Il Cavaliere dello Spirito Santo: Storia d'una giornata

Part 8

Chapter 83,712 wordsPublic domain

Noi vogliamo bene ai bianchi, non troppo in verità, ma quel tanto che possiamo, perchè hanno molti buoni dollari e molte belle donne tutte bianche; loro invece vogliono farci andar via dalla terra dicendo che beviamo troppo gin.

All right! Bisognerebbe dunque picchiarli di santa ragione anche prima d'aver bevuto il buonissimo gin!

Oh, guarda che bella ragazza! e mi chiama biondo!?... Biondo io?... veh! non me n'ero mai accorto!

=Il vegetariano:=

Come avrei potuto far parlare di me le mie conoscenze qualora non avessi fatto il vegetariano? Si dice d'un uomo che vegeti quando mangia ogni sera la sua fetta di manzo e vi tracanna sopra un quartuccio di vino. È un controsenso: quel mangiatore di cadaveri fa la iena, mentre chi vegeta sono io.

La carne offre già bastevoli tentazioni senza che la si mangi, e co' prezzi attuali di questa merce sanguinolenta l'idea vegetariana farà passare qualche brutto quarto d'ora a quegli scannatori cotidiani che si chiamano macellai.

Nel regno vegetale sta l'avvenire dell'uomo; il Codice Napoleonico potrà essere venduto all'asta quando tutti si nutriranno di bietole o di spinaci; vivremo certo meglio, forse più a lungo, e faranno fallimento i dentisti.

Per capire la civiltà bisogna crearsi una pancia moderna.

Oh, guarda che bella ragazza! E mi chiama: giovinotto! Vado per i quarantasette... ma ecco i vantaggi della mia dieta! Vegetariano sì, tuttavia la carne in letto mi piace, anzi me ne piace molta.

=Il bibliotecario:=

Il libro è ciò che rende vere per sempre le cose non vere del mondo.

Oh, guarda la bella edizione! rilegatura di lusso! Olà! se non costasse troppo caro per la mia borsa... E mi dice: moretto!... Moretto io? se non ho un pelo?...

=L'uomo che ha «la sua» concezione del mondo:=

In principio v'era un circolo di fuoco.

In questo circolo cadde un granello di materia ch'era il Nulla e parve Materia perchè il fuoco non aveva mai conosciuto in sè nè all'infuori di sè, altro che fuoco.

Ma il granello era incombustibile e in dodici milioni di quadrisecoli, col vento che faceva roteando, spense una gran parte del fuoco.

Il granello era il Centro; nel Centro v'era l'Immobilità; l'Immobilità roteava; il movimento fu Dio.

Allora il granello divenne un pugno di materia, il pugno divenne la montagna, la montagna divenne l'astro, l'astro divenne l'Infinito.

Dopo settecentotredici bilioni di quadrimillennii, uscendo l'elissi mondiale dalla sua decima fase risolutiva, nella materia entrò il Soffio, cioè il movimento non più roteante bensì verticale, e quindi capace di generare la Vita.

Fu allora che apparve su la Terra già decrepita, l'animale Anteuomo, grande come una sovrapposizione di almeno quattro mammuts, con un occhio solo su la sommità del cranio ed una barba tale che, incendiandosi, bruciava per oltre ventiquattr'ore.

Il resto ve lo spiega Darwin.

Oh, guarda che bel fossile! Cosa dice? se vogliamo andare a divertirci?... peuh... peuh... e perchè no?!

=Il domestico del signor Principe:=

Voglio permettermi di dire una sentenza del tutto nuova, ed in francese, lingua che pronunzio molto bene:

«Il n'y a pas de grand homme pour son valet de chambre.»

Oh, guarda che tipetto chic! Per stasera che son libero non mi andrebbe neanche male... Come dice?... comment, comment? vous êtes Française?... oh, mademoiselle!...

* * *

(Quivi s'avanza verso la ribalta il Compare, Cavaliere della Films, che volge all'uditorio queste affabili parole:

«La cura somma che ho di non offendere con equivoche argomentazioni o con evidenza di cose non timorate i fini timpani e i verecondi occhi delle Nobili quivi convenute Patronesse nostre, mi vieta che la Nuvola tardi oltre nello scendere su queste ambiguità stradaiuole. E scenda la Nuvola con ispessore, più rapida che non salì!

