Il Cavaliere dello Spirito Santo: Storia d'una giornata

Part 9

Chapter 93,762 wordsPublic domain

«Se la Signoria Vostra opina per ciò che vi sia fraude nello spettacolo, noi potremo dal camerino dell'Impresario farle restituire il prezzo del suo biglietto; ma io sostengo nondimeno ch'essendo questo Atzeco l'ultimo essere d'una razza spenta, nè potendo egli esprimersi con linguaggio umano, i termini di paragone mancano per decidere in modo assoluto se si tratti d'una fiera o d'un uomo. La cosa certa è questa: che oltre il suo nativo idioma egli parla benissimo anche il linguaggio delle fiere... sicchè l'ho inteso».

La cavata piace al pubblico, e vien zittito il pedante che si alza per insistere. Il Cavalier Compare fa un inchino di correttezza impeccabile, dando a comprendere tuttavia che tutte queste celie di cui l'uditorio s'allieta o s'irrita provengono dalla bocca unica del Mascherato Suggeritore, che dentro la sua nicchia improvvisa la Commedia. Perfino il pedante non era che uno spettatore finto mandato lì dal buttafuori per interrompere a bella posta; era semplicemente un buon attore della numerosa Compagnia Comica, ed or fra poco tornerà al proscenio, con mutate sembianze, per farla da millantatore.

Frattanto, su la scena, il pubblico sfolla dal serraglio pensando più al denaro speso che al piacere avutone, mentre su l'ingresso la scimmia sbertuccia di bel nuovo sparando il fucile o maltrattando quei calzoncini da bersagliere che le vietano di spulciarsi con libertà, mentre il paonazzo banditore, tra il putiferio delle trombe calamitose, urla di bel nuovo con una convinzione che intenerisce: — L'Orso Teddy! il Crotalo Rabda-kamaï! Entrino, signori, che subito si comincia!

E il Compare dice dal proscenio:

«Chi saranno e chi furono fra tutti costoro i più ciurmati? Le povere fiere che vollero mordere e furon chiuse in una tana di ferro?... I bestiarii che vollero vivere da zingari applauditi speculando su quattro zanne logore, su qualche artiglio inoffensivo, e perciò son ridotti a correre le fiere forensi, talvolta senza carne di carogna per la fame dei leopardi e senza companatico per sè?... Il pubblico, millantatore dei pericoli, che con sei soldi vuol vedere un uomo in rischio della propria pelle, vuol pascere di ruggiti africani e di serpenti attorcigliati ad ippopotami la sua casalinga fantasia, onde va, e paga, e torna con un puzzo camaleontico di bestieria legato alle narici, un'idea lacrimevole della ferocia e dell'intrepidezza una compassionevole ironia?...

Dame Compiute, Nobili Uomini, vedo per l'appunto che un millantatore scoverto ed una schiera di ciurmati confessi vengono per di qui a narrarvi le loro immutevoli dolenze.

Ecco, e la mia Dama frattanto vuole che l'accompagni dalla sarta»).

=Il millantatore:=

Non sono affatto pericoloso, poichè racconto il più delle volte cose immaginarie ma che si denunziano agli ascoltatori per la loro mancanza di sobrietà. Veri millantatori son quelli che raccontano cose false in maniera di farsi credere; essi hanno la vera eloquenza, mentr'io non sono che facondo; e la pretesa che ho d'aver compiuto imprese illustri è simile molto alla vanagloria d'un bambino che sferraglia per la stanza con in testa un berretto da generale. I falsificatori narrano al pari di me d'essere andati alla guerra: ma vi andarono da sergenti e presero la medaglia di bronzo...

Io, generale d'esercito, faccio scappare i sorci; a loro, graduati di bassa forza, il pubblico fa il saluto militare.

=Entra il Coro dei Pifferi di montagna:=

(_Nell'Orchestra un andar patetico di gente che torna, e — naturalmente — pifferi._)

Con rispetto, e con dispetto, vi cantiamo lo strambotto di quell'asino perfetto che, per farla a Fra Culagna, ritornò dalla montagna con le pive nel fagotto.

