica non ammette una sola pennellata del nostro colore sul suo quadro, la religione ci ammette solo per cornice.

— Non possiamo celebrare.

— La scienza non ci appresta fiducia alcuna.... l'arte.... se non è quella del canto.... I signori uomini ci riserbano che facciamo scienza sì e no d'un po' d'amore, che loro ci richiedono poi come un passatempo.... o peggio ancora.

— Zoe dirà per la prima. A lei spetta sempre ogni precedenza. Come vedete, signor Perelà, ella ci supera tutte, e di gran lunga, in bellezza, è giudicata la donna più bella del nostro regno. Avanti Zoe, incomincia.

_La Duchessa Zoe Bolo Filzo._

— Essa ha fatto girare la testa a tutti gli uomini sapete.

— Gli ha posti tutti in ridicolo.

— Si è risa di tutti.

— E non si è concessa mai ad alcuno.

— Vuol restare fedele a suo marito.

— Cinque o sei si uccisero per lei.

— Cinque o sei? Almeno dodici mia cara.

— Vi basti ch'ella ha fatto suicidare un barone di settant'anni.

— Milionario.

— Pieno di nipoti.

— Uno di quegli uomini, signor Perelà, che dacchè è mondo, appena appena il nostro venerato padre eterno può fare il miracolo di togliere ai vivi.

— Ella ha fruttato alle società delle ferrovie assai più che i pellegrini del Santo Padre.

— Un giovane avvocato le promise di uccidersi dopo un bacio solamente, essa non volle darglielo e lui.... si uccise lo stesso.

— Mia cara quella volta però tu fosti della più infernale cattiveria.

— Non concedere all'uomo che muore per noi di potere almeno morire col nostro bacio sulle labbra!

— E tu sei di un romanticismo del tutto teorico; l'avvocato dopo il bacio non si sarebbe ucciso più, ed avrebbe preteso qualche altra cosa o sarebbe andato a spacciare per il mondo che i baci della donna più bella hanno in fondo lo stesso sapore di quelli di una donna mediocre. Vedete signor Perelà, tutte queste mie buone amiche nella foga di concedersi non si riserbano un istante per studiare i loro piani, e rimangono quasi sempre avvilite, disgustate, vittime della brutalità degli uomini. Bisogna invece che essi rimangano vittime del nostro capriccio.

La loro vita si può esplicare sui più svariati campi d'azione dove possono liberamente esercitare ogni loro attività, noi... ci hanno ristrette in un unico campo, benissimo, li aspetteremo su quello.

Perchè andare a forzare le loro porte? Prepariamoci per quando verranno a battere alla nostra. E tutta la nostra scaltrezza impieghiamola a questo uso.

Che cosa importa a me che gli uomini che mi vengono dinanzi sieno esperti di politica o di medicina, di commercio o di letteratura o di scienza, quando sono del tutto inesperti nella mia scienza? Essi sono assolutamente impreparati, io li vincerò sempre. Ad un nostro sguardo, un gesto, un atto qualunque di seduzione, essi non sanno che c'è dalla parte loro l'equivalente, il gesto, l'atto capace di neutralizzarlo, niente, lo assorbono a occhi chiusi, essi ci assorbono, vedete, ci bevono, ci buttano giù come un ubriacone vuota un dopo l'altro i bicchieri.

Quando sono bene imbevuti di noi, proprio saturi capite, allora scoppiano, e noi si lasciano scoppiare.

La nostra abilità è tutta nel fargli bere bere bere, giù giù giù, senza che se ne accorgano. Loro non devono sentirsi che alla fine ubriachi.

Io godo tanto a vedermeli ballonzare attorno così accesi! Essi illuminano grottescamente l'oscurità di questa nostra vita sciocca e monotona.

Quando ero bambina, la notte, nel giardino di un mio buon avo, facevo cercare tutti i rospi e ad ognuno versavo sulla groppa una buona quantità di spirito o di benzina, poi con un fiammifero li accendevo, e li lasciavo così liberi di correre e di saltare. Le povere bestiole saltavano accese, e si vedevano per tutto il giardino tutte queste fiammelle....

Più il fuoco arrivava la loro pelle e più i salti divenivano giganteschi; io rideva!... rideva!... signor Perelà.... rideva....

Il mio buon avo morì, ed io non andai più in quel giardino, ma tanti bravi giovinotti vollero continuare intorno a me lo spettacolo dei rospi fuori del giardino.