Volge nonpertanto la decima ora della Commedia, nè potrebbe la Dama ch'io servo rimanere oltre senza mutarsi d'abiti. Le strade a quest'ora, Messeri e Nobildonne, sono pressochè deserte in vicinanza del teatro; a vero dire non saprei qual personaggio mandarvi alla ribalta, che non vi sia causa di sbadigli, bensì vi disannoi nel tempo come sapete non fulmineo che la bellissima etèra Meridiana disporrà per il suo decimo vestimento.

Noi sappiamo che il Cavaliere dello Spirito Santo, nella prima parlata che fece, non riuscì molto gradito al pubblico, il quale assai più cose voleva da un tale fattosi annunziare con tanto buio. Lo s'incolpa d'aver dette improvvisazioni alquanto saltuarie, poi con una forma or di parabola or di satira che non parve nè limpida nè gustosa. D'acritudine sopratutto e d'orgoglio lo si accusa per il suo motto: «Vale nec parce», che modesto infatti non è.

Ma se troppo tedio non vi lasciò negli spiriti questo nomade Cavaliere dell'Oscurità, ecco Egli mi prega d'annunziare che fra poco tornerà su la scena, per parlarvi di cose che non saranno l'amore bensì molto vicine all'amore, e parlarvene chiaramente, sì che alfine possiate comprendere questo Cavaliere chi sia.

Poichè aveste la buona grazia di ridere a la celia del negro che s'intese chiamar biondo, vogliate, amabili Patroni e Patronesse, ridere con altrettanta schiettezza delle cose ch'Egli vi dirà dall'ombra, con l'intendimento particolare che la seconda sua parlata sia triste.

Ecco, Egli viene.»)

Pausa. Gli Archi elettrici di colpo sono spenti. Un Violino canta solitario lontano.

Buoni e piccoli amici miei, sparsi per la terra grande che ho traversata sognando, immaginate ancora una volta la malinconia del mio cuore nomade, che viaggia dentro di me senza morire nè vivere, cullando una profumata morta nel suo letto più voluttuoso, nella coltre fatta con il mio spirito per lasciarla dormire, nel vuoto sacrario d'una tomba che soltanto è rovina, ma che a volte per lei s'inazzurra come un bel cerchio di paradiso!

Talvolta per divertire costei che dorme, bella tra le sue fasce morbide com'era bella in vita, io l'adagio in una stellata vetrina di limpidi cristalli, pieni di rogo e di sole come se ancora chiudessero in sè l'anima della fiamma che li produsse; con paura l'adagio in questa vetrina stellata al pari d'una bella morta nella sua veste nuziale, con il capo alto su tre guancialetti morbidi così che senza fatica possa chiaramente guardare nel mondo. E vado in giro di lei scotendo incensieri di profumo, adunando a' suoi piccoli piedi le ghirlande più voluttuose che manda la primavera.

Io l'amo, questa piccola morta; è il mio cimitero nascosto; è la donna che amai.

Talvolta nei giorni d'estate, quando l'ora scende tra una fiamma di nuvole dagli orli di fuoco ed il colore dell'ombra pénetra per l'emisfero dondolante come le ventate immense di profumi che dalle praterie di montagna salgono per invadere l'azzurrità, quando l'ebbrezza del polline ubbriaca i giardini e dalle case degli uomini cominciano i frastuoni a volar via, quando la sera come una voce senza limiti porta verso le vertigini del sentimento i sogni che non possono dormire... talvolta io siedo presso il capezzale della mia piccola morta, e guardandola nel suo profilo perfetto incomincio a parlare con lei.

Non le parlo con parole definite, poichè, sia pure nel lirismo, la parola è troppo rozza per esprimere alcune malinconie; ma come da un violino invisibile, di cui le corde fossero i miei sogni ed archetto l'amore, a questa morta lontana e prossima suono le canzoni più inverosimili che musicista compose mai.

La morta che dorme nel mio cuore come la bella nel bosco addormentata, per un prodigio di musica e d'evocazione lentamente rinasce dalla morte, muove come da un letargo vinto il collo soavissimo, dischiude le labbra respiranti, apre gli occhi d'una volta, i calmi occhi d'una volta, e nel suo miracolo mi guarda.