Già; noi siamo divenuti celebri per quella spedizione mal fortunata che ci fece ritornare con lo scorno della pifferata su la montagna. Prendersi gabbo del prossimo non è facile impresa quando gli strumenti per concertare il pezzo d'opera si chiamino pive. Un piffero di montagna è quel desso che volle fare agli altri ciò che gli altri tentano senza tregua di poter fare a lui; solo ebbe il torto immoralissimo di peccare nella riuscita. In questo bel mondo caritatevole dove ognuno può leggere tanti onesti libri che lodano la probità, spalancar la bocca davanti alle parabole dei declamatori che flagellano il vizio, scolpirsi nella mente a lettere d'oro le insegne apocalittiche di tutte le vetrine, il piffero di montagna è colui che da uno spillo invisibile si lasciò bucare la sua turgida sampogna. Il pubblico si beffa di noi chiamandoci scornati, laddove non fummo che gente in rotta con la fortuna; il pubblico ride volentieri del nome che fa ridere, mentre del fatto in sè men che niente si cura. Noi siamo dunque le vittime del portare un nome grottesco, malanno che a molti cápita per accrescere i lor guai.

Se i Pifferi di montagna potessero di punto in bianco mutare il loro nome lacrimevole con quello non privo di somiglianze dei Trombettieri di Waterloo, ecco i derisori abbrunarsi di lutto e salutare i Pifferi come sciagurati eroi.

Nel nome che si porta è la metà dell'uomo... il resto, signori della platea, è la fortuna o la disgrazia che fa.

Con le pive nel fagotto ritornò dalla montagna quei che volle a Fra Culagna fare un piccolo dispetto... Oh, se avesse il poveretto prima letto il mio strambotto!

* * *

(Quivi dice il Compare:

«Con umiltà siamo alteri del buon esito che presso l'onorato pubblico trovò lo strambotto dei Pifferi di Montagna, forse per l'intonazione felice con la quale i nostri attori lo recitarono, forse per la comicità irresistibile delle lor facce compunte. De' vostri applausi una giusta parte vada a quell'invisibile orchestra in sordina che, sommessa e varia, commenta lo svolgersi della Commedia, e quivi ricamò felicemente sui pifferi l'infelicità burlesca dei Pifferi di Montagna. Non siamo noi di quelli altezzosi che dicono «Vale nec parce!» innanzi o dopo la parlata... «Valete super omniaque parcete!» — ecco il nostro motto.

La Dama bellissima ch'io servo in questa per me piacevole Giornata, vuol ora che l'accompagni dalla sarta, essendochè, dice, alcune lievi compere le son di bisogno anch'oggi, sebbene le sue guardarobe armadii e canterani sian così stipati e ricolmi che più non vi starebbe, senz'arricciarsi, un velo.

Ordunque, levata la Nuvola che provvede alla disparizione del serraglio, manifesto vi sarà un de' luoghi sacramentali e gloriosi dove la vaghissima Dama Comare ch'io servo adorna con arte paziente il prodigio della sua bellezza. E vedrete su le provatrici le innumeri centinaia d'abiti ch'ella osserva con occhio esperto ma negligente prima di scovrire una veste fatta in guisa che le piaccia, una stoffa che paia tessuta per il colore della sua pelle, un nastro, un pizzo, una cintura, un fronzolo che le paiano adorni d'una qualche insolita fantasia. Queste belle ragazze provatrici, (tutte pronte, se pur già non lo furono, a lasciarsi cogliere dai lor donneatori,) sgranano tanto d'occhi e tremano di ammirazione quando la mia Dama Comare giunge nelle lor sale; madama la direttrice non sa più da che parte voltarsi; la maestra di prova corre per ogni verso perdendo spilli e tutta nevicosa di fili; dagli usci occhieggiano le sartine del cucitorio, mentre il tagliatore cattedratico sfoglia per lei con impazienza qualche grosso fascicolo di figurini.

Dame Compiute, Nobili Uomini, osservate che appunto la Nuvola s'alza...

Ahimè!... Che avvenne? Le vetrine della sartoria son chiuse; dietro le finestre dell'ammezzato, quali spente, quali già velate con lo schermo delle tendine, si vedono affaccendarsi poche frettolose ombre; per la strada sciama una garrula ed assediata falange di sartine, che in fretta col passo elastico dei lor vent'anni tornano alla libertà... «È tardi, o mia bella Dama, e per oggi non potrete isceglier nulla, cosa tristissima in fede mia!»

La Comare dice:

«Il male non è poi così grande, quanto per cortesia volete che paia! Mi rassegnerò senza piangere; andremo invece, amico mio, se non vi disturba, dalla modista, per certe piume che ho date a far mettere in opera, le quali devon esser compiute. Mentre voi fate segno all'automobile che s'avanzi, affiderò una commissione per madama Yvette alla piccola Stella, mia sartina preferita, che appunto mi saluta con il suo bel sorriso. Un minuto, amico mio, e sono a voi.

— Sicuro, piccola Stella, sono arrivata un po' tardi stasera, ma non importa; senza che le telefoni, dirai tu a madama Yvette domattina quel che le volevo dire: cioè che sospenda la mia veste da ballo reseda e nero, perchè ho mutato parere, non mi piace più».

La sartina si mette le mani tra i capelli, od almeno tra quei capelli che le lascia scappar fuori la sua cuffietta di tulle capriccioso, e dice: «Oh, povere noi! lavoriamo da cinque giorni a questo bell'abito reseda! E bisogna disfar tutto?...

— Sì, tutto, ma non importa, ho un'altra idea. A domani, carina.

L'automobile se ne va scornettando; rimane sul marciapiedi la piccola Stella, che alza le spalle poi si mette a ridere).

=La sartina:=

È un problema da risolvere.

Il commendatore m'invita a cena, mi promette un anello con brillanti, un appartamentino mobiliato, una maestra di francese. — È calvo, ha una pancia da bonzo, i suoi baffi pungono come uno spazzolino da denti.

Il bellissimo avvocatino, ch'è stato l'amante di tutte le mie amiche, mi fa gli occhi dolci e mi manda qualche scatola di «marrons glacés». Perchè mi piacciono molto i «marrons glacés» e mi piace anche l'avvocatino, ma sono troppo mal vestita per lasciarmi svestire da lui. Quest'uomo trova naturale ch'io passi per le sue mani... è una bella pretesa!

Uno studente del politecnico m'insegue fin su le scale di casa mia; un impiegato viene a prendermi quasi tutte le sere quand'esco dalla sartoria. La domenica mi conduce a ballare, mi paga un vermouth, e dopo il ballo, un caffè. Guadagna centoventi franchi al mese, ride poco, sospira molto, ed è pronto a sposarmi.

Io, siccome sono vergine, guadagno al giorno due franchi e cinquanta...

È un problema da risolvere.

Sul nostro pianerottolo, abita con sua madre uno chauffeur molto elegante che chiamano Toby. Quand'esce col suo pelliccione è bello da morire! Mi ha detto: «Signorina Stella, vorrei proporle una cosa... ma gliela dirò il primo giorno che avremo tempo. Intanto mi permetta d'offrirle questo mazzolino di violette.»

E parla come un signore.

Toh... by... se dovessi cominciare, comincerei di lì.

È un problema da risolvere.

* * *

(E quivi d'improvviso, per un gioco di scena quasi fulmineo, l'angolo di strada ove sciamano le allegre sartine coi loro inseguitori si muta in una magnifica sala di modisteria con grandi specchiere per intorno, dritte, inclini, ferme, portatili, ad una luce, a due luci, a tre. Dappertutto svariano cappelli piume penne fiori fiocchi nastri velette veli, ed è così grande la profusione di tutte queste leggere cose volanti, che a prima vista pare d'esser avvolti fra un turbine di maravigliose farfalle.

«Ma queste farfalle, — dice il Cavalier Compare, — sono vecchi struzzi che hanno mandato le lor piume a farsi doppie o triple nonchè a prendere il riccio nei laboratorii di Parigi; sono invisibili colibrì e splendidi paradisi, che stanchi per r inosservanza delle signore selvagge, hanno mandato alle signore d'Europa, con un plebiscito di piume, una prova delicatissima di quei servigi e di quell'amore che gli uccellini di tutto il mondo hanno sempre saputo rendere alle belle signore; sono farfalle che suggono il nettare da un giardino di fiori artificiali e qualchevolta bevono per rugiada l'henné, saturandosi con il polline d'oro che nasce dall'acqua ossigenata.