Sapete voi chi sia questa bella nel mio cuore addormentata? Volete voi conoscere la sua storia, o nomadi amici dispersi per la terra distante?

Camminava. Era una Bellezza venuta per traversare il mondo, per dare a qualche anima tetra la pace ch'ella portava con sè. Camminava con una forza disperata, con un viso di sfinge, mascherata e limpida, senza peccato ma forse crudele; camminava con voluttà e con sperpero, incomprensibile, accanita, come portasse nel cuore la tempesta ma nel colore degli occhi una infinita serenità...

Un giorno di sua mano si spense.

Morì nella primavera della città più grande, morì sola, senza gettare un grido, come si esce da un giardino.

Aveva buttato in faccia alla vita la sua bellezza terribile, come una donna irata lancia un mazzo di violette fragranti su la bocca abominevole dell'offensore. Aveva detto di no al destino che la voleva sottomettere, s'era uccisa con enigma e con splendore, come da sè, prima di lasciarsi vincere, s'uccidono i veri Ideali.

Ecco perchè le canto canzoni tra un profumo d'incensieri e di ghirlande, nei crepuscoli dei giorni d'estate.

Personaggi della Commedia, Maschere in cerca del carnovale per la terra distante, non avete forse ancor voi «una morta che vi dorme nel cuore come la bella nel bosco addormentata?»

Cercatela e datele fiori, ch'ella dev'essere in voi, perchè nessuno può viverne senza, come senza di lei non vive

il Cavaliere dello Spirito Santo.

=Vale nec parce, spectator!=

Pausa. Tra la fiamma degli Archi nereggia sparendo il suo mantello buio.

* * *

(Quivi, riaccesi gli archi elettrici, vedesi che la scena rappresenta un serraglio di bestie feroci durante la rappresentazione di gala, in una di quelle fiere suburbane che il nobil fiore della città per tradizione ama di visitare. Così, rimpetto al gabbione centrale tutto inghirlandato di lampadine elettriche, sta raccolto un pubblico assai raffinato e ciarliero: giovini ufficiali e giovini di mondo con le loro amanti, signorine con istitutrici, dame in crocchio ed operosi cavalieri che le salvaguardano in quei paraggi fuor di mano dalle insidie molteplici dei contatti plebei. Su l'impalcature a tribuna dei secondi e terzi posti fa ressa un gran popolo che svillaneggia le dolci fiere sbadiglianti nelle lor gabbie anguste. Una maledetta orchestra di flauti e tromboni fa più male ai timpani che la risata malvagia del giaguaro, il pianto canino dello sciacallo ed il singhiozzo famelico della iena, mentre il banditore che su l'ingresso fa sbertucciare una scimmia, grida con iraconda raucedine che lo spettacolo incomincia! Un bambino, che ha l'imprudenza d'allungare la mano verso le barre contro le quali sonnecchia un leone accidentato e polveroso, vien redarguito con una burrasca di «teufel! teufel!» da una specie di bestiario alemanno che porta un mezzo camicione blu e va rovistando le gabbie con un lungo arnese di ferro terminato a bidente; tutta la scala cromatica delle bestemmie ferine lo accompagna man mano ch'egli s'avanza di tana in tana. L'orso passeggia nel corridoio a braccetto del suo custode, si dondola e guarda le belle donne; la zebra mangia nel palmo d'un sergente di cavalleria; il canguro batte le sue manine facendo un salto avanti un altro indietro, per la tirannia dello spazio; l'elefante ha un grande successo personale con la furberia della sua proboscide; il gabbione delle scimmie attira il maggior numero di curiosi, forse per la speranza inconfessabile di vederle abbandonarsi ad alcuna delle loro preferite oscenità.

Ma quasi più che le prodezze o gli stiracchiamenti dei feroci animali, occupa di curiosità il pubblico la straordinaria eleganza della Comare, bellissima etèra Meridiana, che pare a bella posta essersi adornata di tutto quanto il regno animale fornisce con rassegnazione alla civetteria della donna. Piume d'uccellini microscopici che in duecento non fanno un pennacchio, pelurie di sott'ala strappate vive ai marabù perchè sien più soffici, oppure quella pelliccia della doppia morte che fa uccidere la madre onusta con il suo pargolo non nato, affinchè la pelle che non vide il sole possieda la tenuità d'una carta velina e di pelo sia così docile che sembri temere un soffio.