Nobili Uomini dell'uditorio, per una volta mi sia concesso di parlar solo con voi; lasciamo che le Dame nostre Compiute si dilettino a guardare quella scelta che fa la bellissima etèra Meridiana e come lei fanno altre vaghe bellezze nella sala di modisteria. Non è luogo per noi tra questo piumare, tra questo infiorellare minutissimo, e poichè vedo un altro giovine signore di mia conoscenza, il quale, com'io la mia Dama, così del paro la transatlantica sua consorte aspetta, forse preferibil cosa per voi sarà che noi conversiamo un poco insieme, liberi da quella soggezione castigata nella quale il gentil sesso ci tiene.

Questo giovine di casato principesco navigava in perfide acque monetarie, allorchè intese dire che di là dall'atlantico mare vivessero alcune prodigiose fidanzate per i principi e duchi latini, le quali avevano tant'oro di recente coniato, che si poteva con quest'oro giovine risollevare tutta una stirpe.

Vinse la nequizia del mal di mare, che tanto più affligge i popoli quanto più marinareschi sono, e trasmigrato alle rive leggendarie ove le nuove amazzoni auratamente accolgono i molto nobili cavalieri, s'avventurò sì bene in quella terra democratica e libera, che ne tornò con una sposa di suo genio e senza più conoscere le doloranze del mal di mare.

Questo vi confido, Messeri, prima che l'avvicini e lo saluti»).

=La modista:=

Per fare un cappello occorrono tre cose: una «Maison» che lo mandi, una signora che lo compri, un uomo che lo paghi.

Le mie clienti si dividono in tre categorie: quelle che credono di abbellirsi con un cappello; quelle che credono di abbellire un cappello; quelle che trovano a ridire su qualsiasi cappello.

I miei cappelli sono di tre generi: serii, stravaganti, serii e stravaganti insieme. Alla donna seria sta bene il cappello un poco stravagante; alla stravagante il serio; per la donna indefinita ci vuole un cappello indefinito.

Molte sono le mie disgrazie, ma ne citerò sol una: gli uomini che accompagnan le mie clienti in sala per mettere il loro becco nelle cose di modisteria.

=Il nobile povero che ha sposato l'americana:=

L'araldica è la soluzione della vita; il dollaro vale cinque lire; il nobile italiano, anche quando è decaduto, vale per lo meno qualche dozzina di «yankees».

Negli Stati Uniti d'America si trova ancora, ma ogni anno con maggiori difficoltà, la fidanzata ideale, mentre in Italia cresce di continuo la frequenza dei nobili decaduti. Si chiama fidanzata ideale quella ragazza che, potendo scegliere fra mille pretendenti, s'incapriccia proprio di voi.

Questo è il vade-mecum del nobile povero in caccia d'un'americana:

1.º Quattro quarti, lucidi, rinfrescati, assoluti.

2.º Aria vaporosa, misteriosa, dell'uomo ch'ebbe un passato.

3.º Tipo di famiglia. — Biografia degli antenati. Citazioni storiche. — Possibilmente, battaglie.

4.º Sapere tanto inglese che basti per dire: — my dear, good bye, I love You, etc.

5.º Conoscere l'Ambasciatore.

6.º Avere un proprio poeta, musicista, pittore, filosofo, etc, tra quelli che l'America non capisce.

7.º Strimpellare un po' di musica o per lo meno la chitarra. Tener bene in mano la racchetta e non far troppo ridicole figure al gioco del polo e del foot-ball.

8.º Essere fortissimi al bridge.

9.º Compatire con molta finezza l'America, pur chiamandola grande paese. Le americane han voglia dell'Europa come d'uno scandalo che le diverta. Inoltre ci temono, sebbene con ironia, mentre non hanno de' lor uomini rispetto alcuno. Questi uomini sono anche robusti, ma «non sanno guardarle». È lo sguardo nostro che temono,

10.º Avere, se possibile, un castello, anche spossato d'ipoteche o singhiozzante di screpolature.

11.º Divertirle. Scandalizzarle. Essere o troppo allegri o troppo tristi. L'eccesso impensierisce tutte le creature primitive. L'americana è una creatura primitiva.

12.º Cercare i loro sensi dietro la loro apparente insensibilità. Quando si sono trovati, essere virili ma non bruschi, voluttuosi ma non irritanti. La poesia della loro gioventù ascolta volentieri la poesia della nostra vecchiezza. Son donne, ossia femmine, come le nostre, ma non sempre non dappertutto non per l'intera giornata. Talora lo sono troppo a lungo di notte, poi la loro femminilità subisce una pausa, o pare che s'interrompa.

13.º Rimanete oscuri e cauti per non darle il tempo che vi disprezzi, almeno fin dopo il matrimonio. Poichè, vi ho detto, l'americana è una creatura primitiva; la sua morale è tagliata bizzarramente a colpi di scure: mentr'è curiosa di tutto quello che non sa, in morale disprezza le anime che non capisce.

14.º Sono per noi ad un tempo le sorelle più timide, le amanti più fresche, le mogli più «nuove».

* * *

(Il Compare, Cavaliere della Films, chiama la Nuvola.

«O Nuvola che tutto nascondi, fuorchè la mia persona da poco e la persona paradisiaca della Dama che servo, ancora una volta discendi e rannuvola i grandi specchi a molte luci che guardano sul giardino artificiale!

Àlzati, e vedansi di lontano come in una visione pantagruelica tutti i lumi e tutti i fumi dei banchetti che verso quest'ora simposica ristorano i millantamila stomaci della sconfinata Città! Vedansi tra fasci di ghirlande elettriche le vetrate gloriose dei ristoranti babelici, con la rossa orchestra che suona a correre d'archetto e l'orda salsifera de' camerieri che sollevano, su le teste chine dei desinatori, la calda ricchezza dell'agape ne' vassoi fumiganti! Vedasi brillar da lungi quella finestra illuminata che nella casa dell'uomo è fra tutte la più gaia, la finestra dietro la quale si mangia, — soli o poveri, ma si mangia, — ricchi o nel cuore d'una famiglia prospera, ma si mangia, — tristi o pensando all'innamorata, ma si mangia... la finestra più gaia e più universale di tutte l'altre dietro le quali nella vita cotidiana l'uomo, animale versatile, medita opera discute balla dorme o fa l'amore!

Àlzati, o Nuvola, e giudicate!»)

=Entra il coro dei Gastronomi.=

(_Nell'Orchestra un tinnire gaio, come di porcellane che si urtano, di posaterie che squillano, di coppe toccate nei brindisi. Un bollire, uno sfriggere, un gorgogliare continuo di tutti gli strumenti._)

Ave Primissimo, Pantagruele!

Noi siamo i coltivatori dello stomaco, i golosi della rara e fertile vivanda che si trasmuta in sangue più rosso. Nulla conta la trachea, l'uomo vive con l'esofago!

I maialini d'India ben ripieni, le trifole del Périgord, gli asparagi d'Argenteuil, il fegato d'oca di Strasburgo, i capponi del Mans, le ostriche di Colchester, e tutte l'altre leccornie che la terra pingue o l'industria paziente produce, sono per noi le cose più sublimi che accadono sotto l'emisfero. Un genio rivelatore non è niente appresso un sopraccuoco prelibato.

Ave Primissimo, Pantagruele!

I vini delle giaciture più polverose, i liquori decrepiti custoditi con tutta la lor forza entro gelidi cristalli o tepide porcellane, sono per noi veramente il lirismo della vita! Noi adoperiamo lo stomaco per custodire in noi la Bellezza. Non siamo atei: crediamo profondamente nel piacere di quel che si mangia, nell'ambrosia di ciò che si beve. In questo crediamo imperterriti come il fanatico in Dio. Siamo anche filosofi, poichè possiamo dirvi che la digestione è l'unica felicità delle razze. Siamo anche sociologhi e fisiologi perchè v'insegniamo con la sapienza dei secoli che creerete un popolo grande facendolo mangiar bene.

La delizia di filtrare attraverso la nostra carne intellettiva una vivanda complicata e squisita, equivale alla delizia di comprendere un difficile pensiero.

Noi siamo quelli che nel mondo abbiamo conservato l'appetito intelligente e quella benefica giovialità dello stomaco pagano che il Buon Pastore volle, come un gran vizio, bandita. Nel Cristianesimo non v'è di orrido che il digiuno scellerato e la nefanda eresia degli astemii.

Noi dubitiamo in verità che il Nazzareno abbia fatta questa predicazione; dev'essere un'aggiunta postuma di alcuni evangelisti biliosi e mal digerenti. Per chi non fosse del nostro parere, noi faremo notare che i preti la tennero come non detta, e per tutta l'era cristiana, in barba degli uomini e di Dio, con uno splendido appetito mangiarono a quattro ganasce.