Questo costoso e molle «breitschwanz», pelliccia della doppia morte, raso dell'agnelletto di Siberia, che traluce e svaria da sè, pieno d'iridi e pieno di fiori simili nel disegno a quelli che fa il gelo su le vetrate, questo è il mantello che trascina sopra una rude scranna da serraglio la bellissima etèra Meridiana, lasciando che ne piova sino a mezzo il dorso un collo d'ermellino così dovizioso e nitido che sarebbe impossibile non guardare a lei, per quanto spalanchino fauci sanguigne le splenetiche pantere.

Una pioggia di paradisi le rabbuia la nuca, tenuti fermi nel feltro del cappello da fibbie in filigrana di diamanti; i suoi stivaletti a bottoniera han l'asole cucite con filo d'argento e i bottoni son diaspri o topazî varianti che accompagnano il colore pressochè indicibile del cuoio, del cuoio ch'è fatto come d'una composizione di materie soavi, nelle quali entrino a far parte viole di Parma e rose tea, quel viola e quel giallo dell'indaco sciupato e dell'oro spento.

Ciò che della sua veste apparisce è una specie di damasco arricciato e mutevole, con trame di fiori che paiono abbracciarle il busto. La borsetta a maglia d'oro che regge al polso è un lavoro d'oreficeria fino come un pizzo, e la mano sua non inguantata risfavilla di tanta luce che forse il pitone se ne incanta.

Il Cavalier Damo è severamente abbottonato in un soprabito scuro, dal quale il sarto del re d'Inghilterra volentieri prenderebbe ispirazione; la sua cravatta è di quelle che si fanno a gala, punteggiata ma pressochè invisibilmente; il cappello tondo ha quella giusta piegatura d'ala che conviene all'anno in cui viviamo, e la tondezza precisa che dettò l'arbitro cappellaio londinese. Portar fiori dinanzi alle fiere non sarebbe cosa gran che designata, e vedremo che all'occhiello il Cavaliere della Films ha messo il piccolo nastrino rosso della sua decorazione, come si usa in Francia.

La scena è collocata in modo ch'egli si trovi presso all'etèra bellissima, Dama della Doppia Morte, ma poco lontano altresì dal proscenio, e trascorso appena il tempo sufficiente perchè il pubblico del teatro si diletti con il piacere degli occhi, egli s'avanza e dice:

«Dame Compiute, Nobili Uomini, per far cosa che un poco divarii dalle consuete ammaestranze di fiere, io, — che per avere trascorsi molti anni nell'Affrica tenebrosa e nella indomita Borneo press'a poco intendo l'uniforme linguaggio delle fiere, — mentre voi con gli occhi osserverete le bellissime giullerie ch'essi animali fanno, io grado a grado e fin dove comprenda vi tradurrò a puntino le cose che vanno dicendo. Caso mai fossevi taluna celia che rischi di suonare oltraggio per noi cristiani, vogliate vi prego indulgere alle fiere, le quali son use da chissà mai quanti mill'anni a deridere l'uomo, poich'esse, le maligne bestie, a maraviglia intendono il parlar nostro, ma sanno pur troppo che non su millantamila un sol uomo si trova, dal quale venga inteso il conversamento ch'esse fanno.

Ora, vedete, la rappresentazione comincia.»)

=Programma:=

=Il Crotalo Rabda-kamaï, serpente a sonagli.=

=Le Cinque Tigri del Bengala, presentate in libertà dalla domatrice Nouma-Hawa.=

=L'Elefante Ahmed-Alì.=

=L'Orso Teddy.=

=L'Ultimo degli Atzechi.=

=Nouma-Hawa:=

Questo Crotalo, o signori, che dal collo mi pende come una doppia formidabile collana, è lungo 3 metri e 40 centimetri, pesa 66 chili a ventre vuoto, e sorpassa i 120 anni d'età. Prima di avvicinare questo serpente velenosissimo al quale ho dato il nome di Rabda-kamaï, che in arabo vuol dire Desiderio dei sensi, devo lungamente stregarlo con la melodia del flauto magico, finchè non lo veda come una chiocciola di spirali, con il capo dritto, rimaner fermo nell'incanto.