Il peccato della gola è invero la più nobile azione che l'uomo possa commettere. Lucullo, per vostra norma, era ben lungi dall'essere un maiale come voi lo chiamate. Lucullo è stato un Illuminatore della vita assai più grande che Platone. Non dimenticate questa verità: quasi tutte le tristezze dell'uomo consiston nelle cose che mangia.

Noi vorremmo creare un'Accademia di Quaranta Cuochi Immortali!

Ave Primissimo, Pantagruele!

* * *

(Il Compare, Cavaliere della Films, dice:

«Questi buoni e panciuti uomini han saputo commuovere la vostra indulgenza, o Nobile Uditorio! Non li avete zittiti come si meriterebbero per aver osato proclamare in vostra presenza cose tanto grossolane o babbuinamente facete; buon per loro che foste clementi!

Ma dalle fisionomie vostre mi avvedo che pur nell'ascoltare quei grassi e lucidi babbuini già una forte curiosità vi pungeva, che or si rinnovella: — Dov'è sparita la Dama Comare, bellissima etèra Meridiana? Perchè il riso e la luce de' suoi occhi non più risplendono verso di noi?

Ecco, vi rispondo: — È l'ora dei teatri; ella s'andò a vestire dell'undecima sua veste. Non siate impazienti, fra poco tornerà in diamanti e strascico, pronta per guardare da un palco verso la scena del teatro che sceglieremo.

Così è: quando le città pingui e dilettevoli han saturata la fame che le tormenta, curiose guardano verso i teatri, dove nel canto e nella declamazione l'imperitura famiglia istrionica tesse con artifizio la simulazione di quella commedia sincera e forte che si chiama la vita. Le città sono a quest'ora bambine facili al riso, facili al pianto, che un nulla può commuovere, un nulla divertire. A quest'ora la musica, profumo della vita, diventa necessaria come un afrodisiaco lene, che tutti, anche le fanciulle, si possano impunemente concedere; a quest'ora il dramma la tragedia la commedia, che sono parodie della vita come gli acrobatismi del funambolo e dell'atleta, incurvano le città attente sovra una piccola scena tappezzata di carta pesta, e dove la luna il sole i tramonti sono il giuoco semplice d'una buona lanterna magica. E le città si ascoltano dire da quella scena larga pochi metri, in un linguaggio approssimativo, tutte le parole selvagge o brutali, che là fuori, a cielo aperto batton nel lor cuore veemente, pulsano libere inafferrabili nella loro poderosa immensità. È un gioco il teatro, un gioco simile molto al libro, ma più puerile ancora, più divertente ancora, per la ragione che il dolce, il poetico, il riposante nella vita delle città, si è d'essere appunto come bambine, cioè di possedere un'anima che veda non il terribile del mondo, non la forza e la strage della necessaria vita, non quel riso micidiale che soffia dagli oceani del pensiero, ma il piccolo dramma di fantocci che intenerisce con spontaneità, la piccola burla di parole che allarga la bocca e facilita la digestione...

Sicuro, io vi parlo non per altro che per dar tempo alla mia bella Dama di vestire l'undecima sua veste, e faccio un po' di teatro in questo momento anch'io, un po' di libro, se volete, un poco di parole insomma, per farvi passare senza che ve n'accorgiate un quarto d'ora di tempo, attesochè lo scopo della parola non è mai di «creare» bensì di «far passare» un pensiero.

La vita ineluttabile cammina da sè contro quel maraviglioso edificio di parole, (certo il più bell'edificio che l'uomo costrusse), e che appunto si chiama teatro, libro, metafisica, religione, filosofia... l'urta e non lo rovescia, anzi vi passa traverso, per la buona ragione che questo edificio miracoloso, al di fuori è fatto d'aria, e dentro è vuoto...

Sono un po' scettico, voi dite?... Sì, me ne accorgo infatti, e fischiatemi!... quantunque io non faccia che ripetere con fedeltà le parole che mal mi presceglie questo enigmatico Suggeritore.

Senonchè la Nuvola s'alza, e rivedrete Colei che fa comprendere la bellezza del teatro, la musica delle parole!»