=Il Crotalo Rabda-kamaï:=

Questa madama Nouma-Hawa panciuta come una bufala e paurosa come una gazzella crede di adularmi quando invece mi calunnia. È ben vero che fischio talvolta, nei momenti d'allegria, ma la storiella che mi piaccia la musica è tutta un'invenzione. Se io potessi prendere un uomo e presentarlo in una baracca di serpenti laggiù nel mio paese, direi:

«Rispettabile pubblico: questo è l'Uomo! l'animale che inventa tutte le bugie, che rovina tutta la semplicità della vita; un ipocrita pericoloso, un fatuo crudele, che si proclama re del creato perchè sta in piedi su due gambe, esattamente come fanno le gru. È il solo, fra tutti gli animali, che non abbia compreso la vita.»

Ecco; ed ora tiriamo fuori la lingua per far piacere a Madama.

=Nouma-Hawa:=

Avrò adesso l'onore di presentare a questo rispettabile pubblico le mie cinque Tigri del Bengala, catturate nella Jungla or son tre mesi a prezzo della vita di sei cacciatori indigeni, quelle stesse che sbranarono ad Amburgo il celebre domatore giapponese Ito-Matsu.

=Le Tigri del Bengala:=

Che cosa sia la libertà noi sappiamo ad un incirca, per averlo inteso raccontare da un vecchio Leone cieco e proverbioso il quale sempre ci ripeteva: — Ragazze, non lasciatevi andare ai vostri nervi! Siate ubbidienti, state al vostro posto, mostrate i denti con un bel sorriso, ma non graffiate mai: è il solo mezzo per far la tigre presso l'uomo. Sì, ragazze mie, l'uomo è una bestia che sente il bisogno di farsi applaudire.»

Poi cantava, con la sua vecchia voce, alcune belle canzoni della Jungla che facevano piangere; narrava certe lunghe storie che s'ascoltavan a bocca aperta con l'anima piena di malinconia... Noi non l'abbiamo veduta la Jungla immensa e terribile, perchè siamo nate in gabbia, e questo celebre Ito-Matsu è precisamente il domatore che fece la nostra educazione.

Certo non è una bella cosa parlar male dei morti, ma la buon'anima per dirla schietta era tutt'altro che uno stinco di santo! Vecchio e riarso dall'acquavite morì nel suo letto per un colpo d'apoplessia; Madama il giorno dopo s'è precipitata a far stampare dappertutto che l'avessimo sbranato noi!

E il buon Leone a raccomandarci: — Ragazze, lasciatela dire... Che mai v'importa la stima degli uomini? È lecito esser buoni, a condizione di non farlo sapere, altrimenti non si mangia più.

=Nouma-Hawa:=

Ed ora si produce l'Elefante Ahmed-Alì, sapiente come un uomo.

=L'elefante Ahmed-Alì:=

Come un uomo?... Grazie del complimento, Madama! Questo, perchè ho la delicatezza di non schiacciarvi quando vi cammino sopra, nè di scaraventarvi contro il soffitto quando con la proboscide vi sollevo sul mio dorso! Ah, burloni! quando voi non capivate ancor niente, io possedevo già quel senno dell'elefante ch'è proverbiale anche fra di voi. Siete piccoli da far pena, e d'una petulanza inconcepibile! Nella vostra vita che dura un soffio, nel vostro cervello microscopico, volete saperne più dell'elefante! Proprio come le scimmie! Saltimbanchi e schiamazzatori! golosi e pettegoli! vendicativi e teatranti! Con tutto ciò, vi voglio bene, mentre non posso vedere le scimmie. Vi voglio bene perchè nella vostra piccolezza e nella vostra boria avete un certo coraggio che le scimmie non hanno. L'elefante vi ha protetti sempre con indulgenza e da buon saggio si è prestato volentieri ai vostri capricci da birichini intelligenti. Perfino quando volete farmi stare in piedi su due zampe o in equilibrio su quattro bottiglie, muovo il mio codino per avvertirvi ch'è stupido, ma nondimeno ci sto.

Insomma sentite cari amici: da qualche tempo le scimmie vanno facendovi una gran corte per attrarvi dalla lor parte e convincervi ad imitarle. Volete un consiglio? Disprezzate le scimmie, che sono il solo animale veramente ridicolo, e date retta alla saggezza del buono, vecchio Elefante.

=Nouma-Hawa:=

Pranzerò davanti al rispettabile pubblico insieme con mio cugino, il celebre Orso Teddy, ricchissimo gentleman oriundo Californese.

=L'Orso Teddy:=

Inutile, cara Madama, farmi tutte quelle moine, perchè senta, gliel'ho già detto: Lei non sarà mai di mio gusto. Mi versi da bere, oh, questo sì! è la sola cosa buona che hanno gli uomini, il vino! Tracannare un goccio, anche allungato, non mi dispiace punto; poi si balla più volentieri. Ma quanto a moine, le ripeto, perde il suo tempo, cara Madama! Vede, quell'adornarsi di tanta stracceria per riparare alla mancanza del pelo, non è certo un espediente che possa convincere l'Orso Teddy, per quanto galante sia.

Ed è un bel pezzo che volevo domandarle una cosa. O perchè, visto che sono un orso, Lei non mi lascia far l'orso, ma vuole a tutti i costi che mi camuffi da uomo, che faccia l'uomo? Io, per sua regola, non ci tengo affatto a parere un uomo! Siccome Lei mi ha messo una catena al collo, io mi presto gentilmente a' suoi desiderii e faccio anche l'uomo, visto ch'è tanto facile; ma per amore di franchezza devo dirle che l'Orso Teddy, ricchissimo gentleman, come lei dice, oriundo Californese, non si dimentica d'essere una persona seria la quale balla soltanto quando ha paura del bastone!

E mi usi la cortesia di non scordarselo.

=Nouma-Hawa:=

Mentre mio cugino l'Orso Teddy va in giro per i primi posti a vendere la sua fotografia, — la loro buona grazia! obbligo non c'è, — avrò l'onore di presentare al rispettabile pubblico l'Ultimo degli Atzechi, unico sopravvivente d'una razza nana dell'America centrale che popolava cinque o seimil'anni prima di Gesù Cristo i territori del Messico e del Perù.

Voi vedete il suo naso da condor, i suoi baffi gialli e spioventi, la sua nerissima folta capigliatura che finisce con una treccia da indiano; l'età di questo Atzeco è un mistero; egli misura 78 centimetri d'altezza, è tubercoloso e stranuta una settantina di volte al giorno. Parla una lingua incomprensibile, di cui nessuno ha potuto finora decifrare neanche le lettere dell'alfabeto; il professor Lincoln Brownie-Sargent dell'Università di Cincinnati ha offerto diecimila dollari del suo cadavere, per tentarne la mummificazione.

=L'Ultimo degli Atzechi:=

Farebbero meglio a darmene mille súbito, ed accopparmi fra un paio di mesi. È un bel mestiere anche quello di far l'Ultimo degli Atzechi! Dover prendere dieci volte al giorno la nasalina per starnutire! aver i baffi tinti di giallo e non poter mai mettere la testa in mano d'un parrucchiere! Guai se per caso, davanti al pubblico, mi sfugge una parola che non sia d'atzeco. Se almeno i soldi che guadagno me li potessi goder io, pazienza! Ma l'impresario, che m'ha comprato nell'allevamento di Barnum, se li prende lui... sono un pigmeo, come posso aver ragione contro un gigante?

In treno, per non pagare il biglietto, qualchevolta m'avvolge nell'impermeabile e mi porta sotto il braccio; quando mi tira fuori son mezzo asfissiato. Se faccio bene l'Atzeco, cioè se gli affari vanno bene, l'impresario è allegro e si può vivere alla meglio; ma quando s'incassa poco mi dice che nessuno crede più agli Atzechi, sicchè vuol mandarmi alla malora e comprare una di quelle scimmie che sanno andare in bicicletta. Guai se fosse vero che la gente non crede più agli Atzechi! perchè di nani ve ne sono molti e la concorrenza nella statura è la più temibile che vi sia.

Dunque ha ragione l'impresario: bisogna che impari correntemente a parlare atzeco.

=Il pedante:=

Scusi, egregio Cavalier Compare, Lei ha detto di comprendere il linguaggio delle fiere... ma l'Ultimo degli Atzechi, almeno ch'io mi sappia, non è mai stata una fiera!

* * *

(Davanti a quest'obbiezione precisa e terribile, il Cavalier Compare dopo un lieve indugio risponde: